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Alfio Grasso esplora la Biancavilla degli “Antichi versi contadini”

Nuovo volume edito da “Nero su Bianco” sul poeta dialettale Placido Cavallaro, vissuto tra Settecento ed Ottocento. La sua produzione è un lascito prezioso per la cultura siciliana. Questo saggio la analizza sotto il profilo storico, socio-economico e letterario.

 

di Francesco Piccione

Qualche giorno fa, verso l’ora di pranzo, mi sono trovato per caso tra le mani un volumetto appena giunto per posta, uno studio di poco più di 100 pagine con un titolo molto accattivante – quello di cui sopra – che ha subito ridestato il mio radicato interesse per la sicilianità delle produzioni locali, non solo per la novità dei temi ivi elaborati ma soprattutto perché conosco la valentia del suo Autore, mio Amico da alcuni anni. Sebbene condizionato da impellenti cure personali che spesso mi distraggono altrove, non appena sul cominciare ho intuito il fine culturale che questi intendeva perseguire, non sono più riuscito a rimandarne una rapida presa di visione, con lo stesso risultato di chi, ritrovandosi davanti ad un canestro di succose ciliegie fresche di raccolta, ha finito per prolungare il suo assaggio fino a farlo diventare un peccato di gola.  Già nel primo pomeriggio gli occhi e la mente avevano divorato quei contenuti per me tanto avvincenti!

Mi sono più volte chiesto quale possa essere stato l’interesse di questa pubblicazione. A me sembra, comunque, che il suo tema dominante – meglio il suo leitmotiv – sia costituito dalla convinzione dell’Autore che l’amore per l’agricoltura possa talora diventare poesia, come tende a dimostrare l’esempio creativo del concittadino Placido Cavallaro, poeta già noto a Biancavilla tra la fine del Settecento e le prime decadi del secolo seguente. Ed è sulle produzioni rimate di quest’ultimo (tutte estemporanee e trasmesse oralmente, essendo lui contadino e analfabeta) che Alfio Grasso ha voluto fondere insieme una varietà di conoscenze acquisite che spaziano agevolmente nel vissuto paesano in cui il nostro antico Poeta ha lasciato memoria di sé. I risultati che si colgono a fine lettura, ne sono certo, sono talmente entusiasmanti, per la loro capacità di tenere la mente incollata a quegli scritti sentiti e spontanei, da farmi ritenere che un evento di tale eccezionalità non capita da noi così spesso. Senza girarci troppo intorno, non esito sin d’ora a definire questa fatica di studio del prof. Grasso come una delle più valide tra quelle similari prodotte durante l’ultimo decennio. Ciò per la maestria non comune con cui sono stati fusi insieme tanti dati storici (tutt’altro che barbosi!) attinenti alla nostra realtà contadina con i sentimenti genuini e toccanti delle passate generazioni del nostro abitato, ivi compresa la speranza fiduciosa, tipica anche in Cavallaro, di superare con la fede in Dio e con le proprie capacità le difficoltà della vita.

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Man mano che, non senza cupidigia, si sfogliano le pagine di questo lavoro, non sfugge al lettore attento quanto il nostro Studioso si renda compartecipe del desiderio, oltre ogni dubbio sincero e pervaso da malcelata commozione, di pervenire ad una perfezione sempre difficile da appagare, ma che si accomuna volentieri con lo spirito positivo del Cavallaro, pervicacemente onnipresente – ovvero far bene sempre, quali che siano i sacrifici profusi anche negli anni di magra, quando le crisi climatiche lasciano talora decomporre nello scoramento le loro piaghe prodotte dalle aspettative tradite. Vi si legge, in questo gradevole volume, specialmente là, dove sono commentate con certosina sequenza le operazioni che vanno dall’aratura fino alla trebbiatura del grano, la nostalgia per noi ormai sepolta nell’oblio dei posteri, di una civiltà agreste che è rimasta per secoli la stessa, uguale a quella evocata con varie sfumature dai ritmi flautati delle Bucoliche e delle Georgiche virgiliane, identica, pure, a quella, austera e rispettosa, perseguita con passo sacrale da celebri figure come Catone il Censore, Cicerone e tanti altri.  Ne emerge un’intima, elegiaca voce di un mondo mirabile in cui scorrevano, a detta dei poeti classici, soavi “fiumi di latte e di miele”, una realtà esistenziale ove la dea Natura, durante l’usata fatica del giorno, era onorata dalle note ritmicamente disuguali dell’agricoltore analfabeta ma virtuoso quale Madre benevola capace di riequilibrare a tempo opportuno le speranze di chi tutto a lei si donava, e di assicurare a ciascuno, con la sua prodiga ubertosità, la continuità della sopravvivenza.

