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A Biancavilla la sinistra è scomparsa e la Politica ormai è morta da anni

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Caro Prof. Pelleriti, leggo con attenzione i tuoi interventi, sempre profondi ed intelligenti, dalle pagine di Biancavilla Oggi. Devo confessarti che l’ultimo in ordine di tempo (Da quel misero 2,41% avuto dal Pd, la sinistra a può risorgere a Biancavilla) ha suscitato in me una voglia irresistibile di dire la mia; sei riuscito a smuovermi da uno stato di apatia e di posizione “aventiniana”, e di questo ti ringrazio.

Tu, da romantico simpatizzante/elettore della Sinistra di altri tempi, sei giustamente amareggiato dalla sostanziale sua scomparsa dalla scena politica biancavillese; cerchi di analizzare le cause della sconfitta elettorale e suggerisci delle proposte per rilanciarne i valori, e quindi il successo in termini di consenso popolare.

Anch’io, come penso qualsiasi altra persona di mezz’età che è cresciuta ed ha vissuto credendo in quei valori, sono certamente amareggiato e condivido la tua sofferenza.

Se volessimo fare un ragionamento esteso alla politica nazionale, potremmo sostenere, come fanno tanti certamente più autorevoli di me, che la crisi della Sinistra, non solo in Italia ma anche nel resto del mondo, sia imputabile a diversi fattori, tra cui, non ultimi, il definitivo tramonto delle ideologie che hanno caratterizzato e, per certi versi, diviso il mondo nel corso del secolo scorso; l’incapacità dei movimenti progressisti di interpretare e dare risposta agli attuali bisogni delle società contemporanee, sempre più attratte da movimenti definiti populisti o sovranisti che dir si voglia.

La mia riflessione, però, non vuole toccare i grandi temi appena citati, i quali peraltro non hanno alcuna attinenza con le dinamiche che caratterizzano la politica biancavillese; non vuole nemmeno essere una disamina limitata alla condizione (rovinosa) della Sinistra locale, bensì una considerazione (certamente per alcuni errata) sullo stato in cui versa in generale la politica nel nostro paese.

Dispiace doverlo dire, ma la “Politica” a Biancavilla è ormai morta da parecchi anni!

Ho volutamente usato il maiuscolo perché, come si suol dire, con esso si intende fare riferimento alla politica intesa come scienza che, attraverso il confronto democratico tra visioni diverse e talvolta contrapposte del modo di interpretare i bisogni della società, persegue il fine ultimo del “bene comune”, inteso quale utilità e/o vantaggio a favore della collettività.

Purtroppo (e lo ribadisco con grande pena) nella nostra città questo modo di concepire la politica non esiste più da anni!

Ormai a Biancavilla imperversano dei “gruppi organizzati del consenso elettorale”, che vengono assoldati, dall’uno o dall’altro candidato di turno, e che si spostano indifferentemente verso l’una o l’altra area politica, a seconda della convenienza contingente del momento.

Non esistono regole o logiche politiche (che tu ti affanni a ricercare) alla base di tali “movimenti”; esiste solo la logica della “convenienza”, finalizzata alla vittoria della competizione elettorale ad ogni costo.

Ovviamente, com’è naturale pensare, l’arruolamento di questi neo “capitani di ventura” non avviene gratuitamente, ma presuppone necessariamente il pagamento di un “prezzo politico” che di regola si traduce in utilità/vantaggi personali, non certo a favore della collettività.

Non voglio entrare nel merito del modo (lecito o meno) con cui questi “gruppi organizzati” si procurano il consenso elettorale; questa valutazione è demandata ad altri, che hanno strumenti di indagine certamente ben più idonei ed efficaci dei miei. Una cosa è certa, questo modo di ricercare il consenso ha elevato a sistema il tanto vituperato e criticato “clientelismo” che caratterizzava la cosiddetta “Prima Repubblica”.

Anzi, se ci è consentito fare una battuta, potremmo affermare che l’attuale clientelismo si differenzia rispetto a quello del passato, per il fatto di essere un “clientelismo al ribasso”. In passato ci si “vendeva” il voto in cambio della promessa di un posto fisso, magari nella Pubblica Amministrazione; oggi si è disposti a fare qualunque cosa in cambio di qualche decina di euro, piuttosto che di un posto di lavoro a tempo determinato o magari di una semplice busta della spesa. Forse anche questo rispecchia il clima di grande crisi economica che caratterizza, purtroppo, la nostra povera terra!!

