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L'Intervista

Andrea Ingiulla: «Io non mi rassegno, farò una bella battaglia di democrazia»

«Siamo alternativi alla politica dei “capitani di ventura”, la città è una giungla: sicurezza punto cruciale»

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Amministrative 2023: un appuntamento che si avvicina. Cominciamo il nostro giro di interviste con Andrea Ingiulla, candidato a sindaco del Partito Democratico. Un colloquio serrato con lo sfidante di Antonio Bonanno, la cui firma è nota ai nostri lettori per i contributi proposti sulla rubrica “Detto tra blog”.

Ingiulla, quindi possiamo affermarlo: un collaboratore di Biancavilla Oggi è candidato sindaco…

Ne sono molto onorato. Ho scritto diversi interventi su Biancavilla Oggi, soprattutto sull’urbanistica e sul Piano Regolatore, ma anche sulla movida e qualche riflessione politica.

Il primo articolo a sua firma, apparso sul nostro giornale, è datato 2 luglio 2018. Se lo ricorda il titolo? “A Biancavilla la sinistra è scomparsa e la Politica ormai è morta da anni”. Un’analisi vera quanto spietata.

Vero. Partiamo da lì.

Partiamo da lì, dal più basso risultato della storia racimolato dalla sinistra.

Cinque anni fa abbiamo avuto il candidato sindaco del Centrosinistra, Carmelo Mignemi, che poi ha dichiarato di non essere un uomo di sinistra. Tutti quelli che erano con la Giunta Glorioso si sono spostati in blocco sul candidato Antonio Bonanno. In quell’articolo di Biancavilla Oggi non a caso parlavo di “capitani di ventura”. La politica a Biancavilla si è ridotta a questo: ci sono gruppi organizzati che si spostano a seconda degli interessi (legittimi) da uno schieramento all’altro con i loro pacchetti di voti.

Perché la scelta di candidarsi come primo cittadino?

Non posso rassegnarmi all’idea che la politica sia diventata quella cosa che descrivevo nel 2018. E i cinque anni passati sono stati un “vivere alla giornata”. Mi è capitato di parlare anche con qualche consigliere di maggioranza, avendo conferma che si va al palazzo comunale senza sapere che fare. Non c’è una progettualità, non c’è l’idealità di una volta. Un tempo c’erano dei personaggi politici (i vari D’Asero, Calaciura…) che, al di là delle rivalità, erano punti di riferimento. Oggi esiste il portatore di voti, che s’inventa e diventa “personaggio politico”, fa e disfa qualsiasi cosa. Non penso di rassegnarmi ad una condizione del genere.

E quindi, ecco proporsi alla guida della città.

Il percorso parte da più lontano, da quando cioè abbiamo allestito il progetto del movimento civico “Biancavilla che vogliamo”. Abbiamo ragionato su alcuni temi, ognuno (da Alfio Distefano del Pd a Dino Asero del M5s o a persone comuni) ha dato il proprio contributo. È scattata in me, così, la voglia di esserci per contrastare un clima di rassegnazione spaventoso. Diamo un’alternativa a chi non si rivede in questo modo di fare politica.

Di solito sono i familiari più stretti ad essere restii. Sua moglie e i suoi figli cos’hanno detto quando hanno realizzato che lei si sarebbe candidato?

La mia famiglia vive questo mio impegno come una bella battaglia di democrazia. Non abbiamo nulla da temere. Se i cittadini sono soddisfatti dell’amministrazione Bonanno, lo riconfermino e auguri. Noi faremo la nostra campagna di democrazia.

Dopo l’annuncio della sua candidatura, le ha chiamato il sindaco Antonio Bonanno?

Sì, certamente. Mi ha mandato un messaggio per augurarmi una buona campagna elettorale. E io ho ricambiato l’augurio.

Lei, dunque, candidato della sinistra. Ma con un passato di assessore nella Giunta del primo sindaco di destra di Biancavilla, Mario Cantarella. È un’esperienza che rivendica, rinnega oppure oggi è motivo di imbarazzo?

Non la rinnego affatto. Anzi, la ringrazio per la domanda perché mi consente di ripercorrere la mia storia politica. Io nasco socialista: a 26 anni ero segretario del Psi di Biancavilla. Ho cominciato all’università, quasi vicino alla laurea. Mio padre, bracciante agricolo, era di tradizione socialista. Ai tempi della scuola, tra Rosa Luxemburg rivoluzionaria ed il revisionismo di Bernstein, mi sentivo più un moderato riformista…

Da Eduard Bernstein a Mario Cantarella come ci arriva?

