Cultura
Alfio Grasso esplora la Biancavilla degli “Antichi versi contadini”
Volume edito da “Nero su Bianco” sul poeta dialettale Placido Cavallaro: lascito prezioso per la cultura siciliana
Qualche giorno fa, verso l’ora di pranzo, mi sono trovato per caso tra le mani un volumetto appena giunto per posta, uno studio di poco più di 100 pagine con un titolo molto accattivante – quello di cui sopra – che ha subito ridestato il mio radicato interesse per la sicilianità delle produzioni locali, non solo per la novità dei temi ivi elaborati ma soprattutto perché conosco la valentia del suo Autore, mio Amico da alcuni anni. Sebbene condizionato da impellenti cure personali che spesso mi distraggono altrove, non appena sul cominciare ho intuito il fine culturale che questi intendeva perseguire, non sono più riuscito a rimandarne una rapida presa di visione, con lo stesso risultato di chi, ritrovandosi davanti ad un canestro di succose ciliegie fresche di raccolta, ha finito per prolungare il suo assaggio fino a farlo diventare un peccato di gola. Già nel primo pomeriggio gli occhi e la mente avevano divorato quei contenuti per me tanto avvincenti!
Mi sono più volte chiesto quale possa essere stato l’interesse di questa pubblicazione. A me sembra, comunque, che il suo tema dominante – meglio il suo leitmotiv – sia costituito dalla convinzione dell’Autore che l’amore per l’agricoltura possa talora diventare poesia, come tende a dimostrare l’esempio creativo del concittadino Placido Cavallaro, poeta già noto a Biancavilla tra la fine del Settecento e le prime decadi del secolo seguente. Ed è sulle produzioni rimate di quest’ultimo (tutte estemporanee e trasmesse oralmente, essendo lui contadino e analfabeta) che Alfio Grasso ha voluto fondere insieme una varietà di conoscenze acquisite che spaziano agevolmente nel vissuto paesano in cui il nostro antico Poeta ha lasciato memoria di sé. I risultati che si colgono a fine lettura, ne sono certo, sono talmente entusiasmanti, per la loro capacità di tenere la mente incollata a quegli scritti sentiti e spontanei, da farmi ritenere che un evento di tale eccezionalità non capita da noi così spesso. Senza girarci troppo intorno, non esito sin d’ora a definire questa fatica di studio del prof. Grasso come una delle più valide tra quelle similari prodotte durante l’ultimo decennio. Ciò per la maestria non comune con cui sono stati fusi insieme tanti dati storici (tutt’altro che barbosi!) attinenti alla nostra realtà contadina con i sentimenti genuini e toccanti delle passate generazioni del nostro abitato, ivi compresa la speranza fiduciosa, tipica anche in Cavallaro, di superare con la fede in Dio e con le proprie capacità le difficoltà della vita.
►ACQUISTA IL VOLUME
Man mano che, non senza cupidigia, si sfogliano le pagine di questo lavoro, non sfugge al lettore attento quanto il nostro Studioso si renda compartecipe del desiderio, oltre ogni dubbio sincero e pervaso da malcelata commozione, di pervenire ad una perfezione sempre difficile da appagare, ma che si accomuna volentieri con lo spirito positivo del Cavallaro, pervicacemente onnipresente – ovvero far bene sempre, quali che siano i sacrifici profusi anche negli anni di magra, quando le crisi climatiche lasciano talora decomporre nello scoramento le loro piaghe prodotte dalle aspettative tradite. Vi si legge, in questo gradevole volume, specialmente là, dove sono commentate con certosina sequenza le operazioni che vanno dall’aratura fino alla trebbiatura del grano, la nostalgia per noi ormai sepolta nell’oblio dei posteri, di una civiltà agreste che è rimasta per secoli la stessa, uguale a quella evocata con varie sfumature dai ritmi flautati delle Bucoliche e delle Georgiche virgiliane, identica, pure, a quella, austera e rispettosa, perseguita con passo sacrale da celebri figure come Catone il Censore, Cicerone e tanti altri. Ne emerge un’intima, elegiaca voce di un mondo mirabile in cui scorrevano, a detta dei poeti classici, soavi “fiumi di latte e di miele”, una realtà esistenziale ove la dea Natura, durante l’usata fatica del giorno, era onorata dalle note ritmicamente disuguali dell’agricoltore analfabeta ma virtuoso quale Madre benevola capace di riequilibrare a tempo opportuno le speranze di chi tutto a lei si donava, e di assicurare a ciascuno, con la sua prodiga ubertosità, la continuità della sopravvivenza.
