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Il prete che alzò la voce contro i mafiosi e lasciò il “palcoscenico” della basilica

Padre Nino Tomasello diceva che il cristiano deve saper tenere in una mano il Vangelo e nell’altra il giornale

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Il Covid ha portato via padre Nino Tomasello e adesso mi piace pensare che Dio, o chi per lui, avrà certamente saputo accoglierlo in modo degno e con i meritati onori in quella patria celeste a cui tutti noi in fondo aneliamo, sperando, a volte contro ogni speranza, che esista veramente, da qualche parte lassù.

È stato un prete perbene, umile, discreto, gentile, con un sorriso timido e un sentire solido. Un pastore di quelli che, come dice Papa Francesco, non hanno mai paura dell’odore delle proprie pecore, che non disprezzano di sporcarsi le mani, che sanno scendere dagli altari. Non è una prerogativa che appartiene indistintamente e quasi per ruolo a tutti i pastori della Chiesa, anzi. Ecco, lui questo dono ce l’aveva.

Forse proprio per questo, tanti anni fa, aveva deciso, inopinatamente e spiazzando tutti, di lasciare il ruolo di prevosto della Chiesa Madre di Biancavilla, e non certo per fare un passo in avanti nel percorso degli onori e della gloria, ma per tornare a fare il parroco qualsiasi in una chiesa qualsiasi, lontano perfino dalla sua città.

Quel palcoscenico per prime donne, fatto come tutti i palcoscenici anche di apparenza e vanità, non faceva per lui. Un uomo mite e semplice come lui si trovava di gran lunga a suo agio dietro le quinte.

Eppure, mi ricordo, sapeva anche alzare la voce con autorevolezza, quando voleva e quando soprattutto era opportuno e doveroso farlo. Come quando, per esempio, tuonò contro la mafia durante un’affollata omelia estiva, proprio qualche giorno dopo un grave ed increscioso fatto di cronaca avvenuto in una Biancavilla come sempre attonita e superficiale. Quella volta invitò i biancavillesi presenti e sonnecchianti in Basilica a ribellarsi e a non accettare che una sparuta minoranza di delinquenti tenesse sotto scacco con il terrore e la sopraffazione un’intera città.  

Non mi è mai più capitato di sentire da alcun pulpito nostrano nulla di simile, con la stessa vibrante forza, con lo stesso evangelico coraggio.

Delle nostre tante chiacchierate me ne rammento una in particolare: in quella circostanza, si parlava del ruolo dei cristiani nella società, mi disse che il cristiano deve sempre saper tenere in una mano il Vangelo e nell’altra il giornale. Quella chiacchierata non l’ho più dimenticata. Riposa in pace, caro padre Tomasello…

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Chiesa

Chi suona l’organo ai matrimoni? No, tu no: lo strano “monopolio” a Biancavilla

Prassi fastidiose, consolidate da anni nelle cerimonie nuziali, in parrocchie ritenute proprietà private

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Come in ogni comunità ci sono vezzi e costumi ampiamente condivisi. Anche in quella di Biancavilla non mancano, certo, prassi e tradizioni riconosciute e consolidate da anni. Modi di fare e usanze a volte subite acriticamente. E per negligenza o convenienza, nessuno si è mai chiesto fino a che punto valga la pena che esistano. La comunità ecclesiastica del nostro paese non è certo un’eccezione. Molte sono le tradizioni e le usanze che vivacizzano i contesti parrocchiali del paese, rendendoli fruttuosi per la collettività. Non mancano, tuttavia, come in ogni contesto umano, prassi discutibili e francamente fastidiose.

Le faziosità, gli interessi e le preferenze sono sempre esistiti e di per sé non stupiscono neanche molto. Ma quando questi avvengono all’interno di contesti di chiesa – sarà per gli insegnamenti d’alto spessore morale dei prelati, sarà per via dei valori cristiani ostentati durante le loro lunghe omelie – risultano senz’altro più grotteschi.

È ormai usanza presso diverse chiese del nostro territorio porre un’esclusività sull’utilizzo del proprio organo. Più precisamente, cosa molto curiosa, solo quelle in cui avvengono riti nuziali. Alla bella tradizione del suono dell’organo durante la messa del matrimonio si accompagna quella più bizzarra che a suonare questo strumento sia sempre la stessa persona. Si potrà pensare che questa sia una chiara volontà degli sposi, che magari in un’occasione così importante preferiscono affidarsi ad un professionista al posto di un altro.