Dopo il tracollo socialista, nel 1994 sostenemmo Pietro Manna e nei “Progressisti per Biancavilla” ci fu un nostro candidato (il geologo Placido Ventura). Poi, i gruppi di Rifondazione Comunista e dei socialisti entrarono in collisione con il sindaco Manna. Nel ’98 fui candidato alla Provincia come indipendente nella lista di Rc e appoggiai Giuseppe Furnari alle Amministrative. Alla fine del secondo mandato di Manna, nel 2003, coerenti con la linea di opposizione a quell’esperienza e, quindi, alla candidatura di Pippo Glorioso a sindaco, noi socialisti formammo una lista civica, collocandoci nello schieramento di Centrodestra che sosteneva Mario Cantarella.

Una lunga storia su cui possiamo aprire un’infinità di link.

Certo che è una storia lunga. Con Mario Cantarella c’era e c’è tutt’ora un rapporto di stima personale incredibile. Con lui sono stato assessore all’Urbanistica e ai Lavori pubblici per tre anni e mezzo. Un’esperienza molto prolifica.

Torniamo all’età contemporanea. Il vento politico in questa stagione soffia forte a destra e la sinistra deve fare tanto tanto gioco di recupero. Ogni sindaco uscente parte avvantaggiato e la sua maggioranza non ha perso pezzi, ma li ha pure acquisiti. E quindi, “chi te lo fa fare?”: quanti le hanno rivolto questa domanda?

Un sacco di persone, un sacco di volte. Tutti mi dicono “hai coraggio”, ma faccio una campagna di democrazia, lo ribadisco.

“Il coraggio di crederci” è il suo slogan. Non è casuale: sente la necessità di motivare le truppe.

Certo che sì. Sono convinto che a Biancavilla ci sia una maggioranza silenziosa di persone con l’intenzione di restare a casa, indifferente, o di accodarsi al cugino che si presenta. Invece è necessario porsi il problema di chi governerà per i prossimi cinque anni.

Dalla sua parte, oltre al Pd, quante liste avrà?

Oltre al Partito Democratico, ci sarà sicuramente la lista civica “Biancavilla che vogliamo”, nata da quegli incontri tematici che abbiamo organizzato. E poi vedremo quale sarà la posizione dei Cinque Stelle. Se riusciranno a fare una lista, mi auguro che vengano con me.

Perché i Cinque Stelle – nati a Biancavilla con una vocazione anti-Pd – dovrebbero accodarsi con la vostra parte, dove si trova intatto lo stesso gruppo dirigente degli anni passati?

A Biancavilla la scelta è tra la coalizione Bonanno, un “fritto misto”, accozzaglia, maggioranza variabile che dir si voglia, ed un fronte alternativo rappresentato dal nostro schieramento. Altrimenti rassegnarsi all’irrilevanza.

Ma la storia del Pd e dei 5s, a Biancavilla, è la storia di due universi paralleli. Come si cancellano fatti e percorsi, politici e personali, di radicale antagonismo? L’unico collante si riduce all’essere anti-Bonanno?

No, non è solo questo. Nel percorso di costruzione del nostro movimento civico ci siamo trovati a discutere con loro degli stessi temi e con le stesse posizioni. Non si può rimanere cristallizzati nella stesse posizioni. Il momento storico impone essere coalizzati contro questa destra. Grillo era quello del “vaffa” contro tutti, ma poi si è alleato.

Per un momento viaggiamo con la mente fino al 29 maggio: immaginiamo lei sul palchetto di piazza Roma a festeggiare la sua elezione. La vediamo in fascia tricolore: auguri per l’inaugurazione di una nuova stagione amministrativa. Immaginiamo ora lo scenario opposto: Bonanno vince e lei è chiamato a guidare l’opposizione. Può assumere, fin da adesso, l’impegno di garantire la sua presenza in aula, senza turnover, studiando le carte, avanzando controproposte e facendo le pulci a chi amministra?

Certamente sì. L’obiettivo minimo – se dovesse andare male la mia elezione a sindaco – è quello di ricostruire una opposizione a Biancavilla, che per motivi vari non c’è stata. E fare una politica seria e sana.