Recreatus sum, non poteva essere diversamente, mi son detto a lettura ultimata! L’abbondanza dei dati socio-culturali riscontrati nell’opera di Alfio Grasso, sapientemente coniugati con una descrizione precisa delle pratiche agricole dei nostri antenati, ha fatto addentrare i miei ricordi di studente universitario in epoche ancor più remote, in particolare nell’età del Medioevo che da noi si è prolungata fino a ieri, quando in ogni angolo d’Europa riscontravo nelle mie ricerche le puntuali carestie, cui seguivano tante pestilenze, che comunque costringevano la generale povertà della classe plebea ad infittire i propri sforzi quotidiani per strappare all’avarizia della terra un tozzo di pane. Io non dimentico, memore come Alfio Grasso, che questo malessere si adattava di necessità, da allora fino a pochi anni fa, anche alle mie scelte educazionali riecheggiandomi nel cuore l’umile ritmo di quell’Indovinello Veronese che, nel suo modo spiccio di far cultura, non sapeva discostarsi dal mondo circostante che lo aveva visto nascere:
“ [ante] se parebat boves,
[…] pratalia arabat,
[…] versorio tenebat
et […] semen seminabat ”
” aggiogava davanti a sé i buoi,
arava i […] prati
in mano teneva […] l’aratro
ed interrava la […] semente
Sebbene composto all’interno di una cella claustrale da un anonimo monaco che difficilmente immagino si sia sporcato qualche volta le mani di terra, questo rozzo gioco in versi, con la stessa dignità della poesia di Placido Cavallaro, rende lodevolmente atto ad una realtà esistenziale che nella pratica agricola, un tempo come oggi, ha impresso nella mente di ciascuno la sua ragion d’essere fino al punto di rendersi irrinunciabile. Per questo ora, in piena comunione con l’Autore, mi immagino quell’anonimo frate-poeta nell’atto di dichiararsi a-posteriori solidale con lo zotico da cui riscuoteva le sue immerite decime del raccolto e, parallelamente, quel villico, tenuto inconsapevole e vilipeso, che abitualmente contaminava col sudore della fronte le sue iterate preghiere a Dio urlando nel contempo in solitudine la vana irruenza delle proprie imprecazioni contro l’eccessiva lentezza delle sue bestie.
Come non accorgermi, a questo punto, grazie soprattutto a questo bel libro, che i miei studi giovanili non sono stati, in tutti questi anni, inutili alla mia crescita civile!
Addentrandosi nell’analisi storica e poetica di alcune ottave famose di Placido Cavallaro, sin dall’inizio il prof. Grasso ha voluto chiarire in questi termini il suo interesse – divenuto anche il mio – per il nostro Poeta concittadino, inserendolo in maniera decisa nell’ambito esclusivo da cui quest’ultimo proveniva e si integrava, ossia il mondo agricolo:
“ [Quelli di Placido Cavallaro] sono versi dialettali ispirati dal duro lavoro dei campi…, componimenti che ci tramandano un’esaltazione dell’agricoltura come arte pulita e duci. E per questo, nonostante l’analfabetismo, consapevole e responsabile del ruolo di tramandare usi e tradizioni, [il Poeta fu] aperto al progresso della tecnica e della scienza in un settore economico che aveva raggiunto una certa rilevanza…”.
