Cultura
“Storia di un amore tra passato e presente” nell’ultimo romanzo di Alfio Bisicchia
Il volume contiene in appendice anche 75 componimenti poetici: «Una rete di ricordi e di emozioni»
Ancora una volta il prof. Alfio Bisicchia ci lascia stupiti con la sua verve creativa per la frequenza con cui produce la sua ispirazione originale, base del suo ultimo lavoro narrativo, dettata da chissà quale atavica prolifica musa sapientemente evocata nel suo amoroso culto dei classici. Perché il suo libro, con la ricca intensità sentimentale dei temi trattati, tocca nel profondo sin dalle prime pagine e scuote ognuno di noi riportandoci ad eventi storici e valori ancestrali sicuramente noti tra la parte colta della nostra cittadinanza, sebbene, di fatto, mai adeguatamente soppesati nelle motivazioni esistenziali e morali che in origine li provocarono in conseguenza del triste fenomeno della immigrazione coatta .albanese di cui il nostro territorio fu teatro attivo e, al tempo stesso, mite spettatore.
Quella che il nostro Autore ci propone è una storia d’amore locale, bella nel suo essere semplice, destinata come da consuetudine ad essere coronata da un matrimonio. Ma sarà uno sposalizio misto, seppur cristiano, fra un giovane medico di casa nostra, Filippo, e una coetanea albanese, Sofia, qui giunta profuga da pochi anni insieme alla madre per sfuggire alle ristrettezze, economiche e ideali, imposte dal comunismo filocinese di Hoxha. Leggendo, in apparenza sembra essere una vicenda esistenziale normale, forse anche banale nel suo essere scontata, senza scossoni, forse perché troppo legata alla sonnolenta realtà quotidiana che contraddistingue da sempre il nostro abitato, eppure, col dipanarsi della trama, essa si rende poi di volta in volta sempre più incisiva, per gli effetti policromi di una varietà di sentimenti e sensazioni maturati dal tempo, e per questo affascinanti, e finisce per scatenare nelle nostre coscienze una scontata reazione d’assenso perché, scopriamo, divenuta altamente educativa per tutti coloro che mirano a dare dignità e onore al proprio vivere cittadino.
Filippo, nelle intenzioni dell’Autore, fa figura di giovane medico serio e scrupoloso, soprattutto fortunato per essere stato cresciuto e istruito all’interno di una sana famiglia cattolica fondata sui grandi valori evangelici da genitori colti ormai in pensione, ma sempre ricchi di saggezza e di esperienza: il padre, Mario, è stato infatti professore di Lettere Classiche, la madre, Lucia, ex bancaria. Ma anche Sofia ne viene fuori con delle belle prerogative, tutte ereditate dalla madre, che la rendono, a rotazione, ora ragazza simpatica nel suo moderno sentire ora dolce musa nel suo proporsi all’amato, ora intelligente nella sua puntuale riflessività, ma soprattutto umana, sensibile verso chi soffre, caritatevole, perfino misericordiosa nel suo essere, come perla rara, una invidiabile moglie virtuosa: doti, queste, accumulate e sperimentate giornalmente osservando e imitando i comportamenti tenuti verso i pazienti dalla mamma, ridotta per bisogno a far la badante. I trascorsi della sua vita in Albania, che segnano nella sua mente un abisso rispetto alla ben diversa realtà italiana, anzi sicula, nella quale si sente immersa, sono come una brace innocua, all’apparenza semispenta, ricoperta com’è dalla cenere, eppure pronta a divampare, a rinvigorirsi col crepitio di poche frasche. A lei basta un nulla, una semplice fugace emozione, e la realtà circostante la sospinge a pensare e ripensare al suo presente, a renderla subito decisa nel rivalutare per una ennesima volta le tappe della sua esistenza col fine ultimo di migliorarla, grata com’è col suo destino di poterla condividere in paese, anche lei come bravo medico, con chi generosamente l‘accolse un giorno sotto il proprio tetto mettendo da parte ogni pregiudizio razzista.
Facendo vivere e operare questi due innamorati a Biancavilla (pur senza mai nominarla espressamente), Bisicchia ci riporta inevitabilmente alla saga leggendaria su cui si fonda la nostra storia cittadina e ci ricorda – sempre per bocca di Sofia – quanto umani e ospitali furono i nostri antichi padri quando consentirono ad un piccolo novero di disperati epiroti di attendarsi sul nostro suolo e di accasarsi con la gente del luogo, lavorando in pace e solidarietà per ridare rigoglio, feracità e valore a vaste lande rurali lasciate da secoli incolte.