Ecco, appunto: l’opposizione a Bonanno è stata inesistente, non ha prodotto alcun atto di dissenso e di contrapposizione degno di nota, ha rinunciato persino a presentare emendamenti ai bilanci (cosa inaudita) e tra le sue fila ci sono consiglieri con l’Oscar del più alto assenteismo della storia consiliare. Le ho fatto un elenco oggettivo (e assai incompleto), non è un’opinione.

Sono stato il primo a dire che non c’era la voce dell’opposizione a Biancavilla. Dobbiamo dire, però, che da quando è subentrato in Consiglio Alfio Distefano le cose sono cambiate in termini di attivismo, di interrogazioni e mozioni presentate, di partecipazione alle sedute. Chi non l’ha fatto, forse avrà avuto propri impegni…

Al punto da assentarsi per buona parte delle sedute in cinque anni? Esiste l’istituto delle dimissioni.

La penso esattamente come lei, su questo non ho dubbi. Se io avessi impegni tali da non potere svolgere il mio mandato, mi dimetterei e lascerei spazio ad altri.

La questione “sicurezza” lei la mette in alto alle priorità. Con una coincidenza svizzera sia lei che Bonanno, nello stesso istante, avete chiesto l’intervento del prefetto. Da un esponente del Pd ci si aspetta tutt’altro approccio rispetto ai temi (ordine e sicurezza), tipici della narrazione di Fratelli d’Italia e Lega. O no?

Io penso che non siano valori di destra, ma rappresentino beni trasversali che appartengono a tutti. Dovremmo pensare, allora, che la mancanza di sicurezza in un paese amministrato dalla destra sia una contraddizione in termini.

Biancavilla paese insicuro oggi? I primi a sorprendersi sono stati i carabinieri, mostrando come il numero di reati, statistiche alla mano, sia calato vertiginosamente rispetto al recente passato. In anni non lontani, la mafia aveva ripreso a sparare in strada, i furti in abitazione avevano connotati da “arancia meccanica” e i bancomat venivano sradicati con assalti in stile “libico”. Accadeva nella #bellabiancavilla, senza nessuna forza politica a porre la “questione sicurezza”.

Sono impegnato in prima persona e oggi avverto tale “questione”, lanciando l’allarme. Se io e il sindaco, in modo del tutto casuale, nello stesso momento, ci siamo rivolti al prefetto come naturale interlocutore è perché c’è un’esigenza di un maggiore controllo del territorio. La “questione” che pongo io va al di là della “spaccata” ripetuta, subita da un negozio. È da tempo che parlo di una tematica che mi sta a cuore. Il problema vero è la giungla in cui si trova la città dopo una certa ora. Si tratta di un fenomeno legato alla vita notturna dei giovani.  

Le risse, la movida disordinata, l’inciviltà diffusa hanno attraversato tutti i colori delle Giunte comunali. Questioni politiche e amministrative, ma prima ancora sono questioni sociali che richiamano ad un dramma educativo, nel quale famiglie, scuole, parrocchie, oratori sono attori e non spettatori. Quale è la sua ricetta?

Il problema che noi abbiamo sviscerato parte proprio dalla povertà educativa dei giovani. Non si risolve tutto con un’ordinanza, ma con una serie di interventi che partano dalle scuole e dalle parrocchie per una vera sensibilizzazione. Ma a questa vanno aggiunti il controllo e la repressione. Dopo le 21, qui non c’è un’anima viva. E se si lascia un paese abbandonato a se stesso, è chiaro che questi fenomeni di inciviltà e violenza è più facile che si verifichino.

Quali interventi, in concreto, dunque?

La deterrenza è data dalla presenza dello Stato, in questo caso del Comune. Quando i carabinieri fanno i controlli, lo vediamo cosa esce fuori: gente senza patente, senza assicurazione. Se ci sono problemi di personale, si prendano vigili urbani “a scavalco” e si paga loro lo straordinario. Oppure si faccia una diversa organizzazione dei turni della polizia locale. Si faccia un’isola pedonale per alleggerire la pressione del centro storico nelle serate di maggiore afflusso. Prima o dopo, insomma, questo fenomeno bisogna regolamentarlo e quantomeno arginarlo perché ci sia un ambiente vivibile.

Ingiulla, ci indichi altri due pilastri portanti del suo programma.

