Storie
“Teddu pallina”, un creativo: è morto all’età di 94 anni il prof. Dino Sangiorgio
Insegnante e restauratore, fu attivissimo negli anni ’60 e ’70 con la Pro Loco, organizzando diversi eventi
Da tutti era conosciuto come Teddu pallina. Se ne è andato all’età di 94 anni, Dino Sangiorgio. Un maestro d’arte, un creativo. Fu insegnate di educazione artistica nelle scuole media “Antonio Bruno” e “Luigi Sturzo”.
Sangiorgio lega il suo nome a diversi restauri di simulacri sacri, come il Cristo alla colonna e il Cristo all’orto, oltre all’Angelo: tutte statue che animano le processioni della Settimana santa a Biancavilla.
«Il prof. Dino Sangiorgio “Teddu Pallina” un creativo. Negli anni 1960/70, uno dei membri più attivi ed impegnati della Pro Loco nello scenario organizzativo di eventi biancavillesi»: così Salvuccio Furnari, ex amministratore comunale, ne dà testimonianza con un ricordo personale.
I funerali di Dino Sangiorgio saranno celebrati in chiesa madre, il 26 settembre, alle ore 16.
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Storie
Addio ad Aurora, morta a 15 anni: la commovente lettera di una compagna
«Il suo buon cuore, la sua dolcezza, la sua voglia di partecipare… curiosissima, desiderosa di capire»
Grande dolore a Biancavilla per la morte di una ragazza di 15 anni. Un destino ingiusto per Aurora Furnari, che da tempo affrontava una malattia con visite, cure e viaggi anche al di fuori della Sicilia. La sua scomparsa ha provocato sconforto tra quanti l’hanno conosciuto e l’hanno voluta bene. I funerali si svolgeranno nella parrocchia Sacro Cuore, domenica 7 dicembre alle ore 9.30.
In redazione abbiamo ricevuto un commosso ricordo di una ex compagna di classe di Aurora. Una straordinaria testimonianza, che è un inno all’amicizia. La condividiamo di seguito.
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Mi chiamo Rachele e ho chiesto a papà di inviare questa lettera a Biancavilla Oggi perché desidero che il mio ricordo di una cara amica rimanga per sempre. Scrivo “ricordo” e già mi si stringe il cuore, perché ancora oggi, pensando a lei, non faccio che piangere e riflettere sulla bellezza dei momenti vissuti insieme.
Siamo state compagne di banco. E già nel dire “siamo state” sento la prima stretta al cuore, perché non potremo più esserlo. Lo siamo state alle scuole medie, per tre anni. Lei, Aurora, cieca a causa di una malattia, è stata per me una confidente, un’amica, un punto di riferimento, anche perché si muoveva con difficoltà in classe. Ma il suo buon cuore, la sua dolcezza, la sua voglia di parlare, di partecipare, di essere come tutte le altre, mi hanno sempre aperto la mente.
Non posso che ricordarla così: curiosissima, sempre desiderosa di capire. Io mi impegnavo a portarle oggetti da toccare, per aiutarla a immaginare il mondo di fuori e le nostre esperienze.
Una volta, per spiegarle la mia passione per il tennis, cercai per tutta casa una pallina solo per farle sentire fra le mani la bellezza delle cose che facevo. Lei, mentre la toccava, voleva che le raccontassi le mie partite. Conservava quella pallina nello zaino.
Appena ho avuto notizia che lei non c’era più, ho ripensato proprio a quella pallina. E a tutte le cose che le portavo, a tutti i piccoli pezzi di mondo che cercavo di farle conoscere. Adesso quel mondo, finalmente, lei potrà vederlo. Ciao Aurora, ti voglio un mondo di bene. Rachele.
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Storie
Biancavilla, novembre 1957: cronaca di quel duplice femminicidio alla stazione
“Biancavilla Oggi” ricorda il sacrificio di due sorelle cancellate dalla memoria e senza nessuna giustizia
Una pagina di cronaca cancellata dalla memoria collettiva. Quasi settant’anni fa un duplice femminicidio alla stazione della Circumetnea, affollata di viaggiatori, sconvolse Biancavilla. Otto colpi di pistola per un duplice femminicidio compiuto dalla mano di un marito ossessionato dalla gelosia. Una tragedia familiare, il 14 novembre del 1957, che ebbe eco sulla stampa nazionale.