Questa bella figura di donna – che verso la fine del romanzo viene successivamente riproposta nelle sembianze e con gli stessi sentimenti postumi delle due gemelle che partorirà – sempre memore di essersi trapiantata da noi dopo una fuga dalle assurde prepotenze di un regime dittatoriale e, per questo, perennemente incline a riflettere sul suo nuovo status ritrovato grazie alla sua integrazione tra la nostra gente, diventa per l’Autore (il cui cognome di origine albanese lo rende ancor più convinto delle sue asserzioni) lo strumento fondamentale per indurre il suo lettore a ricordare, forse con l’intento di istruirlo, quanto importante sia riflettere sul vero senso dell’esodo di tanti disperati che, come gli antichi Ebrei dell’epopea biblica, si vedono ancor oggi imposta, col tacito assenso degli indifferenti, una diaspora tutt’altro che conclusa, che li priva irrimediabilmente e senza ragione di una casa ove ripararsi, del più elementare diritto a sopravvivere, della possibilità di ricostruirsi una vita a loro misura. Biancavilla, ci dice, da sempre è stata teatro di partenze coatte, di disperate migrazioni all’estero, in ogni angolo del pianeta, fino in Australia o in Argentina per lavoro e per fame, e tanti suoi figli non sono tornati mai più sia perché hanno trovato generosa ospitalità tra quegli sconosciuti sia perché sono riusciti a integrarsi tra quelle nuove genti facendone propri gli usi e i costumi. E allora, si chiede mettendo il dito in una piaga vecchia quanto il mondo, perché le nostre nuove generazioni, teoricamente più acculturate, che sono state comunque originate da questo genere di esodi, dovrebbero ostacolare o, peggio ancora, respingere col rifiuto a priori, gli arrivi di coloro che nella fuga cercano la vita?
Leggendo questo originale romanzo, ciascuno inevitabilmente riscopre “un presente che fa emergere il passato, favorendo, in tal modo, il ritorno alle origini mitiche. Ma, recuperando questo passato, possiamo far luce su una realtà sociale più ampia, per cui essa è come una piccola cellula di un corpo vivente più grande”. Bisicchia – lo dico con le sue stesse parole – “spesso gioca con la sua fantasia per far risaltare, anche con suggestioni oniriche, motivi ideali che più gli stanno a cuore: la famiglia, l’amore, la bellezza, la solidarietà umana”, erede, quest’ultima, della memoria storica che non deve morire, del proprio essere stati che non deve essere rinnegato, di una nobile sicilianità che per tradizione a Biancavilla è stata sempre ospitale, sempre umana, disponibile in ogni secolo ad accogliere chiunque, di qualunque razza, religione o provenienza, per viverci insieme. In un’epoca come la nostra, in cui tanto si parla di pacifica convivenza multietnica anche in nome di una pretesa civica modernità di pensiero, l’Autore ci raccomanda, non più in classe come imposizione, ma a casa come momento di rivalutazione di noi stessi, di rivedere in serenità i fatti salienti del nostro passato per scoprire che i nostri antenati, a Biancavilla, hanno agito nei secoli scorsi nei confronti degli immigrati molto meglio di quanto si pretenda a parole di fare oggi, e lascia sottinteso un interrogativo ineludibile perché sempre latente: cosa hanno capito finora del senso dell’emigrare, le nostre attuali generazioni, dalla storia studiata?
“Una rete di ricordi e di emozioni”
Come già anticipato nel sottotitolo della copertina, nella seconda parte di questo volume ha preso posto anche una raccolta di 75 componimenti poetici in versi sciolti avente per titolo “Una rete di ricordi e di emozioni”, l’ennesima di questi ultimi mesi, che corona la stessa, vulcanica, notoria vocazione a comporre che ha animato fino ad oggi l’aurea mediocritas di Bisicchia.
Gli antichi, per figurare visivamente uno stato di beatitudine interiore, quello prodotto dal romito esercizio delle Lettere, illustravano una sorta di chimerico eden (sì, con la e minuscola!) dove scorrevano fiumi di latte e di miele; ma qui, lui, l’Autore, per superare gli inganni di quel mondo, fa strabordare il suo IO oltre le temute Colonne d’Ercole per dare assoluta libertà, come un Ulisse redivivo, ai suoi sentimenti, alle sensazioni, cui “il tono… pacato e riflessivo”si snoda nei versi “con un respiro più ampio”, confortato da un linguaggio volutamente “limpido e sciolto”, teso alla facile comprensione del suo sperato Lettore.