Recreatus sum, non poteva essere diversamente, mi son detto a lettura ultimata! L’abbondanza dei dati socio-culturali riscontrati nell’opera di Alfio Grasso, sapientemente coniugati con una descrizione precisa delle pratiche agricole dei nostri antenati, ha fatto addentrare i miei ricordi di studente universitario in epoche ancor più remote, in particolare nell’età del Medioevo che da noi si è prolungata fino a ieri, quando in ogni angolo d’Europa riscontravo nelle mie ricerche le puntuali carestie, cui seguivano tante pestilenze, che comunque costringevano la generale povertà della classe plebea ad infittire i propri sforzi quotidiani per strappare all’avarizia della terra un tozzo di pane. Io non dimentico, memore come Alfio Grasso, che questo malessere si adattava di necessità, da allora fino a pochi anni fa, anche alle mie scelte educazionali riecheggiandomi nel cuore l’umile ritmo di quell’Indovinello Veronese che, nel suo modo spiccio di far cultura, non sapeva discostarsi dal mondo circostante che lo aveva visto nascere:

“ [ante] se parebat boves,
[…]  pratalia arabat,
[…] versorio tenebat
et […] semen seminabat ”

” aggiogava davanti a sé i buoi,
arava i […]  prati
in mano teneva […] l’aratro
ed interrava la […] semente

Sebbene composto all’interno di una cella claustrale da un anonimo monaco che difficilmente immagino si sia sporcato qualche volta le mani di terra, questo rozzo gioco in versi, con la stessa dignità della poesia di Placido Cavallaro, rende lodevolmente atto ad una realtà esistenziale che nella pratica agricola, un tempo come oggi, ha impresso nella mente di ciascuno la sua ragion d’essere fino al punto di rendersi irrinunciabile. Per questo ora, in piena comunione con l’Autore, mi immagino quell’anonimo frate-poeta nell’atto di dichiararsi a-posteriori solidale con lo zotico da cui riscuoteva le sue immerite decime del raccolto e, parallelamente, quel villico, tenuto inconsapevole e vilipeso, che abitualmente contaminava col sudore della fronte le sue iterate preghiere a Dio urlando nel contempo in solitudine la vana irruenza delle proprie imprecazioni contro l’eccessiva lentezza delle sue bestie.

Come non accorgermi, a questo punto, grazie soprattutto a questo bel libro, che i miei studi giovanili non sono stati, in tutti questi anni, inutili alla mia crescita civile!

Addentrandosi nell’analisi storica e poetica di alcune ottave famose di Placido Cavallaro, sin dall’inizio il prof. Grasso ha voluto chiarire in questi termini il suo interesse – divenuto anche il mio – per il nostro Poeta concittadino, inserendolo in maniera decisa nell’ambito esclusivo da cui quest’ultimo proveniva e si integrava, ossia il mondo agricolo:

[Quelli di Placido Cavallaro] sono versi dialettali ispirati dal duro lavoro dei campi…, componimenti che ci tramandano un’esaltazione dell’agricoltura come arte pulita e duci. E per questo, nonostante l’analfabetismo, consapevole e responsabile del ruolo di tramandare usi e tradizioni, [il Poeta fu] aperto al progresso della tecnica e della scienza in un settore economico che aveva raggiunto una certa rilevanza…”.