Si badi bene, io non biasimo chi, spinto dalla povertà e/o dal bisogno, è disposto ad abdicare alle proprie idee e convinzioni, in cambio di tali prebende; mio padre mi ha insegnato che la povertà non è vergogna! Biasimo fortemente, invece, quelli che, approfittando dello stato di necessità delle persone socialmente deboli, le privano del loro diritto di esprimere le proprie convinzioni politiche, e quindi in sostanza della libertà di voto sancito dalla Costituzione.

L’inevitabile approdo finale di questo sistema distorto di acquisizione del consenso è quello che, al ricorrere di ogni competizione elettorale, il confronto dialettico tra i diversi schieramenti che si contendono l’amministrazione della cosa pubblica non avviene né sulla base di una contrapposizione ideologica (ormai scomparsa, a dire di tanti) né di una comparazione tra diversi obiettivi programmatici che vengono proposti alla comunità. Il successo elettorale dell’uno o dell’altro candidato a sindaco è determinato soltanto dalla capacità di ciascuno di essi di assoldare quanti più “capi bastone”, in modo da raggiungere la fatidica percentuale numerica che gli garantisca la vittoria finale.

La conseguenza naturale di tutto ciò è che, finita la competizione elettorale, i sindaci risultati vittoriosi non si dedicano all’attuazione del programma politico sottoposto al voto degli elettori (nella maggior parte dei casi, come detto, inesistente), ma sono costretti a soddisfare quotidianamente gli appetiti dei “capitani di ventura” che li hanno condotti al successo, talvolta omettendo di valutare se tale soddisfacimento coincida o meno con il perseguimento dell’interesse pubblico dell’intera comunità.

Non possiamo nasconderci il fatto che siamo ormai abituati ad assistere a continui mutamenti di maggioranze in corso d’opera, a girandole di assessori, a conferimenti di incarichi professionali, che non rispondono ad altra logica se non a quella sopra descritta.

Per onestà intellettuale, bisogna riconoscere che il ricorso al sistema appena cennato non è prerogativa di questa o quell’altra area politica; ormai è una prassi largamente utilizzata e condivisa da tutti gli schieramenti, a prescindere dalle aree ideologiche e valoriali di riferimento.

Cosa fare di fronte a questo quadro desolante della situazione? La reazione purtroppo invalsa negli ultimi anni è stata quella di una continua disaffezione della “gente comune” nei confronti della politica, di un totale disinteresse nei riguardi della gestione della cosa pubblica, vista sempre più come qualcosa di distante e di diverso rispetto al proprio “orticello”.

Il contegno omissivo, purtroppo assunto dalla maggioranza silenziosa della comunità biancavillese, ha finito con l’aggravare nel tempo la situazione, consegnando di fatto nelle mani di quei pochi “capitani di ventura” le sorti della città in cui viviamo e, cosa per me ancora più importante, stanno crescendo e si stanno formando i nostri figli.

Se non vogliamo rassegnarci, impotenti, a tale stato di cose, dobbiamo avere tutti lo scatto di orgoglio e la voglia di impegnarci attivamente che tu, caro Prof. Pelleriti, hai manifestato dalle colonne di questo giornale.

Non possiamo rassegnarci a pensare che una comunità, come quella biancavillese, composta da persone straordinarie e che sovente ha dimostrato di avere al suo interno delle vere eccellenze (penso ai tanti giovani che hanno conseguito traguardi eccezionali nei diversi rami del sapere; ai professionisti e gli imprenditori di successo, che pure esistono nel nostro territorio), possa continuare a scivolare lungo il sentiero che la sta conducendo all’inevitabile e definitivo declino.

Bisogna fare rinascere nelle persone, soprattutto nei giovani, la coscienza civica, la voglia di impegnarsi e di occuparsi della “Politica” nell’accezione positiva che le compete. I giovani, che tu ben conosci per averne formati tanti nel corso della tua carriera professionale, devono riscoprire il senso vero dell’etica della Politica, che non è certamente quello di accaparrarsi vantaggi meramente personali, ma quello di mettersi al servizio della comunità, creando opportunità per tutti e non solo per pochi.

Per conseguire tali ambiziosi obiettivi non si può improvvisare o affidare tutto al caso; i giovani devono essere preparati e formati per diventare la nuova classe dirigente, in grado di amministrare con competenza e consapevolezza una comunità composta da circa venticinque mila persone, le cui inevitabili criticità esigono che gli amministratori siano dotati delle necessarie conoscenze ed attitudini.

