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Gerardo Sangiorgio, uomo giusto tra i giusti di fronte al male assoluto

Nella “Giornata della memoria”, il nostro omaggio al biancavillese sopravvissuto ai lager nazisti

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Se c’è uno studioso che più di ogni altro ha sondato le vicende umane, lo spessore intellettuale, la produzione poetico-letteraria di Gerardo Sangiorgio, questi è Salvatore Borzì. Per Nero su Bianco Edizioni, Borzì ha pubblicato due volumi.

Il primo è “Internato n. 102883/IIA. La cattedra di dolore di Gerardo Sangiorgio“, uscito nel 2019 con prefazione di Nicolò Mineo, ex preside della Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania. Il secondo, dato alle stampe nel 2020, è “Una vita ancora più bella. La guerra, l’8 Settembre, i lager“, che raccoglie lettere e memorie di Sangiorgio del periodo 1941-1945 con prefazione di Francesco Benigno, storico e docente presso la Scuola Normale superiore di Pisa.

Due volumi di cui “Nero su Bianco” (la stessa casa editrice di Biancavilla Oggi) va particolarmente orgogliosa. In essi sono riportati anche brevi contributi dedicati a Gerardo Sangiorgio da parte di Liliana Segre, Erri De Luca, Massimo Cacciari, Luciano Canfora, Giulio Ferroni, Giuseppe Galasso, Claudio Magris, Franco Marcoaldi, Enrico Nistri, Massimo Recalcati, Luca Serianni e Salvatore Settis.

In questa “Giornata della memoria”, vogliamo ancora una volta ricordare Gerardo Sangiorgio (di cui ricorre il prossimo maggio il centenario della nascita), attraverso un altro preziosissimo contributo del suo biografo. Una lettera ideale, che trasuda ammirazione per quel “NO” al fascismo e un’intera vita dedicata a promuovere gli ideali di libertà e giustizia.

di SALVATORE BORZI’

Caro Gerardo,

sei stato un uomo giusto. Giusto fra i giusti. Perché hai trovato, in un tempo tragico per la vita tua e della Patria, il coraggio di non abbassare mai lo sguardo davanti all’orrore nella forza dei valori di libertà e giustizia che ti urlavano dentro, non chiedendo altro se non di prendere forma in scelte di vita, in testimonianza di nobili azioni. Valori che fanno l’uomo orgoglioso di essere uomo. Uomo con tutta intera la ricchezza dei suoi sogni, delle sue altezze e delle sue voragini, con tutta la sua luce.   

E di sogni, Gerardo, ne avevi tanti da realizzare. Primo quello di diventare docente di Lettere. Ti sei iscritto a questa Facoltà dopo aver conseguito a pieni voti la maturità classica nell’anno scolastico 1939/40 al Liceo “Giovanni Verga” di Adrano. Volevi dare forma ai valori di libertà e giustizia, educando legioni di giovani al Bello e al Vero attraverso la letteratura.

Ma il duce in quel terribile 10 giugno 1940 urlava ad una folla in delirio l’ingresso in guerra a fianco dell’alleato germanico. E nazista. Prometteva gloria e grandezza. Ovazioni che di certo ritenevi assurde, perché la guerra non può dare gloria né grandezza, ma avrebbe strappato a tanti giovani come te tutti i sogni.

Sei stato costretto ad arruolarti come volontario (a che punto arrivano le menzogne delle dittature!) al Servizio militare a Piacenza. Poi il fronte di Grecia. La nevrosi cardiaca ti ricondusse a Piacenza. Dal 1 settembre 1943 ti accolse la Scuola di Applicazione Fanteria di Parma. Qui ti raggiunse la notizia della firma dell’armistizio. Urla di gioia, festa, abbracci: illusione che la guerra fosse finalmente finita. Ma così non era. Ben altri orrori erano in attesa di spalancarsi sull’umanità.

