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Sant’Agata a Biancavilla: una scena cruda in un affresco dal valore iconico

La martire “sminnata”: l’opera del Tamo, nella chiesa Annunziata, sorprendentemente “attuale”

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© Foto Biancavilla Oggi

È l’immagine di una donna “sminnata”, di una fanciulla che sta per subire l’atroce violenza dell’amputazione del seno. Scena cruda e di forte impatto, quella visibile nella parete laterale della Chiesa dell’Annunziata a Biancavilla. È sant’Agata, la vergine e martire catanese, scelta e invocata come protettrice delle donne colpite da patologie al seno e da quelle che subiscono maltrattamenti fisici e psicologici da persecutori spacciati spesso perfino come ardenti innamorati.

Sfidando i secoli e le mode, Agata è ancora oggi – secondo i fedeli – l’eroina cristiana. È modello di coraggio ed emancipazione che riescono a superare ogni vigliaccheria e compromesso negli scenari sociali dove serpeggiano illegalità e illeciti coinvolgimenti, omertà e pregiudizio. È ancora l’effigie della donna libera che, forte dei suoi principi, non condivide la volontà di chi vorrebbe piegarla a tutti i costi. Ma lotta per affermare il suo pensiero contro chi bramerebbe violarla e violentarla non solo nel corpo ma soprattutto nello spirito, nelle sue idee, nella profondità del proprio essere.

L’opera di Giuseppe Tamo all’Annunziata

Forse, quando il dipinto fu commissionato, non si immaginava il valore iconico che avrebbe potuto acquistare nel tempo.

Realizzato a mezzo fresco da Giuseppe Tamo, il Martirio di sant’Agata si trova nella parete laterale della chiesa. Lo si può ammirare sopra la porta d’accesso alla sacrestia, posto di fronte a un altro raffigurante sant’Apollonia. Entrambi vogliono essere l’omaggio carico di fede e riverenza dell’abate don Pietro Piccione (tra i maggiori artefici dell’espansione artistica del nostro centro dopo il disastroso terremoto del 1693) alle sante patrone di Catania.

La composizione pittorica è ben architettata. Sullo sfondo di antichi edifici romani, tipici della città etnea del terzo secolo, il console romano Quinziano dà il macabro ordine. Uno sgherro, tra i tanti presenti nella scena, procede nel tagliare il seno della vergine con raccapricciante piacere. Dall’altro lato, un anziano invita la fanciulla per un’ultima volta ad adorare un idolo. Dal basso, un muscoloso carnefice protende un vassoio pronto a raccogliere il frutto di quella cruenta impresa. Al centro la Santa, parzialmente denudata dai sontuosi abiti che rispecchiano la sua posizione sociale. Agata viene attratta solo da un messaggero celeste che reca la corona della gloria destinata ai giusti.

Probabilmente, si tratta dell’ultimo dipinto realizzato dal Tamo in questa chiesa, dove lavorò più che altrove. Prova ne è, oltre alla raggiunta maestria dimostrata nel condurre la realizzazione ricca di espressività nei volti dei personaggi raffigurati e nell’intensità delle pose, anche il fatto unico di averla siglata con le sue iniziali riportate nel collare del cane in primo piano.

Sant’Agata a Biancavilla

L’opera del Tamo sebbene è la più famosa che ritrae la Santuzza nel nostro paese, non è affatto la sola. Anche in chiesa Madre si conserva una settecentesca tela di scuola siciliana di ridotte dimensioni. Raffigura sant’Agata che con la mano sinistra reca la palma e con la destra indica le ferite sanguinanti al seno. Il quadro proviene da qualche altra chiesa: è recente la sua collocazione nel transetto della Basilica.

Realizzata dall’iconografo Antonio Schiavone, risale al 2016, inoltre, un’icona di sant’Agata. Assieme a quelle di santa Caterina (titolare della prima chiesa edificata a Biancavilla), san Placido e san Zenone (patroni della città), viene esposta per le festività patronali.

Tali opere sono testimonianze della devozione e del legame mantenuto dai biancavillesi in tutte le epoche con la Patrona di Catania, vittoriosa nelle battaglie per affermare le sue idee a favore della libertà e del rispetto verso l’altro. Trionfante, metaforicamente, anche quando invocata nelle vicissitudini delle genti dell’Etna. Lo è, cioè, quando l’inesorabile destino si presenta avverso e malvagio e ogni sforzo sembra non ottenere i risultati sperati.

L’immagine di giovane donna violata da mani brutali che ne denudano l’intimo, mentre il suo sguardo si volge altrove, verso una realtà diversa, sperando con fiducia in un mondo migliore, è nel nostro tempo monito. È simbolo, è profezia, è auspicio.

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Addio a fra Salvatore Barbagallo: fu docente di liturgia all’Antonianum

Aveva 67 anni: originario di Biancavilla, si era dedicato per tutta la vita al mondo accademico

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È morto all’età di 67 anni fra Salvatore Barbagallo della Provincia dei Frati Minori di Sicilia. Originario di Biancavilla, era stato docente di Liturgia prella la Facoltà teologica della Pontificia Università Antonianum di Roma.

Nato il 26 giugno 1956, nel 1992 ha conseguito il Dottorato in Liturgia presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo. È stato preside dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Redemptor Hominis” e professore di Liturgia presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra.

Autore di saggi, libri e articoli, nel 1996 aveva pubblicato “Iconografia liturgica del Pantokrator”, per i tipi delle Edizioni Pontificium Athenaeum Anselmianum.

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