Cultura
Il “Padre nostro” che pronunciò Gesù tradotto a Biancavilla dall’aramaico
Padre Nostroin cielo / sia santificato / il tuo nomevenga il tuo regno / il tuo voleresia fatto in cielo / come in terradona a noi oggi / il pane / per il nostro bisognoe perdona / le nostre colpecome anche noi perdoniamoai nostri offensorie non lasciarci / esposti alla tentazionepiuttosto / liberaci dal male / amen
Propongo all’attenzione di tutti coloro che macinano per diletto ancora cultura, e come autentica novità, almeno per Biancavilla, questa mia ultima fatica nata da studi e ricerche pluridecennali e dagli esiti maturati col tempo da importanti colloqui intervenuti durante un breve soggiorno in Terrasanta. Si tratta del testo più antico, fra quelli in circolazione, del Pater Noster, quello pronunciato da Gesù di bocca sua, che io ho tradotto dall’aramaico, parola per parola, escludendomi da qualunque interpretazione dottrinale e limitandomi a sostituire in italiano, al millesimo, il significato nudo e crudo dei termini originari. A lavoro finito, non sono riuscito a frenare il mio stupore quando ho notato la differenza notevole che intercorre fra il mio testo, puro, incontaminato come acqua di sorgente, e quello che per antica tradizione si è soliti recitare in chiesa e fuori. Leggendo, non si accusa nessuna eresia da parte mia – il senso del contenuto è sostanzialmente identico a quello che proclamiamo con fede – piuttosto colpisce la forma, il diverso modo di dire, e quindi l’effetto notevole provocato al nostro cuore dalla parlata semplice e piana del Nazareno, una sapienza verbale che merita senz’altro di essere evocata, apprezzata e rivalutata.
Nelle righe che seguono, pur senza toccare alcun argomento di natura dottrinale – perché non si contesta nulla di ciò che attiene alla Fede cattolica – emergono, però, alcune osservazioni d’ordine linguistico e filologico di cui, mi risulta, per iniziativa di Papa Francesco e del fu card. Carlo Maria Martini, gli specialisti vaticani del nostro tempo stanno già prendendo visione col proposito di “correggere”, o comunque modificare, alcuni termini di questa preghiera così importante.
Ho letto da qualche parte che il nuovo testo italiano del Pater Noster uscirà, insieme ai nuovi testi liturgici, intorno al 2021.
Riguardo al testo che qui propongo, e per tutta chiarezza, mi piace sottolineare a titolo personale alcune mie modeste considerazioni, che sono imprescindibili ai fini della comprensione globale del mio lavoro notevole per mole e importante alla mia conoscenza per i risultati prodotti. Resta intatta comunque l’umiltà del mio propormi, con l’augurio di essere riuscito a valorizzare i contenuti di una preghiera che non sempre da noi è recitata, per routine, con la dovuta attenzione a ciò che diciamo.
La presente traduzione, detta “comparata” perché confrontata con tutte le altre in circolazione, manca anzitutto dei segni d’interpunzione per essere resa conforme al testo originale. Gli antichi semiti, infatti, non conoscevano la punteggiatura e lasciavano al tono della voce e alla gestualità la funzione di guidare la comprensione dell’ascoltatore. Essendo una lingua primitiva, tanto che i suoi simboli alfabetici sono un’elaborazione sommaria di quelli fenici, l’aramaico è essenziale sia nella struttura della frase sia nel significato delle singole parole, che sono scarne nella loro brevità e povere di sinonimi. Ciò non permette al traduttore alcuna possibilità di modificare, anche di poco, l’unicità e la semplicità di quanto Gesù ha pronunciato davanti ai suoi seguaci.
Questa considerazione dovrebbe bastare a far capire tante altre cose. In primis, chiarisco che la mia traduzione esula di proposito – sebbene ne tenga conto – dalla stesura in ebraico, perché posteriore e per di più rimaneggiata, essendo lingua di cultura usata ufficialmente nelle sinagoghe per commentare i testi liturgici e biblici. Lo stesso discorso vale, a maggior ragione, anche per quella greca, che continua ancor oggi a far figura di versione assai evoluta, molto pîù ricca di significati delle altre coeve, ben più ricercata tanto nella sua struttura quanto nella varietà degli impieghi lessicali.
Ora, proprio da un attento esame di quegli usi si vede, infatti, che le parole originali di Gesù, volte nella versione ellenica (per intenderci, la lingua dotta dei filosofi e delle Lettere di san Paolo), appaiono chiaramente come “interpretate”, più che tradotte, da persone già formate nella dottrina apostolica, le quali in buona fede hanno aggiunto arbitrariamente, ai fini di un corretto intendimento, un numero di termini addirittura superiore a quanto appare effettivamente nel testo originale. Un esempio molto forte di queste forzature linguistico-teologiche è la frase, presente nella versione greca, che recita “dacci oggi il nostro pane transustanziale”, che denuncia a me stupito l’aggiunta arbitraria di un aggettivo dotto che il Nazareno non ha mai pronunciato nella sua preghiera perché inesistente nel suo povero linguaggio giornaliero.