Chi può suonare e chi no

Purtroppo non sempre è così. Ormai da anni e in maniera sempre più decisa, chi celebra i matrimoni religiosi (o il parroco della chiesa nella quale si celebrano) decide autonomamente e in maniera del tutto disinvolta chi ha il diritto di suonare l’organo e chi no. Chi può suonarlo durante un matrimonio e chi no. Può anche darsi – e si è dato – il caso in cui, pur potendolo suonare per una messa – per esempio, non pagata – la stessa identica persona non possa avere il permesso a suonarlo per una funzione nuziale (per la quale l’organista viene chiaramente retribuito).

Un fatto che ormai da anni fa sorridere molti sposi, ai quali, in maniera a volte anche malcelata, viene posto un aut aut. O l’organo della chiesa è suonato da una specifica persona – ovviamente retribuita – o non è suonato affatto.

Questa direttiva viene molto spesso giustificata dalle più svariate e divertenti scuse che al momento vengono in mente al responsabile della chiesa o a chi per lui. Dalla ristrutturazione dell’organo, che al mattino viene comunque suonato dall’organista di preferenza del prelato, ma dopo qualche ora è inspiegabilmente o miracolosamente impraticabile. Alla scarsa preparazione del musicista di turno, giudicata sempre e comunque da eccelsi ignoranti in materia. Alla “tutela storica” dello strumento: si sa, infatti, che questi strumenti sono capricciosi con chi non li conosce abbastanza.

“Pacchetto organo”: prendere o lasciare

Insomma, negli ultimi anni non sono certo mancate situazioni come queste, bizzarre e a tratti divertenti, sulle quali si è sempre taciuto. Pur di non sollevare polveroni o polemiche, che sarebbero senz’altro state costruttive, ma al solito snobbate e inascoltate unanimemente dal clero locale, i musicisti di turno hanno dovuto sempre provvedere a portare la propria strumentazione a fronte di un chiaro divieto di utilizzo di quella già presente in parrocchia.

Questa forma peculiare di monopolio, finora prerogativa e lustro di una chiesa in particolare, è via via più condivisa anche da un’altra parrocchia che, pur non potendo vantare i numerosi titoli della prima, non vuole certo sfigurare ed essere considerata una semplice realtà ecclesiastica.

Anche chi si sposa nella seconda, infatti, può “scegliere” se avere il “pacchetto” organo o no. Se fidarsi del parroco e rivolgersi al suo “organista di fiducia” (il solo a poter suonare l’organo) oppure ricorrere ad altri musicisti, che, però, anche qui, dovranno arrangiarsi e procurarsi la propria strumentazione. Come se la cosa non fosse già vergognosa, l’organista “caldamente consigliato” in entrambe le parrocchie è lo stesso. Sarà proprio bravo questo organista!

Le “scelte” dei preti padroni

Situazioni assolutamente analoghe a queste sono all’ordine del giorno in tutta la Diocesi. Preti padroni che imperano in maniera assolutamente personale sulla strumentazione della parrocchia, ritenendola evidentemente di proprietà privata. È vero che strumenti di questo tipo sono molto sensibili e vanno suonati con attenzione. È altrettanto vero come i parroci non abbiano alcuna competenza in merito e non dovrebbero lanciarsi in giudizi affrettati, se non faziosi e di convenienza.

Se è vero che il parroco ha la facoltà di prendere questo genere di decisioni, è altrettanto vero che lui stesso dovrebbe essere un esempio di accoglienza e imparzialità.

Come è possibile integrare direttive così divisive e discriminanti con le belle prediche sulla comunione fraterna e l’importanza della comprensione reciproca? Quando il clero locale riterrà fatti del genere meritevoli di interesse e li affronterà?

La “questione musicale” appena sollevata è una delle prassi discutibili presenti nei nostri contesti ecclesiastici. A poco valgono le volteggianti coreografie celebrative o le parate plateali quando l’esclusione e il vile interesse sono i protagonisti indiscussi di una comunità. Inutili i cammini sinodali con i laici, se non si abbandonano i nepotismi e le logiche di potere. Solo da un’autentica condivisione, valore in comune tra musica e cristianesimo, può nascere la vita… E ironicamente il matrimonio ne è l’emblema.

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