La notte fra l’8 e il 9 settembre si svelò l’inganno: la caserma fu assalita dai tedeschi, i soldati tutti arrestati. Anche tu, Gerardo. La storia ti guardò dritto in volto con gli occhi disumani della barbarie, ti parlò con un gracchiante “Raus, raus” che ti rimbomberà nelle orecchie per il resto dei tuoi giorni. Ti pose davanti ad una scelta, una di quelle radicali, che non ammettono compromessi, mediazione, rinvii: aver salva la vita in cambio del giuramento di fedeltà alla barbarie o, in caso di rifiuto, l’inferno dei Lager nazisti.

Avevi solo ventidue anni (sei nato un secolo fa, il 20 maggio 1921). Ma non avesti esitazione alcuna: hai trovato la forza di urlare al barbaro fascista il tuo deciso “NO” nell’orgoglio di chi conosce l’inganno e vuole combatterlo, costi quel che costi, con forza di Verità. Quella che sola può nascere dalla certezza che ogni uomo custodisce in sé valore di dignità per il solo fatto di essere uomo, ebreo, omosessuale, disabile non fa differenza alcuna. Perché la vita non è nella disponibilità di nessuno, essendo ogni uomo valore, fine, mai mezzo per la realizzazione di un’ideologia. Figurarsi poi di una barbara come quella nazifascista.

Nella forza di questa verità hai trovato il coraggio di affrontarlo l’inferno, di non crollare mai sotto il peso di un disumano carico di orrore e dolore, di cui ci hai lasciato testimonianza nelle Memorie di prigionia, pagine che la disumanità senza senso della tua sofferenza rende toccanti fino alla commozione e che proprio il dolore sa trasformare in letteratura. La sola che di tutto quel dolore sa trovare un senso, se un senso c’è.

Di certo, pieno di senso è il tuo “NO”, il senso dell’uomo giusto, che sente il dovere di difendere la patria da disumanità e orrore per nobilitarla col sangue del proprio sacrificio in nome di libertà e giustizia, mentre il Re l’abbandonava alla barbarie. Egoisticamente. Irresponsabilmente.

In seguito a quel “NO”, continui, ebbe inizio il viaggio verso l’inferno. Caricato su vagoni piombati «come merce comune identificata solo da un numero», «vagoni sigillati, che stipavano carne che già cessava di essere umana; poi ancora i lager di eliminazione per i “traditori”». Traditori solo per aver «imbracciato le armi contro i soldati del Grande Reich» in difesa della patria dalla barbarie. E per questo degni di subire «il diabolico perpetrato snaturamento dell’essere umano».

Naubranderburg bei Neusterlitz, Bonn am Rhein, Düisdorf. Lager in cui l’oltraggio ad umana dignità si consumava in turni massacranti di un lavoro senza senso, dure punizioni per un niente, così, solo per il gusto di vedere il dolore prendere forma in un viso tumefatto senza un motivo, in denti spezzati senza un perché. Chiazze di sangue sul pavimento delle baracche solo per godere del terrore in uno sguardo implorante, invano, pietà per rivendicare anche solo un piccolo frammento di dignità. E poi le bombe sganciate dagli aerei delle forze alleate. Ai tuoi occhi bombe di libertà dall’orrore. Paradossalmente. Dovevi allora fuggire, sfidare la disumanità di un vile nazista che pistola in pugno ti impediva di entrare in più sicuro riparo, perché per lui tu non eri nulla. Potevi anche morire lacerato da una bomba o congelato, al freddo, con la schiena che volesti poggiare sulla neve per condividere con i compagni uno spazio troppo piccolo per riposare un po’.

E non cedesti mai, sempre «incurante dei mille volti della morte nei lager», neppure quando, per l’ennesima volta, ti fu offerta la libertà, «ma sotto condizione di rinnegare la nostra ansia di dare vita a una Nazione libera e civile». Ma tutte le volte tu e altri con te urlaste a squarciagola «unanimemente: “NO!”».

Non cedesti neppure quando ti costringevano a mentire nelle lettere che ti consentivano di mandare ai tuoi. Non so immaginare quanta sofferenza ti costò scrivere parole come queste: «il mio morale è elevato» (10-11-1943). Persino «io, vi ripeto, sto benissimo; anzi tanti mi dicono che mi sono ingrassato», e «il lavoro è diventato per me un caro compagno ed in esso trovo soddisfazione e forza spirituale e materiale per superare questo periodo di nostra separazione» (09-01-1944). «Salute e morale stanno benissimo» (06-08-1944). Anche questo è un volto di disumanità: costringere alla menzogna per nascondere l’orrore e divenirne, in un certo senso, complici. E col mezzo più nobile per l’uomo, che lo rende unico: la parola.

