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L'Intervento

L’ultimo saluto a Placido Dell’Erba, non solo un tipografo ma vero “artista della parola”

LA TESTIMONIANZA Sentimenti estemporanei: quando la memoria diventa un canto triste per un amico andato

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di Francesco Piccione

Caro Placido,

mentre, seduto alla console, la mia mente ancora confusa cerca di dare corpo ad una miriade d’inconsolati pensieri che si inabissano tragicamente nel turbinio di vecchi e nuovi ricordi, in chiesa qualcuno, non all’ombra della solitudine come me, celebra intanto la fine del tuo ciclo biologico additando ai presenti l’onestà del tuo trascorso agire in famiglia e nel lavoro nonché la Fede che puntualmente ti ha accompagnato alla messa domenicale all’Annunziata per accaparrarti quei benefici spirituali cui ogni buon cristiano aspira.

Non ho avuto il coraggio di venire a vederti, sicuro com’ero, qualora l’avessi fatto, di non riconoscere nei segni delle tue recenti sofferenze l’Amico di sempre con cui ho avuto l’onore di spendere le fasi più belle della mia esistenza. Malgrado le apparenze contrarie, che tante volte hanno adombrato la schiettezza del mio sentire, Tu sei stato tra i pochi a saper leggere nella sincerità del mio cuore, magari cercando di scoprirci qualche malcelato refuso, come da tua inveterata abitudine, e mi hai dato l’occasione di conoscerti ed apprezzarti a fondo fino a mutare lo stupore dei miei sentimenti in vera stima!

Di tutto questo voglio ora esprimerti il mio grazie profondo memorando al mondo, almeno quella parte che si degna ancora di guardarci, la tua alta professionalità, suscettibile, con la sua coerenza, di elevare la dignità del tuo umile titolo di “tipografo artigiano”  a quella di vero, sicuramente impareggiabile a Biancavilla e dintorni, “artista della parola”, spesso da Te figurata con la geniale maestria degna di un Bodoni, per tutte le attenzioni che ci mettevi per rendere il tuo lavoro efficace.

Ho letto e pubblicato tante cose compilate da Te, ed ogni volta ho riscoperto la voglia di perfezione che ci mettevi per dar dignità e decoro a quel che facevi anche quando i tuoi occhi arrossati e stanchi, a tarda sera, inducevano noi, tuoi affezionati clienti, a ricordarti che davanti all’uscio di casa c’era tua moglie ancora sveglia che ti aspettava devota. Sei stato un grande, anche nelle tue occasionali debolezze, ma soprattutto nel sorriso ironico con cui commentavi certe vuote ingenuità di coloro che, pagandoti, si arrogavano il diritto di spiattellarti la loro crassa ignoranza.

Grazie in eterno, caro Placido! Sei stato tra i pochi ad aver condiviso con me quell’amore per la parola (anche quella con la P maiuscola) che sa rendersi tesoro inestimabile quando speso per il bene altrui. In aeternum, salve atque vale usque ad sidera!

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Per mezzo secolo mani fatte di inchiostro, addio al tipografo Placido Dell’Erba

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L'Intervento

“Sentiero speranza”, il commosso saluto a Francesco Furnari dalla “sua” comunità

Messaggio d’addio da parte degli “operatori passati e presenti” della struttura di contrada “Croce al vallone”

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La scomparsa di Francesco Furnari all’età di 72 anni ha destato un sentimento di profonda tristezza nel nostro paese. Biancavilla Oggi lo ha ricordato come il pioniere anti-droga nella Biancavilla degli anni ’80 per il suo lungimirante ed innovativo impegno a favore di tanti giovani caduti nella rete delle tossicodipendenze. E la comunità “Sientiero Speranza” dell’Opera Cenacolo Cristo Re, di cui era stato responsabile, ha diffuso un pensiero, firmato “dagli operatori passati e presenti”, con parole toccanti. Volentieri lo pubblichiamo qui di seguito.

Carissimo Francesco Furnari, sei andato via oggi, per sempre.
Ci avevi già insegnato ad andare avanti senza di te. Tu, un fondatore di comunità, che in tempi normali, avevi avuto la forza di lasciare ad altri la cura di questa, senza troppe ansie e preoccupazioni. In questo è stata la tua opera, nella forza ed ispirazione del costruire un metodo per “fare” comunità e non una riproduzione statica di un luogo senza cura ed anima.

