Cultura
Gerardo Sangiorgio, uomo giusto tra i giusti di fronte al male assoluto
Nella “Giornata della memoria”, il nostro omaggio al biancavillese sopravvissuto ai lager nazisti
Se c’è uno studioso che più di ogni altro ha sondato le vicende umane, lo spessore intellettuale, la produzione poetico-letteraria di Gerardo Sangiorgio, questi è Salvatore Borzì. Per Nero su Bianco Edizioni, Borzì ha pubblicato due volumi.
Il primo è “Internato n. 102883/IIA. La cattedra di dolore di Gerardo Sangiorgio“, uscito nel 2019 con prefazione di Nicolò Mineo, ex preside della Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania. Il secondo, dato alle stampe nel 2020, è “Una vita ancora più bella. La guerra, l’8 Settembre, i lager“, che raccoglie lettere e memorie di Sangiorgio del periodo 1941-1945 con prefazione di Francesco Benigno, storico e docente presso la Scuola Normale superiore di Pisa.
Due volumi di cui “Nero su Bianco” (la stessa casa editrice di Biancavilla Oggi) va particolarmente orgogliosa. In essi sono riportati anche brevi contributi dedicati a Gerardo Sangiorgio da parte di Liliana Segre, Erri De Luca, Massimo Cacciari, Luciano Canfora, Giulio Ferroni, Giuseppe Galasso, Claudio Magris, Franco Marcoaldi, Enrico Nistri, Massimo Recalcati, Luca Serianni e Salvatore Settis.
In questa “Giornata della memoria”, vogliamo ancora una volta ricordare Gerardo Sangiorgio (di cui ricorre il prossimo maggio il centenario della nascita), attraverso un altro preziosissimo contributo del suo biografo. Una lettera ideale, che trasuda ammirazione per quel “NO” al fascismo e un’intera vita dedicata a promuovere gli ideali di libertà e giustizia.
Caro Gerardo,
sei stato un uomo giusto. Giusto fra i giusti. Perché hai trovato, in un tempo tragico per la vita tua e della Patria, il coraggio di non abbassare mai lo sguardo davanti all’orrore nella forza dei valori di libertà e giustizia che ti urlavano dentro, non chiedendo altro se non di prendere forma in scelte di vita, in testimonianza di nobili azioni. Valori che fanno l’uomo orgoglioso di essere uomo. Uomo con tutta intera la ricchezza dei suoi sogni, delle sue altezze e delle sue voragini, con tutta la sua luce.
E di sogni, Gerardo, ne avevi tanti da realizzare. Primo quello di diventare docente di Lettere. Ti sei iscritto a questa Facoltà dopo aver conseguito a pieni voti la maturità classica nell’anno scolastico 1939/40 al Liceo “Giovanni Verga” di Adrano. Volevi dare forma ai valori di libertà e giustizia, educando legioni di giovani al Bello e al Vero attraverso la letteratura.
Ma il duce in quel terribile 10 giugno 1940 urlava ad una folla in delirio l’ingresso in guerra a fianco dell’alleato germanico. E nazista. Prometteva gloria e grandezza. Ovazioni che di certo ritenevi assurde, perché la guerra non può dare gloria né grandezza, ma avrebbe strappato a tanti giovani come te tutti i sogni.
Sei stato costretto ad arruolarti come volontario (a che punto arrivano le menzogne delle dittature!) al Servizio militare a Piacenza. Poi il fronte di Grecia. La nevrosi cardiaca ti ricondusse a Piacenza. Dal 1 settembre 1943 ti accolse la Scuola di Applicazione Fanteria di Parma. Qui ti raggiunse la notizia della firma dell’armistizio. Urla di gioia, festa, abbracci: illusione che la guerra fosse finalmente finita. Ma così non era. Ben altri orrori erano in attesa di spalancarsi sull’umanità.
La notte fra l’8 e il 9 settembre si svelò l’inganno: la caserma fu assalita dai tedeschi, i soldati tutti arrestati. Anche tu, Gerardo. La storia ti guardò dritto in volto con gli occhi disumani della barbarie, ti parlò con un gracchiante “Raus, raus” che ti rimbomberà nelle orecchie per il resto dei tuoi giorni. Ti pose davanti ad una scelta, una di quelle radicali, che non ammettono compromessi, mediazione, rinvii: aver salva la vita in cambio del giuramento di fedeltà alla barbarie o, in caso di rifiuto, l’inferno dei Lager nazisti.
