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Cultura

Gerardo Sangiorgio, uomo giusto tra i giusti di fronte al male assoluto

Nella “Giornata della memoria”, il nostro omaggio al biancavillese sopravvissuto ai lager nazisti

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Se c’è uno studioso che più di ogni altro ha sondato le vicende umane, lo spessore intellettuale, la produzione poetico-letteraria di Gerardo Sangiorgio, questi è Salvatore Borzì. Per Nero su Bianco Edizioni, Borzì ha pubblicato due volumi.

Il primo è “Internato n. 102883/IIA. La cattedra di dolore di Gerardo Sangiorgio“, uscito nel 2019 con prefazione di Nicolò Mineo, ex preside della Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania. Il secondo, dato alle stampe nel 2020, è “Una vita ancora più bella. La guerra, l’8 Settembre, i lager“, che raccoglie lettere e memorie di Sangiorgio del periodo 1941-1945 con prefazione di Francesco Benigno, storico e docente presso la Scuola Normale superiore di Pisa.

Due volumi di cui “Nero su Bianco” (la stessa casa editrice di Biancavilla Oggi) va particolarmente orgogliosa. In essi sono riportati anche brevi contributi dedicati a Gerardo Sangiorgio da parte di Liliana Segre, Erri De Luca, Massimo Cacciari, Luciano Canfora, Giulio Ferroni, Giuseppe Galasso, Claudio Magris, Franco Marcoaldi, Enrico Nistri, Massimo Recalcati, Luca Serianni e Salvatore Settis.

In questa “Giornata della memoria”, vogliamo ancora una volta ricordare Gerardo Sangiorgio (di cui ricorre il prossimo maggio il centenario della nascita), attraverso un altro preziosissimo contributo del suo biografo. Una lettera ideale, che trasuda ammirazione per quel “NO” al fascismo e un’intera vita dedicata a promuovere gli ideali di libertà e giustizia.

Caro Gerardo,

sei stato un uomo giusto. Giusto fra i giusti. Perché hai trovato, in un tempo tragico per la vita tua e della Patria, il coraggio di non abbassare mai lo sguardo davanti all’orrore nella forza dei valori di libertà e giustizia che ti urlavano dentro, non chiedendo altro se non di prendere forma in scelte di vita, in testimonianza di nobili azioni. Valori che fanno l’uomo orgoglioso di essere uomo. Uomo con tutta intera la ricchezza dei suoi sogni, delle sue altezze e delle sue voragini, con tutta la sua luce.   

E di sogni, Gerardo, ne avevi tanti da realizzare. Primo quello di diventare docente di Lettere. Ti sei iscritto a questa Facoltà dopo aver conseguito a pieni voti la maturità classica nell’anno scolastico 1939/40 al Liceo “Giovanni Verga” di Adrano. Volevi dare forma ai valori di libertà e giustizia, educando legioni di giovani al Bello e al Vero attraverso la letteratura.

Ma il duce in quel terribile 10 giugno 1940 urlava ad una folla in delirio l’ingresso in guerra a fianco dell’alleato germanico. E nazista. Prometteva gloria e grandezza. Ovazioni che di certo ritenevi assurde, perché la guerra non può dare gloria né grandezza, ma avrebbe strappato a tanti giovani come te tutti i sogni.

Sei stato costretto ad arruolarti come volontario (a che punto arrivano le menzogne delle dittature!) al Servizio militare a Piacenza. Poi il fronte di Grecia. La nevrosi cardiaca ti ricondusse a Piacenza. Dal 1 settembre 1943 ti accolse la Scuola di Applicazione Fanteria di Parma. Qui ti raggiunse la notizia della firma dell’armistizio. Urla di gioia, festa, abbracci: illusione che la guerra fosse finalmente finita. Ma così non era. Ben altri orrori erano in attesa di spalancarsi sull’umanità.

La notte fra l’8 e il 9 settembre si svelò l’inganno: la caserma fu assalita dai tedeschi, i soldati tutti arrestati. Anche tu, Gerardo. La storia ti guardò dritto in volto con gli occhi disumani della barbarie, ti parlò con un gracchiante “Raus, raus” che ti rimbomberà nelle orecchie per il resto dei tuoi giorni. Ti pose davanti ad una scelta, una di quelle radicali, che non ammettono compromessi, mediazione, rinvii: aver salva la vita in cambio del giuramento di fedeltà alla barbarie o, in caso di rifiuto, l’inferno dei Lager nazisti.