Ma… perché tanto interesse da parte dell’Autore per quell’uomo semplice e per di più analfabeta? La risposta mi sembra ovvia quanto un’evidenza lapalissiana: Alfio Grasso, sebbene oggi in pensione, è stato, ed è, uno stimato Docente che ha prestato per anni servizio presso la Facoltà di Agraria delle Università di Palermo e di Reggio Calabria ed è inoltre esperto in questioni economiche, tecniche di coltivazione e produzioni agricole nel Meridione. È normale, quindi, che egli si sia lasciato attrarre da temi specifici come quelli proposti dal Cavallaro! Il nostro dotto Prof. è profondo conoscitore della storia dell’agricoltura italiana nonché delle politiche agrarie adottate in Sicilia, il che sottintende che anche la specialità delle coltivazioni in uso da noi nei secoli scorsi fino ad oggi sia parte integrante della sua preparazione professionale. Tanto io oso affermare giacché la dovizia di così larghe conoscenze acquisite è ampiamente dimostrata dalla ricchissima bibliografia storiografica che figura in tutto il volume a dimostrazione del corposo e paziente lavoro di ricerca cui egli si è diligentemente dedicato.
►ACQUISTA IL VOLUME
Il prof. Grasso, però, non mi ha impressionato solo per la mole delle evocazioni che ha saputo far seguire all’indagine storica, egli ha incantato la mia attenzione (come un’ingenua allodola attratta dallo specchietto) risvegliando nei miei ricordi una enorme quantità di termini e locuzioni colorite appartenenti al nostro territorio – abituali nell’eloquio personale del Cavallaro – che, per quanto adesso del tutto desueti, ancora bambino io sentivo pronunciare dai contadini che venivano a lavorare nei miei campi parentali, e poi dalla mia nonna materna (nata nel 1882), da mio padre (classe 1897) e da altri coevi che la sorte mi ha permesso di frequentare e di amare.
Di questo io ringrazio l’Autore di questo bel libro perché, dall’evocazione dei preziosi retaggi del passato, un’anima nostalgica come la mia è difficile che riesca ad allontanarsi senza soffrire. Leggere certi commenti appassionati, che tanto insistono sui dettagli di tanti significati vernacolari, è stata per me beatitudine pura perché inevitabilmente ciò ha ricreato nella mente assorta un mondo oggi sepolto, ma che è stato anche il mio. Ciò che è stato evocato non è solamente – e lo dico a beneficio di tutti – la foto di un nostro caro defunto a commuoverci fino strappare dal cuore un profondo sospiro quando pietosi ne celebriamo le ricorrenze, ma si lascia anche intuire, servendosi di una semplice parola dei nostri padri o di una battuta, magari divertente, la stessa che qualche volta, senza capirla, riuscivo un tempo a carpire alle labbra di mia madre. E le dissertazioni di Alfio Grasso lo dimostrano!
Sei stato davvero bravo nel tuo descrivere soprattutto perché, Amico mio, hai saputo aggiungere talora alle tue pagine poesia a poesia! Non ho dimenticato che tu mi sei coevo e che anche tu, come me, da ragazzo hai vissuto le miserie esistenziali del Dopoguerra. Proprio questo, forse, ti ha fatto alzare le ali verso le nobili sfere dei ricordi infantili mai sopiti, quelle degli alti ideali che via via ti sono stati impartiti da una sorte benevola, tant’è vero che sei andato volentieri a braccetto, nel tuo ideale procedere, con Placido Cavallaro col solo proposito di ascoltarlo, beato, mentre al vento, non sulla carta stropicciata di un manuale, declamava alla presenza del primo venuto il suo canto ingenuo e puro alla bellezza del Creato, di una Natura tanto prosperosa e benigna da elargire a tutti, sempre puntuale all’arrivo di giugno, quel pane della vita che, dopo la fatica di interminabili lavori, si sposava, finalmente e in allegria, con una buona “cannata” di “vinuzzu sinceru”. Questo per dirti che il valore del tuo libro riposa soprattutto nell’amore che ci hai messo dentro, nelle emozioni che hanno contraddistinto la tua piena adesione a quei sentimenti che non appartengono solo a Placido Cavallaro, perché anch’essi già fanno parte della modestia vereconda che virtuosamente copre le tue soddisfazioni private. Ciò che hai scritto è il dono più prezioso che Tu potessi devolvere a beneficio della tua città, e per questo merita senz’altro di essere letto e apprezzato da qualunque uomo di cultura, anche non necessariamente letterato. E non preoccuparti se qua e là c’è scappato qualche innocente refuso, com’è inevitabile che sia: una ragazza bellissima, se è veramente tale, rimane attraente anche quando, per disavventura, si ritrova infastidita da un’accidentale sbavatura di rossetto o di rimmel. Complimenti!