Avevi solo ventidue anni (sei nato un secolo fa, il 20 maggio 1921). Ma non avesti esitazione alcuna: hai trovato la forza di urlare al barbaro fascista il tuo deciso “NO” nell’orgoglio di chi conosce l’inganno e vuole combatterlo, costi quel che costi, con forza di Verità. Quella che sola può nascere dalla certezza che ogni uomo custodisce in sé valore di dignità per il solo fatto di essere uomo, ebreo, omosessuale, disabile non fa differenza alcuna. Perché la vita non è nella disponibilità di nessuno, essendo ogni uomo valore, fine, mai mezzo per la realizzazione di un’ideologia. Figurarsi poi di una barbara come quella nazifascista.
Nella forza di questa verità hai trovato il coraggio di affrontarlo l’inferno, di non crollare mai sotto il peso di un disumano carico di orrore e dolore, di cui ci hai lasciato testimonianza nelle Memorie di prigionia, pagine che la disumanità senza senso della tua sofferenza rende toccanti fino alla commozione e che proprio il dolore sa trasformare in letteratura. La sola che di tutto quel dolore sa trovare un senso, se un senso c’è.
Di certo, pieno di senso è il tuo “NO”, il senso dell’uomo giusto, che sente il dovere di difendere la patria da disumanità e orrore per nobilitarla col sangue del proprio sacrificio in nome di libertà e giustizia, mentre il Re l’abbandonava alla barbarie. Egoisticamente. Irresponsabilmente.
In seguito a quel “NO”, continui, ebbe inizio il viaggio verso l’inferno. Caricato su vagoni piombati «come merce comune identificata solo da un numero», «vagoni sigillati, che stipavano carne che già cessava di essere umana; poi ancora i lager di eliminazione per i “traditori”». Traditori solo per aver «imbracciato le armi contro i soldati del Grande Reich» in difesa della patria dalla barbarie. E per questo degni di subire «il diabolico perpetrato snaturamento dell’essere umano».
Naubranderburg bei Neusterlitz, Bonn am Rhein, Düisdorf. Lager in cui l’oltraggio ad umana dignità si consumava in turni massacranti di un lavoro senza senso, dure punizioni per un niente, così, solo per il gusto di vedere il dolore prendere forma in un viso tumefatto senza un motivo, in denti spezzati senza un perché. Chiazze di sangue sul pavimento delle baracche solo per godere del terrore in uno sguardo implorante, invano, pietà per rivendicare anche solo un piccolo frammento di dignità. E poi le bombe sganciate dagli aerei delle forze alleate. Ai tuoi occhi bombe di libertà dall’orrore. Paradossalmente. Dovevi allora fuggire, sfidare la disumanità di un vile nazista che pistola in pugno ti impediva di entrare in più sicuro riparo, perché per lui tu non eri nulla. Potevi anche morire lacerato da una bomba o congelato, al freddo, con la schiena che volesti poggiare sulla neve per condividere con i compagni uno spazio troppo piccolo per riposare un po’.
E non cedesti mai, sempre «incurante dei mille volti della morte nei lager», neppure quando, per l’ennesima volta, ti fu offerta la libertà, «ma sotto condizione di rinnegare la nostra ansia di dare vita a una Nazione libera e civile». Ma tutte le volte tu e altri con te urlaste a squarciagola «unanimemente: “NO!”».
Non cedesti neppure quando ti costringevano a mentire nelle lettere che ti consentivano di mandare ai tuoi. Non so immaginare quanta sofferenza ti costò scrivere parole come queste: «il mio morale è elevato» (10-11-1943). Persino «io, vi ripeto, sto benissimo; anzi tanti mi dicono che mi sono ingrassato», e «il lavoro è diventato per me un caro compagno ed in esso trovo soddisfazione e forza spirituale e materiale per superare questo periodo di nostra separazione» (09-01-1944). «Salute e morale stanno benissimo» (06-08-1944). Anche questo è un volto di disumanità: costringere alla menzogna per nascondere l’orrore e divenirne, in un certo senso, complici. E col mezzo più nobile per l’uomo, che lo rende unico: la parola.