Avevi solo ventidue anni (sei nato un secolo fa, il 20 maggio 1921). Ma non avesti esitazione alcuna: hai trovato la forza di urlare al barbaro fascista il tuo deciso “NO” nell’orgoglio di chi conosce l’inganno e vuole combatterlo, costi quel che costi, con forza di Verità. Quella che sola può nascere dalla certezza che ogni uomo custodisce in sé valore di dignità per il solo fatto di essere uomo, ebreo, omosessuale, disabile non fa differenza alcuna. Perché la vita non è nella disponibilità di nessuno, essendo ogni uomo valore, fine, mai mezzo per la realizzazione di un’ideologia. Figurarsi poi di una barbara come quella nazifascista.

Nella forza di questa verità hai trovato il coraggio di affrontarlo l’inferno, di non crollare mai sotto il peso di un disumano carico di orrore e dolore, di cui ci hai lasciato testimonianza nelle Memorie di prigionia, pagine che la disumanità senza senso della tua sofferenza rende toccanti fino alla commozione e che proprio il dolore sa trasformare in letteratura. La sola che di tutto quel dolore sa trovare un senso, se un senso c’è.

Di certo, pieno di senso è il tuo “NO”, il senso dell’uomo giusto, che sente il dovere di difendere la patria da disumanità e orrore per nobilitarla col sangue del proprio sacrificio in nome di libertà e giustizia, mentre il Re l’abbandonava alla barbarie. Egoisticamente. Irresponsabilmente.

In seguito a quel “NO”, continui, ebbe inizio il viaggio verso l’inferno. Caricato su vagoni piombati «come merce comune identificata solo da un numero», «vagoni sigillati, che stipavano carne che già cessava di essere umana; poi ancora i lager di eliminazione per i “traditori”». Traditori solo per aver «imbracciato le armi contro i soldati del Grande Reich» in difesa della patria dalla barbarie. E per questo degni di subire «il diabolico perpetrato snaturamento dell’essere umano».

Naubranderburg bei Neusterlitz, Bonn am Rhein, Düisdorf. Lager in cui l’oltraggio ad umana dignità si consumava in turni massacranti di un lavoro senza senso, dure punizioni per un niente, così, solo per il gusto di vedere il dolore prendere forma in un viso tumefatto senza un motivo, in denti spezzati senza un perché. Chiazze di sangue sul pavimento delle baracche solo per godere del terrore in uno sguardo implorante, invano, pietà per rivendicare anche solo un piccolo frammento di dignità. E poi le bombe sganciate dagli aerei delle forze alleate. Ai tuoi occhi bombe di libertà dall’orrore. Paradossalmente. Dovevi allora fuggire, sfidare la disumanità di un vile nazista che pistola in pugno ti impediva di entrare in più sicuro riparo, perché per lui tu non eri nulla. Potevi anche morire lacerato da una bomba o congelato, al freddo, con la schiena che volesti poggiare sulla neve per condividere con i compagni uno spazio troppo piccolo per riposare un po’.

E non cedesti mai, sempre «incurante dei mille volti della morte nei lager», neppure quando, per l’ennesima volta, ti fu offerta la libertà, «ma sotto condizione di rinnegare la nostra ansia di dare vita a una Nazione libera e civile». Ma tutte le volte tu e altri con te urlaste a squarciagola «unanimemente: “NO!”».

Non cedesti neppure quando ti costringevano a mentire nelle lettere che ti consentivano di mandare ai tuoi. Non so immaginare quanta sofferenza ti costò scrivere parole come queste: «il mio morale è elevato» (10-11-1943). Persino «io, vi ripeto, sto benissimo; anzi tanti mi dicono che mi sono ingrassato», e «il lavoro è diventato per me un caro compagno ed in esso trovo soddisfazione e forza spirituale e materiale per superare questo periodo di nostra separazione» (09-01-1944). «Salute e morale stanno benissimo» (06-08-1944). Anche questo è un volto di disumanità: costringere alla menzogna per nascondere l’orrore e divenirne, in un certo senso, complici. E col mezzo più nobile per l’uomo, che lo rende unico: la parola.

L’amore per la famiglia fu tua ancora di salvezza per non affogare, caro compagno, scrivi in alcune lettere, il continuo bisogno di scaldarti il cuore con «la santità della famiglia ed il dovere della riconoscenza verso Coloro cui tutto debbo» (12-10-1942), il tuo sognare «quel dolce giorno, che ci vedrà uniti» (13-8-1944) per cominciare «una vita più bella di prima, più bella ancora perché frutto della prova» (6-8-1944). 

