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Cultura

Perché Biancavilla si chiama così? Nuova ipotesi sull’origine del nome

Senza documenti storici, la denominazione resta un enigma: avanziamo un ragionamento

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Ai fini della conoscenza di un territorio e della gente che lo abita, i toponimi risultano essere di notevole importanza poiché in essi possono concentrarsi caratteristiche storiche, geografiche o altre peculiarità del luogo.

Alle pendici dell’Etna, Biancavilla è uno dei comuni più giovani. E sull’origine del suo toponimo, a tutt’oggi, vi sono delle incertezze e probabilmente anche delle inesattezze interpretative.

Le prime testimonianze a parlare del nostro territorio raccontano dell’arrivo e dello stanziamento di alcune famiglie di esuli albanesi. Scappate dalla madre patria invasa dai turchi ottomani, erano guidate da Cesare Masi. In alcuni documenti, questi è detto Cesare di/de Masi. In un manoscritto del 1849 di autore ignoto, conservato nell’archivio della Chiesa Madre, viene indicato come Cesare di Tommaso, ovvero figlio di Tommaso. I profughi al suo seguito si accamparono nella contea di Adrano facente capo al feudatario Gian Tommaso Moncada, in un territorio nominato Callicari e Pojo Russo.

Sul secondo nome non esistono dubbi che sia il rimando a un poggio col terreno dal colore rossiccio dovuto a origini vulcaniche. Fino ai nostri giorni in alcune zone di Monte Calvario e pure altrove se ne trovano esempi. Callicari, che è la denominazione più usata per circa un secolo, viene riportata nei Privilegi concessi nel 1488 quando si parla di Greci abitatori infra lu territorio nuncupato di Callicari o Pojo Russo; Casale di Callicari, in una lettera episcopale del 1542; Casalis Callicaris in un decreto ecclesiastico del 1561, e in diversi altri testi. Per questo toponimo non pensiamo si possa dissentire da chi lo fa derivare dalla lingua greca col significato di Bella contrada (Kalè core).

Quando il casale era dei “greci”

I forestieri, nel nominare il nuovo centro urbano, fecero riferimento alla lingua koinè greca utilizzata nel rito orientale praticato dai suoi abitanti (che forse veniva considerata la caratteristica più evidente). Infatti, la loro identificazione non era come albanesi ma come “greci”. In un atto di matrimonio registrato ad Adrano nel 1580 è menzionato come Casale dei Greci. Nelle “Costituzioni” date da Donna Aloysia de Luna nel 1583 si fa riferimento a Casale dei Greci detto Callicari. Tuttora qualcuno dei paesi vicini (specialmente di Santa Maria di Licodia) chiama i biancavillesi “gricioti” o “Rricioti”.

Il sacerdote Michelangelo Greco nella sua Storia di Biancavilla, redatta a metà Ottocento, riferisce: «I Greci, rassodato il tutto imposero alla nuova colonia il nome di Albanavilla, esprimendo con la denominazione la sua origine dall’Albania aggiungendovi la parola Villa…». E in un altro passo: «…chiamarono per qualche tempo il luogo Greci–Moncada», che viene riferito pure dal manoscritto di ignoto del 1849. Ma per tale denominazione probabilmente gli autori avranno attinto alla tradizione, poiché non viene citato alcun documento.

E a fine ‘500 “apparve” Biancavilla

A partire dal 1584-85, come riporta il canonico Placido Bucolo, negli atti ufficiali troviamo i nomi Biancavilla e Casale di Biancavilla (Visita Pastorale del 1587). Dal 1584/87, Biancavilla diventa l’unica denominazione per indicare il centro urbano. In questo periodo, quindi, si è avuta una genesi che ha portato da Albanavilla a Albavilla fino ad arrivare a Biancavilla.