►ACQUISTA IL VOLUME

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Cultura
San Pasquale Baylón a Biancavilla: un universo di racconti, credenze e rituali
All’antica devozione per il frate francescano si affiancano anche superstizioni e convinzioni popolari
La venerazione verso San Pasquale Baylón, umile frate francescano che da bambino lavorò come pastore nella Spagna del Cinquecento, continua a vivere con sorprendente intensità nel cuore dei biancavillesi. A Biancavilla, il culto del santo supera persino la storica presenza dei francescani, pur essendo stato proprio il loro contributo a diffonderne la devozione. Nella chiesa del convento francescano, l’altare a lui dedicato custodisce una statua lignea di raffinata fattura, meta di credenti e devoti da secoli.
Ogni anno il novenario anima il convento e i rioni circostanti con celebrazioni e momenti di preghiera. La processione del Corpus Domini conserva il fascino più autentico della ricorrenza. Un’antica superstizione vuole che, se la statua del santo “mettesse fuori il naso” dalla chiesa, il maltempo si abbatterebbe sul paese. In realtà, questa disposizione riflette la volontà di Pasquale di porre Cristo al centro del culto.
Lungo le vie di Biancavilla vengono allestiti gli altarini: strutture di ferro e legno ricoperte di lenzuola, drappi e fiori, davanti ai quali il sacerdote impartisce la benedizione eucaristica. Il corteo avanza tra il suono della banda, le invocazioni dei devoti e lo scoppio dei mortaretti. Quest’anno, in preparazione alla festa del 17 maggio, il novenario ha visto alternarsi sacerdoti biancavillesi e religiosi francescani, insieme alle processioni serali dell’Eucaristia. Suggestivi saranno anche i quadri infiorati: composizioni artistiche dedicate ai temi francescani ed eucaristici, sopra le quali passerà il corteo.
La devozione popolare a Biancavilla
Intorno alla figura di Pasquale Baylón si è sviluppato un ricco universo di racconti popolari, credenze e rituali tramandati oralmente. Il santo veniva invocato come consigliere e taumaturgo, a cui rivolgersi per conforto nelle difficoltà quotidiane o per sciogliere dubbi nei momenti di incertezza.
Particolarmente intensa era la devozione femminile: le giovani affidavano al frate speranze e inquietudini sentimentali, aspettando segnali sulla sincerità di un amore o sul futuro di un matrimonio. Durante i nove giorni della novena, a Biancavilla si recitava una speciale invocazione popolare che, secondo la tradizione, spesso riceveva risposta attraverso suoni, voci o canti nella notte, oppure altri segni ritenuti indicazioni divine. Tra queste preghiere, una recitava così:
“San Pasquali gluriusu
u ma cori è assai cunfusu.
Ppi lu Santu Sagramentu
Vui facitilu cuntentu.
Sta razzia vi dumannu…
Sta iurnata na’ passari
Ca nsignali m’ata a dari.”