Pulizia del territorio e manutenzione, che mancano del tutto. Mi sono fatto una passeggiata in via Vittorio Emanuele. Il salotto di Biancavilla fa schifo. La sporcizia che c’è è tanta. Strade piene di rifiuti e sudice: macchie di olio, di liquori, di vomito ovunque. Occorrerebbe fare rispettare gli obblighi contrattuali alla ditta. Se si leggono i contratti, la ditta dovrebbe tenere pulita la città, dallo spazzamento allo scerbamento, dai parchi al cimitero. È stata mai applicata una penale? Non credo. La spazzatrice, per ragioni legate all’amianto, non si usa. Oggi la pulizia è affidata alla buona volontà di un netturbino. Ma con scopa e ramazza si può pulire un paese? Perché non usare un’idropulitrice come accade al mercato di Catania? L’opposizione aveva tentato di fare questa proposta, ma i consiglieri non sono stati nemmeno degnati. Altro che destra, siamo di fronte ad un muro di gomma.

Manutenzione, altro capitolo. Altra passeggiata?

Sì, sono stato alla villa comunale. È tutto distrutto. Sapete perché? Perché la villa resta aperta giorno e notte. Non c’è un custode. Della scritta “I love Biancavilla” che era stata installata non c’è traccia. Ma la manutenzione non si riferisce solo alla villa. La mia idea è avere una squadra di manutentori capaci di un pronto intervento. Altro punto riguarda le telecamere per la videosorveglianza perché se non vigiliamo, tutto viene distrutto e possiamo spendere tutti i soldi che vogliamo. Inutilmente.

Volendo lanciare un guanto di sfida al sindaco Bonanno, su quale campo vorrebbe che avvenisse la disputa?

Un campo che mi appassiona particolarmente è legato alla mia formazione professionale: l’urbanistica. Sul Prg c’è un paradosso. Abbiamo fatto un piano nostro, come Comune di Biancavilla, che poi è stato bistrattato dalla Regione. Piuttosto che insorgere il Comune, è successo l’assurdo. Laddove i cittadini sono stati costretti a fare ricorso, il Comune di Biancavilla si è costituito contro, spendendo 30mila euro di avvocato per andare a difendere le ragioni di chi? Dell’assessorato regionale che aveva stravolto il nostro Prg!

Abbiamo sentito lei, sentiremo ovviamente anche Bonanno. Facciamo da staffetta: ponga lei la prima domanda dell’intervista al sindaco.

Visto che avete bocciato le proposte dell’opposizione, quali sono le iniziative concrete che intende adottare per arginare il fenomeno della “mala-movida”?

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Chiesa

La Collegiata, baricentro di potere e prestigio: la fondazione 280 anni fa

Padre Giosuè Messina: «Un’istituzione che custodisce una storia importante e arriva fino a oggi»

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Un traguardo storico per Biancavilla e per la Chiesa locale: il 26 settembre 2026 è il 280° anniversario dell’erezione della Collegiata. L’istituzione di un Capitolo di canonici rappresentò per l’epoca una vera e propria scossa di riscatto identitario. In una Sicilia dominata da rigide gerarchie e da un forte campanilismo, una Collegiata significava per una comunità uscire dall’ombra dell’insignificanza geopolitica. Un simbolo di maturità urbana. Un passaporto per il prestigio che permetteva a Biancavilla di sedere “a testa alta” accanto ai centri vicini. La Chiesa Matrice smetteva di essere solo un luogo di preghiera per trasformarsi in un vero baricentro di vita pubblica, un catalizzatore sociale capace di unire le spinte civili e quelle religiose.

Questa cruciale transizione storica è stata minuziosamente indagata da don Giosuè Messina, che per Nero su Bianco Edizioni ha dato alle stampe “La Collegiata di Biancavilla. Tre secoli di storia, trame e dispute ecclesiastiche”.

Don Giosuè, quali furono i motivi religiosi e sociali che portarono a questa fondazione?

Dalla lettura dei documenti d’archivio emerge come – diversamente dalla mentalità odierna – a volere l’istituzione della Collegiata siano stati gli amministratori locali. Le ragioni principali risiedevano nella volontà di soppiantare la prassi poco felice dell’elezione dei cappellani della Matrice, garantire una maggiore attenzione nella cura delle anime, far fronte all’aumento della popolazione e assicurare il decoro e il sostentamento dei chierici.

Il Capitolo fu un reale beneficio o solo uno strumento per affermare potere e prestigio?

La società del tempo, in particolare il ceto facoltoso dei primi anni del ‘700, desiderava che la propria Matrice ospitasse un capitolo di canonici. I paesi vicini, infatti, ne avevano già uno nelle loro chiese maggiori, come Paternò nella prestigiosa chiesa di Santa Maria dell’Alto (1670) e Adrano nell’antica chiesa di Santa Maria Assunta (1690), entrambi edifici costruiti in epoca normanna. Inizialmente il vescovo Andrea Riggio aveva accolto l’idea, ma le tensioni socio-politiche con il signore della ducea di Montalto resero vano il progetto.