Lui, l’assassino: un 37enne, vaccaro e custode di alcuni fondi agricoli. Le vittime: la moglie di 35 anni e sua sorella di due anni più piccola. Tutti originari del Messinese, ma vivevano a Biancavilla. Nonostante i cinque figli e i 17 anni di matrimonio (10 dei quali vissuti a Biancavilla), per la coppia non c’era pace. Liti continue, tensioni quotidiane. Lui convinto di essere tradito perché aveva sentito in paese che la moglie «era stata toccata». Ma lei respingeva quelle dicerie: tutto falso. Fino al brutale epilogo. La donna decise di andare via. Assieme alla sorella – venuta qualche settimana prima in suo aiuto «perché le cose si stavano mettendo male» – cercò di tornare nel suo paese natale. Un atto di ribellione alle angherie. Un gesto di coraggio e determinazione: qualità che ancora oggi mancano a tante vittime di maltrattamenti.
In attesa del treno, metafora di libertà
Così, le due sorelle si recarono alla stazione della Ferrovia Circumetnea con l’intenzione di prendere l’automotrice diretta a Randazzo e da lì raggiungere la provincia di Messina. «Stanca della vita di inferno che le faceva condurre il marito, aveva deciso di abbandonare per sempre il tetto coniugale e di tornare dai suoi familiari», riportò il quotidiano La Stampa. Un piano che l’uomo bloccò a revolverate. Precipitatosi in stazione in sella alla sua motocicletta, senza pronunciare parola, esplose una raffica di colpi: quattro freddarono la moglie mentre stava ritirando i biglietti di viaggio, due presero la cognata e altri due andarono a vuoto. Una morte istantanea, in attesa del treno, metafora di un tentativo di fuga verso la libertà.
Tornato nella sua abitazione, l’omicida raccontò tutto a una vicina: «Se volete vedere mia moglie e mia cognata morte, andate alla stazione. Se poi volete vedere anche il mio cadavere, entrate fra poco in casa mia». Barricatosi, si distese sul letto, sparandosi un colpo alla testa con l’ultima pallottola rimasta nell’arma. I carabinieri sfondarono la porta e, subito soccorso, l’uomo venne trasportato d’urgenza all’ospedale “Vittorio Emanuele” di Catania.
La giustizia della memoria
«La comunità rimane scossa da una tragedia maturata all’interno delle mura domestiche e degenerata in maniera irreparabile», scrisse il Corriere della Sera. Biancavilla (e la Sicilia) vivevano ancora nella cappa del patriarcato, del maschilismo e della sudditanza femminile, senza possibilità di giustizia per chi osasse alzare la testa. Che fine fece l’assassino? Se la cavò con qualche settimana di ospedale: gli fu estratta la pallottola conficcata sopra la mandibola, senza gravi conseguenze. A distanza di un anno dal duplice femminicidio, fu dichiarato totalmente infermo di mente e quindi non processabile. “Il vaccaro che uccise due donne per gelosia internato per dieci anni nel manicomio di Barcellona”, titolò il quotidiano La Sicilia. Sì, la fece franca perché “pazzo”, in un’epoca in cui il rimbombo delle parole “adulterio” e “delitto d’onore” avevano ancora un peso influente nelle aule di giustizia.
La radio trasmetteva i primi brani di un giovane “urlatore” Adriano Celentano, promessa della musica, e tutti a cantare Nel blu dipinto di blu, canzone vincitrice quell’anno del Festival di Sanremo, mentre lo strip-tease di Aïché Nana aveva appena inaugurato la Dolce vita. La ribellione giusta di una moglie sottomessa e il sacrificio suo e della sorella erano stati già dimenticati a Biancavilla. Non sappiamo il destino a cui andarono incontro i cinque figli della coppia. In questa Giornata contro la violenza sulle donne, Biancavilla Oggi vuole ricordare le vittime innocenti di quel delitto arcaico: uccise perché donne e non assoggettate alla prepotenza maschile. La giustizia della memoria, almeno quella, la dobbiamo loro riconoscere.
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