L’amore per la famiglia fu tua ancora di salvezza per non affogare, caro compagno, scrivi in alcune lettere, il continuo bisogno di scaldarti il cuore con «la santità della famiglia ed il dovere della riconoscenza verso Coloro cui tutto debbo» (12-10-1942), il tuo sognare «quel dolce giorno, che ci vedrà uniti» (13-8-1944) per cominciare «una vita più bella di prima, più bella ancora perché frutto della prova» (6-8-1944).
Ma tua vera forza era sentirti sempre dentro la luce della fede, che ti ha lasciato in dono tua madre Assunta, in quel Dio che è Amore e che ti fu accanto sempre, ma specialmente, oso pensare (mi perdonerai la presunzione), quando scopristi di pesare quaranta chili e 800 grammi. Per quelle menti folli questi pochi grammi ti rendevano ancora abile al lavoro, e dunque, seppur per poco, degno di vivere. Il sottile confine fra vita e morte. Era il 24 dicembre 1944. Gesù nacque per te in quella terribile notte di Natale che trascorresti in compagnia della morte. La vedevi lì sdraiata accanto, in mano la falce che a breve si sarebbe abbattuta sulla tua innocenza. La guardavi, ma senza averne paura: l’uomo di fede non la teme la morte, perché lo affida alle braccia misericordiose di Dio. Semmai avevi terrore del modo disumano, spietato con cui ti sarebbe stata inflitta. È umano, comprensibile. Non so quali pensieri, quante preghiere ti si affollavano in cuore. Ma di certo sentivi Dio scaldarti col calore del suo Amore. Mai ti avrebbe abbandonato. E Dio non tardò a rivelarsi: il giorno dopo, giorno di Natale, le truppe americane liberarono il campo. Ai tuoi occhi erano «ciechi strumenti della Provvidenza», venuti a strappare «a una vita di stenti, di fame, di freddo, di lavoro massacrante, alcuni poveri infelici che, mercé l’opera loro, sarebbero tornati a cibarsi come uomini, a ripararsi convenientemente dal freddo, ad abitare case, a inserirsi nell’umano consorzio come tutti gli uomini civili, con una dignità e un lavoro da esseri umani e, soprattutto, non più schiavi di alcuno».
E la fede ti salvò anche quando ritornasti a vivere uomo fra gli uomini e ti diede la forza di riprenderti la vita, di realizzare tutti i tuoi sogni, di districarti fra tanti dolori, di vivere con la forza dell’amore, libero dall’odio verso il nemico, per il quale non hai sentito altro che compassione e pietà fino alla fine dei tuoi giorni. La fede ti permise di trasformare tutto quel dolore in amore, perché nel dolore hai saputo rivivere le stesse sofferenze di Cristo e, sul Suo esempio, trasformarlo in salvezza per te e gli altri. Perché l’amore salva sempre e nobilita ogni azione. Sei riuscito a vincere il dolore perché sapevi che l’unico modo per sconfiggerlo è riuscire a dargli un senso. Nessuna vittoria contro la barbarie può essere più nobile di questa.
E di questo amore tutta la tua vita è stata testimonianza, perché per te la vita è sete di amore, ma di amore vero, riflesso di quello incommensurabile di Dio. Ne sono prova il tuo impegno a favore degli ultimi, l’insegnamento, da te considerato missione d’amore, il modo in cui sei stato marito di una donna speciale, Maria, e padre di Placido e Rita. Amore anima anche le tue opere: i versi (La pietra polita del mare, Cuore che narra, Cielo e innocenza, Dal cielo meco tu torni a piangere. Poesie religiose. La prima ha avuto l’onore del premio “Stella d’Italia” nel 1971), che sono un solo inno all’amore per Dio, per Maria, per tua madre, in una parola all’amore per la vita; i racconti e i saggi sulla storia di Biancavilla alla riscoperta della memoria, in cui trovavi l’orgoglio di appartenere ad una comunità piccola, ma grande per la tua stessa sete di libertà, manifestatasi nella rivolta del 23 dicembre 1923, solo dopo un anno dalla marcia su Roma, contro i soprusi del regime; gli acuti saggi su Manzoni, Leopardi, Gozzano, il tuo concittadino Antonio Bruno e altri, su cui hai dato visioni innovative rispetto alla critica “ufficiale” del tuo tempo.
