Connettiti con

Cronaca

“WikiLeaks” svela i rimborsi bluff: fiamme gialle al palazzo comunale

Pubblicato

il

di VITTORIO FIORENZA

«Assunzioni di lavoro fittizie nei confronti di consiglieri comunali, firme falsificate o mancanti nelle richieste di rimborsi dei datori di lavoro, liquidazioni di somme non dovute per decine di migliaia di euro». Parole di “WikiLeaks Biancavilla”.

Non una cellula etnea di Julian Assange. Ma un’anonima fonte che, ispirandosi alla nota organizzazione internazionale svelatrice di loschi segreti, ha consegnato alla Guardia di Finanza di Paternò tutti gli elementi su un presunto, nuovo scandalo al Comune di Biancavilla, dopo quello delle “Commissioni bluff”.

Non una indagine generica, quella delle Fiamme Gialle, ma specifica, che dall’input di un esposto dello scorso agosto avrebbe già fatto emergere «riscontri oggettivi di una certa gravità».

L’ambito sarebbe quello dei rimborsi che per legge spettano ai datori di lavoro dei consiglieri comunali, quando questi ultimi si assentano dal proprio posto per funzioni istituzionali. Dalla tenenza di Paternò non ci sono comunicazioni ufficiali.

Certo è (perché sotto gli occhi di tutti) che le “visite” dei finanzieri al Comune, fin da novembre, hanno consentito di acquisire una montagna di atti sui consiglieri della passata esperienza amministrativa e sui loro rapporti di lavoro. L’attività dei militari, tuttavia, anche attraverso documentazioni aziendali e dichiarazioni, si sarebbe concentrata “chirurgicamente” sulla posizione di alcuni soggetti per il periodo 2008-2013.

Diversi aspetti sarebbero da chiarire: le modalità e la tempistica delle assunzioni, così come la loro effettiva sussistenza, nonché le richieste (alcune, pare, con firme false o mancanti) per ottenere i rimborsi sui dipendenti che si assentavano per andare in Consiglio e soprattutto nelle commissioni consiliari.

Un quadro (ancora da valutare da parte della Procura) che richiama alla mente lo scandalo della presunta truffa alla Provincia di Catania. Nel caso di Biancavilla, la soffiata di “WikiLeaks” avrebbe facilitato il lavoro dei militari.

«Questa pratica –specifica nel suo esposto la fonte riservata, per nulla sottovalutata dai finanzieri– ha consentito rimborsi ai datori di lavoro dei consiglieri (che spesso coincidono con familiari o amici) per decine di migliaia di euro».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicità
Fai clic per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Cronaca

La droga sull’asse Lombardia-Adrano con un biancavillese mediatore del clan

Dall’inchiesta “Adrano libera” emerge il coinvolgimento di un 71enne per l’acquisto di 1,5 kg di eroina

Pubblicato

il

di VITTORIO FIORENZA

C’è un biancavillese, Antonino Amato, 71 anni, trapiantato in Lombardia, tra i riferimenti del clan Santangelo-Taccuni di Adrano per arrivare all’acquisto di partite di droga. Secondo i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, l’uomo è da ritenere uno dei mediatori per l’approvvigionamento di stupefacenti nel Nord Italia. Il suo profilo e il suo ruolo emergono dalla recente operazione “Adrano libera” (con 38 indagati), condotta dal commissariato di polizia e dalla Squadra mobile contro il clan capeggiato da Gianni Santangelo.

«Sulla base degli elementi acquisiti –scrive il Gip– può concludersi per la sussistenza di gravi indizi di reità a carico di Amato» per i reati riferiti all’associazione mafiosa e alla droga. Per lui, la misura cautelare applicata dal giudice Giovanni Cariolo è quella dell’obbligo di presentazione alla P.G. tre volte a settimana.

Nelle carte dell’inchiesta, come appurato da Biancavilla Oggi, un capitolo corposo è quello della droga. Uno dei canali di acquisto è nelle province di Como e Varese (oltre che nel Messinese, in Calabria e in Campania).

Quando la Dda di Catania comincia ad intercettare le telefonate, alla fine del 2017, Amato è il primo contatto al Nord chiamato da Tony Ugo Scarvaglieri, uomo di spicco dei “Santangelo-Taccuni”, per avviare la trattativa di acquisto. «Il tempo che raccogliamo queste cose e poi…», assicura Scarvaglieri ad Amato, riferendosi alla raccolta del denaro destinato alla droga. E in effetti, l’organizzazione, per disporre di liquidità, assalta il “Credem” di Adrano, scardinando lo sportello bancomat (contenente quasi 25mila euro) con l’ausilio di un mini escavatore (trasportato su un camion rubato a Biancavilla).

La polizia ascolta e segue tutte le fasi. La trasferta al Nord degli uomini del clan. Il loro arrivo. Gli incontri e le trattative in loco. Il viaggio di ritorno verso la Sicilia con un carico di 1,5 kg di eroina.

Oltre ad Amato, entrano in scena, come mediatori in Lombardia, Domenico Salamone, originario di Adrano, e Giovanni Malagò, calabrese residente a Varese, che teneva i contatti diretti con il narcotrafficante albanese Emir Daci, fornitore dello stupefacente (arrestato già nel 2018 con 17,5 kg di eroina e 44mila euro in contante).

È Amato –secondo quanto emerge dall’inchiesta– a ricevere da Malagò un “provino” di eroina, che sarebbe stato testato da Federico Longo (un “intenditore”, ritenuto organico al clan) prima dell’acquisto. Tutti entusiasti della qualità e del buon affare. Sensazioni riferite subito al boss Santangelo, che segue ogni fase da Adrano: «Una bomba… Niente, Gianni, cose mai viste… Madonna mia!». Si passa all’acquisto della droga, si fantasticano consolidamenti di futuri affari.

Secondo i magistrati etnei, «Amato era personalmente coinvolto negli incontri del 22 dicembre che si erano conclusi con l’acquisto di mezzo chilo di eroina al costo di 12mila euro». Era solo una parte. L’intero quantitativo che il gruppo di adraniti carica in auto a Turate (in provincia di Como) viene trasportato, in direzione Sicilia, da David Palmiotti (già indicato da alcuni pentiti come “corriere” del clan Santangelo-Taccuni). Su un’altra auto gli fanno da “scorta” Longo, Scarvaglieri e Antonino Bulla, uomo-chiave del clan per gli affari di droga. È lui che guida la mission in terra lombarda, aggiornando per telefono ed sms il boss su ogni passaggio, incontro, spostamento, sviluppo della trattativa.

Tutto sembrava filare liscio. Fino agli imbarchi dei traghetti per oltrepassare lo Stretto. Qui, la Fiat Bravo di Palmiotti viene bloccata dai poliziotti e lui finisce in manette, dopo il sequestro di due involucri di “roba”. Erano nascosti nello pneumatico della ruota di scorta. L’arresto mette in allarme tutta l’organizzazione. Bulla chiama subito il boss: «Lo butto questo telefono?», chiede. «Che devi fare… ormai… a quest’ora ci hanno sentito…», risponde sconsolato Gianni Santangelo. Era il 23 dicembre del 2017. Per il clan di Adrano, quello sarebbe stato un brutto Natale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Continua a leggere

Trending

Nel rispetto dei lettori e a garanzia della propria indipendenza, questa testata giornalistica non chiede e rifiuta finanziamenti, contributi, sponsorizzazioni, patrocini onerosi da parte del Comune di Biancavilla, di forze politiche e soggetti locali con ruoli di rappresentanza istituzionale o ad essi riconducibili