Ma tua vera forza era sentirti sempre dentro la luce della fede, che ti ha lasciato in dono tua madre Assunta, in quel Dio che è Amore e che ti fu accanto sempre, ma specialmente, oso pensare (mi perdonerai la presunzione), quando scopristi di pesare quaranta chili e 800 grammi. Per quelle menti folli questi pochi grammi ti rendevano ancora abile al lavoro, e dunque, seppur per poco, degno di vivere. Il sottile confine fra vita e morte. Era il 24 dicembre 1944. Gesù nacque per te in quella terribile notte di Natale che trascorresti in compagnia della morte. La vedevi lì sdraiata accanto, in mano la falce che a breve si sarebbe abbattuta sulla tua innocenza. La guardavi, ma senza averne paura: l’uomo di fede non la teme la morte, perché lo affida alle braccia misericordiose di Dio. Semmai avevi terrore del modo disumano, spietato con cui ti sarebbe stata inflitta. È umano, comprensibile. Non so quali pensieri, quante preghiere ti si affollavano in cuore. Ma di certo sentivi Dio scaldarti col calore del suo Amore. Mai ti avrebbe abbandonato. E Dio non tardò a rivelarsi: il giorno dopo, giorno di Natale, le truppe americane liberarono il campo. Ai tuoi occhi erano «ciechi strumenti della Provvidenza», venuti a strappare «a una vita di stenti, di fame, di freddo, di lavoro massacrante, alcuni poveri infelici che, mercé l’opera loro, sarebbero tornati a cibarsi come uomini, a ripararsi convenientemente dal freddo, ad abitare case, a inserirsi nell’umano consorzio come tutti gli uomini civili, con una dignità e un lavoro da esseri umani e, soprattutto, non più schiavi di alcuno».

E la fede ti salvò anche quando ritornasti a vivere uomo fra gli uomini e ti diede la forza di riprenderti la vita, di realizzare tutti i tuoi sogni, di districarti fra tanti dolori, di vivere con la forza dell’amore, libero dall’odio verso il nemico, per il quale non hai sentito altro che compassione e pietà fino alla fine dei tuoi giorni. La fede ti permise di trasformare tutto quel dolore in amore, perché nel dolore hai saputo rivivere le stesse sofferenze di Cristo e, sul Suo esempio, trasformarlo in salvezza per te e gli altri. Perché l’amore salva sempre e nobilita ogni azione. Sei riuscito a vincere il dolore perché sapevi che l’unico modo per sconfiggerlo è riuscire a dargli un senso. Nessuna vittoria contro la barbarie può essere più nobile di questa.

E di questo amore tutta la tua vita è stata testimonianza, perché per te la vita è sete di amore, ma di amore vero, riflesso di quello incommensurabile di Dio. Ne sono prova il tuo impegno a favore degli ultimi, l’insegnamento, da te considerato missione d’amore, il modo in cui sei stato marito di una donna speciale, Maria, e padre di Placido e Rita. Amore anima anche le tue opere: i versi (La pietra polita del mare, Cuore che narra, Cielo e innocenza, Dal cielo meco tu torni a piangere. Poesie religiose. La prima ha avuto l’onore del premio “Stella d’Italia” nel 1971), che sono un solo inno all’amore per Dio, per Maria, per tua madre, in una parola all’amore per la vita; i racconti e i saggi sulla storia di Biancavilla alla riscoperta della memoria, in cui trovavi l’orgoglio di appartenere ad una comunità piccola, ma grande per la tua stessa sete di libertà, manifestatasi nella rivolta del 23 dicembre 1923, solo dopo un anno dalla marcia su Roma, contro i soprusi del regime; gli acuti saggi su Manzoni, Leopardi, Gozzano, il tuo concittadino Antonio Bruno e altri, su cui hai dato visioni innovative rispetto alla critica “ufficiale” del tuo tempo.

