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Salomone avanza ipotesi astratte, ma ha il merito di richiamarci alle origini

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“A nostra ‘cona”: è il titolo di una delle tante poesie in dialetto scritte in onore della Madonna dell’Elemosina. Di questo stiamo parlando. Di qualcosa che ci riguarda. Tutti. Una “cosa nostra”. Un merito certo del lavoro di Giosuè Salomone è proprio questo: l’averci richiamato alle nostre origini, a ciò che ci riguarda tutti, proprio mentre le disillusioni del tempo presente ci porterebbero a chiuderci in un individualismo esasperato.

Lo studio, invece, ci impone con cogenza la questione delle nostre origini e della nostra storia civile e religiosa. Non è banale. Non si tratta di questioni superficiali, perché il passato illumina anche il presente. Dire che Biancavilla sia nata da un segno prodigioso di quella Icona recata dagli esuli greco-albanesi, piuttosto che dire che Biancavilla sia nata per i particolari privilegi fiscali concessi dal Conte Moncada, può essere molto diverso. Senza entrare nello specifico delle caratteristiche dello studio di Salomone, per il quale si rinvia ad altre sedi e ad altri interventi, mi limito qui ad alcune semplici considerazioni.

In quella che Salomone liquida come una “leggenda” (il racconto dell’albero di fico, per intenderci), in realtà è racchiuso un mito di fondazione della comunità, che sempre ha letto la sua storia in una prospettiva di fede, riconoscendo negli accadimenti storici il dispiegarsi di un disegno provvidenziale. Tale mito, quindi, non ha una pretesa storica, né può essere smentito dalle ricerche storiche. Siamo dinanzi, infatti, ad un racconto che esprime per immagini una verità fattuale: quelle circostanze favorevoli, che indussero gli esuli a stanziarsi nei “campi belli” (traduzione di “Callicari”), sono stati per i nostri avi i segni certi di un dono della misericordia e della benevolenza di Dio (cosa c’è di più dolce di un fico?).

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Chi conosce l’esegesi biblica sa perfettamente di cosa stiamo parlando. Pensiamo, a titolo di esempio, ai racconti della creazione, che hanno un significato “eziologico”, ossia tendono a dire non il “come”, ma la ragione profonda della realtà che vediamo. Questo è il senso del mito, che non può essere sbrigativamente liquidato con il giudizio “vero/falso” della critica storica. Siamo davanti ad una questione cruciale: Chi e cosa muove la storia? Dio, con la sua Provvidenza – spesso imperscrutabile e incomprensibile immediatamente – o gli interessi economici, il denaro? Il saggio di Salomone, mentre tenta di liquidare come “leggenda” (ossia un fatto inventato e privo di fondamento reale) il racconto delle origini di Biancavilla, ci obbliga a prendere posizione di fronte a questo interrogativo: la storia è frutto del cieco caso o è possibile leggere un filo conduttore che lega avvenimenti e circostanze?

Dio, lo sappiamo, non viola la libertà di nessuno. Ciascuno può assumere di fronte ai fatti della vita la posizione che ritiene più opportuna. I miracoli stessi di Gesù non erano l’espediente per convincere i suoi ascoltatori a credere più in fretta, ma erano un dono riconoscibile solo nella fede, presupponevano la fede, non ne erano la causa. Allo stesso modo – mutatis mutandis – possiamo affermare che quei profughi greco-albanesi non si siano fermati a Biancavilla perché lo impose loro la Madonna (violando i loro progetti), ma perché nella fede riconobbero in una serie di circostanze (la terra concessa a condizioni particolarmente vantaggiose, come bene dimostra Salomone) la sua benevolenza materna.

Un altro breve cenno ritengo opportuno fare in merito all’ipotesi (si tratta di mera ipotesi!) di Salomone, secondo cui l’Icona della Madonna dell’Elemosina sarebbe stata dipinta verso la metà del XVI secolo a Biancavilla da uno dei pittori della famiglia dei Niger (di probabile origine biancavillese). Questa ipotesi, oltre a non essere priva di contraddizioni, non tiene conto adeguatamente del significato e del valore dell’Icona nella tradizione religiosa e liturgica bizantina.

Il primo dato incontrovertibile è che la nostra Icona sia nata per un contesto liturgico. Essa doveva far parte di un’Iconostasi piuttosto importante. È assai più ampia, infatti, delle icone che i fedeli custodivano in casa (altro che regalo per un matrimonio!). Essa invece corrisponde pienamente nelle misure alle Icone che trovano posto nell’iconostasi (una parete che divide il presbiterio dal resto dell’aula liturgica) delle chiese bizantine, dove l’icona viene incastonata in una struttura di legno più complessa che racchiude altre icone, tutte disposte secondo un preciso ordine teologico. L’Icona destinata a tale uso, pertanto, non necessitava di rifiniture particolari ai bordi. A tal riguardo, si noti che solo nel corso del sec. XVII venne realizzata la preziosa cornice barocca che tuttora conosciamo, al fine di rendere più agevole il trasporto dell’Icona, senza toccare la tavola (in legno di cedro, non lo dimentichiamo!).