L’amore per la famiglia fu tua ancora di salvezza per non affogare, caro compagno, scrivi in alcune lettere, il continuo bisogno di scaldarti il cuore con «la santità della famiglia ed il dovere della riconoscenza verso Coloro cui tutto debbo» (12-10-1942), il tuo sognare «quel dolce giorno, che ci vedrà uniti» (13-8-1944) per cominciare «una vita più bella di prima, più bella ancora perché frutto della prova» (6-8-1944). 

Ma tua vera forza era sentirti sempre dentro la luce della fede, che ti ha lasciato in dono tua madre Assunta, in quel Dio che è Amore e che ti fu accanto sempre, ma specialmente, oso pensare (mi perdonerai la presunzione), quando scopristi di pesare quaranta chili e 800 grammi. Per quelle menti folli questi pochi grammi ti rendevano ancora abile al lavoro, e dunque, seppur per poco, degno di vivere. Il sottile confine fra vita e morte. Era il 24 dicembre 1944. Gesù nacque per te in quella terribile notte di Natale che trascorresti in compagnia della morte. La vedevi lì sdraiata accanto, in mano la falce che a breve si sarebbe abbattuta sulla tua innocenza. La guardavi, ma senza averne paura: l’uomo di fede non la teme la morte, perché lo affida alle braccia misericordiose di Dio. Semmai avevi terrore del modo disumano, spietato con cui ti sarebbe stata inflitta. È umano, comprensibile. Non so quali pensieri, quante preghiere ti si affollavano in cuore. Ma di certo sentivi Dio scaldarti col calore del suo Amore. Mai ti avrebbe abbandonato. E Dio non tardò a rivelarsi: il giorno dopo, giorno di Natale, le truppe americane liberarono il campo. Ai tuoi occhi erano «ciechi strumenti della Provvidenza», venuti a strappare «a una vita di stenti, di fame, di freddo, di lavoro massacrante, alcuni poveri infelici che, mercé l’opera loro, sarebbero tornati a cibarsi come uomini, a ripararsi convenientemente dal freddo, ad abitare case, a inserirsi nell’umano consorzio come tutti gli uomini civili, con una dignità e un lavoro da esseri umani e, soprattutto, non più schiavi di alcuno».

E la fede ti salvò anche quando ritornasti a vivere uomo fra gli uomini e ti diede la forza di riprenderti la vita, di realizzare tutti i tuoi sogni, di districarti fra tanti dolori, di vivere con la forza dell’amore, libero dall’odio verso il nemico, per il quale non hai sentito altro che compassione e pietà fino alla fine dei tuoi giorni. La fede ti permise di trasformare tutto quel dolore in amore, perché nel dolore hai saputo rivivere le stesse sofferenze di Cristo e, sul Suo esempio, trasformarlo in salvezza per te e gli altri. Perché l’amore salva sempre e nobilita ogni azione. Sei riuscito a vincere il dolore perché sapevi che l’unico modo per sconfiggerlo è riuscire a dargli un senso. Nessuna vittoria contro la barbarie può essere più nobile di questa.

E di questo amore tutta la tua vita è stata testimonianza, perché per te la vita è sete di amore, ma di amore vero, riflesso di quello incommensurabile di Dio. Ne sono prova il tuo impegno a favore degli ultimi, l’insegnamento, da te considerato missione d’amore, il modo in cui sei stato marito di una donna speciale, Maria, e padre di Placido e Rita. Amore anima anche le tue opere: i versi (La pietra polita del mare, Cuore che narra, Cielo e innocenza, Dal cielo meco tu torni a piangere. Poesie religiose. La prima ha avuto l’onore del premio “Stella d’Italia” nel 1971), che sono un solo inno all’amore per Dio, per Maria, per tua madre, in una parola all’amore per la vita; i racconti e i saggi sulla storia di Biancavilla alla riscoperta della memoria, in cui trovavi l’orgoglio di appartenere ad una comunità piccola, ma grande per la tua stessa sete di libertà, manifestatasi nella rivolta del 23 dicembre 1923, solo dopo un anno dalla marcia su Roma, contro i soprusi del regime; gli acuti saggi su Manzoni, Leopardi, Gozzano, il tuo concittadino Antonio Bruno e altri, su cui hai dato visioni innovative rispetto alla critica “ufficiale” del tuo tempo.