Facile comprensione: questo dice Lui! Ma, è davvero così? L’accuratezza del mio leggere, in realtà, sembra smentirlo perché i suoi componimenti, tanto per parafrasare Carducci, appaiono piuttosto come levia gravia, ovvero leggeri per la freschezza dei sentimenti rappresentati ma, al tempo stesso, difficili, non semplici da compenetrare appieno con la mente, data la profondità della loro ispirazione. Leggendo, scopriamo che lo stesso Poeta, ormai venerando per i suoi capelli bianchi, ne ammette suo malgrado la veridicità quando di suo pugno scrive: “I nuclei tematici risentono delle mutate condizioni psicologiche ed esistenziali dell’autore, ormai in un’età più matura, quando si attenuano gli erotici furori giovanili. Per queste innegabili concause, “…si privilegiano i motivi legati alla riflessione e all’approfondimento sul senso della vita, …sui dolori dell’uomo, utilizzando la metafora del tramonto, della sera, della notte…”
Quella di Alfio Bisicchia è una poesia introspettiva la cui tenue voce emerge dal fondo di un contenitore di fragile struttura – il ricordo – eppur assai capace, da cui si libera spontaneo, come dal mitico vaso di Pandora, un immenso fiotto di sentimenti altalenanti che svelano al cuore i loro penosi segreti, più di quanto possa esprimere, dopo la loro intima catarsi, l’acerbità che ha dato voce, talora di sfuggita, al loro pathos. Per questo, i versi che mi sforzo di interpretare sono gravia a dispetto dell’apparente levitas con cui essi si offrono alla nostra declamazione. Tutto questo, oh meraviglia!, Bisicchia lo ha realizzato senza lasciarsi condizionare dai vincoli della metrica. Anche questa è arte!
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Chiesa
San Placido oltre i confini locali: il culto che genera legami sociali e spirituali
Biancavilla, Messina, Castel di Lucio e altre città: una connessione secolare di fede e devozione
Se si guarda alla Sicilia profonda, la devozione per i Santi Patroni rischia spesso di essere letta come un fenomeno puramente locale, un legame esclusivo e quasi geloso tra un paese e il suo protettore. La storia e le tradizioni religiose, però, ci restituiscono dinamiche molto più ampie e affascinanti.
Un caso esemplare è rappresentato proprio dal nostro san Placido: una figura il cui culto, lungi dall’essere confinato alla sola comunità di Biancavilla, rappresenta un potente filo conduttore che unisce territori distanti, da Messina a Castel di Lucio e Alì, fino a toccare altre aree del Mezzogiorno e del resto d’Italia, come Torrebruna in Abruzzo, San Benedetto Belbo in Piemonte, Olevano Romano nel Lazio e San Pier Fedele in Calabria.
Da esempio cardine dell’ordine benedettino a martire protettore, la figura di Placido attraversa i secoli, trasformandosi in un punto di riferimento spirituale capace di rimodellarsi attorno alle necessità storiche e sociali delle diverse comunità.
San Placido a Biancavilla, legame barocco
A Biancavilla, l’attaccamento a San Placido affonda le radici agli inizi del Seicento, epoca in cui il paese inizia a venerarne le reliquie. Sebbene le fonti del XVII secolo non permettano di ricostruire con esattezza l’entità delle prime celebrazioni, il Settecento segna una svolta decisiva. Con la proclamazione ufficiale a Patrono da parte del Vescovo di Catania, la festa di san Placido diventa l’evento più solenne e sfarzoso dell’anno.
Dal punto di vista sociologico, l’istituzione di una festa di tale portata non rispondeva solo a un bisogno di fede, ma svolgeva una precisa funzione pubblica: rinsaldare il senso di appartenenza della cittadinanza, esibire il prestigio della città e perfino strutturare lo spazio urbano attorno alla sacralità della festa.