Gli anziani raccontavano che il segnale, in un modo o nell’altro, arrivasse davvero: una voce lontana, un suono improvviso, oppure un rumore terribile (quando la risposta era negativa) diventavano sentenze infallibili. Queste pratiche mostrano come la religione popolare funga da rete di sostegno psicologico e sociale, regolando le emozioni, consolidando legami comunitari e fornendo strumenti simbolici per affrontare le incertezze della vita quotidiana. Purificata da elementi scaramantici, la venerazione a San Pasquale è espressione di fede genuina, intrecciata alle consuetudini di una Sicilia antica dove l’uomo affidava al Divino anche le speranze più intime e segrete.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Cultura
“U viaggiu a Sant’Affiu”, l’umanità e la devozione di un pellegrinaggio etneo
Biancavilla e il legame secolare (in una dimensione domestica) con i fratelli martiri celebrati a Trecastagni
Ogni anno, tra il 9 e il 10 maggio, lungo le strade che collegano i paesi etnei, si rinnova un fenomeno che sfugge alle categorie riduttive della semplice tradizione folklorica. U viaggiu a sant’Affiu è un dispositivo complesso, in cui si intrecciano dimensioni antropologiche, sociali e psicologiche. È qualcosa di antico e profondo, che appartiene al bisogno umano di ritrovarsi, di condividere una speranza, di dare significato al dolore, alla fatica e perfino alla gioia.
A Biancavilla la devozione per i santi Alfio, Filadelfo e Cirino non si manifesta attraverso una grande festa pubblica. Vive piuttosto in una dimensione più raccolta: nelle memorie familiari e nei racconti tramandati tra generazioni. Una fede silenziosa e domestica che ogni anno riemerge con i pellegrini diretti verso Trecastagni.
Il tempo sospeso della festa
Ogni festa popolare autentica custodisce aspetti che vanno oltre il calendario liturgico. È una sospensione del tempo ordinario che rompe la routine quotidiana e restituisce alla comunità uno spazio simbolico in cui riconoscersi. È un momento in cui l’essere umano smette di essere soltanto individuo e torna a sentirsi parte di una storia comune.
Non è un caso che molte delle più importanti feste del Mediterraneo coincidano con la primavera. Maggio è da sempre il mese del passaggio e della rinascita: la terra cambia colore, i giorni si allungano, la natura torna fertile. Anche i riti religiosi continuano a custodire questa simbologia del ritorno alla vita. Le processioni, i pellegrinaggi, i riti rappresentano l’esigenza di uscire dall’isolamento, attraversare una soglia, sentirsi parte di qualcosa che supera il destino del singolo.
Il pellegrinaggio, esperienza collettiva
È dentro questa cornice che si comprende davvero il significato del pellegrinaggio verso il santuario dei Santi Martiri a Trecastagni. Il corpo diventa protagonista assoluto del rito. Camminare per chilometri, spesso scalzi, correre, gridare la propria preghiera, portare il peso di un cero votivo — e con esso il peso di un dolore, di una paura o semplicemente di richiesta — significa trasformare la sofferenza fisica in linguaggio simbolico. Il sacrificio diventa allora una forma arcaica e potentissima di comunicazione con il divino: una invocazione pronunciata con tutto il corpo.
Il pellegrinaggio, inoltre, costruisce comunità. Le distanze tra Adrano, Paternò, Belpasso, Nicolosi e gli altri centri etnei sembrano accorciarsi fino quasi a scomparire. I flussi di persone convergono e si mescolano; per alcune ore le differenze sociali, economiche e generazionali perdono importanza. Si è parte di un unico popolo in cammino.
Anche Biancavilla custodisce da secoli questo legame con i tre santi martiri. Il culto si radicò profondamente nel territorio soprattutto dopo le grandi catastrofi del Seicento, quando la devozione popolare cercò nella protezione celeste una risposta collettiva alla fragilità dell’esistenza.