Si dovrà poi attendere il 1746 per l’istituzione, avvenuta con decreto del vescovo Pietro Galletti.

L’erezione della Collegiata di Biancavilla fu merito del canonico Paolo Biondi, biancavillese appartenente al capitolo paternese, e del dottor Placido Piccione. I due seppero gestire il progetto mettendo d’accordo le parti civili e religiose, dando decoro alle celebrazioni e dignità economica ai sacerdoti. A quel tempo, questa istituzione rappresentò la risoluzione dei problemi precedenti e una prima intuizione del concetto di “parrocchia”, che si realizzerà pienamente solo nel 1920.

Come si è evoluta la Collegiata nel corso di questi tre secoli?

Ciò che ha cambiato profondamente il Capitolo è stato proprio l’evolversi del concetto di parrocchia. Nel decreto del vescovo Pietro Galletti si evidenziava che il numero dei canonici era di 12 e che tutti avevano la cura delle anime. Di fatto, l’intero corpo capitolare fungeva da parroco. Questo provvedimento strideva, però, con le norme del Concilio di Trento, secondo cui il parroco doveva essere unico e scelto tramite concorso. Per tale ragione, il prevosto Filippo Cocina nel 1750 impugnò tale diritto, ma l’atto di Transazione del 7 luglio 1752, per quietare gli animi, sospese il concorso per la prepositura di Biancavilla.

E quindi come si superò questa anomalia?

Tale anomalia fu sollevata successivamente dai vescovi Salvatore Ventimiglia e Giuseppe Benedetto Dusmet, e infine dal cardinale Giuseppe Francica Nava. Quest’ultimo pose fine all’antico privilegio, erigendo ufficialmente la parrocchia il 20 agosto 1920.

Veniamo ai giorni nostri. Quali sono i ruoli, le funzioni e gli impegni della Collegiata per la città?

Oggi la Collegiata di Biancavilla custodisce una storia importante, il decoro della liturgia e i luoghi simbolo di questa antica istituzione. Il Capitolo continua a svolgere una funzione fondamentale all’interno della comunità, sia a livello ecclesiale che sociale. Attualmente, l’unica figura che viene nominata tra i canonici è il prevosto, carica che coincide sempre con il parroco della Basilica, mentre rimangono vacanti le dignità di cantore, tesoriere e decano.

Peraltro, i membri della Collegiata sono quasi tutti parroci.

Sì, gran parte degli altri membri del Capitolo sono a loro volta parroci in città o in altre zone della diocesi. L’impegno dei canonici per la nostra città si esprime concretamente nella cura d’anime quotidiana e nella presenza attiva sul territorio. Si riuniscono nei momenti comunitari per le principali celebrazioni cittadine e per gli incontri di coordinamento pastorale, traducendo l’antica tradizione in un servizio vivo per il territorio.

In un’epoca caratterizzata dalla presenza capillare delle parrocchie nei quartieri, ha ancora senso la presenza della Collegiata in una comunità?

La presenza della Collegiata ha pienamente senso anche oggi, perché non si sovrappone al lavoro delle singole parrocchie, ma ne completa e arricchisce la missione. Se le parrocchie rispondono alla frammentazione e alla cura capillare dei quartieri, la Collegiata rappresenta il principio opposto: l’unità, la coralità e la memoria storica.

Dunque, un’istituzione che testimonia ancora, dopo quasi tre secoli, la comunione del clero locale.

In un’epoca in cui i sacerdoti rischiano l’isolamento a causa dei troppi impegni, il Capitolo offre uno spazio d’incontro e di preghiera comune, manifestando visibilmente la comunione del clero locale e l’appartenenza all’unico presbiterio diocesano. Inoltre, garantisce momenti forti di preghiera corale e liturgica tra i sacerdoti e il popolo a nome di tutta la città. In sintesi, mentre le parrocchie agiscono capillarmente tra le case, la Collegiata ricorda a tutti che siamo membra di un solo corpo unito.