Appare invece assai più ragionevole – come sempre è stato ritenuto – che la comunità in fuga abbia preso con sé, tra i vari cimeli e reliquie, tra le tante icone venerate, quella particolare Icona della Madre di Dio dipinta secondo i canoni della Madre della misericordia e della tenerezza (in greco “Elèusa”, la misericordiosa). Questa Icona venne utilizzata nella nuova iconostasi messa in piedi nella chiesetta di nuova fondazione e davanti alla quale i fedeli bizantini continuavano ad effondere i loro omaggi fisici (baci e inchini) e ad accendere le candele davanti al volto, come sempre avevano fatto. A questo proposito non è difficile immaginare che l’iconostasi della chiesa di Callicari fosse molto semplice o che consistesse, semplicemente, nell’esposizione dell’Icona della Madonna davanti all’altare, all’altezza dei fedeli, sulla balaustra. E’ ragionevole ritenere che non fosse molto ben strutturata ed elaborata.

A sostegno di questa inveterata tradizione, aggiungo la testimonianza personale che mi è stata resa da Mons. Sotìr Ferrara, Vescovo di Piana degli Albanesi, il quale afferma che gli albanesi della Sicilia occidentale hanno sempre riconosciuto nell’Icona di Biancavilla l’opera di provenienza epirota, con l’aggiunta tra il serio e il faceto: “quell’Icona è nostra!”.

E quando la Messa cominciò ad essere celebrata in rito latino? È strano, si dice, che nella visita Pastorale del Vescovo di Catania del 1555 l’Icona non compaia. Ma è altrettanto verosimile che fosse custodita in casa, presso famiglie private, per le più svariate ragioni possibili. Non ultima, quella della sicurezza. O forse si può immaginare un contrasto tra la comunità greca e il prete latino?

Non stupisce neppure il fatto che la chiesa madre nei primi anni sia stata dedicata a Santa Caterina, probabilmente perché richiamava la chiesa della città natale della comunità. Il culto dei martiri Caterina e Zenone, poi, non dice affatto che la Madonna fosse assente dal cuore di quella comunità bizantina, come sa bene chiunque conosce la tradizione dell’oriente cristiano che venera la Theotòkos con il culto di “iperdulia” (superiore a quello dei Santi, ma inferiore a quello per la Trinità). Al contrario, è logico pensare, come abbiamo avuto modo di affermare più volte in questi anni, che la Madonna dell’Elemosina sia stata l’elemento che ha consentito il passaggio graduale, senza traumi, dal rito greco al rito latino, divenendo, nella Biancavilla del ‘600, “Nostra Signora della Limosina”, come dimostra il fiorire di varie riproduzioni popolari. L’“iperdulia” che i padri albanesi avevano praticato verso questa icona secondo le loro modalità tipiche espressive (bacio dell’icona, accensione di lumi, inchini), venne trasmessa anche ai biancavillesi di nuova generazione. Così ciò che era sacro per i primi padri, continuò ad esserlo anche per i nuovi arrivati. In quell’Icona, infatti, continuavano a riconoscersi gli esuli superstiti e ad essa anche i nuovi abitanti attribuivano un ruolo di speciale protezione. Anche gli immigrati di sensibilità latina, quindi, impararono ad amare questa figura tanto sacra e diversa da tutte le solite raffigurazioni della Madre di Dio, riconoscendo in quella “bella terra” che Ella aveva donato ai primi profughi un dono anche per loro, nuovi arrivati, quelli del nuovo esodo originatosi a seguito delle calamità che avevano interessato i paesi vicini.