Messina e la rinascita di un culto millenario
Per comprendere la diffusione di questa devozione, è necessario spostare lo sguardo a Messina, luogo in cui l’antica tradizione colloca il martirio del santo monaco. Messina ha considerato Placido il proprio custode da tempi immemorabili, ma è il 1588 l’anno che segna una svolta nella storia della devozione locale: il ritrovamento dei resti del santo, dei suoi fratelli e dei compagni sotto la chiesa di San Giovanni Battista. Lo sgorgare di una fonte ritenuta miracolosa in quel preciso punto accese un fervore che si tradusse in due imponenti feste annuali (il 4 agosto e il 5 ottobre). Le processioni, che vedevano la partecipazione congiunta del Senato messinese, dell’Arcivescovo e del popolo, erano una vera e propria rappresentazione del tessuto sociale e istituzionale della città.
Il pauroso terremoto del 1908, che distrusse gran parte del tempio risparmiando solo il sacello dei martiri, provocò un lungo indebolimento delle manifestazioni esterne. Eppure, il sentimento religioso profondo possiede una rara capacità di resistere ai traumi della storia. Recentemente, la devozione messinese ha vissuto una potente rinascita pubblica: la solenne processione straordinaria delle reliquie dei santi martiri del 4 agosto scorso, che ha visto sfilare i Tamburi dello Stretto, il gonfalone comunale, l’Ordine di Malta e delegazioni da tutta la Sicilia, dalla Calabria e da Roma, dimostra come San Placido continui a essere un catalizzatore di relazioni umane e il simbolo della ritrovata vitalità cittadina.
Castel di Lucio: la liturgia del corpo e della festa
L’espansione del culto tocca anche l’entroterra nebroideo, arrivando a Castel di Lucio nel 1590 grazie a fra Matteo Ferrara. Il cappuccino, dopo aver assistito ai trionfi messinesi per il ritrovamento delle reliquie, ottenne la concessione di un frammento sacro per la propria terra. Da allora, il borgo tributa al Patrono due feste (il 20 agosto e il 5 ottobre) attraverso rituali in cui il corpo del fedele diventa parte integrante della liturgia.
L’ascesa lenta della statua sulla scalinata del presbiterio, chiamata a cchianata di san Plà, che simula visivamente l’ingresso del santo in paradiso, offre ai fedeli un momento di forte intensità emotiva e vicinanza spirituale. A calata a cira, la suggestiva processione della vigilia, in cui i devoti accompagnano le reliquie con grossi ceri da deporre poi sull’altare, simboleggiando l’offerta della propria vita e del proprio lavoro quotidiano. E poi il corteo sul fercolo ottocentesco, che vede molti devoti camminare a piedi scalzi, un segno tradizionale di penitenza e ringraziamento.
Il rientro in Chiesa Madre si trasforma in una festa gestita direttamente dal popolo: la piazza diventa il palcoscenico della “Ballatedda di san Plà“, un movimento danzante guidato dalle note della banda che rompe la rigidità del rito e celebra l’unione profonda tra il santo e la sua gente.
Un’eredità benedettina
Al di là dei grandi centri dove la festa assume toni sfarzosi e folcloristici, la presenza di san Placido è capillarmente diffusa in tutta la Sicilia e nel Mezzogiorno, ovunque la storia abbia lasciato un’impronta benedettina. Pale d’altare, affreschi e monasteri custodiscono la memoria di quello che fin dall’epoca di San Benedetto è stato considerato il modello perfetto del discepolo.
Oggi, analizzare questo culto significa comprendere come una figura vissuta secoli fa riesca ancora a parlare alla modernità. Custode delle famiglie, dei giovani e del lavoro, san Placido incarna l’attualità del motto “Ora et labora”. In un contesto sociale spesso frammentato, dominato dalle contraddizioni e dall’effimero, la rete devozionale che unisce Biancavilla, Messina, Castel di Lucio e diverse altre comunità dimostra che la fede popolare non è un retaggio statico del passato, ma un legame dinamico, capace di unire le persone e dare forma a un prezioso scrigno di ricordi e vissuti comuni.
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Cultura
Sentimenti laici sulla festa e l’Icona: “Madre d’Amore, ridonaci… noi stessi!”
A M. Ss. dell’Elemosina si leghino le istanze di progresso, giustizia sociale, inclusione, emancipazione
A poche ore dai momenti in cui Biancavilla si raccoglierà nuovamente attorno alla venerata icona della Madre d’Amore, diverse sono le considerazioni e molti gli interrogativi che possono sorgere a fronte dell’attuale clima sociale che fa da cornice.