Vita piena d’amore la tua, caro Gerardo. Ma troppo presto ci hai lasciato in quel terribile 4 marzo 1993, portato via veluti prati / ultimi flos (Catullo, Carme 11). Sei passato come un sogno a ricordarci che l’uomo non è ombra di un sogno, come scrisse l’antico poeta greco Pindaro (Pitica VIII), ma la forza di un sogno, della speranza che un mondo diverso è sempre possibile. Per questo sogno, per tale speranza hai offerto la tua vita in olocausto, l’unico vero, perché non degrada l’uomo che è in noi in disumanità, ma lo esalta con la forza dell’amore e della testimonianza, nella quale, come i grandi uomini, continui a vivere. Testimonianza di amore per la straordinaria avventura che è la vita, nonostante il peso del dolore di cui ti ha caricato le spalle. Dolore con cui hai contribuito a consegnarci una patria in cui godere di «liberi istituti, suffragio universale, partecipazione di tutti alla cosa pubblica, libertà di riunioni, libera parola, in breve, democrazia». Lo hai ricordato un giorno agli alunni della Scuola media “Luigi Sturzo” di Biancavilla, commemorando il giorno della Liberazione. Non sono affatto doni gratuiti, dicesti, ma frutto di conquista e del sacrificio di tanti eroi come te. Beni preziosi, ma delicati come «fiori di serra», bisognosi di tante cure. «Che non abbiate la sciagura che vadano perduti! Difendeteli come la pupilla dei vostri occhi», ammonivi contro gli esasperati nazionalismi, ai quali hai ricordato che «al di sopra della patria egoisticamente intesa – una patria che non tiene conto delle altre patrie – c’è una legge morale, una umanità, una civiltà». È tutto qui, in fondo, il significato vero di umanesimo.

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Cultura

“U viaggiu a Sant’Affiu”, l’umanità e la devozione di un pellegrinaggio etneo

Biancavilla e il legame secolare (in una dimensione domestica) con i fratelli martiri celebrati a Trecastagni

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© Foto Biancavilla Oggi

Ogni anno, tra il 9 e il 10 maggio, lungo le strade che collegano i paesi etnei, si rinnova un fenomeno che sfugge alle categorie riduttive della semplice tradizione folklorica. U viaggiu a sant’Affiu è un dispositivo complesso, in cui si intrecciano dimensioni antropologiche, sociali e psicologiche. È qualcosa di antico e profondo, che appartiene al bisogno umano di ritrovarsi, di condividere una speranza, di dare significato al dolore, alla fatica e perfino alla gioia.

A Biancavilla la devozione per i santi Alfio, Filadelfo e Cirino non si manifesta attraverso una grande festa pubblica. Vive piuttosto in una dimensione più raccolta: nelle memorie familiari e nei racconti tramandati tra generazioni. Una fede silenziosa e domestica che ogni anno riemerge con i pellegrini diretti verso Trecastagni.

Il tempo sospeso della festa

Ogni festa popolare autentica custodisce aspetti che vanno oltre il calendario liturgico. È una sospensione del tempo ordinario che rompe la routine quotidiana e restituisce alla comunità uno spazio simbolico in cui riconoscersi. È un momento in cui l’essere umano smette di essere soltanto individuo e torna a sentirsi parte di una storia comune.

Non è un caso che molte delle più importanti feste del Mediterraneo coincidano con la primavera. Maggio è da sempre il mese del passaggio e della rinascita: la terra cambia colore, i giorni si allungano, la natura torna fertile. Anche i riti religiosi continuano a custodire questa simbologia del ritorno alla vita. Le processioni, i pellegrinaggi, i riti rappresentano l’esigenza di uscire dall’isolamento, attraversare una soglia, sentirsi parte di qualcosa che supera il destino del singolo.

Il pellegrinaggio, esperienza collettiva

È dentro questa cornice che si comprende davvero il significato del pellegrinaggio verso il santuario dei Santi Martiri a Trecastagni. Il corpo diventa protagonista assoluto del rito. Camminare per chilometri, spesso scalzi, correre, gridare la propria preghiera, portare il peso di un cero votivo — e con esso il peso di un dolore, di una paura o semplicemente di richiesta — significa trasformare la sofferenza fisica in linguaggio simbolico. Il sacrificio diventa allora una forma arcaica e potentissima di comunicazione con il divino: una invocazione pronunciata con tutto il corpo.

Il pellegrinaggio, inoltre, costruisce comunità. Le distanze tra Adrano, Paternò, Belpasso, Nicolosi e gli altri centri etnei sembrano accorciarsi fino quasi a scomparire. I flussi di persone convergono e si mescolano; per alcune ore le differenze sociali, economiche e generazionali perdono importanza. Si è parte di un unico popolo in cammino.

Anche Biancavilla custodisce da secoli questo legame con i tre santi martiri. Il culto si radicò profondamente nel territorio soprattutto dopo le grandi catastrofi del Seicento, quando la devozione popolare cercò nella protezione celeste una risposta collettiva alla fragilità dell’esistenza.