In tale prospettiva, a mio avviso, sarebbe necessario creare continue occasioni di incontro e di dibattito su tematiche funzionali all’acquisizione delle suddette competenze; penso, ad esempio, a quelle che una volta venivano definite “scuole di formazione politica” e che fornivano ai futuri amministratori le necessarie conoscenze di base (storiche, giuridico-economiche, ecc.) per svolgere al meglio il loro delicato ruolo.

Corollario imprescindibile di questo percorso, certamente non di breve periodo, è che la comunità biancavillese sia attenta e vigile sulle scelte nel frattempo operate dai suoi amministratori. L’ordinamento giuridico, ormai da tempo, mette a disposizione della collettività idonei strumenti per conoscere gli atti amministrativi adottati dalle competenti istituzioni pubbliche.

La comunità amministrata ha il diritto-dovere di conoscere le scelte operate dai suoi rappresentanti e, se del caso, smascherare eventuali abusi e/o privilegi accordati indebitamente a favore di pochi.

Solo un’attenta e consapevole vigilanza potrà costituire un valido deterrente per togliere terreno fertile a quei “capitani di ventura”, che oggi costituiscono il cancro della nostra democrazia.

Da ultimo, ma non certo per importanza, occorre che le formazioni politiche ed i partiti (almeno quel che resta) prendano consapevolezza del fatto che devono tornare ad essere luogo di dibattito serio, eventualmente anche conflittuale, sul modo di come interpretare ed affrontare i bisogni della collettività. La Costituzione attribuisce ai partiti il ruolo di strumento per consentire ai cittadini di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale e quindi anche locale. Essi devono costituire, pertanto, il mezzo attraverso cui le istanze della comunità amministrata devono essere veicolate presso le istituzioni. Purtroppo, i partiti sembrano avere perso di vista questo loro ruolo fondamentale, finendo col trasformarsi in mere sommatorie di individualità che condividono solo il momento della campagna elettorale, salvo poi seguire ognuna il proprio percorso solitario ed individualistico. Ed invero, non rappresenta di certo una novità il fatto che, finita la competizione elettorale, gli eletti intraprendono un percorso solitario ed autoreferenziale, mentre gli altri candidati ed i simpatizzanti, che pure hanno contribuito all’elezione dei primi, tornano mestamente alle loro normali attività di sempre, senza più nemmeno essere consultati per tutta la durata della consiliatura.

Ebbene, se i partiti (e per essi chi ha responsabilità decisionali) non comprendono lo stato di profonda crisi in cui versa la nostra democrazia e non avvertono la necessità di un’immediata inversione di tendenza, saranno inesorabilmente destinati al loro definitivo declino ed alla scomparsa dalla scena politica, come peraltro confermato dalle recenti tendenze elettorali.

Per concludere, caro Alfio, mi auguro, di vero cuore, che il tuo slancio possa essere di esempio a tanti altri che, come me nel corso di questi anni, hanno preferito abbandonare l’arena politica nella quale non si rivedono più.

Anzi, lancio l’invito di dare vita ad un nuovo, grande, movimento di opinione, che raccolga forze mature, come noi, ancora ancorate ai valori dell’onestà, della libertà e della democrazia, e forze giovani, con lo spirito di contrastare     l’inesorabile decadentismo politico attuale.

Non possiamo rassegnarci all’idea che i valori dell’onestà, della legalità e della democrazia, oggi, siano calpestati e vituperati quotidianamente, nell’assoluta indifferenza della maggioranza silenziosa della nostra comunità. Con affetto e stima.