Negli anni in cui in questa terra si cercavano risposte alle pistolettate ed ai primi morti per droghe, non ti sei fermato, non ti sei fatto irrigidire dalla paura e dal disprezzo. Hai costruito un’opera di prossimità, di vicinanza, di accompagnamento alla vita. Avevi già intuito che il cambiamento non è solo una questione di comportamenti, perché intanto bisogna mettere al centro l’uomo, la persona, i suoi bisogni, le sue abilità, le sue capacità, la sua innata volontà a fare del bene ed a vivere nel bene.

Francesco, hai messo l’anima in questa tua opera da laico, hai tessuto rapporti, sollevato vite, non lasciato solo nessuno; hai sacrificato anche i beni materiali per dare continuità ai bisogni delle persone che non venivano garantiti, senza mai fartene un vanto e senza aspettarti indietro alcuna gratitudine, se non la qualità della vita e delle scelte delle persone.

Trentuno anni fa hai assunto su di te una serie di impegni e di responsabilità, sostenuto dal Cenacolo Cristo Re, che hanno reso possibile il miracolo della lotta all’oscuro, alla fragilità, che alberga in ognuno di noi. Ognuno di noi ha trovato in comunità risposte e proposte di vita che avessero un segno giusto e puntuale nella vita affettiva e sociale nostra e della comunità più ampia.

Lavorare in comunità non è un mestiere qualsiasi, perché lavoriamo nel passato e nel presente per preparare un futuro diverso; aiutiamo i cittadini a riprendere attivamente il loro ruolo. Rifondiamo la fiducia nelle relazioni affettive più importanti, e per fare questo viviamo relazioni comunitarie intense e forti, responsabili e precise, adattate ad ogni persona che evidentemente non può essere un nome o un numero: in comunità ogni persona è una storia, perché ha già una storia da raccontare.

Tutto ciò, Francesco, ha fatto parte della tua impegnativa presenza in comunità. Molto altro ancora hai fatto nei rapporti personali con ognuno di noi, dove ti sei speso con altrettanta generosità e cura, delicatezza e sostegno. Sei stato un porto sicuro nei momenti di tempesta, uno stimolo discreto al miglioramento personale.

Per tutto ciò ti siamo grati e riconoscenti, avendolo potuto essere mentre eri in vita, lottando e faticando perché la comunità “Sentiero Speranza”, nel tuo segno, sia sempre aperta all’uomo ed ai suoi bisogni, senza troppe paure e senza troppi limiti ed ostacoli all’accoglienza della sua vulnerabilità.
In un messaggio che ci hai inviato per l’ultima Pasqua ci riporti, tra l’altro, le parole di D. Winnicott: «O mio Dio! Fa che io sia vivo nel momento della mia morte!». Noi siamo certi che tu sia ancora vivo ed accanto a noi, attento e presente al contesto. Riposa in pace Francesco.

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Chiesa

Padre Zappalà “sfoglia” l’album dei ricordi: «I miei incontri con Giovanni Paolo II»

A cento anni dalla nascita di Papa Karol Wojtyla, ecco la testimonianza “umana” del sacerdote biancavillese

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di Don GIOVAMBATTISTA ZAPPALÀ

Con gioia e volentieri ho accettato la proposta da parte di Biancavilla Oggi di presentare, in occasione del centenario della nascita di Giovanni Paolo II (18 maggio 1920), i mei incontri con lui. La mia vorrà essere una testimonianza semplice ma che ha lasciato traccia nella mia vita.

A 23 anni, dopo aver concluso i cinque anni di Teologia a Catania e ordinato diacono – siamo nel 1991 – monsignor Luigi Bommarito, arcivescovo di Catania del tempo, mi inviò a Roma per l’approfondimento teologico nel settore della liturgia; per due anni e mezzo fui alunno del Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo sullo splendido colle dell’Aventino a Roma, retto dai padri benedettini. E fu in quella permanenza romana che io ebbi diverse occasioni di incontrare Giovanni Paolo II.

Pur essendo stato inviato a Roma per studiare, io ho cercato di vivere le varie occasioni di largo respiro che la Città eterna mi offriva. E così ho partecipato alle grandi celebrazioni papali, non tutte ovviamente ma quelle … “storiche”. Infatti, fui presente quando Giovani Paolo II, a Santa Maria Maggiore, promulgò il Catechismo della Chiesa Cattolica. Così pure per il Sinodo per l’Europa. Ugualmente ad alcune canonizzazioni o eventi straordinari.

Mio insegnante al Sant’Anselmo fu monsignor Piero Marini, che per lunghi anni fu cerimoniere di Giovanni Paolo II. Tutti lo ricordiamo a fianco del Papa durante le celebrazioni papali. E fu proprio lui, monsignor Marini, a scegliermi da diacono per assistere il Papa per la celebrazione della Domenica delle palme 1992 (non ero ancora infatti sacerdote).