Gli storici locali hanno fatto varie ipotesi su tale trasformazione. In primis, hanno pensato all’appellativo Biancavilla come ad un omaggio di Francesco Moncada De Luna, Principe di Paternò, alla Regina Bianca di Navarra. Ma sarebbe più verosimile che tale atto di ossequio fosse stato fatto per onorare una sua sorella per parte di madre chiamata anch’essa Bianca e morta forse prematuramente.

Oppure nel nome Biancavilla vi è un’allusione al candore delle lenzuola dei pagliericci. O ancora (come ipotizzava Santi Correnti) a quello delle case in cui vivevano i primi abitanti. Una ipotesi mistico-religiosa vede perfino l’omaggio del popolo alla Bianca Signora (la Madonna) e alla Villa del paradiso.

Da Albavilla a Biancavilla

L’ipotesi che qui, su Biancavilla Oggi, avanziamo deriva, invece, dall’aver osservato numerosi refusi e imprecisioni presenti nei documenti del XVI/XVIII secolo. Errori derivanti spesso da momentanee e maldestre traduzioni. Molti cognomi, per esempio, venivano storpiati o “interpretati” divenendo col passare del tempo differenti da quelli iniziali.  Valga come prova il cognome Previti, ossia di persona legata (moglie o figlio) a un prete greco, che in qualche trascrizione diventa Proviti o Privitera o Previtera. Altra dimostrazione si potrebbe ricavare dal Quinterno delli Matrimonij della Matri Ecclesica della Tera di Biancavilla (1599). Qui si parla di una Caterina Puleisi figlia di Rocco e Juannella Pulesi. Nello stesso atto si nota una diversità nel cognome della figlia con quello dei genitori. E anche qui i casi sarebbero tanti e vari.

Il passaggio da Albanavilla a Albavilla sembra essere soltanto un’abbreviazione noncurante dell’importanza del primo termine (Albana) riferito agli albanesi. Forse perché proprio in quegli anni (seconda metà del Cinquecento) stava avvenendo un massiccio esodo delle famiglie di origini schipetare verso nuove terre (per esempio verso San Michele di Ganzaria). Esodo che da lì a poco avrebbe fatto perdere inesorabilmente le tipicità inerenti la fondazione e le radici storiche legate a quei migranti venuti da lontano.

Il secondo passaggio, quello che da Albavilla portò a Biancavilla, a nostro modo di vedere, è dovuto a un errore di traduzione nell’interpretare Alba (sincope di Albana) con il femminile sostantivato dell’aggettivo latino AlbusAlba, tradotto in Bianca. Non si esclude in questo passaggio, anziché la svista accidentale, la determinata volontà di voler dare un nuovo senso a quella denominazione, giacché di albanese nel territorio stava rimanendo sempre meno.

In attesa di nuove ricerche d’archivio

«Il toponimo […] – asserisce Cornelio C. Desinan – somiglia ad un organismo vivente e, come tale, nasce e si sviluppa […] Di solito il nome sopravvive anche quando cessa l’effetto che lo ha prodotto…».

Pensiamo che questo sia accaduto a Biancavilla alla fine del Cinquecento, quando il suo toponimo mutò in quello attuale, facendo smarrire la memoria delle cause che lo avevano generato.

Tutte riflessioni, queste, scaturite dalla lettura di fonti, documenti e ricerche che hanno trattato l’argomento prima di noi. Osservazioni che -auspichiamo- possano invogliare e dare spunto a competenti ricercatori nell’effettuare ulteriori indagini. Ricerche da effettuare magari in archivi finora inesplorati. Per fare luce su quegli aspetti meno noti della nostra storia patria e su quegli argomenti spiegati con una certa approssimazione dalla storiografia locale.

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Cultura

”A Paci”, un palcoscenico di fede e tradizione, emozioni e coesione sociale

Un evento in cui si intrecciano teologia cristiana, ritualità popolare e meccanismi socio-psicologici

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Le tradizioni pasquali di Biancavilla compongono un linguaggio simbolico ricco e stratificato. Teologia cristiana, ritualità popolare siciliana, meccanismi psicologici dell’attesa e dinamiche socioculturali si intrecciano, dando vita a un’esperienza collettiva che celebra la rinascita in tutte le sue dimensioni.