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Chiesa

Padre Verzì lascia Biancavilla: «San Salvatore, un laboratorio di grazia»

Il parroco della trasformazione sociale: la chiesa-garage di “Spartiviale”, da periferia a comunità

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Un nuovo incarico 25 anni dopo. A distanza di un quarto di secolo, giunto al suo terzo mandato alla guida della parrocchia “San Salvatore” di Biancavilla, padre Salvatore Verzì ha avuto dal vescovo la nuova destinazione nella parrocchia “Sant’Agata” di Bronte. Per il sacerdote di “Spartiviale” (quartiere che nella parrocchia ha costruito la sua identità, scrollandosi di dosso l’etichetta di periferia), sono giorni di emozioni, saluti, rievocazioni di ricordi e bilanci di un lungo percorso di vita e comunitario.

Ci avviciniamo al giorno della partenza da Biancavilla. Come vive questo momento, padre Salvatore?

Nella Chiesa non ci sono arrivi o partenze: c’è un flusso, un movimento silenzioso in cui lo Spirito Santo conduce dove il cuore non avrebbe mai pensato di andare. Ho accolto tutto con obbedienza, perché ho imparato che nell’obbedienza c’è la pace: non la pace che viene dalle cose che capiamo, ma quella che nasce dal lasciarsi portare.

La sua nomina a Bronte significa, comunque, un ritorno in quella parte di diocesi in cui è già stato.

La nomina nella parrocchia di Sant’Agata è stata per me una sorpresa di Dio: non immaginavo di tornare a Bronte dopo ventisette anni. Lasciai Bronte giovane, vi ritorno maturo, con un cuore che ha visto la fedeltà di Dio. Sentivo che un tempo nuovo stava per aprirsi, ma non pensavo che la strada sarebbe tornata a incrociare quella terra. Mentre mi veniva fatta la proposta, ho percepito che Dio mi chiedeva di lasciare e di andare, come Abramo: senza sapere tutto, ma sapendo che Lui è fedele. Il mio “sì” è stato pieno.

A “San Salvatore” resta un pezzo del suo cuore. Un periodo lungo che riguarda la parrocchia, ma anche l’intero quartiere a cui la chiesa fa riferimento.

“San Salvatore” è stato un laboratorio di grazia. Un quartiere periferico, una chiesa-garage, un popolo che stava nascendo. E Dio ha fatto ciò che solo Lui può fare: ha trasformato la fragilità in identità, la dispersione in comunità, la periferia in casa. C’è un canto che dice: “Guarda cosa fa Dio quando tu gli dici di sì”. È vero: quando il “sì” è sincero, Dio realizza i suoi sogni dentro la storia degli uomini. E la cosa più bella è che Dio non crea senza l’uomo: anche con chi dice “ni”, anche con chi ha paura, anche con chi non è pronto. Ha creato un popolo, una comunità, un uomo più umano e quindi più cristiano. “San Salvatore” non è più “Spartiviale”: è un nome, un volto, una storia.

“Spartiviale”, quartiere che era considerato quasi un’appendice di Biancavilla. Lei è testimone e artefice di una trasformazione sociale.

Dove nasce una chiesa, nasce umanità. E qui ce n’è tanta, tanta, tanta e tanta ancora da far crescere. Abbiamo camminato insieme: popolo e pastore. Da soli non nasce nulla. Insieme, invece, Dio compie meraviglie.

Quale messaggio lascia ai suoi parrocchiani?

Vi ho voluto bene con verità. Una verità che a volte è costata, ma che ribadirei mille volte, perché la verità è la forma dell’amore. Magari aggiustando i modi, sì… ma non il cuore. Vi chiedo una cosa sola: amate il nuovo pastore che Dio ha pensato per voi. Accoglietelo, sostenetelo, camminate con lui. Popolo e pastore insieme: così la storia diventa benedetta. Io non voglio essere un’ombra nella vostra parrocchia: voglio essere luce a Sant’Agata, e che don Nicola sia luce a San Salvatore. Così Dio potrà continuare a scrivere la sua storia.

Don Nicolò Coco si appresta ad aprire lui ogni mattina le porte della chiesa di San Salvatore. Con il passaggio delle chiavi, quale patrimonio comunitario e affettivo gli consegnerà?

Dio benedica don Nicola e il popolo di San Salvatore. Gli ho parlato come si parla a un fratello: “Don Nicolò, aiutiamoci. Aiutami quando avrò la tentazione di guardare indietro. Siamo umani, e non voglio che nessuna ombra resti nel mio cuore o nella tua comunità. Io lascio San Salvatore e voglio lasciare solo luce”. Consegno dopo venticinque anni la parrocchia di San Salvatore al popolo che l’ha fatta crescere.

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