Era ovvio che il cerimoniere per le celebrazioni pontificie sceglieva collaboratori conosciuti e per quella Domenica delle palme scelse me, suo alunno. Fu per me una felicità immensa e inaspettata; non credevo potessi conseguire un onore così grande. Avvisai dell’evento solo i miei genitori e le mie sorelle, e nessun altro. Chiesi espressamente ai miei familiari di non avvertire nessuno; vivevo una sorta di emozione mista a pudore. Temevo di cadere nella tentazione della vanagloria. Certamente i miei genitori avvisarono i miei zii. Mio papà, il sabato pomeriggio precedente, a rompicollo andò a comprare il video registratore; imparò nel giro di qualche ora a usarlo per poter registrare la messa dove c’era suo figlio con accanto il Papa.

Domenica delle palme arrivò; Giovanni Paolo II iniziò il rito della solenne celebrazione che apre la Settimana Santa. Lui era, come in ogni celebrazione, pienamente presente e assorto a ciò che stava vivendo. Per nulla distratto dalle migliaia di persone che gli stavano davanti, specialmente giovani, essendo la “Giornata mondiale della gioventù”. Lui era consapevole di trovarsi davanti a Dio per servirlo e per servire i fedeli. Ricordo il momento in cui, alla presentazione dei doni, io dovevo porgergli l’incensiere ma girandomi verso di lui lo trovai con gli occhi chiusi in … contemplazione. È troppo se dico così? Mi chiesi tra me e me: “E adesso che si fa? Devo chiamarlo? E come si chiama un Papa? Devo “svegliarlo” da quella estasi dove si vedeva che stava dialogando con Dio?”.

Avrei dovuto mettergli l’incensiere nelle sue mani o aspettare che aprisse gli occhi? Ero convinto che toccandolo avrei preso una scarica elettrica che mi avrebbe tramortito, perché non sapevo l’esito nel toccare… un Papa. Fortunatamente aprì gli occhi, prese l’incensiere e tutto filò liscio. Finita la celebrazione salutò tutti noi che lo avevamo assistito nella messa, presso la Cappella della Pietà, proprio sotto la magnifica opera michelangiolesca. Ricordo lo sguardo così profondo di Giovanni Paolo II: quegli occhi verde misto a celeste che ti radiografavano, ti immettevano verso l’Alto.

Io pur essendo un ragazzo di 23 anni che non pensava minimamente alla sua canonizzazione, provai questa bellissima sensazione di trovarmi davanti all’uomo di Dio che ti fa gustare la bellezza dell’eternità. Non immaginavo che durante quella celebrazione della messa delle palme, trasmessa in mondovisione, i miei concittadini biancavillesi tempestassero di telefonate i miei genitori, dicendo di collegarsi su Rai 1 perché c’ero io accanto al Papa… magari pensavano che i miei genitori non fossero al corrente dell’evento. Persone veramente affettuose. Quando rientrai a Biancavilla, diverse persone si sono rallegrate con me; ricordo bene una signora: mi disse che l’onore di stare accanto al Papa non è stato soltanto mio ma di tutti i biancavillesi. Che senso di appartenenza e di civismo aveva questa donna!

In altre circostanze incontrai il Papa nelle grandi celebrazioni. A volte da lontano, altre volte da vicino con la stretta di mano. Ricordo un sabato sera d’ottobre, ero stato ordinato sacerdote da poche settimane, ed ero rientrato a Roma per riprendere gli studi. Con alcuni confratelli di Collegio siamo andati a recitare il rosario con il Papa; infatti ogni sabato sera di ottobre Giovanni Paolo II pregava con i fedeli il santo rosario nella Sala delle Benedizioni. Alla fine ci salutò e dopo aver stretto le mani di chi era dietro le transenne, io gli dissi: «Santità, io sono stato ordinato sacerdote poche settimane fa». E lui si voltò verso di me, era infatti già andato oltre, e tornando indietro mi disse: «Sei fresco di ordinazione, allora ti meriti una benedizione speciale». E mi mise la mano sulla testa.

Conclusi gli studi di specializzazione, ritornai a Catania. Nel 1994 ci fu la visita pastorale di Giovanni Paolo II a Catania. Per la celebrazione eucaristica, che si sarebbe tenuta in via Vincenzo Giuffrida e durante la quale ci sarebbe stata la beatificazione della salesiana suor Maddalena Morano, il cerimoniere pontificio, monsignor Marini, mi chiamò perché io potessi collaborare nel curare la celebrazione. E anche in quei suoi giorni catanesi, io ebbi ancora una volta la possibilità di stare accanto a Giovanni Paolo II, potendolo più volte salutare.

