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Cultura

Gli auguri di buon Natale e qualche pensiero di speranza per Biancavilla

Dall’«Inno alla notte» di Jean-Philippe Rameau, uno spunto di riflessione sulla nostra città

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L’idea di rivolgermi alle anime sensibili della mia città per esprimere loro i miei voti augurali, nonché alcuni pensieri atti a ridestare in ciascuno la speranza di una vita migliore, è nata dal recente ascolto, seguito dalla traduzione poetica che qui propongo, di un bellissimo corale natalizio a 4 voci –  Hymne à la Nuit/Inno alla Notte – composto da un musicista francese del Settecento a nome di Jean-Philippe Rameau (1683 – 1764), tardo illuminista, precursore precoce della cultura preromantica del Novalis, di Alfieri e, di rimbalzo, poco dopo qualche decina d’anni dalla sua morte, perfino del primo Foscolo. Quest’opera, composta circa un trentennio prima dello scoppio della Grande Rivoluzione dell’89, quindi alla vigilia dell’esplosione di quei fermenti ideali che avrebbero sconvolto sin dalle radici la civiltà europea, ha il pregio di sollecitare in ogni uomo il desiderio di aprirsi un varco verso la Speranza, anzitutto quella cristiana, che la Notte della Natività magicamente rigenera ancor oggi nei credenti ogni volta che essi volgono rispettosi la loro fertile memoria al senso vero della Incarnazione di Colui che duemila anni fa cambiò col suo nascere la storia dell’umanità.

Dati i tempi che corrono, che io vedo ottenebrati da una quotidianità divenuta sempre più corrosiva dell’anima e dalle ansie talora incontrollabili indotte dalla pandemia in corso, l’augurio sincero che intendo esprimere con questo inconsueto tramite ai miei concittadini parte proprio dai contenuti ideali di siffatto corale, che fra l’altro si può ascoltare al computer digitando su Google il cognome del musicista e il titolo di cui sopra. Curiosamente il Covid 19, tutt’altro che finito tra noi, assomiglia molto agli effetti scatenati più di due secoli or sono da quella Grande Rivoluzione che da subito si rivelò assetata di libertà sociale (altro che incarognirsi chiusi nel proprio guscio!) e di vera giustizia, quella animata dallo spirito di fraternità che da solo sa generare tra la gente la comune concordia e pace. La pandemia, è vero, ha stravolto la nostra esistenza con la stessa tragica violenza delle guerre, costringendoci ad assumere spesso comportamenti contrari, per precauzione o per paura, alle nostre abitudini, ai nostri desideri più elementari, perfino all’esternazione gestuale dei nostri sentimenti affettivi. Abbiamo pure constatato che, per causa di questo rovesciamento dei valori sociali in cui abbiamo sempre creduto, e soprattutto in conseguenza di alcuni pietosi lutti inattesi, Biancavilla ha registrato in negativo uno scossone ancor più grave del terremoto del2018, da cui non sembra essersi più ripresa del tutto nonostante le molte affermazioni contrarie che mi giungono da più parti. Causa il malessere, sono aumentati in maniera esponenziale tra i giovani, con l’abbandono della frequenza scolastica, gli analfabeti, gli incapaci senza arte né parte, gli incivili che, non sapendo come dare un senso alla loro giornata, insozzano ed inquinano dappertutto, tanti disoccupati,  le cui famiglie non riescono più a frenare lo sbando della povertà (la Caritas locale ne sa qualcosa!), e poi, col divieto delle manifestazioni religiose esterne, il disagio di tanti di noi che, chissà da quanti mesi, non vanno più in chiesa la domenica, o non sanno più intrattenersi con alcuno in piazza per la paura del contagio. Proprio per causa di questo male del vivere (talora assunto per comodo dai singoli a mero pretesto), negli ultimi tempi Biancavilla ha registrato un vero crollo verticale su se stessa, sfigurando suo malgrado la lealtà di tante buone iniziative cui ha dato onestamente avvio l’attuale Municipalità, sebbene queste siano state di poi strombazzate dalla negatività delle voci contrarie dei malpensanti, come mi capita di leggiucchiare qua e là.

Biancavilla sta morendo, caro mio amico Sindaco: non te ne sei ancora accorto? Io lo percepisco fuori, quando esco, guardando in faccia tante persone dall’incedere distratto, quasi assente, obnubilato da chissà quali ubbie, e con uno sguardo indistinto, come soffocato dalla rassegnazione, incapace di rialzarsi dalle stesse polveri in cui, andando, il suo coraggio è caduto. E, quel che è ancor più grave, di tutto questo le nuove generazioni non se ne accorgono nemmeno, non percepiscono la realtà del tragico epilogo in cui tutti versiamo, e forse neanche il senso del mio dire, non avendo esse conosciuto finora il bene reale in cui sono nati, nel Dopoguerra del secolo scorso, i loro padri. Allora, nonostante la miseria generale corredata di dignitose toppe e di stracci, i patrii valori contrastavano egregiamente con l’onestà e la laboriosità, come non più oggi, le disgrazie epocali!