Vita piena d’amore la tua, caro Gerardo. Ma troppo presto ci hai lasciato in quel terribile 4 marzo 1993, portato via veluti prati / ultimi flos (Catullo, Carme 11). Sei passato come un sogno a ricordarci che l’uomo non è ombra di un sogno, come scrisse l’antico poeta greco Pindaro (Pitica VIII), ma la forza di un sogno, della speranza che un mondo diverso è sempre possibile. Per questo sogno, per tale speranza hai offerto la tua vita in olocausto, l’unico vero, perché non degrada l’uomo che è in noi in disumanità, ma lo esalta con la forza dell’amore e della testimonianza, nella quale, come i grandi uomini, continui a vivere. Testimonianza di amore per la straordinaria avventura che è la vita, nonostante il peso del dolore di cui ti ha caricato le spalle. Dolore con cui hai contribuito a consegnarci una patria in cui godere di «liberi istituti, suffragio universale, partecipazione di tutti alla cosa pubblica, libertà di riunioni, libera parola, in breve, democrazia». Lo hai ricordato un giorno agli alunni della Scuola media “Luigi Sturzo” di Biancavilla, commemorando il giorno della Liberazione. Non sono affatto doni gratuiti, dicesti, ma frutto di conquista e del sacrificio di tanti eroi come te. Beni preziosi, ma delicati come «fiori di serra», bisognosi di tante cure. «Che non abbiate la sciagura che vadano perduti! Difendeteli come la pupilla dei vostri occhi», ammonivi contro gli esasperati nazionalismi, ai quali hai ricordato che «al di sopra della patria egoisticamente intesa – una patria che non tiene conto delle altre patrie – c’è una legge morale, una umanità, una civiltà». È tutto qui, in fondo, il significato vero di umanesimo.
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Cultura
Don Pasquale Castro, il prete-soldato in soccorso dei feriti della Grande Guerra
La storia del sacerdote assegnato all’amministrazione militare e impiegato nell’assistenza sanitaria
Seguendo le tracce dei religiosi biancavillesi coinvolti nella Prima Guerra Mondiale, emerge – dopo la cartolina di Placido Nicolosi ritrovata dopo oltre un secolo, come ha raccontato Biancavilla Oggi – un secondo nome. È quello di don Pasquale Castro, che tentò di diventare cappellano militare ma non ottenne mai la nomina. Un ulteriore tassello di una ricerca che continua a riservare sorprese.
I documenti che riguardano Castro appartengono a un altro tipo di memoria: quella fredda e precisa dell’amministrazione militare. Una memoria che non racconta emozioni, ma registra richieste, movimenti, incarichi e… punizioni. Per questo restituisce, dopo cento anni, un’immagine sorprendentemente pragmatica.
Pasquale Castro era nato a Biancavilla il 30 settembre del 1885. Ordinato sacerdote nel 1910 dal cardinale Giuseppe Francica Nava, proseguì gli studi a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana. Il suo è un percorso che sembra inserirlo pienamente nella formazione del clero colto dell’epoca.
La guerra interruppe questo itinerario senza preavviso. Con la mobilitazione generale anche lui venne richiamato alle armi. Il 26 febbraio 1916 fu assegnato alla 9ª Compagnia di Sanità di Roma. Fu arruolato nell’esercito come soldato, inserito in un sistema che aveva il compito di raccogliere, assistere e smistare i feriti. È un punto importante, perché chiarisce subito la sua posizione: non quella del sacerdote accanto ai soldati per ministero religioso, ma quella dell’operatore militare dentro una struttura tecnica e organizzativa.
Svolse il ruolo di portaferiti, uno dei servizi più delicati e rischiosi, che comportava il contatto diretto con i reparti e con la realtà più immediata della guerra. Successivamente venne promosso caporale e continua il servizio nella stessa struttura sanitaria. La sua traiettoria militare seguì il ritmo tipico di migliaia di uomini impiegati nella Sanità durante il conflitto.