Da vice rettore del seminario – ero rientrato a Catania – chiesi al vescovo e al rettore se nella settimana dopo Pasqua, libera da lezioni, potessi portare i seminaristi a Roma per un pellegrinaggio romano, alle radice della nostra fede: quindi le catacombe di San Callisto, il sepolcro di San Pietro, la tomba di San Paolo e non poteva mancare l’udienza con il Papa. Giovanni Paolo II, che amava incontrare più persone possibili, permise di poter salutare il nostro gruppo e posare per una foto. Questo appuntamento si ripeté per 4 anni: a turno, infatti, accompagnavo le diverse classi di seminaristi. E ogni anno in quella occasione io avevo la fortuna di poterlo incontrare, salutare e scattare una foto. Un anno, il Papa era claudicante e portava già il bastone; prima di scattare la foto lasciò il bastone ai suoi collaboratori (un pizzico forse di fierezza?) ma chiese la mia mano per sicurezza. Ero felicissimo e onoratissimo di poter tenere la mano del Santo Padre.

In questi brevi incontri annuali dei seminaristi catanesi con il Papa, lui si intratteneva affabilmente ricordando la sua visita a Catania e Sant’Agata. E ci menzionava l’Etna, che in quella occasione a Catania aveva visto da lontano e che avrebbe voluto visitare. Colsi l’occasione per invitarlo di ritornare sull’Etna. Che audacia da giovane! Lui mi guardò e mi disse con un pizzico di malinconia che sarebbe stato difficoltoso. Per la verità ci era già stato sull’Etna negli anni ’60, quando era arcivescovo di Cracovia e si trovò a Catania, invitato dall’arcivescovo, monsignor Guido Luigi Bentivoglio.

A causa della mia malattia cronica, per anni ho dovuto fare la spola tra Catania e Milano per ricoveri o controlli medici. Una volta, di ritorno da Milano, chiesi di poter concelebrare con lui nella cappella privata. Mi fu concesso. Alle 6.30 del mattino bisognava essere già al Portone di Bronzo (che levataccia!). Arrivai poco dopo nella cappella del suo appartamento. Lo trovai seduto davanti al Santissimo Sacramento che recitava il breviario. Finito, chiuse il libro della preghiera, lo baciò; si alzò in piedi e girandosi verso noi presenti, ci salutò con un “Sia lodato Gesù Cristo!”. Finita la celebrazione eucaristica, nella Biblioteca Apostolica ci salutò uno ad uno. Gli chiesi una preghiera per la mia salute e la benedizione per i miei familiari e i miei parrocchiani.

Un’altra volta, sempre di ritorno da Milano, partecipai all’udienza generale del mercoledì a piazza San Pietro. Stavolta ero con mia mamma. Ancora una volta ho avuto la possibilità di poter salutare Giovanni Paolo II con la gioia di potergli presentare mia mamma, la quale era particolarmente commossa, se non stordita dall’ emozione. Lo trovai ormai molto stanco e affaticato. Era ormai verso il suo crepuscolo.

Quando lui morì, il 2 aprile 2005, sentì forte il dovere di vederlo e venerarlo insieme ai milioni di giovani e fedeli che si erano riversati a Roma da tutto il mondo. Anch’io ci andai con gruppetti di giovani biancavillesi, rappresentativi delle parrocchie di Biancavilla. Con un autobus, nottetempo organizzato, abbiamo viaggiato tutta la notte; all’alba siamo arrivati a Roma. Per poter accedere alla Basilica di San Pietro e salutare per l’ultima volta il “nostro” Papa, abbiamo dovuto fare una lunga attesa di fila. Dico “nostro” perché fu il Papa che ha cresciuto noi adolescenti e giovani degli anni ’80 e ’90. Davanti il corpo inanimato del grande Giovanni Paolo II, le guardie ci fecero andare oltre, velocemente. Nel pomeriggio abbiamo partecipato al funerale ma stavolta mi trovavo lontano, molto lontano dalla bara. Lontano fisicamente, ma vicino nel cuore. Per sempre.

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UNA VITA ANCORA PIU' BELLA Memorie di un sopravvissuto. Lettere e riflessioni inedite di Gerardo Sangiorgio, il biancavillese deportato nei lager nazisti per avere detto "no" alla Repubblica di Salò. La sua è la vicenda di un "Internato Militare Italiano" raccontata nel nuovo libro di "Nero su Bianco", curato da Salvatore Borzì con prefazione di Francesco Benigno e contributi di Liliana Segre, Massimo Cacciari, Luciano Canfora ed altri esponenti della cultura italiana.

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