Se, come ipotizza Salomone, l’opera è stata fatta a Biancavilla da uno dei Niger nella metà del ‘500 – quando a suo dire il rito greco era quasi scomparso – per quale ragione non è stata fatta piuttosto una pala d’altare assai più imponente, con altre figure di santi o angeli, in modo da occupare opportunamente l’altare principale della Chiesa ormai adibita al rito latino e che – sempre secondo Salomone – sarebbe già stata intitolata alla Madonna dell’Elemosina? Risulta difficile credere che uno dei Niger (a nessuno dei quali risulta ascrivibile una sola icona) abbia fatto un dipinto tutto sommato piccolo, un’Icona ad uso liturgico di una comunità bizantina sempre più rarefatta, che non poteva trovare adeguata sistemazione nei tradizionali altari delle chiese di rito latino. Se, come sostiene Salomone, la Chiesa fosse stata intitolata alla Madonna dell’Elemosina prima ancora che l’Icona venisse dipinta, perché fare un’Icona, tipica dell’uso liturgico greco-bizantino, e non piuttosto una statua o una pala d’altare monumentale, magari di ispirazione confroriformistica? Chi ha dimestichezza con la storia religiosa, inoltre, sa bene che non si impianta un culto ex novo senza che vi sia un’immagine, un’iconografia ben chiara o una reliquia di riferimento. Come immaginare l’intitolazione della chiesa alla Madonna dell’Elemosina, senza sapere quali fossero le caratteristiche di questo particolare titolo della Madonna da predicare e da far amare? Se c’era un riferimento alla Chiesa omonima di Catania, perché lo stesso non c’era anche nella rappresentazione della Madonna? Sarebbe un po’ come intitolare una chiesa alla Madonna delle lacrime realizzando una statua della Vergine con caratteristiche del tutto indipendenti e dissimili dalla statuetta venerata a Siracusa.

Per queste ragioni, le ipotesi formulate dal nostro autore rimangono a livello di immaginazione astratta. Anche altre piccole questioni sollevate da Salomone, circa ad esempio copie dell’Icona nella chiesa di Sant’Antonio o presso i locali del Cenacolo “Cristo Re”, possono trovare facile risposta. Basta chiedere!

Infine, realizzare un’Icona non è come dipingere una tela qualunque. Anche questa è un’acquisizione pacifica. Per i bizantini l’Icona è un “quasi-sacramento”, non è un esercizio di bravura artistica. Richiede preghiera e digiuno. Le caratteristiche sono dettate dal prototipo (non esistono copie, ma prototipi), gli spazi per la creatività sono marginali. Perché un prete latino, che secondo il Salomone avrebbe voluto “latinizzare” questa comunità, avrebbe commissionato un’Icona bizantina? L’ipotesi del nostro, tra l’altro, trascura allegramente l’iscrizione delle lettere greche su croce russa che si trovavano (e si trovano, sebbene nascoste) nel retro della nostra Icona. Queste iscrizioni, relative ad una preghiera di benedizione e di esorcismo dei monaci basiliani (le prime lettere sono l’abbreviazione dell’invocazione: “Cristo Vince!”) ci confermano ancora di più l’origine autenticamente bizantina della nostra Madonna, oltre a lasciare immaginare possibili provenienze da ambienti monastici. Per non dire dei tanti e autorevolissimi pareri di Iconografi e Iconologi che negli anni hanno riconosciuto nell’Icona biancavillese un purissimo esemplare della scuola iconografica cretese. Credo che una pista interessante di riflessione potrebbe riguardare l’approfondimento dell’Archimandritato di Messina tra il XV-XVI secolo.

Di questo e di molto altro, parleremo il 29 agosto prossimo in Chiesa Madre, nell’ambito del secondo Simposio di studi promosso dalla Parrocchia matrice e dall’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina”. Vi aspettiamo. La materia è affascinante. E – siamo certi – dal confronto costruttivo non possono che nascere nuovi spunti di riflessione e di reciproco arricchimento. Con tutta la gratitudine mia personale a Salomone per averci dato la possibilità di riprendere in mano le pagine più belle della nostra storia. Le origini.


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Ex linea Fce, ottime premesse ma grava lo spettro della “cartolina turistica”

Il concetto di “desiderabilità” di un territorio dovrebbe imporsi su quello della competitività

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© Foto Biancavilla Oggi

Merita interesse l’avvio del workshop “Mənd_IT – Ricucire lembi urbani”, recentemente presentato a Villa delle Favare, finalizzato al recupero dell’ex linea Fce. Non soltanto perché vede l’ingresso in campo di figure cruciali nei processi rigenerativi, quali architetti, paesaggisti e pianificatori. Non solo per le importanti sigle nazionali coinvolte. Ma anche per l’eccezionale capacità che le istituzioni dei Comuni di Adrano, Biancavilla e S. Maria di Licodia hanno mostrato nel far fronte comune. Un importante elemento di novità, come ha sottolineato il presidente della Regione, Nello Musumeci.

Le ambizioni sembrano delle migliori, e alcune delle parole d’ordine della giornata in effetti rincuorano. «Riscoperta di un modo lento di fruire il territorio», dice il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Catania. «Dare una grande mano d’aiuto alla viabilità», aggiunge il sindaco Bonanno. Lo stesso concetto del “ricucire” ben si confà all’idea di un’arteria verde urbana che annoda, o risana, le tante “scuciture” e “ferite” del territorio. 