Tradizionalmente, nell’ambito delle feste patronali la comunità biancavillese ricorda, dopo le celebrazioni di fine estate, la potente intercessione della Madonna dell’Elemosina: la Madre d’Amore. In autunno come in estate, i coreografici movimenti liturgici e i sonori fuochi d’artificio scandiscono l’importanza del gesto celebrativo collettivo.
Ma è proprio di fronte al convinto e ininterrotto ripetersi di questi riti comunitari che può sorgere un interrogativo, forse banale, ma del tutto necessario. Cosa significa oggi celebrare la Madre di Misericordia? Al di là dei consueti gesti liturgici e oltre all’innegabile valore religioso della festa, cosa significa e che utilità ha per Biancavilla ricordare oggi la Madonna dell’Elemosina?
Se è vero che l’Icona stessa rappresenta il tenero e incondizionato amore materno, c’è da chiedersi come nel cattolicissimo territorio di Biancavilla questo simbolo sia reso vivo e attualizzato. Con quale urgenza è vissuto questo sentimento che spinge a soccorrere, al di là di ogni interesse, chi è in condizioni di svantaggio?
La tanto celebrata misericordia
Con molta onestà bisogna riconoscere che esiste il concreto pericolo che la tanto celebrata misericordia della Vergine resti una caratteristica propria solo a lei; che cioè l’“Eleusa” venga lasciata da sola a “portare misericordia” nelle ricorrenze fissate.
Lasciando da parte i simbolismi smielati, possiamo dire che chi ha misericordia, ha rispetto e dà valore alla dignità dell’altro, a prescindere dai suoi meriti e anche quando lo si ritiene in errore. Il riconoscimento dell’infinita dignità del volto dell’altro è la conditio sine qua non di qualsiasi società etica e giusta, e in definitiva, l’unica epifania evangelicamente necessaria in una comunità che voglia definirsi umana.
Sotto quest’aspetto, i recenti avvenimenti fanno riflettere sulla rara concretezza di questo principio: democraticamente difficile, tanto per chi presiede i pontificali, quanto per chi vi assiste, disinteressato, dal bar. Ma se persino tra le fessure delle azioni liturgiche si tradisse una mancanza di misericordia, che senso avrebbe celebrarne il simbolo? Se anche tra una navata e l’altra si scalciasse per cantare in prima fila o “rivolgere i saluti liturgicamente leciti”, cosa resterebbe di queste pompose celebrazioni?
Il seme etico tra incenso e stendardi
Forse in un clima sociale spiccatamente polarizzato e a tratti divisivo, l’Icona biancavillese grida oggi la necessità di una ritrovata umanità. Laddove alcune parti sociali e politiche fomentano paura, odio e intolleranza verso qualsiasi cosa sia libera o diversa, il rischio è che il seme etico dell’amore cada sterile, tra incenso e stendardi, lungo la strada.
La storia della nostra comunità testimonia l’importanza della misericordia e dell’amore verso i rami diversi dello stesso albero. Gli infiniti rami che, secondo la leggenda, trattennero la sacra Icona qui a Biancavilla molti secoli fa, rischiano oggi di essere tagliati in virtù dell’albero senza rami che vorrebbero alcune derive nostalgiche e fondamentaliste odierne.
È dunque per coerenza al proprio passato, e al simbolo della Misericordia che tanto devotamente viene portato in processione, che Biancavilla rappresenta ipso facto un simbolo di rinascita dall’incontro tra diversità. I valori di libertà e inclusione che intrinsecamente caratterizzano la misericordia della Vergine diventino istanze collettive concrete per un territorio vessato da onnipresenti disservizi e penuria culturale.
Per una “ri-fondazione” sui valori originari
In questo senso, il gesto celebrativo collettivo sia accompagnato da un sentimento laico di progresso, giustizia sociale ed emancipazione tanto necessari per questa terra. L’eco della storia biancavillese sia il punto di partenza e la presa di consapevolezza collettiva per una nuova “ri-fondazione” del territorio sui valori originari di inclusione e rispetto del diverso. I giochi pirotecnici della festa accendano la fame di emancipazione e progresso, oggi grandi assenti nella comunità, e le luminarie ne segnalino l’urgenza.
L’augurio per queste festività è che le istituzioni e le associazioni, tanto quelle religiose quanto quelle civili, presenti durante le celebrazioni, presiedano con inedita determinazione il pontificale della rinascita etica e culturale del territorio, sui valori originari di libertà e inclusione che tanto appartenevano agli albori della città. Viene proprio da dire “Madre d’Amore, ridonaci… noi stessi!”.
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