Memore di tutto questo, ora la nostra città ha il dovere di tornare a rinascere, meglio di un’araba fenice, raccogliendo con caparbietà all’interno delle nostre coscienze quel coraggio che forse l’incuria o la pavidità, l’incertezza od ancora lo spirito di rinuncia hanno affievolito nelle nostre menti, riacquisendo la limpida consapevolezza che il Covid prima o poi finirà e si ritornerà a vivere, si spera, con nuova energia. Ciascuno di noi ha un’intelligenza e delle capacità idonee per qualificare al meglio la vita privata ove voglia adattare o modificare in maniera utile le proprie abitudini, i propri interessi, i propri progetti, perfino il modo di svagarsi (non necessariamente con l’attuale movida che qualcuno ci invidia: quella, davvero, la lascerei volentieri ad altri; magari, così com’è, al sig. Mancuso!).  Si privilegi, oggi come un tempo, quando si studiava in mancanza di meglio sui libri confezionati con la carta del pesce, la volontà di istruirsi con maggiore accuratezza per saper fare cose nuove e di valore, di rapportarsi cordialmente con gli altri subordinando al senso della cautela, soprattutto della lingua, le singole scelte occasionali.

Pertanto, se tutto questo vale, lo faccia il popolo di Biancavilla! Lo faccia sin d’ora sia nel proprio privato che in pubblico! Per parte mia, prego Dio che la prossima veglia di Natale, con la sua magica ombra che avvolge quel mistero sublime di Salvezza che si ripete da oltre duemila anni, possa preannunciarci con Cristo che viene – nonostante il recente maldestro rifiuto imposto da Bruxelles –  l’alba di una nuova Speranza il cui sole Illumini il bene sociale cui tutti aneliamo.  

Auguri, Biancavilla! Abbandonando una volta per tutte le sterili rievocazioni ancestrali noiosamente riproposte a iosa in televisione senza novità di rilievo come a pestar sempre la stessa acqua nel mortaio, possa tu, amata Città, trovare già da oggi con la tua inventiva, ma altrove, “per altre vie, per altri porti”, la maniera giusta di prevedere per il tuo futuro diversi e più qualificanti orizzonti di sviluppo e benessere! La tua fatica, in ogni caso, per quello che farai, sarà sempre la stessa. Buon Natale!

HYMNE À LA NUIT / INNO ALLA NOTTE

(Jean – Philippe Rameau, 1683 – 1764)

O Notte, vieni a recar sulla terra

Il placido incanto del tuo mistero!

Oh, com’è dolce l’ombra che lo segue!

Invero dolce è il concerto delle voci

Che il tuo canto leva alla Speranza!

Oh quanto grande, davvero, è il tuo potere

Di mutar ogni cosa in un sogno felice!

O Notte, concedi ancor alla terra

Il placido incanto del tuo mistero!

Oh, com’è dolce l’ombra che lo segue!

Esistono lusinghe belle quanto il sogno?

Esiste una verità più dolce della Speranza?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Chiesa

San Placido oltre i confini locali: il culto che genera legami sociali e spirituali

Biancavilla, Messina, Castel di Lucio e altre città: una connessione secolare di fede e devozione

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Se si guarda alla Sicilia profonda, la devozione per i Santi Patroni rischia spesso di essere letta come un fenomeno puramente locale, un legame esclusivo e quasi geloso tra un paese e il suo protettore. La storia e le tradizioni religiose, però, ci restituiscono dinamiche molto più ampie e affascinanti.

Un caso esemplare è rappresentato proprio dal nostro san Placido: una figura il cui culto, lungi dall’essere confinato alla sola comunità di Biancavilla, rappresenta un potente filo conduttore che unisce territori distanti, da Messina a Castel di Lucio e Alì, fino a toccare altre aree del Mezzogiorno e del resto d’Italia, come Torrebruna in Abruzzo, San Benedetto Belbo in Piemonte, Olevano Romano nel Lazio e San Pier Fedele in Calabria.

Da esempio cardine dell’ordine benedettino a martire protettore, la figura di Placido attraversa i secoli, trasformandosi in un punto di riferimento spirituale capace di rimodellarsi attorno alle necessità storiche e sociali delle diverse comunità.

San Placido a Biancavilla, legame barocco

A Biancavilla, l’attaccamento a San Placido affonda le radici agli inizi del Seicento, epoca in cui il paese inizia a venerarne le reliquie. Sebbene le fonti del XVII secolo non permettano di ricostruire con esattezza l’entità delle prime celebrazioni, il Settecento segna una svolta decisiva. Con la proclamazione ufficiale a Patrono da parte del Vescovo di Catania, la festa di san Placido diventa l’evento più solenne e sfarzoso dell’anno.

