Cronaca
Reflui inquinanti e sversamenti illeciti, denunciato un frantoio di Biancavilla
Operazione della Polizia Provinciale: ricostruite le fasi di trattamento dei rifiuti ritenuti pericolosi
L’amministratore di un frantoio di Biancavilla ed un socio sono stati denunciati per gestione, trasporto e smaltimento illecito di rifiuti. L’operazione, finalizzata alla repressione dei reati ambientali, è della Polizia Provinciale, coadiuvata dall’Eps (Ente Produttori Selvaggina).
I gestori dell’impianto di vecchia generazione utilizzavano il metodo di spremitura a freddo delle olive, effettuavano la miscelazione di acque di scarico di vario genere. Si tratta di acque reflue di vegetazione, altre derivanti dal trattamento di frantumazione e pressatura delle olive. E ancora: acque di lavaggio dei macchinari e sgrassatura della pavimentazione. Per la sgrassatura, utilizzate sostanze a base minerale che, non opportunamente separate e trattate, rendevano il refluo derivante dalla molitura non più idoneo per l’uso in agricoltura, poiché rifiuto pericoloso.
Per disfarsi di tali rifiuti, la ditta, attraverso un sistema a pompe, li caricava in una botte. Poi, secondo la Polizia Provinciale, li trasportava illecitamente in un punto di scarico. Punto che si trova in contrada San Giovanni, in prossimità del canale di scarico del depuratore comunale nel Vallone Sanfilippo. Qui il rifiuto liquido pericoloso veniva sversato al suolo e per ruscellamento raggiungeva il corso l’acqua.
Parte delle acque reflue di lavaggio macchinari e pavimentazione, anch’esso pericoloso, veniva sversato attraverso delle canalette di raccolta e un sistema di bypass all’interno della rete fognaria comunale, attraverso un tombino posto all’ingresso del frantoio.
Per tutti i rifiuti liquidi presenti (circa 6.500 litri contenuti sull’autobotte e 18 metri cubi nella vasca di raccolta), disposto dalla polizia giudiziaria l’invio a regolare smaltimento, per evitare problemi igienico sanitari.
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Cronaca
Controlli della polizia su 264 persone e 121 veicoli, dal centro urbano alle Vigne
Servizio ad ampio raggio degli agenti nei territori di Biancavilla, Adrano, Santa Maria di Licodia e Bronte
I poliziotti del Commissariato di Adrano hanno eseguito, nel fine settimana di Ferragosto, controlli ad ampio raggio a Bronte, Adrano, Biancavilla, Santa Maria di Licodia. Sorpresi tre conducenti alla guida di veicoli sottoposti a fermo amministrativo con conseguenti sanzioni per 5.952 euro. Complessivamente, identificate 264 persone e controllati 121 veicoli, tra auto e moto.
In particolare, gli agenti sono stati impegnati sulle strade di collegamento e nei principali punti di snodo del traffico veicolare. Posti di controllo, fissi e dinamici, predisposti inoltre nelle zone di villeggiature delle “Vigne”, nei territori di Adrano, Biancavilla, Santa Maria di Licodia.
In questi casi, i cittadini che trascorrono il periodo estivo nelle zone rurali dell’Etna hanno espresso la loro gratitudine ai poliziotti. Non sono mancate occasioni di dialogo con i poliziotti che hanno fornito consigli e suggerimenti per tenersi alla larga da truffatori e malintenzionati.
Una parte significativa degli accertamenti espletati in strada dai poliziotti del Commissariato di Adrano sono stati dedicati al monitoraggio delle condotte tenute da automobilisti e motociclisti. Sono state rilevate alcune infrazioni al Codice della Strada legate all’assenza di copertura assicurativa, alla mancanza della revisione periodica del mezzo e alla guida senza patente e ciò ha determinato rispettivamente il sequestro del mezzo, la sospensione dalla circolazione e il ritiro della patente.
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Cronaca
«Scommesse illegali all’internet point», gestore condannato dalla Cassazione
Chiuso un procedimento lungo sette anni: confermati i pronunciamenti di primo e secondo grado
È diventata definitiva la condanna per il titolare di un internet point di Biancavilla coinvolto in un’attività di raccolta abusiva di scommesse attraverso un operatore estero privo di concessione in Italia. La Corte di Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa, confermando quanto stabilito nei precedenti gradi di giudizio.
La vicenda giudiziaria – come ricostruisce Agipro, l’agenzia di stampa specializzata in giochi e scommesse – era iniziata davanti al Tribunale di Catania, che a fine 2019 aveva riconosciuto la responsabilità dell’imputato. La Corte d’Appello, sei anni dopo, aveva confermato la condanna, concedendo i doppi benefici di legge e subordinando la sospensione condizionale della pena allo svolgimento di un’attività non retribuita a favore della collettività.
A portare i giudici a escludere che si trattasse di un normale servizio di accesso a internet sono stati diversi elementi emersi durante gli accertamenti. All’interno del locale erano presenti una postazione utilizzata per l’attività e un computer collegato a un sito di scommesse. In appena una settimana erano state registrate 2.131 schedine per una somma complessiva di 5.227 euro.
Gli investigatori avevano inoltre individuato un conto di gioco ritenuto riconducibile al gestore dell’esercizio, oltre a numerose ricevute trovate nel cestino del front office e a una cassetta contenente denaro contante. Per i giudici, il complesso di questi elementi ha consentito di ricostruire un’attività che andava oltre la semplice disponibilità di computer e connessione internet ai clienti.
Respinta la ricostruzione della difesa
La difesa aveva sostenuto invece che l’internet point offrisse esclusivamente apparecchiature per la navigazione online e che non vi fosse una vera attività di raccolta delle giocate. La Cassazione non ha accolto questa ricostruzione, ritenendo che l’attività svolta configurasse una forma di intermediazione e raccolta di scommesse.
Il procedimento riguardava quindi un’attività esercitata senza i titoli richiesti dalla normativa italiana, tra cui la concessione necessaria per la raccolta delle scommesse e la licenza di pubblica sicurezza prevista dall’articolo 88 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.
La difesa aveva sottoposto alla Suprema Corte dieci motivi di ricorso, contestando diversi aspetti della decisione d’appello. Le censure riguardavano, tra l’altro, la ricostruzione dei fatti, la configurabilità del reato e il trattamento sanzionatorio. La Cassazione le ha dichiarate tutte inammissibili, chiudendo così definitivamente il procedimento.
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