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Cronaca

Il pentito inchioda Carmelo “Turazzo”: «Clienti di droga pure a Biancavilla»

Il contributo del collaboratore di giustizia Francesco Filippini all’operazione “Consegna a domicilio”

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«Io a Catania contattai tale Carmelo che vive a Poggio Lupo, il quale mi disse avrebbe lui acquistato l’eroina… omissis… Per quanto riguarda Carmelo detto “Turazzo”, io andavo direttamente a casa sua per contrattare la vendita dell’eroina e sapevo che quest’ultimo era destinato a Lentini, ma so che ha clienti di Adrano, Siracusa, Biancavilla e altro… Casa di Carmelo si trova a Poggio Lupo, in una villetta isolata…».

A parlare, come pubblicato da Live Sicilia, è Francesco Filippini, detto Ciccio Giacca, ex trafficante di droga ed oggi collaboratore di giustizia. Fa riferimento a Carmelo Russo, uno degli 11 arrestati della Guardia di finanza di Catania nel recente blitz “Consegna a domicilio”.

Le dichiarazioni del pentito hanno contribuito alle indagini dell’operazione, denominata “Consegna a domicilio” perché la casa di Misterbianco del principale indagato, Carmelo Russo, era divenuta base logistica per la compravendita all’ingrosso e al dettaglio di cocaina e marijuana.

Da notare, come emerge dai verbali di Filippini datati 2016, il riferimento a Biancavilla e alla zona etnea per indicare la presenza di “clienti” che si rifornivano da Russo, il cui gruppo a sua volta aveva contatti con fornitori palermitani e calabresi.

Un dettaglio, ulteriore, che conferma la vivacità delle piazze di Biancavilla e Adrano sullo spaccio di sostanze stupefacenti. Vivacità che emerge anche dalle ultime operazioni antimafia ed antidroga che hanno riguardato i due centri etnei.

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Cronaca

Luca Arena, sei anno dopo: «Felice delle mie scelte, sono un’anima libera»

Sul mensile S il racconto della nuova vita del giovane che si ribellò al pizzo e ai “barellieri della morte”

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«Sono felice di quella scelta non tanto per gli anni di carcere che i processi scaturiti dalle mie dichiarazioni hanno determinato. Ma soprattutto per essermi liberato da persone che mi venivano dietro per chiedermi di giungere ad accordi che io non volevo prendere».

Il suo nome è legato al blitz antiracket “Onda d’urto”, quello che il capitano dei carabinieri, Angelo Accardo, definì «uno spartiacque investigativo». Un’operazione che portò a 12 arresti, svelò tre gruppi criminali eredi del vecchio clan Toscano-Mazzaglia-Tomasello e determinò condanne – in primo grado – a 60 anni di carcere.

Il suo volto – prima travisato, poi svelato – è quello apparso davanti alle telecamere Mediset de Le Iene e che ha scoperchiato l’orrore della “Ambulanza della morte” con i malati terminali uccisi con un’iniezione d’aria in vena. Un caso con due verdetti: Davide Garofalo condannato all’ergastolo in primo e secondo grado e Agatino Scalisi condannato a 30 anni con rito abbreviato.

È Luca Arena l’artefice di quello svelamento di segreti criminali, quando aveva appena 25 anni. Biancavilla Oggi lo aveva intervistato in alcune occasioni: “No al pizzo grazie al rap antimafia” (dicembre 2016), “Biancavilla non del tutto ripulita” (marzo 2017), “No alla mafia, vivere con dignità” (marzo 2019).

Luca, sei anni dopo le sue denunce. Si racconta a cuore aperto a Vittorio Fiorenza per S, il mensile siciliano d’inchiesta diretto da Roberto Benigno e disponibile anche nelle edicole di Biancavilla.

«Cosa rimane di tutta questa storia? Mi sento come se avessi purificato la mia anima. Se riguardo indietro quel ragazzo che ero, noto la sua tenerezza per avere avuto la capacità di cambiare radicalmente direzione ed essersi salvato».

Quattro pagine di racconto intimo, in cui l’ex titolare dell’agenzia funebre gestita con il padre Orazio e il fratello Giuseppe, parla della sua nuova vita. Uscito dal programma di protezione per i testimoni di giustizia, lavora lontano dalla Sicilia per un ente pubblico.

«Io oggi vivo anche di arte, mi occupo di pittura, un’altra passione che ho sempre avuto. Senza la mia denuncia – sottolinea Luca a S – sarei rimasto in quella condizione sospesa, mi sarei privato del bello che c’è nel mondo e che invece ho scoperto, grazie ai tanti viaggi che ho fatto. Le mie opere le firmo come Luca10, stesso numero che era stampato sulla mia maglia di calciatore».

Non sono mancati i momenti di forte sconforto. Ma non ha alcun rimpianto, Luca. E nemmeno timori e paure.

«Il mafioso che, eventualmente, un domani, volesse spararmi, togliendosi lo sfizio della vendetta per essere andato in carcere a causa delle mie denunce, lo faccia pure. Io ho già vinto. Ho vinto perché sono un’anima libera. Libera di pensare e agire, cosa che prima non potevo fare».

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