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6 Commenti

6 Commenti

  1. A. Pelleriti

    5 Luglio 2018 at 16:38

    C’è stata una risposta alla vecchia politica in Italia? Con quali fatti oltre alle quotidiane promesse propagandistiche? O forse sono fatti l’avere impedito a naufraghi disperati di potere avere soccorso e aiuto? Di nuovo si muore nel Mediterraneo, mentre soddisfatti i neofiti del Palazzo affermano che tutto è cambiato rispetto alla vecchia politica. Ma davvero, di nuovo, “Pietà l’è morta!”? E il “Me ne frego!” è ancora il motto? Auspicare il cambiamento “senza tapparsi gli occhi” significa acclamare Di Maio e il M5s? Cioè farsi guidare da un comico prestato alla politica e alla piattaforma Rousseau di Casaleggio che dà dell’assassino a un avversario politico in cui si riconoscono milioni di elettori? Bisognerebbe riconoscersi in un movimento che governa insieme al leghista, sovranista, lepenista, xenofobo Salvini, che chiude porti e confini e propone di non rispondere agli SOS in mare, riproponendo egoismi fascisti e avventurismi dadaisti e futuristi? No, grazie!
    Per non essere tacciati di comportamenti gattopardeschi dovremmo rinunciare agli ideali del socialismo per seguire quelli dei Grillo, dei Di Battista, della Taverna? Dovremmo dimenticare il solidarismo della tradizione del cattolicesimo popolare e i valori del Cristianesimo che ispirarono La Pira, Moro, Fanfani, Murri per farci guidare da un’armata Brancaleone che ignora che ciò che siamo, in termini di identità culturale e sociale, lo dobbiamo all’impegno messo in campo dalle forze democratiche progressiste, cattoliche e liberaldemocratiche? No, grazie! Quando si parla di ideali non si può prescindere dal fare riferimento al comunista Gramsci, ai socialisti Nenni, Pertini, Lombardi, ai cattolici Don Sturzo, De Gasperi, ai liberaldemocratici Piero Gobetti, Giovanni Amendola, agli azionisti Fratelli Rosselli. Dovremmo rinunciare a costoro o al “Manifesto per un’Europa libera ed unita” di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli per seguire la propaganda sguaiata e pericolosa di un leader che ride sempre e che guarda solo il proprio ombelico mettendo a rischio la nostra economia e l’avvenire dei nostri figli?
    Ognuno faccia le proprie scelte senza puntare il dito accusatore sentendosi depositario della verità, a Roma come a Palermo come a Biancavilla.

  2. G.Lanaia

    4 Luglio 2018 at 11:10

    Mi sento in dovere di far notare all’Avv. Ingiulla che il M5S ha già risposto preventivamente all’invito di “…dare vita ad un nuovo, grande, movimento di opinione, che raccolga forze mature ancorate ai valori dell’onestà, della libertà e della democrazia, e forze giovani, con lo spirito di contrastare l’inesorabile decadentismo politico attuale.”
    Bisogna aprire gli occhi e riconoscere che la risposta alla vecchia politica c’è stata e non si può far finta di niente. Non ha senso auspicare il cambiamento e poi tapparsi gli occhi davanti a una realtà che ha mostrato i primi segni in risposta al desiderio di cambiamento.
    Bisogna soltanto che la gente comune, come lei ed altri, ci credano e si uniscano agli ideali del movimento, altrimenti solo chiacchiere gattopardiane.

  3. Movimento 5 Stelle Biancavilla

    3 Luglio 2018 at 22:03

    La riflessione dell’avvocato Ingiulla appare molto lucida ed attenta e richiama aspetti della politica locale che sono oggettivamente inequivocabili. L’assenza di radici politiche, la finalità prettamente “sommativa” di aggregati politici uniti soltanto da prerogative numeriche e non da condivisione di intenti, la mancanza di un sostrato culturale o sociologico (a livello politico), la presenza di figure radicate capaci di aggregare grandi consensi, per sé o per chi li rappresenta, che finisce col soffocare la possibilità di far emergere nuove figure politicamente e professionalmente valide. Infine, ma non per ultimo, il rischio concreto di un voto di scambio o clientelare, piaga che oramai da troppi anni affligge il panorama politico siciliano, finendo con l’incidere (a volte pesantemente) nel risultato elettorale. Questo naturalmente, non vuol dire che nei diversi schieramenti non vi siano persone capaci, competenti e votate al benessere comune; sussiste però il problema della radicale trasformazione di una realtà locale che non rispetta più la geografia storico- politica ed ha abbandonato l’ideologia in funzione di una sorta di “edonismo elettorale”. A questa analisi però, manca un riferimento, ed è quello all’azione politica portata avanti dal Movimento 5 Stelle. Alle recenti elezioni comunali è stata presentata una lista di 16 persone “nuove”, prive di “padrini” e che non avevano mai svolto incarichi politici (il che non vuol dire che non si fossero interessati alla politica). Nessuno di loro dunque era “pesabile” in termini numerici di voto, ma solo rispetto al singolo valore personale. Ogni decisione di rilievo in merito alla campagna elettorale è stata discussa in seno ad un’assemblea e non c’è stato alcun intervento verticistico. La campagna elettorale è stata portata avanti a costi bassissimi e tramite autofinanziamento. Come M5S è stata rifiutata ogni alleanza con liste civiche o partiti e si è rimasti sempre fedeli alle linee guida del Movimento ed alle idee ed ideologie di cui lo stesso è portatore. Del resto, le regole a cui si ispira il Movimento sono molto chiare: al massimo due mandati elettorali e poi a casa, il che rende impossibile pensare a qualsiasi forma di carriera politica o al radicamento di poteri legati ai singoli. E’ evidente che le idee del M5S possono essere condivise o meno, ma non si può accumunare il Movimento stesso alle recenti dinamiche politiche di questo paese, nel bene e nel male.