Vita piena d’amore la tua, caro Gerardo. Ma troppo presto ci hai lasciato in quel terribile 4 marzo 1993, portato via veluti prati / ultimi flos (Catullo, Carme 11). Sei passato come un sogno a ricordarci che l’uomo non è ombra di un sogno, come scrisse l’antico poeta greco Pindaro (Pitica VIII), ma la forza di un sogno, della speranza che un mondo diverso è sempre possibile. Per questo sogno, per tale speranza hai offerto la tua vita in olocausto, l’unico vero, perché non degrada l’uomo che è in noi in disumanità, ma lo esalta con la forza dell’amore e della testimonianza, nella quale, come i grandi uomini, continui a vivere. Testimonianza di amore per la straordinaria avventura che è la vita, nonostante il peso del dolore di cui ti ha caricato le spalle. Dolore con cui hai contribuito a consegnarci una patria in cui godere di «liberi istituti, suffragio universale, partecipazione di tutti alla cosa pubblica, libertà di riunioni, libera parola, in breve, democrazia». Lo hai ricordato un giorno agli alunni della Scuola media “Luigi Sturzo” di Biancavilla, commemorando il giorno della Liberazione. Non sono affatto doni gratuiti, dicesti, ma frutto di conquista e del sacrificio di tanti eroi come te. Beni preziosi, ma delicati come «fiori di serra», bisognosi di tante cure. «Che non abbiate la sciagura che vadano perduti! Difendeteli come la pupilla dei vostri occhi», ammonivi contro gli esasperati nazionalismi, ai quali hai ricordato che «al di sopra della patria egoisticamente intesa – una patria che non tiene conto delle altre patrie – c’è una legge morale, una umanità, una civiltà». È tutto qui, in fondo, il significato vero di umanesimo.

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Biancavilla e Piana degli Albanesi, sessant’anni fa lo storico incontro

Il grande evento di popolo portò al gemellaggio tra le due comunità, che vantano comuni origini

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Quest’anno ricorre il 60° anniversario di un evento particolare e unico per interesse e partecipazione popolare. È lo storico primo incontro tra le comunità di Biancavilla e Piana degli Albanesi (cittadina in provincia di Palermo), che vantano origini comuni dovute allo stanziamento in Sicilia di esuli provenienti dall’Albania a seguito della invasione turca di quel territorio nel corso del XV secolo.

Nel 1961, le autorità civili, con a capo il sindaco Dino Laudani, e quelle religiose rappresentate dal prevosto Giosuè Calaciura, interpretando il bisogno di approfondire e conoscere aspetti storici, culturali e religiosi riguardanti la nostra città, si fecero promotrici dell’evento. Così, in quel caldo pomeriggio di sabato 26 agosto, diversi pullman e auto giunsero ai piedi dell’Etna: si avverava un sogno inseguito da parecchio tempo.

Al Palazzo Comunale ci furono i saluti di rito e fu espresso il piacere di incontrare per la prima volta in maniera ufficiale “i fratelli di Piana” che conservavano (e mantengono fino ad oggi) riti, costumi e tradizioni antiche della terra d’origine. Caratteristiche che a Biancavilla si sono perse nel corso dei secoli. Mai come in quel momento, forse, i cittadini e i rappresentanti delle istituzioni hanno sentito il Municipio come casa propria.

La curiosità per la ricchezza dei costumi

Il lungo corteo, seguito al benvenuto, si snodò maestoso ed elegante da piazza Sant’Orsola lungo la via principale e destò tantissima curiosità nei biancavillesi. Curiosità per la foggia, i colori, la ricchezza dei costumi tipici indossati dagli ospiti, in particolare dalle donne di Piana che sfoggiavano vestiti con pizzi e merletti elaboratissimi.