L’istanza per diventare cappellano militare
Tra le carte emerge un elemento che introduce una deviazione rispetto alla semplice biografia militare. Don Pasquale presentò domanda per essere nominato cappellano militare. La richiesta, però, doveva essere accompagnata da una valutazione ecclesiastica che ne attesti la capacità. Da una lettera inviata da Roma il 2 marzo 1916 al cardinale Giuseppe Francica Nava si apprende che il sacerdote fu preso in considerazione dal Vescovo di Campo, mons. Angelo Bartolomasi, ma che per perfezionare la pratica era necessario l’attestato dell’arcivescovo di Catania che certificasse la sua idoneità alla predicazione e all’amministrazione della confessione.
Castro ricordò di averne già fatto richiesta al suo arcivescovo alcuni mesi prima. Temendo che il documento fosse andato smarrito durante la spedizione, sollecitò un nuovo invio. In realtà il certificato fu rilasciato il 26 novembre 1915. In esso il cardinale Nava dichiarò don Pasquale «idoneo alla confessione e alla predicazione» e quindi capace di esercitare il ministero religioso nell’esercito come cappellano militare. Questo documento, conservato tra le carte dell’arcivescovo, dimostra che il sostegno dell’autorità ecclesiastica non mancò.
Il ruolo (molto ambito) dei cappellani militari
La nomina a cappellano consentiva agli ecclesiastici di sottrarsi alla condizione di preti-soldati e di svolgere il proprio ministero sacerdotale all’interno dell’esercito. Mentre i sacerdoti arruolati come semplici militari potevano essere destinati a incarichi non strettamente religiosi e risultavano pienamente soggetti alle esigenze dell’organizzazione militare, i cappellani erano chiamati a fornire assistenza spirituale alle truppe, celebrando le funzioni religiose, amministrando i sacramenti e offrendo sostegno morale ai soldati, ai feriti e ai morenti. Per tale motivo, la nomina a cappellano era particolarmente ambita dagli ecclesiastici. Consentiva loro di mantenere una funzione più coerente con la propria vocazione e garantiva al tempo stesso un riconoscimento ufficiale sia da parte dell’autorità ecclesiastica sia di quella militare.
Furono numerose le richieste, sostenute da raccomandazioni di diversa influenza, presentate periodicamente all’autorità competente, ossia il Vescovo Bartolomasi, al quale erano stati riconosciuti il grado di Maggiore Generale. Ai cappellani, invece, era attribuito il grado di Tenente. Tale incarico assicurava una posizione distinta rispetto a quella dei preti-soldati, pur comportando gli stessi rischi, poiché molti cappellani operavano a ridosso del fronte, negli ospedali da campo e nei posti di medicazione, condividendo le difficili condizioni e i pericoli vissuti dai combattenti.
Una nomina a cappellano che non arrivò mai
La nomina per don Pasquale Castro, tuttavia, non arrivò mai. In una successiva lettera don Pasquale manifestò al cardinale il proprio dispiacere per il mancato conferimento dell’incarico. Dello scritto non resta traccia. Si conserva, però, la risposta di Francica Nava, che lo invitava ad accettare con spirito di fede la decisione ricevuta, esortandolo a «uniformarsi al divin volere» e assicurandogli la propria preghiera. Di quella pratica, invece, non rimane alcun riscontro nella documentazione dell’amministrazione militare, che registra soltanto l’esito finale: Castro continuò il proprio servizio come soldato nella Sanità militare. Viene trasferito varie volte. Dal maggio 1917 fu inviato in zona di guerra e prestò servizio presso il 57° Ospedaletto da campo. Successivamente operò in altre strutture, tra cui il Convalescenziario di Oriolitta e l’Ospedale Tappa di Vicenza, dove rimase fino ai primi mesi del 1919.
Lontano dalla trincea o dalle prime linee
La guerra di don Pasquale non si svolse nelle trincee d’assalto o sulle prime linee, ma tra corsie, ricoveri, feriti e soldati reduci dai combattimenti. Una mobilità continua, tipica di chi si muove dentro l’apparato logistico della guerra più che dentro le sue narrazioni eroiche, riportate nei libri di storia. Il suo foglio matricolare, con la sua apparente freddezza, aggiunge dettagli, annotazioni disciplinari, infrazioni. Episodi minimi, che in un contesto militare diventano tracce registrate e conservate.