La fede silenziosa di persone comuni

Eppure la fede, talvolta, si manifesta nelle forme più silenziose — ed è forse proprio lì che rivela il suo volto più autentico. A Biancavilla, ogni anno nei giorni della festa, un uomo sceglie un angolo del paese — una piazza o lo spazio antistante di una chiesa — da cui passano i pellegrini diretti al santuario. Davanti a sé allestisce una piccola edicola improvvisata: un’immagine dei tre santi sopra un banchetto, due fiori, un lumino acceso. Accanto, una radio a batterie da cui escono, senza un ordine preciso, canti sacri alternati a tarantelle siciliane.

In quella presenza fragile e discreta sembra condensarsi una delle forme più profonde della religiosità popolare siciliana. È conosciuto da tutti: uno di quelli che il paese protegge quasi istintivamente, riconoscendone la purezza umana prima ancora della devozione. La sua presenza accompagna e quasi custodisce il passaggio dei pellegrini.

Gli ex voto e il bisogno umano di speranza

Anche la dimensione psicologica della fede nasce spesso da una frattura: una malattia, un incidente, una perdita, un desiderio che appare irraggiungibile. A prummisioni — un cero, un mazzo di fiori, il sacrificio del cammino — diventa allora una risposta possibile all’incertezza dell’esistenza. Non elimina il dolore, ma gli attribuisce un significato; non cancella la paura, ma permette di attraversarla. È ciò che raccontano, in modo straordinariamente concreto, gli ex voto conservati nel santuario: vere narrazioni visive di dolore, di aiuto e salvezza.

Tra questi, in un angolo quasi nascosto, abbiamo notato un dipinto chmostra un carretto siciliano ribaltato e una famiglia schiacciata sotto il suo peso — una donna e i suoi tre figli — mentre un uomo tenta disperatamente di soccorrerli. In alto, sospesa tra cielo e terra, appare la protezione dei santi. La scritta è essenziale: «Miracolo concesso a Merlo Giuseppe e famiglia nel giugno del 1945 nei pressi di Biancavilla».

Il quadro racconta uno squarcio della Sicilia etnea di oltre ottanta anni fa: una terra che usciva dalle ferite della guerra, percorsa dalla povertà, dal lavoro nei campi e da una quotidianità fatta di sacrifici. Il carretto non era soltanto un elemento della tradizione popolare, ma il simbolo concreto di un mondo contadino in cui la fatica e il rischio accompagnavano ogni giornata.

Un dettaglio rende l’opera ancora più preziosa: la firma del pittore, Leotta da Paternò. Le pennellate rapide ma incisive lasciano intravedere, ai piedi dell’Etna, il profilo rarefatto ma riconoscibile della nostra Biancavilla.

Quell’immagine, assieme a tante altre, è la rappresentazione concreta di un’esperienza universale: la necessità di dare ordine al dolore di un evento accidentale, di riconoscere una presenza salvifica dopo la paura.

Un cammino che continua ancora oggi

Forse è anche per questo che, ancora oggi, la festa dei santi Alfio, Filadelfo e Cirino continua a parlare alle nuove generazioni. Perché prima ancora di essere un evento religioso, resta un’esperienza profondamente umana: un momento in cui il dolore individuale incontra la memoria collettiva, in cui il cammino diventa metafora dell’esistenza e il bisogno di rinascita si intreccia simbolicamente con la primavera.

E mentre i pellegrini continuano a percorrere le strade verso il santuario, la festa continua a compiere il suo miracolo più silenzioso: ricordare che nessuno cammina davvero da solo.

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Cultura

”A Paci”, un palcoscenico di fede e tradizione, emozioni e coesione sociale

Un evento in cui si intrecciano teologia cristiana, ritualità popolare e meccanismi socio-psicologici

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Le tradizioni pasquali di Biancavilla compongono un linguaggio simbolico ricco e stratificato. Teologia cristiana, ritualità popolare siciliana, meccanismi psicologici dell’attesa e dinamiche socioculturali si intrecciano, dando vita a un’esperienza collettiva che celebra la rinascita in tutte le sue dimensioni.

La Pasqua qui è festa, ma anche teatro, psicologia e vita comunitaria che si incontrano tra piazze, chiese e case. Ogni gesto, ogni dolce, ogni abito nuovo diventa un ponte tra passato e presente, trasformando la celebrazione in un rito di rinnovamento collettivo che unisce fede e tradizione.

