Cronaca
Per l’omicidio di Antonio Andolfi resta in carcere Salvatore Santangelo
Il delitto avvenuto a Centuripe durante un inseguimento, su TikTok il dolore del padre della vittima
Per l’omicidio di Antonio Andolfi, morto a seguito di diversi colpi di arma da fuoco, il Gip del Tribunale di Catania, Sebastiano Di Giacomo Barbagallo, ha convalidato il fermo del presunto omicida, Salvatore Santangelo, un pastore di 46 anni, assistito dall’avv. Giuseppe Milazzo.
Dagli archivi di Biancavilla Oggi, si apprende che nel 2018 l’uomo era stato arrestato dai carabinieri di Nicosia per detenzione di armi e munizioni nella propria masseria, in territorio di Centuripe. Ma a suo carico non ci sono precedenti di particolare rilievo.
Adesso si trova rinchiuso nel carcere catanese di piazza Lanza. I fatti sono avvenuti nelle campagne di Centuripe. Per tale ragione, il giudice etneo si è dichiarato incompetente. Il fascicolo del pm Antonella Barrera passa così dalla Procura di Catania a quella di Enna, che dovrà quindi rinnovare la richiesta di fermo.
La vittima era stata trasportata, in un furgone, al pronto soccorso dell’ospedale “Maria Santissima Addolorata” di Biancavilla. A guidare il mezzo, un suo amico allevatore biancavillese, presente durante lo svolgimento dei fatti. Per il giovane non c’è stato nulla da fare: era già morto, nonostante i tentativi di rianimarlo da parte dei medici.
Movente e dinamica dei fatti
Quanto al movente, come aveva già anticipato Biancavilla Oggi, correggendo le ipotesi più disparate pubblicate da tv, siti e canali social, il fatto di sangue sarebbe scaturito da diverbi personali e discussioni legati al pascolo degli animali. Al momento, le indagini – condotte dai carabinieri della Compagnia di Paternò e della stazione di Biancavilla – farebbero emergere una dinamica con una lite, un inseguimento in auto e poi la sparatoria.
Santangelo, come appreso da Biancavilla Oggi, avrebbe avuto una discussione con Andolfi e l’altro allevatore. Ne è nata una lite, l’indagato si sarebbe sentito minacciato. Poi un inseguimento: il furgone con i due a bordo e Santangelo sulla sua auto. Fino a quando i due mezzi si sono ritrovati affiancati e Santangelo ha esploso almeno tre colpi di pistola. Uno ha colpito mortalmente il giovane 20enne. Vana la corsa all’ospedale di Biancavilla, dove si è subito radunata una folla di familiari e amici.
Il dolore del padre: «Cori miu…»
Antonio Andolfi aveva compiuto da pochi giorni 20 anni. In tanti, soprattutto suoi coetanei, sui social lo stanno ricordando con video, immagini e parole di dolore.
Il padre, Massimo, ha condiviso i suoi pensieri su TikTok: «Cori miu…». Un rapporto tra i due definito come quello di “fratelli complici”.
«Amore di papà, ti hanno strappato da questo mondo e da noi, è un dolore che non potrà mai passare ma verrà un giorno che saremo vicini di nuovo, ti amo da morire». E ancora: «Non troverò mai pace a pensare che non potrò mai stringerti più a me, mi manchi un casino ‘a papà».
Massino Andolfi ringrazia tutti coloro che stanno dimostrando vicinanza per la morte di Antonio. «Ma – aggiunge – non facciamolo sentire solo perché lui non amava stare solo, facciamo rimbombare il suo nome nei nostri cuori».
AGGIORNAMENTO
►Santangelo accusato del tentato omicidio del secondo uomo
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Cronaca
Il questore: «È ritrovo di pregiudicati», altro bar sospeso per una settimana
I paradossi della normativa: il gestore non ha responsabilità, ma le conseguenze ricadono su di lui
È stata sospesa per sette giorni dalla Polizia di Stato l’attività di un bar di Biancavilla, diventato ritrovo abituale di pregiudicati. Ne dà comunicazione la Questura di Catania, titolare del provvedimento previsto dall’art. 100 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza. L’atto è già stato notificato al titolare dai poliziotti del Commissariato di Adrano.
Il gestore del bar non ha alcuna responsabilità e nei suoi confronti, infatti, non sono state applicate sanzioni. Eppure, l’atto del questore – stando alla normativa – prevede la sospensione dell’attività. Un dettaglio che suscista spesso incomprensione e dissenso per una misura di ordine pubblico – risalente ad un regio decreto del 1931 – percepita come inutile e anacronistica.
Nel corso degli accertamenti eseguiti in un significativo arco temporale, da febbraio e fino a pochi giorni fa, gli agenti hanno verificato come il bar di Biancavilla fosse divenuto luogo di incontro abituale di pregiudicati. Persone con precedenti per associazione per delinquere di tipo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, furto, detenzione di armi clandestine. Altri soggetti vantavano precedenti per ricettazione, minaccia, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, inosservanza di provvedimenti dell’Autorità. Altri ancora maltrattamenti di animali, violazione degli obblighi relativi alla sorveglianza speciale, detenzione illegale di armi da guerra, esplosivi e munizioni.
In un’occasione è stata rilevata la presenza di soggetti già sottoposti alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per reati di mafia, all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e all’avviso orale del Questore.
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Cronaca
Sotto indagine 4 rumeni: sfruttavano marocchini per un lavoro da fame
In campagna 70 ore a settimana, 1 euro ogni cassetta d’arance, alloggio senza luce né acqua
Sono quattro uomini di origine rumena, ma residenti a Biancavilla, gli indagati della Procura di Enna per avere reclutato, organizzato ed impiegato presso terzi in condizioni di sfruttamento, lavoratori stranieri irregolari, approfittando del loro stato di bisogno. Una nuova storia di caporalato. I carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Catania, supportati dalla Compagnia di Paternò, hanno eseguito un’ordinanza di applicazione della misura cautelare personale nei confronti di quattro rumeni, emessa dal Gip di Enna.
Secondo l’inchiesta, i lavoratori irregolari (tra gennaio e maggio 2024) sarebbero stati impiegati nella raccolta delle arance, in terreni agricoli di Enna e Regalbuto, pagati a cottimo con 1 euro a cassetta. Una retribuzione palesemente difforme e sproporzionata rispetto ai minimi contrattuali. Un impegno di circa 70 ore settimanali, senza giornate di riposo, in condizioni alloggiative degradanti, in violazione della normativa antinfortunistica. Tutti costretti a lavorare e ad accettare le condizioni imposte dietro violenza e minacce.
L’indagine è scaturita dalla denuncia di quattro cittadini marocchini dipendenti da uno pseudo imprenditore rumeno, sostenuti dall’associazione Penelope, sulle cui dichiarazioni hanno avuto origine gli accertamenti a riscontro da parte dei militari del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Catania.
In particolare, uno dei soggetti indagati, ora ai domiciliari con braccialetto elettronico, ricopriva il ruolo di datore di lavoro “di fatto”. Gli altri tre (destinatari dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria) eseguivano gli ordini e svolgevano funzioni di controllo sul campo, vigilando sull’attività dei lavoratori, imponendo ritmi e carichi sproporzionati con “modalità intimidatorie”. Erano loro a gestire anche l’alloggio fatiscente (privo di luce e acqua) imposto ai lavoratori, trattenendone le somme relative all’affitto dal salario e minacciando gli stessi di allontanarli se non avessero accettato tali condizioni, contribuendo così a mantenere le condizioni di sfruttamento e dipendenza economica e abitativa.
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