Dal punto di vista sociologico, l’istituzione di una festa di tale portata non rispondeva solo a un bisogno di fede, ma svolgeva una precisa funzione pubblica: rinsaldare il senso di appartenenza della cittadinanza, esibire il prestigio della città e perfino strutturare lo spazio urbano attorno alla sacralità della festa.

Messina e la rinascita di un culto millenario

Per comprendere la diffusione di questa devozione, è necessario spostare lo sguardo a Messina, luogo in cui l’antica tradizione colloca il martirio del santo monaco. Messina ha considerato Placido il proprio custode da tempi immemorabili, ma è il 1588 l’anno che segna una svolta nella storia della devozione locale: il ritrovamento dei resti del santo, dei suoi fratelli e dei compagni sotto la chiesa di San Giovanni Battista. Lo sgorgare di una fonte ritenuta miracolosa in quel preciso punto accese un fervore che si tradusse in due imponenti feste annuali (il 4 agosto e il 5 ottobre). Le processioni, che vedevano la partecipazione congiunta del Senato messinese, dell’Arcivescovo e del popolo, erano una vera e propria rappresentazione del tessuto sociale e istituzionale della città.

Il pauroso terremoto del 1908, che distrusse gran parte del tempio risparmiando solo il sacello dei martiri, provocò un lungo indebolimento delle manifestazioni esterne. Eppure, il sentimento religioso profondo possiede una rara capacità di resistere ai traumi della storia. Recentemente, la devozione messinese ha vissuto una potente rinascita pubblica: la solenne processione straordinaria delle reliquie dei santi martiri del 4 agosto scorso, che ha visto sfilare i Tamburi dello Stretto, il gonfalone comunale, l’Ordine di Malta e delegazioni da tutta la Sicilia, dalla Calabria e da Roma, dimostra come San Placido continui a essere un catalizzatore di relazioni umane e il simbolo della ritrovata vitalità cittadina.

Castel di Lucio: la liturgia del corpo e della festa

L’espansione del culto tocca anche l’entroterra nebroideo, arrivando a Castel di Lucio nel 1590 grazie a fra Matteo Ferrara. Il cappuccino, dopo aver assistito ai trionfi messinesi per il ritrovamento delle reliquie, ottenne la concessione di un frammento sacro per la propria terra. Da allora, il borgo tributa al Patrono due feste (il 20 agosto e il 5 ottobre) attraverso rituali in cui il corpo del fedele diventa parte integrante della liturgia.

L’ascesa lenta della statua sulla scalinata del presbiterio, chiamata a cchianata di san Plà, che simula visivamente l’ingresso del santo in paradiso, offre ai fedeli un momento di forte intensità emotiva e vicinanza spirituale. A calata a cira, la suggestiva processione della vigilia, in cui i devoti accompagnano le reliquie con grossi ceri da deporre poi sull’altare, simboleggiando l’offerta della propria vita e del proprio lavoro quotidiano. E poi il corteo sul fercolo ottocentesco, che vede molti devoti camminare a piedi scalzi, un segno tradizionale di penitenza e ringraziamento.

Il rientro in Chiesa Madre si trasforma in una festa gestita direttamente dal popolo: la piazza diventa il palcoscenico della “Ballatedda di san Plà“, un movimento danzante guidato dalle note della banda che rompe la rigidità del rito e celebra l’unione profonda tra il santo e la sua gente.

Un’eredità benedettina

Al di là dei grandi centri dove la festa assume toni sfarzosi e folcloristici, la presenza di san Placido è capillarmente diffusa in tutta la Sicilia e nel Mezzogiorno, ovunque la storia abbia lasciato un’impronta benedettina. Pale d’altare, affreschi e monasteri custodiscono la memoria di quello che fin dall’epoca di San Benedetto è stato considerato il modello perfetto del discepolo.

Oggi, analizzare questo culto significa comprendere come una figura vissuta secoli fa riesca ancora a parlare alla modernità. Custode delle famiglie, dei giovani e del lavoro, san Placido incarna l’attualità del motto “Ora et labora”. In un contesto sociale spesso frammentato, dominato dalle contraddizioni e dall’effimero, la rete devozionale che unisce Biancavilla, Messina, Castel di Lucio e diverse altre comunità dimostra che la fede popolare non è un retaggio statico del passato, ma un legame dinamico, capace di unire le persone e dare forma a un prezioso scrigno di ricordi e vissuti comuni.

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Cultura

Sentimenti laici sulla festa e l’Icona: “Madre d’Amore, ridonaci… noi stessi!”