Un episodio, in particolare, strappa persino un sorriso. Mentre era in servizio, fu sorpreso durante un’uscita libera con la mantellina slacciata e con un copricapo non conforme. Per quella leggerezza ricevette cinque giorni di punizione semplice. Non fu l’unica volta. Nel giugno del 1917 si allontanò dal reparto senza autorizzazione e ricevette una nuova sanzione disciplinare. Qualche mese dopo gli venne contestata una certa trasandatezza nel servizio di caporale di reparto, circostanza che comportò i soliti cinque giorni di punizione.
Piccole vicende che nulla tolgono al suo impegno e che, anzi, rendono la sua figura straordinariamente umana. Dietro il sacerdote, il militare e il futuro canonico, si intravede un giovane uomo costretto a una vita che non aveva mai immaginato, né voluta. Un sacerdote inserito in una struttura rigida, che deve adattarsi a una disciplina che non è quella del seminario o della vita pastorale.
Don Pasquale Castro: né cappellano né combattente
Terminato il conflitto, tornò a Biancavilla. Ricevette la dichiarazione di aver servito la Patria «con fedeltà e onore», fu definitivamente prosciolto dagli obblighi militari e riprese il proprio ministero sacerdotale fino a ricoprire incarichi di rilievo in diocesi. Muore il 3 luglio 1982, a 97 anni, attraversando quasi interamente il “secolo breve”. Resta, tuttavia, una zona d’ombra che la documentazione non ci può restituire. Accanto alla quotidianità del ministero sacerdotale, alle messe celebrate, alle confessioni ascoltate e alla normalità di una vita lunga quasi un secolo, si può soltanto immaginare ciò che rimaneva nel suo spazio più intimo: il peso dei ricordi, l’eco degli eventi vissuti al fronte, immagini che non raccontò mai a nessuno.
Ciò che colpisce dell’esperienza di don Pasquale Castro è il modo in cui la guerra lo ha collocato in una posizione intermedia: non cappellano e nemmeno combattente, ma sacerdote dentro la macchina dell’esercito. Una posizione che dice molto sulla complessità della mobilitazione del clero italiano durante il conflitto, e sul fatto che non esistesse un solo modo di “essere prete” nella guerra.
Da questa pluralità di posizioni emerge l’ultima figura della ricerca. Un sacerdote biancavillese che invece fu cappellano militare vero e proprio, assegnato a una delle brigate più impegnate del fronte italiano. Nelle prossime settimane, la sua storia chiuderà il percorso, spostando lo sguardo dal mondo della Sanità a quello più diretto della presenza pastorale tra i reparti combattenti.
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Cultura
La notte dei presagi: così san Giovanni “entrava” nelle case dei biancavillesi
Gesti, preghiere e rituali fatti in famiglia per una delle tradizioni più affascinanti: la ricorrenza del 24 giugno
Nella notte di San Giovanni, a Biancavilla, dentro le case si compivano gesti antichi: una preghiera recitata sottovoce, della cera che cadeva in un recipiente con l’acqua e si trasformava in misteriose figure… Era una delle tradizioni più affascinanti legate alla festa celebrata il 24 giugno, che solo qualche anziano ricorda ancora.
La Chiesa attribuisce un’importanza particolare a San Giovanni Battista, Precursore di Cristo, che di lui disse: «Egli deve crescere e io diminuire». Nella tradizione cristiana, queste parole trovano un suggestivo richiamo anche nel corso del sole. La nascita del Battista viene celebrata infatti nei giorni dopo il solstizio d’estate, quando le giornate hanno raggiunto la loro massima durata e cominciano lentamente ad accorciarsi. Al contrario, il Natale cade subito dopo il solstizio d’inverno, quando la luce torna gradualmente a crescere. Come il sole diminuisce dopo la festa di San Giovanni e aumenta dopo quella di Cristo, così il Battista si ritira simbolicamente perché possa manifestarsi pienamente il Signore.
