Connettiti con

Detto tra blog

Quegli atti vandalici che allontanano l’integrazione delle persone disabili

Pubblicato

il

banner-detto-tra-blog

di CARMELO MAZZAGLIA

Uno dei nemici per l’integrazione delle persone con disabilità è il fenomeno del “vandalismo”: danni o distruzione verso beni altrui, materiali e non, per puro divertimento o incuria.

È uno dei fenomeni diffusi nel nostro paese e, come raccontato da Biancavilla Oggi, l’esempio più recente è la vandalizzazione, in piazza Don Bosco, delle “casette” in legno che sono state destinate dal “Gal Etna” a mercatino agroalimentare e che sono state distrutte due volte in pochi mesi.

Gesti vandalici che rendono difficile la costruzione di nuove strutture d’integrazione come parchi giochi, ascensori e altro e lo sviluppo del paese. E in più inducono al pensiero che progettare sia inutile perché tanto, poi, verrà distrutto ciò che è stato costruito. La conseguenza? Evitare la costruzione di beni, senza la quale non c’è integrazione. E se non c’è integrazione si determina emarginazione.

È necessario intervenire su questo fenomeno perché è un nemico per la popolazione: invece di aiutarla crescere, la fa regredire.

È giusto che questi reati vengano puniti, in modo che questa cultura sbandata venga allontanata dal pensiero comune, facendo in modo da permettere lo sviluppo del paese, che comprende quello dell’integrazione delle persone con disabilità attraverso la costruzione di nuove strutture d’integrazione.

Potrebbero essere utili telecamere di sorveglianza o altre misure di sicurezza nelle cose costruite per vedere chi compie questo genere di atti nocivi per la società: è interesse comune per tutti i cittadini.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicità
Fai clic per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Detto tra blog

Un maschilismo arcaico duro a morire: basta sfogliare l’albo degli scrutatori

Accade ancora nel 2022: i nominativi delle donne sposate, accostati al cognome dei mariti

Pubblicato

il

In attesa della consultazione referendaria del 12 giugno, scorrendo l’albo degli scrutatori del Comune di Biancavilla, mi sono accorta che le donne sono identificate mediante nome, cognome e… il cognome del marito. Anzi, peggio, sono esattamente identificate nella forma: Anna Rossi IN Verdi.

Ebbene sì, nell’epoca in cui in Italia finalmente è intervenuta la Corte costituzionale sul doppio cognome, a Biancavilla (certamente come altrove) si sente ancora la necessità di identificare l’appartenenza della donna a un uomo. Ciò, in barba a quanto già da oltre 60 anni ha statuito la Corte di Cassazione. La norma del Codice Civile prevede che il cognome del marito vada aggiunto a quello della moglie quale un diritto della donna, non per obbligo.

Pertanto, non essendo previsto alcun automatismo e volendo, per logica, escludere che tutte le donne di Biancavilla abbiano chiesto l’aggiunta del cognome del marito al proprio, devo concludere che siamo tristemente alle solite.

Infatti, a prescindere dal dato normativo e/o dall’eventuale impostazione tecnica del software utilizzato dal Comune di Biancavilla (e da altri Comuni, come presumo che sia), trovo tutto ciò arcaico, gretto, maschilista e sessista. E non posso che leggerlo come un rimando ad una subcultura sociale degli anni che furono, che fatica a cambiare.

Ipocrisie e subcultura patriarcale

L’importante, però, è che il 25 novembre e l’8 marzo si parli a sproposito di parità di genere, di uguaglianza di diritti. E si urli a gran voce “No alla violenza sulle donne”. Ed ancora più importante è che se ne parli durante le campagne elettorali. L’argomento “donne” è noiosamente utilizzato per acchiappare voti da parte di uomini e di donne che, di fatto, parliamoci chiaro, non sanno neanche quello che dicono.

La nostra ipocrita società non si rende conto che la mentalità e la subcultura maschilista e patriarcale imperanti nel nostro Paese abbiano origine in primis negli stereotipi di genere e familiari che noi stessi alimentiamo. Ne è un esempio l’identificazione della donna con l’aggiunta del cognome del marito. Oppure con l’utilizzo dell’odiosissima espressione “capo famiglia”. O ancora, con l’utilizzo in numerosi moduli di Istituzioni pubbliche (anche scuole!) dell’arcaica definizione di “patria potestà” in luogo della definizione corretta “responsabilità genitoriale”.

C’è da piangere. E c’è ancor più da piangere a pensare che, puntualmente, si debbano sollevare questi argomenti tramite Biancavilla Oggi, unica testata che abbia questa sensibilità. Possibile che nessuno dei politici (donne e uomini) di Biancavilla ed esponenti della cosiddetta società civile se ne siano accorti? Possibile che l’utilizzo di Anna Rossi IN Verdi non abbia disturbato nessuno? È mai possibile? A Biancavilla, sì. Possibilissimo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Continua a leggere

I più letti

Nel rispetto dei lettori e a garanzia della propria indipendenza, questa testata giornalistica non chiede e rifiuta finanziamenti, contributi, sponsorizzazioni, patrocini onerosi da parte del Comune di Biancavilla, di forze politiche e soggetti locali con ruoli di rappresentanza istituzionale o ad essi riconducibili