Ma… perché tanto interesse da parte dell’Autore per quell’uomo semplice e per di più analfabeta? La risposta mi sembra ovvia quanto un’evidenza lapalissiana: Alfio Grasso, sebbene oggi in pensione, è stato, ed è, uno stimato Docente che ha prestato per anni servizio presso la Facoltà di Agraria delle Università di Palermo e di Reggio Calabria ed è inoltre esperto in questioni economiche, tecniche di coltivazione e produzioni agricole nel Meridione. È normale, quindi, che egli si sia lasciato attrarre da temi specifici come quelli proposti dal Cavallaro! Il nostro dotto Prof. è profondo conoscitore della storia dell’agricoltura italiana nonché delle politiche agrarie adottate in Sicilia, il che sottintende che anche la specialità delle coltivazioni in uso da noi nei secoli scorsi fino ad oggi sia parte integrante della sua preparazione professionale. Tanto io oso affermare giacché la dovizia di così larghe conoscenze acquisite è ampiamente dimostrata dalla ricchissima bibliografia storiografica che figura in tutto il volume a dimostrazione del corposo e paziente lavoro di ricerca cui egli si è diligentemente dedicato.

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Il prof. Grasso, però, non mi ha impressionato solo per la mole delle evocazioni che ha saputo far seguire all’indagine storica, egli ha incantato la mia attenzione (come un’ingenua allodola attratta dallo specchietto) risvegliando nei miei ricordi una enorme quantità di termini e locuzioni colorite appartenenti al nostro territorio – abituali nell’eloquio personale del Cavallaro – che, per quanto adesso del tutto desueti, ancora bambino io sentivo pronunciare dai contadini che venivano a lavorare nei miei campi parentali, e poi dalla mia nonna materna (nata nel 1882), da mio padre (classe 1897) e da altri coevi che la sorte mi ha permesso di frequentare e di amare.

Di questo io ringrazio l’Autore di questo bel libro perché, dall’evocazione dei preziosi retaggi del passato, un’anima nostalgica come la mia è difficile che riesca ad allontanarsi senza soffrire. Leggere certi commenti appassionati, che tanto insistono sui dettagli di tanti significati vernacolari, è stata per me beatitudine pura perché inevitabilmente ciò ha ricreato nella mente assorta un mondo oggi sepolto, ma che è stato anche il mio. Ciò che è stato evocato non è solamente – e lo dico a beneficio di tutti – la foto di un nostro caro defunto a commuoverci fino strappare dal cuore un profondo sospiro quando pietosi ne celebriamo le ricorrenze, ma si lascia anche intuire, servendosi di una semplice parola dei nostri padri o di una battuta, magari divertente, la stessa che qualche volta, senza capirla, riuscivo un tempo a carpire alle labbra di mia madre. E le dissertazioni di Alfio Grasso lo dimostrano!

Sei stato davvero bravo nel tuo descrivere soprattutto perché, Amico mio, hai saputo aggiungere talora alle tue pagine poesia a poesia! Non ho dimenticato che tu mi sei coevo e che anche tu, come me, da ragazzo hai vissuto le miserie esistenziali del Dopoguerra. Proprio questo, forse, ti ha fatto alzare le ali verso le nobili sfere dei ricordi infantili mai sopiti, quelle degli alti ideali che via via ti sono stati impartiti da una sorte benevola, tant’è vero che sei andato volentieri a braccetto, nel tuo ideale procedere, con Placido Cavallaro col solo proposito di ascoltarlo, beato, mentre al vento, non sulla carta stropicciata di un manuale, declamava alla presenza del primo venuto il suo canto ingenuo e puro alla bellezza del Creato, di una Natura tanto prosperosa e benigna da elargire a tutti, sempre puntuale all’arrivo di giugno, quel pane della vita che, dopo la fatica di interminabili lavori, si sposava, finalmente e in allegria, con una buona “cannata” di “vinuzzu sinceru”. Questo per dirti che il valore del tuo libro riposa soprattutto nell’amore che ci hai messo dentro, nelle emozioni che hanno contraddistinto la tua piena adesione a quei sentimenti che non appartengono solo a Placido Cavallaro, perché anch’essi già fanno parte della modestia vereconda che virtuosamente copre le tue soddisfazioni private. Ciò che hai scritto è il dono più prezioso che Tu potessi devolvere a beneficio della tua città, e per questo merita senz’altro di essere letto e apprezzato da qualunque uomo di cultura, anche non necessariamente letterato. E non preoccuparti se qua e là c’è scappato qualche innocente refuso, com’è inevitabile che sia: una ragazza bellissima, se è veramente tale, rimane attraente anche quando, per disavventura, si ritrova infastidita da un’accidentale sbavatura di rossetto o di rimmel. Complimenti!

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