A M. Ss. dell’Elemosina si leghino le istanze di progresso, giustizia sociale, inclusione, emancipazione

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A poche ore dai momenti in cui Biancavilla si raccoglierà nuovamente attorno alla venerata icona della Madre d’Amore, diverse sono le considerazioni e molti gli interrogativi che possono sorgere a fronte dell’attuale clima sociale che fa da cornice.

Tradizionalmente, nell’ambito delle feste patronali la comunità biancavillese ricorda, dopo le celebrazioni di fine estate, la potente intercessione della Madonna dell’Elemosina: la Madre d’Amore. In autunno come in estate, i coreografici movimenti liturgici e i sonori fuochi d’artificio scandiscono l’importanza del gesto celebrativo collettivo.

Ma è proprio di fronte al convinto e ininterrotto ripetersi di questi riti comunitari che può sorgere un interrogativo, forse banale, ma del tutto necessario. Cosa significa oggi celebrare la Madre di Misericordia? Al di là dei consueti gesti liturgici e oltre all’innegabile valore religioso della festa, cosa significa e che utilità ha per Biancavilla ricordare oggi la Madonna dell’Elemosina?

Se è vero che l’Icona stessa rappresenta il tenero e incondizionato amore materno, c’è da chiedersi come nel cattolicissimo territorio di Biancavilla questo simbolo sia reso vivo e attualizzato. Con quale urgenza è vissuto questo sentimento che spinge a soccorrere, al di là di ogni interesse, chi è in condizioni di svantaggio?

La tanto celebrata misericordia

Con molta onestà bisogna riconoscere che esiste il concreto pericolo che la tanto celebrata misericordia della Vergine resti una caratteristica propria solo a lei; che cioè l’“Eleusa” venga lasciata da sola a “portare misericordia” nelle ricorrenze fissate.

Lasciando da parte i simbolismi smielati, possiamo dire che chi ha misericordia, ha rispetto e dà valore alla dignità dell’altro, a prescindere dai suoi meriti e anche quando lo si ritiene in errore. Il riconoscimento dell’infinita dignità del volto dell’altro è la conditio sine qua non di qualsiasi società etica e giusta, e in definitiva, l’unica epifania evangelicamente necessaria in una comunità che voglia definirsi umana.

Sotto quest’aspetto, i recenti avvenimenti fanno riflettere sulla rara concretezza di questo principio: democraticamente difficile, tanto per chi presiede i pontificali, quanto per chi vi assiste, disinteressato, dal bar. Ma se persino tra le fessure delle azioni liturgiche si tradisse una mancanza di misericordia, che senso avrebbe celebrarne il simbolo? Se anche tra una navata e l’altra si scalciasse per cantare in prima fila o “rivolgere i saluti liturgicamente leciti”, cosa resterebbe di queste pompose celebrazioni?

Il seme etico tra incenso e stendardi

Forse in un clima sociale spiccatamente polarizzato e a tratti divisivo, l’Icona biancavillese grida oggi la necessità di una ritrovata umanità. Laddove alcune parti sociali e politiche fomentano paura, odio e intolleranza verso qualsiasi cosa sia libera o diversa, il rischio è che il seme etico dell’amore cada sterile, tra incenso e stendardi, lungo la strada. 

La storia della nostra comunità testimonia l’importanza della misericordia e dell’amore verso i rami diversi dello stesso albero. Gli infiniti rami che, secondo la leggenda, trattennero la sacra Icona qui a Biancavilla molti secoli fa, rischiano oggi di essere tagliati in virtù dell’albero senza rami che vorrebbero alcune derive nostalgiche e fondamentaliste odierne.

È dunque per coerenza al proprio passato, e al simbolo della Misericordia che tanto devotamente viene portato in processione, che Biancavilla rappresenta ipso facto un simbolo di rinascita dall’incontro tra diversità. I valori di libertà e inclusione che intrinsecamente caratterizzano la misericordia della Vergine diventino istanze collettive concrete per un territorio vessato da onnipresenti disservizi e penuria culturale.

Per una “ri-fondazione” sui valori originari

In questo senso, il gesto celebrativo collettivo sia accompagnato da un sentimento laico di progresso, giustizia sociale ed emancipazione tanto necessari per questa terra. L’eco della storia biancavillese sia il punto di partenza e la presa di consapevolezza collettiva per una nuova “ri-fondazione” del territorio sui valori originari di inclusione e rispetto del diverso. I giochi pirotecnici della festa accendano la fame di emancipazione e progresso, oggi grandi assenti nella comunità, e le luminarie ne segnalino l’urgenza.

L’augurio per queste festività è che le istituzioni e le associazioni, tanto quelle religiose quanto quelle civili, presenti durante le celebrazioni, presiedano con inedita determinazione il pontificale della rinascita etica e culturale del territorio, sui valori originari di libertà e inclusione che tanto appartenevano agli albori della città. Viene proprio da dire “Madre d’Amore, ridonaci… noi stessi!”.

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