  4. A. Pelleriti

    2 Luglio 2018 at 23:35

    Avvocato Ingiulla, carissimo Andrea, apprezzo molto il tuo intervento sul tema dello stato della Sinistra e in generale della politica a Biancavilla. La tua analisi è puntuale, precisa e chiara seppure amara nell’evidenziare lo stato penoso in cui versa la nostra comunità, priva ormai di slanci ideali e arroccata in un cupo e ottuso individualismo.
    Mi preme riprendere la parte finale della tua disamina lì dove suggerisci, per non piegarsi ai “capitani di ventura”, di dare vita ad un “nuovo, grande movimento di opinione in nome dei valori dell’onestà, della libertà e della democrazia”. Sì. Questi sono i valori da cui bisogna ripartire, contestualizzandoli e declinandoli dal punto di vista storico, economico, etico, sociopolitico, attraverso corsi di formazione rivolti soprattutto ai giovani.
    Io ci sto. Sono pronto! Ritengo un dovere civico e morale, oltre che religioso, farsi avanti in questa fase storica che stiamo attraversando, buia e pericolosa, in cui dei “Masaniello” puntano al senso comune di cui si nutrono le masse acefale indirizzandole verso i disvalori di sempre: nazionalismo, razzismo, xenofobia. I caduti per i citati ideali e tutti i padri della Patria onesta e democratica ci spingono a dare il nostro contributo lasciandoci alle spalle l’Aventino.

  5. antonio

    2 Luglio 2018 at 20:58

    Cosi parlo l’uomo che si candido come consigliere comunale di rifondazione comunista per poi rivederlo assessore di fornza italia umo forte del centro destra, la coerenza la limpidezza di idee e soprattutto il disinteresse tiotoale per le poltroncine hanno costruito uomini di altissima caratura istituzionale, come il nostro scrivente

  6. Nicola

    2 Luglio 2018 at 20:31

    Questo che scrive è l avvocato che fu assessore durante la nascita della zona artigianale?

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Ex linea Fce, ottime premesse ma grava lo spettro della “cartolina turistica”

Il concetto di “desiderabilità” di un territorio dovrebbe imporsi su quello della competitività

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© Foto Biancavilla Oggi

Merita interesse l’avvio del workshop “Mənd_IT – Ricucire lembi urbani”, recentemente presentato a Villa delle Favare, finalizzato al recupero dell’ex linea Fce. Non soltanto perché vede l’ingresso in campo di figure cruciali nei processi rigenerativi, quali architetti, paesaggisti e pianificatori. Non solo per le importanti sigle nazionali coinvolte. Ma anche per l’eccezionale capacità che le istituzioni dei Comuni di Adrano, Biancavilla e S. Maria di Licodia hanno mostrato nel far fronte comune. Un importante elemento di novità, come ha sottolineato il presidente della Regione, Nello Musumeci.

Le ambizioni sembrano delle migliori, e alcune delle parole d’ordine della giornata in effetti rincuorano. «Riscoperta di un modo lento di fruire il territorio», dice il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Catania. «Dare una grande mano d’aiuto alla viabilità», aggiunge il sindaco Bonanno. Lo stesso concetto del “ricucire” ben si confà all’idea di un’arteria verde urbana che annoda, o risana, le tante “scuciture” e “ferite” del territorio. 

Tuttavia, uno spettro sembra gravare su queste virtuose premesse e tirare i fili dell’intera operazione. È lo stesso governatore Nello Musumeci ad evocarlo senza giri di parole: «La zona ovest dell’Etna continua a rimanere fuori dai grandi circuiti turistici. Eppure questa zona ha tutte le potenzialità, ha la materia prima, per offrire un turismo alternativo rispetto a quello… delle stazioni sciistiche».  Siamo alle solite, insomma: il territorio ridotto a cartolina turistica per la sua messa a profitto.