A cascata da’ tila: lo stupore della rivelazione

Fino agli anni ’60, a Biancavilla il momento più atteso cadeva a mezzogiorno del Sabato Santo. In Chiesa Madre, al suono delle campane, avveniva la Resurrezione e, all’improvviso, cascava a tila: il grande drappo che celava il Cristo Risorto.

Non era solo un gesto liturgico: dal modo in cui il telo scendeva si traevano auspici per l’annata agricola, segno del legame profondo tra fede e vita quotidiana.

Il rito affonda le radici nella tradizione medievale del velare le immagini sacre durante la Quaresima, simbolo di attesa e lutto. Lo svelamento rappresenta invece la rivelazione e la vittoria della vita sulla morte: un meccanismo universale, fatto di sospensione e sorpresa, che culmina in un momento di forte impatto emotivo.

Oggi la tradizione è stata recuperata in diverse parrocchie biancavillesi (ultima Santa Maria dell’Idria), e continua a emozionare. La caduta improvvisa del drappo rompe l’attesa e trasforma lo spazio sacro in un’esplosione di luce e gioia condivisa.

“A Paci” e l’Angelo che danza: la festa dell’incontro

La Domenica di Pasqua, il centro storico si trasforma in un grande palcoscenico. Già dalla tarda mattinata, l’Angelo compie tre viaggi dalla Chiesa dell’Annunziata alla Matrice per annunciare alla Madonna la resurrezione di Cristo.

In piazza Collegiata, le statue adornate di fave, spighe e fiori primaverili si incontrano e vengono fatte sfiorare dai portatori, mentre l’Angelo “balla”. Questo rito, da sempre chiamato “a Paci”, rappresenta la riconciliazione tra Dio e gli uomini, espressione popolare della Nuova Alleanza.

Applausi, campane, fuochi d’artificio e musica di banda accompagnano la scena. I movimenti sussultori delle statue richiamano antiche forme di danza: gesti che esprimono elevazione, liberazione e passaggio dalla tensione della Quaresima alla gioia della festa.

“A Paci” è, da sempre, un momento di forte coesione sociale: la comunità si ritrova, condivide emozioni e rinnova i propri legami.

U ciciliu: il sapore della memoria

Tra i simboli più dolci della Pasqua biancavillese ci sono i cicilìa: ciambelle di pane con uova sode e decorate con “cimini” colorati. Le forme — cestini, colombe, fiori, cuori — richiamano fertilità e rinascita, tra il pane che si trasforma e l’uovo che custodisce la vita.

Un tempo la loro preparazione era un vero rito domestico. Famiglie, vicini e bambini partecipavano insieme, trasformando la cucina in un luogo di condivisione e trasmissione di saperi.

Nei giorni precedenti alla festa, i cicilìa venivano donati a parenti e amici: più forte era il legame, più ricca era la decorazione. I fidanzati, ad esempio, si scambiavano dolci con dodici uova. Un gesto semplice, ma carico di significato, che racconta un tempo in cui i legami si nutrivano anche di piccoli simboli.

U vistitu novu: il segno del rinnovamento

Fino a pochi decenni fa, indossare un abito nuovo a Pasqua era una tradizione molto diffusa a Biancavilla, come in gran parte del Sud Italia. Nei giorni precedenti, le famiglie preparavano con cura gli abiti migliori, mentre i bambini attendevano con entusiasmo il momento di indossarli.

Non si trattava solo di un fatto estetico: il vestito nuovo segnava simbolicamente l’arrivo della primavera e della rinascita. Era un modo per sentirsi parte della festa e della comunità, rafforzando insieme identità personale e senso di appartenenza.

Una lezione che va oltre la festa

La Pasqua a Biancavilla insegna che la rinascita non è solo un simbolo religioso: vive nei gesti, nei riti e nelle relazioni.

Quando cade a tila, quando l’Angelo danza tra la folla, quando i bambini indossano l’abito nuovo, non si celebra soltanto la Resurrezione: si rinnova un legame collettivo fatto di fiducia, tradizione e partecipazione.

In un mondo segnato da divisioni, queste usanze offrono una lezione attuale: la rinascita nasce dalla condivisione e dalla capacità di riscoprirsi comunità. La Pasqua, celebrando la resurrezione di Cristo, invita a guardare oltre: oltre il presente, oltre le differenze, oltre le difficoltà.

Ogni anno, a primavera, torna a ricordarci la bellezza della vita che rinasce e la forza della condivisione. Perché il rinnovamento più autentico non è solo spirituale: è anche sociale, e prende forma nei gesti semplici di una comunità che sa ancora ritrovarsi. Buona Pasqua.

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