La Pasqua qui è festa, ma anche teatro, psicologia e vita comunitaria che si incontrano tra piazze, chiese e case. Ogni gesto, ogni dolce, ogni abito nuovo diventa un ponte tra passato e presente, trasformando la celebrazione in un rito di rinnovamento collettivo che unisce fede e tradizione.

A cascata da’ tila: lo stupore della rivelazione

Fino agli anni ’60, a Biancavilla il momento più atteso cadeva a mezzogiorno del Sabato Santo. In Chiesa Madre, al suono delle campane, avveniva la Resurrezione e, all’improvviso, cascava a tila: il grande drappo che celava il Cristo Risorto.

Non era solo un gesto liturgico: dal modo in cui il telo scendeva si traevano auspici per l’annata agricola, segno del legame profondo tra fede e vita quotidiana.

Il rito affonda le radici nella tradizione medievale del velare le immagini sacre durante la Quaresima, simbolo di attesa e lutto. Lo svelamento rappresenta invece la rivelazione e la vittoria della vita sulla morte: un meccanismo universale, fatto di sospensione e sorpresa, che culmina in un momento di forte impatto emotivo.

Oggi la tradizione è stata recuperata in diverse parrocchie biancavillesi (ultima Santa Maria dell’Idria), e continua a emozionare. La caduta improvvisa del drappo rompe l’attesa e trasforma lo spazio sacro in un’esplosione di luce e gioia condivisa.

“A Paci” e l’Angelo che danza: la festa dell’incontro

La Domenica di Pasqua, il centro storico si trasforma in un grande palcoscenico. Già dalla tarda mattinata, l’Angelo compie tre viaggi dalla Chiesa dell’Annunziata alla Matrice per annunciare alla Madonna la resurrezione di Cristo.

In piazza Collegiata, le statue adornate di fave, spighe e fiori primaverili si incontrano e vengono fatte sfiorare dai portatori, mentre l’Angelo “balla”. Questo rito, da sempre chiamato “a Paci”, rappresenta la riconciliazione tra Dio e gli uomini, espressione popolare della Nuova Alleanza.

Applausi, campane, fuochi d’artificio e musica di banda accompagnano la scena. I movimenti sussultori delle statue richiamano antiche forme di danza: gesti che esprimono elevazione, liberazione e passaggio dalla tensione della Quaresima alla gioia della festa.

“A Paci” è, da sempre, un momento di forte coesione sociale: la comunità si ritrova, condivide emozioni e rinnova i propri legami.

U ciciliu: il sapore della memoria

Tra i simboli più dolci della Pasqua biancavillese ci sono i cicilìa: ciambelle di pane con uova sode e decorate con “cimini” colorati. Le forme — cestini, colombe, fiori, cuori — richiamano fertilità e rinascita, tra il pane che si trasforma e l’uovo che custodisce la vita.

Un tempo la loro preparazione era un vero rito domestico. Famiglie, vicini e bambini partecipavano insieme, trasformando la cucina in un luogo di condivisione e trasmissione di saperi.

Nei giorni precedenti alla festa, i cicilìa venivano donati a parenti e amici: più forte era il legame, più ricca era la decorazione. I fidanzati, ad esempio, si scambiavano dolci con dodici uova. Un gesto semplice, ma carico di significato, che racconta un tempo in cui i legami si nutrivano anche di piccoli simboli.

U vistitu novu: il segno del rinnovamento

Fino a pochi decenni fa, indossare un abito nuovo a Pasqua era una tradizione molto diffusa a Biancavilla, come in gran parte del Sud Italia. Nei giorni precedenti, le famiglie preparavano con cura gli abiti migliori, mentre i bambini attendevano con entusiasmo il momento di indossarli.