Tuttavia, uno spettro sembra gravare su queste virtuose premesse e tirare i fili dell’intera operazione. È lo stesso governatore Nello Musumeci ad evocarlo senza giri di parole: «La zona ovest dell’Etna continua a rimanere fuori dai grandi circuiti turistici. Eppure questa zona ha tutte le potenzialità, ha la materia prima, per offrire un turismo alternativo rispetto a quello… delle stazioni sciistiche».  Siamo alle solite, insomma: il territorio ridotto a cartolina turistica per la sua messa a profitto.

Criticità e arretratezza del territorio

Trovo preoccupante il fatto che nessuna delle istituzioni presenti abbia avvertito l’esigenza di parlare concretamente delle criticità e delle arretratezze del nostro territorio. Un territorio letteralmente strozzato dal traffico e dal cemento. Ovvero, simboli concreti di un potere politico per troppi decenni soggiogato alla criminalità mafiosa e agli interessi dei pochi.

A fronte di queste criticità, è a dir poco miope interpretare l’ex linea Fce solo in virtù delle sue potenzialità turistiche, e non vedervi invece uno snodo cruciale per il rilancio del territorio provinciale. In questo senso, la gestione non può che essere condivisa e aperta, trattandosi di un bene collettivo di cui può (e deve) beneficiare tutta la Comunità.

Nel caso inverso, infatti, rischieremmo di incappare nell’ennesima bolla speculativa, ispirata più alle logiche predatorie del capitalismo che al Bene Comune. Un’operazione che darebbe certo qualche liquidità. Ma che non apporterebbe reali benefici al territorio e ai suoi abitanti, lasciandolo in balia dei suoi problemi cronici di viabilità, di salubrità, di “desiderabilità”.

La “desiderabilità” del nostro territorio

Quest’ultimo concetto – la “desiderabilità” di un territorio – sempre più dovrebbe imporsi su quello di competitività. Il Mezzogiorno è in avanzata crisi demografica, si spopola di giovani ed energie, ma noi pensiamo bene di ripopolarlo di turisti? Per fermare questo tragico declino servono risposte energiche e illuminate, capaci appunto di «generare negli abitanti, nelle persone, nelle imprese, la voglia di non abbandonare quella città o quel territorio, o di insediarvisi, grazie alle sue specificità, per le sue qualità» (Nigrelli, Micromega 2020).

Ogni spazio urbano e rurale è un crocevia di spazi fisici, sociali e simbolici. Sono le comunità i primi referenti del luogo, che lo abitano, lo investono di emozioni e di significati, ed è a queste comunità che la politica deve saper dare risposte. Il modello turistico non tiene conto di tutto ciò, se non nell’ottica di cristallizzare e patrimonializzare usi e costumi, paesaggi o atmosfere, per poi metterle sul mercato. Questo modello aggrava la competizione fra aree forti e aree deboli, piuttosto che favorirne una crescita sinergica.

La solita favola del turismo

Alla favola del “turismo-panacea”, che ancora troppo spesso la classe politica invoca per liberarci da ogni male, bisogna dunque opporre una visione di crescita orientata ai veri bisogni degli abitanti. Credere ancora a queste favole, significa non voler vedere quanto il Turismo, senza un territorio sano sottostante, e specie se incurante (come spesso accade) delle “capacità di carico” di quel dato territorio, rischia di impoverire anziché arricchire.

I motivi sono molti, come descritto da un’ampia letteratura economica e sociologica. Ne ricordo giusto alcuni: genera lavoro sottopagato e non qualificato, priva intere fasce sociali dei loro diritti, non induce migliorie strutturali e durature, aumenta il consumo di suolo e l’inquinamento, compromette valori e tradizioni locali. Senza voler considerare le fragilità strutturali del terziario, rivelatesi con la pandemia. Tutto questo non per negare effetti positivi al turismo, ma per invitare ad un’accurata analisi preliminare su costi e benefici.

Rigenerazione non è decoro

Ricordo, per concludere, che i fondi del Pnrr (che non sono soldi a fondo perduto) hanno dei vincoli precisi in termini di tutela dell’ambiente, e come tali vanno spesi con intelligenza. Mi preme sottolineare, a questo proposito, che la rigenerazione urbana è ben altra cosa dal decoro urbano, e che abbellire di qualche albero il paese non significa renderlo automaticamente più vivibile o energeticamente sostenibile.   

Il workshop accenderà i motori in settembre, e ha già in programma importanti attività propedeutiche quali passeggiate, dibattiti con gli stakeholders e seminari. Mi auguro che queste buone intenzioni, circa il coinvolgimento del territorio, vengano rispettate, e che si tengano in debito conto i reali bisogni delle comunità. Ma temo che, senza un interessamento attivo da parte di associazioni o singoli cittadini, tali bisogni rimarranno ancora una volta delusi.

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