I cumpari di san Giuvanni
In tutta la Sicilia il Battista era invocato contro diverse malattie. Dopo il terremoto del 1693 molti paesi lo elessero a proprio patrono. A Biancavilla la devozione verso San Giovanni faceva parte di quella religiosità domestica, semplice e spontanea, che per secoli ha accompagnato la quotidianità delle famiglie. E che non si esprimeva soltanto nelle chiese ma anche nei cortili e tra le mura di casa, intrecciandosi con i timori, le speranze e le necessità concrete della vita. Il suo nome era legato soprattutto a un istituto sociale fondamentale: il comparatico.
I padrini e le madrine di battesimo dei figli diventavano infatti “cumpari di San Giuvanni”. Quel legame era considerato sacro e destinato a durare per tutta la vita. Tra compari si instaurava un rapporto di reciproca assistenza, solidarietà e fiducia che spesso risultava persino più forte dei legami di sangue. In una società contadina dove non esisteva assistenza sociale o altre forme di tutela pubblica, il comparatico rappresentava una vera rete di sostegno. La scelta di un padrino o di una madrina per il proprio figlio non era casuale: significava scegliere una persona sulla quale poter contare nei momenti difficili. Dietro questa tradizione emerge una fitta trama di relazioni che rafforzava la coesione della comunità e offriva sicurezza.
L’aura di san Giovanni
Quando per la famiglia si avvicinava una decisione importante — un matrimonio, l’acquisto di una casa, una partenza, un investimento – o quando incombeva una malattia grave, si ricorreva a un rituale tanto semplice quanto suggestivo. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno, si accendeva una candela e si recitava una preghiera. Quando la cera iniziava a sciogliersi, la si lasciava cadere in un recipiente pieno d’acqua. A contatto con il liquido si solidificava rapidamente creando forme imprevedibili. Quelle immagini venivano poi interpretate come possibili indicazioni sul futuro.
Più che una pratica divinatoria nel senso moderno del termine, era un modo per affrontare l’incertezza. Oggi siamo abituati a cercare risposte nei dati, nelle statistiche o nelle consulenze specialistiche. I nostri nonni, invece, affidavano le proprie inquietudini a simboli, preghiere e rituali.
L’antropologia insegna che ogni società sviluppa strumenti per confrontarsi con ciò che non può controllare. Nelle campagne siciliane di un tempo il futuro era spesso fragile e imprevedibile: bastava una cattiva annata agricola, una malattia o un viaggio per cambiare il destino di un’intera famiglia.
Emblematico è il ricordo tramandato dal signor Carmelo C., un biancavillese. Suo padre raccontava che la nonna interrogava San Giovanni ogni volta che in famiglia si presentava una scelta importante. In una di queste occasioni un giovane parente decise di partire per le Americhe in cerca di fortuna.
Dopo la partenza, la famiglia eseguì il rituale della cera. Le forme che apparvero furono interpretate come presagi inquietanti: una testa di donna, una spada, un teschio. Per settimane l’angoscia accompagnò l’attesa delle notizie provenienti dall’altra parte dell’oceano. Solo molto tempo dopo si seppe che il giovane emigrato era rimasto gravemente ferito in seguito a una lite per motivi passionali. Fortunatamente si era salvato e, insieme alle lettere, inviò fotografie che rassicurarono definitivamente i suoi familiari.
Che si creda o meno alla capacità profetica di quei segni, il racconto restituisce il clima emotivo di un’epoca in cui la distanza e il silenzio rendevano ogni partenza un salto nell’ignoto.
Un brutto sogno? Affidamento a san Giovanni
Quando un brutto sogno turbava il risveglio, ci si affidava all’intercessione del Battista affinché il male venisse trasformato in bene. Le parole di una preghiera popolare conservano ancora oggi tutta la loro forza evocativa:
«Cchi malu sonnu ca mi ‘nzunnai,
a san Giuvanni cci ‘u cuntai.
San Giuvanni cci ‘u cuntau a Cristu:
cchi bellu sonnu ca è chistu».
Era una forma di rassicurazione. Attraverso l’orazione, la paura perdeva parte del suo potere e l’angoscia lasciava spazio alla speranza.