La fede silenziosa di persone comuni
Eppure la fede, talvolta, si manifesta nelle forme più silenziose — ed è forse proprio lì che rivela il suo volto più autentico. A Biancavilla, ogni anno nei giorni della festa, un uomo sceglie un angolo del paese — una piazza o lo spazio antistante di una chiesa — da cui passano i pellegrini diretti al santuario. Davanti a sé allestisce una piccola edicola improvvisata: un’immagine dei tre santi sopra un banchetto, due fiori, un lumino acceso. Accanto, una radio a batterie da cui escono, senza un ordine preciso, canti sacri alternati a tarantelle siciliane.
In quella presenza fragile e discreta sembra condensarsi una delle forme più profonde della religiosità popolare siciliana. È conosciuto da tutti: uno di quelli che il paese protegge quasi istintivamente, riconoscendone la purezza umana prima ancora della devozione. La sua presenza accompagna e quasi custodisce il passaggio dei pellegrini.
Gli ex voto e il bisogno umano di speranza
Anche la dimensione psicologica della fede nasce spesso da una frattura: una malattia, un incidente, una perdita, un desiderio che appare irraggiungibile. A prummisioni — un cero, un mazzo di fiori, il sacrificio del cammino — diventa allora una risposta possibile all’incertezza dell’esistenza. Non elimina il dolore, ma gli attribuisce un significato; non cancella la paura, ma permette di attraversarla. È ciò che raccontano, in modo straordinariamente concreto, gli ex voto conservati nel santuario: vere narrazioni visive di dolore, di aiuto e salvezza.
Tra questi, in un angolo quasi nascosto, abbiamo notato un dipinto chmostra un carretto siciliano ribaltato e una famiglia schiacciata sotto il suo peso — una donna e i suoi tre figli — mentre un uomo tenta disperatamente di soccorrerli. In alto, sospesa tra cielo e terra, appare la protezione dei santi. La scritta è essenziale: «Miracolo concesso a Merlo Giuseppe e famiglia nel giugno del 1945 nei pressi di Biancavilla».
Il quadro racconta uno squarcio della Sicilia etnea di oltre ottanta anni fa: una terra che usciva dalle ferite della guerra, percorsa dalla povertà, dal lavoro nei campi e da una quotidianità fatta di sacrifici. Il carretto non era soltanto un elemento della tradizione popolare, ma il simbolo concreto di un mondo contadino in cui la fatica e il rischio accompagnavano ogni giornata.
Un dettaglio rende l’opera ancora più preziosa: la firma del pittore, Leotta da Paternò. Le pennellate rapide ma incisive lasciano intravedere, ai piedi dell’Etna, il profilo rarefatto ma riconoscibile della nostra Biancavilla.
Quell’immagine, assieme a tante altre, è la rappresentazione concreta di un’esperienza universale: la necessità di dare ordine al dolore di un evento accidentale, di riconoscere una presenza salvifica dopo la paura.
Un cammino che continua ancora oggi
Forse è anche per questo che, ancora oggi, la festa dei santi Alfio, Filadelfo e Cirino continua a parlare alle nuove generazioni. Perché prima ancora di essere un evento religioso, resta un’esperienza profondamente umana: un momento in cui il dolore individuale incontra la memoria collettiva, in cui il cammino diventa metafora dell’esistenza e il bisogno di rinascita si intreccia simbolicamente con la primavera.
E mentre i pellegrini continuano a percorrere le strade verso il santuario, la festa continua a compiere il suo miracolo più silenzioso: ricordare che nessuno cammina davvero da solo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
-
News1 settimana agoAll’ospedale di Biancavilla effettuato il primo prelievo di organi: traguardo storico
-
Cultura2 settimane ago“U viaggiu a Sant’Affiu”, l’umanità e la devozione di un pellegrinaggio etneo
-
Editoriali4 settimane agoQuando la folla “cavò” gli occhi al Duce: Biancavilla da sempre antifascista
-
Istituzioni1 settimana agoCarabinieri, in congedo dopo 35 anni di servizio il magg. Roberto Rapisarda





