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Quei semi di solidarietà che a Biancavilla germogliano contro il virus dell’indifferenza

Cittadini che promuovono raccolta fondi per il bene comune: ecco il lato “buono” che ha svelato questa emergenza

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Poco più di un anno fa, Biancavilla si trovava ancora nel pieno della “crisi sismica” che ha messo alla prova la tenuta architettonica e sociale del paese. In quell’occasione, da queste stesse pagine, denunciavo lo scarso senso di solidarietà testimoniato dalla Comunità nell’emergenza, richiamando persino gli scenari de La Peste di Camus. Nessuno poteva immaginare che di lì a poco ci saremmo realmente trovati faccia a faccia con una vera emergenza sanitaria, che avrebbe bruscamente sospeso le nostre vite e gettato nell’incertezza economica molte famiglie.

Non in pochi, in questa fase, stanno intuendo il potenziale positivo dell’emergenza. I più ottimisti la descrivono quasi come una grande lezione per l’umanità, la Natura che si vendica, il Capitalismo che mostra una buona volta la sua incompatibilità col pianeta Terra. Senza voler andare così lontano, provo a riflettere sui piccoli vantaggi che una comunità come Biancavilla può trarre, da osservatore vicino/lontano quale sono, attualmente “arruolato” nel reparto Covid di Modena.

Sto guardando con interesse ai tanti atti di solidarietà e alle raccolte fondi lanciate in questi giorni, in particolare quella finalizzata all’acquisto di materiali per la Terapia Intensiva del nostro ospedale e quella organizzata dall’Associazione Piazza Grande. Della prima mi ha colpito soprattutto la natura dal basso che l’ha caratterizzata, in assenza di sigle blasonate, patrocini o “cappelli” vari. La seconda ha avuto invece il merito di accendere i riflettori sulle fasce sociali deboli, ovvero quei soggetti irregolari che sono stati esclusi dagli aiuti comunali. Uomini e donne che ci conviene impiegare (o dovremmo dire sfruttare?) come manodopera facile, ma che nell’emergenza scompaiono, smettono di essere parte di quella comunità che dà loro lavoro, anche se irregolare, anche se in nero.

Queste iniziative sono progetti lodevoli non solo per il loro valore in sé – il sostegno economico all’Ospedale o agli indigenti – ma anche per il valore simbolico che rivestono e soprattutto potranno rivestire nel nostro futuro. Si tratta di un piccolo segno, o se preferite di un singolo seme, ma dal quale potrà nascere una pianta ricca di ulteriori semi.

In una realtà in cui si fatica a credere nella cura dei beni comuni o in cui – bisogna ammetterlo – piccoli odi e invidie possono ingenerare sospetti reciproci, è virtuoso il tentativo di superare questi steccati per guardare, insieme, ad un obiettivo comune e collettivo. Ed è significativo che molta gente abbia aderito alla chiamata, una risposta non scontata che trovo incoraggiante e che mi lascia intravedere una ritrovata fiducia nella collettività. Si tratta di un precedente a cui potremo guardare con orgoglio, un esempio virtuoso di come la fiducia e la solidarietà ripagano tutti, mentre il sospetto, la divisione e l’indifferenza, avvelenano la salute della comunità, rendendoci, in definitiva, tutti un po’ più poveri.

Ma c’è un aspetto, di natura pratica, che mi porta a vedere delle potenzialità ulteriori. Come per buona parte del Meridione, anche Biancavilla soffre di un alto tasso di emigrazione, a causa di numerose ragioni che sarebbe lungo elencare. Esiste una Biancavilla sommersa e “forestiera” che tuttavia continua a sentirsi legata alla comunità d’origine, e in un certo senso ne è ancora parte, vuoi per i legami, vuoi per le tradizioni o le abitudini estive/natalizie. In questo scenario, la raccolta fondi si rivela uno strumento vincente, sia perché può captare risorse economiche esterne, sia perché permette, a tutti gli “outsider”, di esercitare un ruolo civico nei confronti della comunità che li ha visti nascere e crescere.

La comunità va dunque ripensata: non più o non solo l’insieme di persone che abitano uno spazio, le loro case, le tradizioni, gli scorci familiari delle piazze o delle chiese, ma anche tutti coloro che ci ruotano attorno. Le tecnologie digitali hanno reso l’emigrazione contemporanea ben diversa da quelle del passato. La virtualità ci permette infatti di continuare a “vivere” un luogo anche se fisicamente lontani, condizione lacerante ma altamente dinamica con cui bisogna sapersi confrontare. In questo sistema complesso, da immaginare come un pianeta attorniato da satelliti, ricorrere a questi strumenti può quindi rinsaldare legami comunitari inediti, oltre a permettere riflussi economici che, in piccola parte, potrebbero minimizzare l’enorme prezzo che il Sud paga per la fuga di tanti suoi giovani.

Adesso che il seme è germogliato, sta a noi farlo crescere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Premio Scanderbeg (e alla memoria), buona idea riconoscere i meriti però…

Note a margine dell’evento promosso dalla Presidenza del Consiglio Comunale a Villa delle Favare

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Ho letto con piacere dell’esistenza del premio Scanderbeg, istituito dal Comune di Biancavilla e, nello specifico, dalla Presidenza del Consiglio Comunale. L’idea che le nostre istituzioni vogliano dare merito e riconoscimento a personalità che si siano distinte in ambiti professionali o di impegno civico, culturale, sociale o volontaristico mi sembra valida e da sostenere.

Ci sono, tuttavia, due osservazioni che spontaneamente nascono dalla lettura delle cronache dell’evento di premiazione, avvenuto a Villa delle Favare.

Scegliere di stilare un ampio ventaglio di premiati rischia, nel giro di qualche anno, di esaurire il numero di meritevoli a cui conferire il riconoscimento. O quantomeno si rischia di individuare personalità via via “minori” rispetto a quelli già chiamati sul palco. In altre parole: meglio scegliere, per ogni edizione, pochi ma farlo con criterio, evitando motivazioni troppo generiche.

Altro aspetto che è saltato alla mia attenzione è la categoria del “premio alla memoria”. Non è inusuale che certi riconoscimenti vengano dati post mortem. Di solito accade per scomparse premature o improvvise.

Nel caso della manifestazione del Comune di Biancavilla sembra, invece, che si tratti di una categoria fissa, da riproporre ogni anno. L’idea, in questo caso, non fa altro che certificare la disattenzione che in passato l’istituzione comunale ha avuto nei confronti dei biancavillesi meritevoli.

I premi si danno in vita, non dopo la morte! Sembra si voglia colmare l’indifferenza che sindaci e consiglieri hanno mostrato nel passato. Cosa vera, ma ormai è troppo tardi. Vogliamo dare un premio, dunque, alla memoria per Antonio Bruno e farci perdonare le malignità riservate prima e dopo la sua morte o l’oblio che ne è seguito per decenni? Guardiamo avanti.

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