L’acqua di san Giovanni
La vigilia di San Giovanni era inoltre associata a un’altra tradizione oggi quasi scomparsa, ma un tempo molto diffusa tra i biancavillesi: la preparazione dell’acqua di San Giovanni.
La sera del 23 giugno si riempiva una bacinella con acqua limpida e vi si lasciavano galleggiare petali di rose, margherite e altri fiori di campo appena raccolti. Spesso si aggiungevano anche alcune erbe considerate benefiche, come il rosmarino, la menta, la malva o l’iperico.
La bacinella veniva lasciata all’aperto per tutta la notte, per assorbire la rugiada e la frescura delle ore notturne. Al sorgere del sole, l’acqua era considerata benedetta dalla natura e dal Santo. Ci si lavava il viso, accompagnando il gesto con una preghiera. Secondo la credenza popolare, essa aveva il potere di allontanare le negatività, proteggere dalle malattie e favorire il benessere durante l’anno.
Dietro questa usanza si intravede l’incontro tra tradizione cristiana e antichi riti stagionali legati al solstizio d’estate. L’acqua, elemento centrale nella missione di Giovanni Battista che battezzò Gesù nel Giordano, diventava simbolo di purificazione e di rinnovamento. Ma al tempo stesso richiamava quei gesti ancestrali con cui le comunità contadine salutavano il culmine della primavera e l’ingresso nella stagione estiva, affidando alla natura il desiderio di salute, prosperità e protezione.
Anche in questo caso il significato più profondo del rito andava oltre la semplice credenza. Lavarsi con l’acqua di San Giovanni significava iniziare una nuova giornata – e simbolicamente una nuova stagione della vita – lasciandosi alle spalle preoccupazioni, malanni e cattivi pensieri. Un gesto che trasformava la fede in esperienza concreta e ricordava come il sacro fosse intimamente intrecciato ai ritmi della natura.
L’erba di san Giovanni
La notte di San Giovanni era legata anche alla natura e ai suoi doni. Tra le erbe raccolte in quei giorni occupava un posto speciale l’iperico, conosciuto come “Erva di San Giuvanni”. Considerato una pianta benefica, cresceva spontaneo nelle campagne. Con esso si preparavano decotti e rimedi popolari utilizzati contro diversi disturbi; le foglie trovavano impiego anche per favorire la cicatrizzazione delle ferite.
Il rosolio di san Giovanni
Il 24 giugno era anche il giorno di un’altra tradizione: la preparazione del rosolio nocino. Le massaie attendevano quella data con attenzione e chiedevano ai mariti di portare dalla campagna delle noci ancora acerbe. Queste poi venivano tagliate e sistemate nei buttigghiuna di vetro insieme a zucchero, alcool e vino. Poi iniziava l’attesa. I recipienti si deponevano in luoghi freschi, al riparo dalla luce per quaranta giorni. Il tempo compiva la sua opera, trasformando ingredienti semplici in un liquore dal sapore caratteristico. Il rosolio avrebbe trovato posto nelle occasioni più liete della vita familiare: durante le visite importanti, nei ricevimenti domestici, nelle feste e nelle ricorrenze.
San Giovanni, festa con radici contadine
La festa di San Giovanni, profondamente legata alla cultura contadina era un momento in cui natura, famiglia, lavoro e fede si incontravano. Raccolta delle erbe, preparazione del liquore, preghiere e rituali domestici erano tasselli di una stessa visione del mondo.
Oggi molte di queste tradizioni sopravvivono soltanto nei racconti degli anziani. La modernità ha cambiato il modo di vivere la religiosità, le relazioni sociali e persino il rapporto con il tempo. Eppure il bisogno che alimentava quei gesti non è scomparso. Anche l’uomo contemporaneo continua a interrogarsi sul futuro, a cercare rassicurazioni nei momenti difficili, a costruire legami di fiducia e a custodire piccoli riti personali che lo aiutino ad affrontare l’incertezza. Forse è per questo che la memoria della notte di San Giovanni continua a esercitare il suo fascino. Dietro una candela accesa, una preghiera sussurrata, un mazzetto di erbe raccolte, si nasconde qualcosa che appartiene a ogni epoca: il desiderio umano di dare significato al tempo, agli affetti e al mistero della vita.
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