Non si trattava solo di un fatto estetico: il vestito nuovo segnava simbolicamente l’arrivo della primavera e della rinascita. Era un modo per sentirsi parte della festa e della comunità, rafforzando insieme identità personale e senso di appartenenza.

Una lezione che va oltre la festa

La Pasqua a Biancavilla insegna che la rinascita non è solo un simbolo religioso: vive nei gesti, nei riti e nelle relazioni.

Quando cade a tila, quando l’Angelo danza tra la folla, quando i bambini indossano l’abito nuovo, non si celebra soltanto la Resurrezione: si rinnova un legame collettivo fatto di fiducia, tradizione e partecipazione.

In un mondo segnato da divisioni, queste usanze offrono una lezione attuale: la rinascita nasce dalla condivisione e dalla capacità di riscoprirsi comunità. La Pasqua, celebrando la resurrezione di Cristo, invita a guardare oltre: oltre il presente, oltre le differenze, oltre le difficoltà.

Ogni anno, a primavera, torna a ricordarci la bellezza della vita che rinasce e la forza della condivisione. Perché il rinnovamento più autentico non è solo spirituale: è anche sociale, e prende forma nei gesti semplici di una comunità che sa ancora ritrovarsi. Buona Pasqua.

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Chiesa

Una tela pasquale nella chiesa dell’Idria fra tradizione e simbolismo cristiano

L’opera pittorica è stata realizzata da Alfredo Sergi e Francesca Crispi grazie ad una donatrice

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Nella parrocchia “Santa Maria dell’Idria” di Biancavilla, gli artisti Alfredo Sergi e Francesca Crispi hanno realizzato una suggestiva tela pasquale che unisce tradizione, simbolismo cristiano e profonda ispirazione biblica. La tela, destinata ad accompagnare l’ultimo periodo della Quaresima, rappresenta la Croce di Cristo circondata da angeli e simboli della Passione, richiamando il significato teologico della redenzione e della speranza.

«Sono lieto – sottolinea il parroco, don Giovambattista Zappalà – che una signora abbia voluto donare la creazione questa tela, che finora la parrocchia dell’Idria non possedeva, e soprattutto sono soddisfatto che a realizzare il dipinto siano stati due giovani della nostra parrocchia».

La tela raffigura al centro una grande croce lignea che si staglia tra le nubi luminose, sostenuta e circondata da figure angeliche. In alto compare la scritta INRI, abbreviazione di Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, la stessa iscrizione posta sulla croce di Gesù secondo il racconto del Vangelo. Accanto alla croce si notano elementi fortemente simbolici: un angelo mostra la corona di spine, mentre altri angeli sorreggono il lenzuolo funerario che ha avvolto il corpo di Gesù. Nella parte inferiore dell’opera appare la scritta Ave Crux Spes Unica, espressione latina che significa Ave croce unica speranza. Frase tratta da un antico inno liturgico, nel quale la Croce viene indicata come strumento di salvezza dell’umanità.

Stile antico, sensibilità moderna

«Una grande emozione per me aver realizzato questa tela, dipingere la croce gloriosa di Cristo mi ha fortificato nella fede e sul piano professionale», afferma Sergi. «Un’esperienza che arricchisce dal punto di vista umano e professionale», aggiunge Crispi.

La croce non è solo simbolo di sofferenza, ma soprattutto segno di salvezza e vittoria sulla morte, tema centrale della Pasqua. L’opera si inserisce nella tradizione delle tele pasquali, presenti già in qualche chiesa biancavillese, dove l’arte diventa strumento di catechesi e preghiera. Attraverso questa rappresentazione, i due artisti hanno voluto riprendere lo stile delle antiche pitture sacre, mantenendo però una sensibilità moderna, capace di trasmettere ancora oggi il messaggio evangelico.

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