«I numerosi biancavillesi accorsi ad assistere erano palesemente attratti», riferisce Salvuccio Furnari a Biancavilla Oggi. «Per noi ragazzi, sbigottiti e meravigliati, quelle persone che sfilavano rappresentavano la visualizzazione reale, la materializzazione vivente dei personaggi dipinti nel quadro di Emanuele Di Giovanni, posto in Chiesa Madre alla destra del presbiterio».

Attenzione destarono anche le autorità religiose per la diversità degli abiti liturgici e per la ritualità e la lingua che si presentavano diverse da quelle solite, viste e sentite dai biancavillesi.

Essenzialmente la manifestazione fu organizzata e strutturata in diversi momenti così da raggiungere diversificati obiettivi storico-culturali e religiosi che alla fine registrarono un notevole e insuperato coinvolgimento popolare.

L’aspetto antropologico e storico fu trattato al Circolo Castriota, dove si parlò della presenza delle numerose realtà albanesi nel territorio siciliano (gli arbëreshë), la loro fondazione, il loro sviluppo e lo stato attuale.

La sera, gli oltre 150 pianesi furono ospitati presso le scuole cittadine, il Piccolo Seminario e l’Istituto delle Salesiane.

Il rito greco e l’incoronazione del Bambino Gesù

Domenica 27 agosto fu dedicata principalmente all’aspetto religioso e alla devozione verso la Madonna dell’Elemosina, che culminò nel grande pontificale in rito greco in una straripante piazza Roma.

A presiedere fu l’eparca Giuseppe Perniciaro, assieme all’arcivescovo di Catania, Guido Luigi Bentivoglio, e al biancavillese Francesco Ricceri, da poco vescovo di Trapani. Presente il numeroso clero delle due comunità e dei paesi vicini. Terminata la celebrazione, il presule di Catania benedisse la corona d’oro e la appose nel capo del Bambino Gesù raffigurato nell’icona.

Momento altamente significativo e toccante fu l’omaggio canoro del canonico Giosuè Mazzaglia, che con la sua voce calda da tenore emozionò e commosse i fedeli.

L’amore scoccato tra due giovani

L’avvenimento ebbe dei piacevoli risvolti anche in ambiti privati che confermarono il clima di fraternità e amicizia venutosi a creare. Uno tra tutti fu l’incontro dell’allora corrispondente del quotidiano “La Sicilia”, il biancavillese Franco Di Stefano, con una ragazza di Piana. Il giornalista chiamato a descrivere gli eventi di quei giorni per il suo giornale manifestò da subito interessamento per la giovane forestiera.

La simpatia iniziale fece sì che i due si scambiassero gli indirizzi e i numeri di telefono.

«Alla corrispondenza e alle telefonate sempre più assidue – ricorda Antonio Di Stefano, fratello più giovane di Franco – fece seguito l’amore e il fidanzamento ufficiale (per il quale andammo io e mia madre). Nel 1964 i due si sposarono a Piana degli Albanesi creando una nuova famiglia».

«Lo storico incontro suscitò attrattiva ed entusiasmo in tutti i biancavillesi», conferma Salvuccio Furnari.

«Tanto è vero che molti ancora lo ricordano con dovizia di particolari. E, sebbene negli ultimi sessanta anni, anche sotto altre sindacature e prepositure, siano avvenute ulteriori manifestazioni religiose e culturali, esse non hanno mai raggiunto la partecipazione popolare vista nel 1961».

Sarebbe utile, magari tramite ulteriori incontri con gli arbëreshë di Sicilia, l’adesione di istituzioni ed associazioni e l’incentivo a studenti universitari, approfondire le nostre origini. Un periodo ancora oscuro della storia della nostra città che abbraccia gli eventi del primo secolo. Soprattutto quelli relativi agli anni immediatamente successivi alla concessione dei Privilegi ai Padri fondatori da parte del conte Gian Tommaso Moncada nel 1488.

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