Criticità e arretratezza del territorio

Trovo preoccupante il fatto che nessuna delle istituzioni presenti abbia avvertito l’esigenza di parlare concretamente delle criticità e delle arretratezze del nostro territorio. Un territorio letteralmente strozzato dal traffico e dal cemento. Ovvero, simboli concreti di un potere politico per troppi decenni soggiogato alla criminalità mafiosa e agli interessi dei pochi.

A fronte di queste criticità, è a dir poco miope interpretare l’ex linea Fce solo in virtù delle sue potenzialità turistiche, e non vedervi invece uno snodo cruciale per il rilancio del territorio provinciale. In questo senso, la gestione non può che essere condivisa e aperta, trattandosi di un bene collettivo di cui può (e deve) beneficiare tutta la Comunità.

Nel caso inverso, infatti, rischieremmo di incappare nell’ennesima bolla speculativa, ispirata più alle logiche predatorie del capitalismo che al Bene Comune. Un’operazione che darebbe certo qualche liquidità. Ma che non apporterebbe reali benefici al territorio e ai suoi abitanti, lasciandolo in balia dei suoi problemi cronici di viabilità, di salubrità, di “desiderabilità”.

La “desiderabilità” del nostro territorio

Quest’ultimo concetto – la “desiderabilità” di un territorio – sempre più dovrebbe imporsi su quello di competitività. Il Mezzogiorno è in avanzata crisi demografica, si spopola di giovani ed energie, ma noi pensiamo bene di ripopolarlo di turisti? Per fermare questo tragico declino servono risposte energiche e illuminate, capaci appunto di «generare negli abitanti, nelle persone, nelle imprese, la voglia di non abbandonare quella città o quel territorio, o di insediarvisi, grazie alle sue specificità, per le sue qualità» (Nigrelli, Micromega 2020).

Ogni spazio urbano e rurale è un crocevia di spazi fisici, sociali e simbolici. Sono le comunità i primi referenti del luogo, che lo abitano, lo investono di emozioni e di significati, ed è a queste comunità che la politica deve saper dare risposte. Il modello turistico non tiene conto di tutto ciò, se non nell’ottica di cristallizzare e patrimonializzare usi e costumi, paesaggi o atmosfere, per poi metterle sul mercato. Questo modello aggrava la competizione fra aree forti e aree deboli, piuttosto che favorirne una crescita sinergica.

La solita favola del turismo

Alla favola del “turismo-panacea”, che ancora troppo spesso la classe politica invoca per liberarci da ogni male, bisogna dunque opporre una visione di crescita orientata ai veri bisogni degli abitanti. Credere ancora a queste favole, significa non voler vedere quanto il Turismo, senza un territorio sano sottostante, e specie se incurante (come spesso accade) delle “capacità di carico” di quel dato territorio, rischia di impoverire anziché arricchire.

I motivi sono molti, come descritto da un’ampia letteratura economica e sociologica. Ne ricordo giusto alcuni: genera lavoro sottopagato e non qualificato, priva intere fasce sociali dei loro diritti, non induce migliorie strutturali e durature, aumenta il consumo di suolo e l’inquinamento, compromette valori e tradizioni locali. Senza voler considerare le fragilità strutturali del terziario, rivelatesi con la pandemia. Tutto questo non per negare effetti positivi al turismo, ma per invitare ad un’accurata analisi preliminare su costi e benefici.

Rigenerazione non è decoro

Ricordo, per concludere, che i fondi del Pnrr (che non sono soldi a fondo perduto) hanno dei vincoli precisi in termini di tutela dell’ambiente, e come tali vanno spesi con intelligenza. Mi preme sottolineare, a questo proposito, che la rigenerazione urbana è ben altra cosa dal decoro urbano, e che abbellire di qualche albero il paese non significa renderlo automaticamente più vivibile o energeticamente sostenibile.   

Il workshop accenderà i motori in settembre, e ha già in programma importanti attività propedeutiche quali passeggiate, dibattiti con gli stakeholders e seminari. Mi auguro che queste buone intenzioni, circa il coinvolgimento del territorio, vengano rispettate, e che si tengano in debito conto i reali bisogni delle comunità. Ma temo che, senza un interessamento attivo da parte di associazioni o singoli cittadini, tali bisogni rimarranno ancora una volta delusi.

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