Pensate davvero che i seguaci di Gesù, affamati e tribolati da ogni sorta di handicap fisico e mentale, fossero in grado di capire l’esatto significato di un aggettivo così difficile? Il Pater Noster in aramaico, che si recita ancora da pochi privilegiati, rispecchia fedelmente la parlata reale del Nazareno, e soprattutto i momenti in cui Egli si incontrava, nel suo andare, con i suoi seguaci illetterati, dispersi dalla miseria come “pecore senza pastore”, “che non sapevano pregare”, ed impressiona non poco il traduttore scrupoloso per l’estrema chiarezza del suo stringato messaggio, monumento ineffabile di perfetta semplicità, sicuramente alla portata, proprio per la sua stretta essenzialità, della gente comune, degli analfabeti, dei diseredati del mondo.
Ho bandito, poi, dalle mie scelte anche la versione latina perché, tra quelle antiche, è la più brutta e la più infedele di tutte quelle che le hanno fatto da battistrada. Essa, a ben guardare, è una tardiva (IV sec d.C.) traduzione delle traduzioni derivate dai papiri greci, già notevolmente lontani a loro volta dal testo primigenio. Per non parlare della versione italiana che, insieme a quella inglese, è la peggiore in assoluto (si salva solo quella spagnola, che mantiene il senso un po’ più conciliante) perché ricavata da quella latina – più comoda e facile da tradurre in ambito ecclesiastico – e anche perché, in un punto, risulta talmente errata da apparire blasfema: e non ci indurre in tentazione….
Ci si chiede: come fa il Padreterno a “indurre in tentazione” (in inglese, con l’impiego del verbo “to lead”, a “condurre alla tentazione”) quell’umanità, già imperfetta di suo, che Egli invece vuole assolutamente salvare a prezzo del sangue del suo Figlio Unigenito?
I contenuti del dialogo di Gesù con Nicodemo (vedi Giov. 3, 14 – 21) smentiscono categoricamente il senso dato alla tradizionale traduzione italiana della preghiera che i Cattolici recitano quotidianamente. Più saggia è invece l’interpretazione nuda e cruda che offre il testo in aramaico cui mi sono attenuto: Il Dio-Amore dei Cristiani non induce gli umani in tentazione, né li conduce per mano sul ciglio della Geenna per vedere come vi cadono dentro. Piuttosto, li espone alla prova della tentazione, ovvero della seduzione del male – che è ben altra cosa – per vedere come reagiscono (insegna sant’Agostino) col potere del loro libero arbitrio davanti alla perfidia degli allettamenti terreni che si propongono alla loro scelta. Solo dopo Dio si riserva di liberarli dal male con la sua misericordia a prezzo del loro sincero pentimento. Ed è proprio da questo concetto basilare che trova plausibile spiegazione la logica della pietosa invocazione finale pronunciata da Cristo Redentore, vero conoscitore dei limiti dell’uomo.
Da notare, inoltre – altro grave errore di traduzione – che nella sua preghiera Gesù non parla di debitori di nessun genere – nemmeno figurati – ma solo di “offensori”, ovvero persone bisognose del perdono di Dio perché colpevoli d’avere leso, ferito, colpito il prossimo disprezzandone la dignità personale con le parole e con le opere.
Tirando le somme, il Pater Noster in aramaico è un mirabile capolavoro di semplicità proprio nel suo essere lineare, immediato, non quello che i moderni lo hanno fatto diventare con le loro speculazioni intellettuali. La traduzione italiana di questo testo sublime che si recita ovunque con pietà e rispetto doveva essere fatta da linguisti puri, geni della levatura di un Devoto, di un Romagnoli…, campioni indiscussi nel loro mestiere, non da guardinghi teologi dilettanti! Le speculazioni dottrinali, che sono giuste e doverose ove necessarie, andavano fatte, sin dall’origine, a margine del testo reale, non forzando a fini divulgativi ciò che è stato effettivamente detto da Gesù! L’eisphérein del testo greco e l’induco latino di san Gerolamo avevano, nel loro tempo, dei significati ben diversi da quelli che sono stati intesi e, soprattutto, da quelli ben più sofisticati che sono stati arbitrariamente appioppati nelle epoche successive!
Senza contare altre “sviste”! Leggendo dall’aramaico, colpisce non poco l’attenzione che Gesù ama rivolgere in via prioritaria agli esclusi dalla vita sociale. Così, ad esempio, notiamo, quanta tenerezza emerge, quanta pietà, nella sua voce quando, di fronte alla moltitudine che lo circonda, ed intanto soffre per la fame, Egli implora “donaci oggi il pane per il nostro bisogno”!
Perché, nel Pater Noster odierno, i Cattolici non lo dicono? Sono parole di Cristo in favore della gente che manca del necessario, non locuzioni accessorie!
Cosa dire? Nel cercare una soluzione apprezzabile alla voltura in lingua moderna ci si è dimenticati, molto tempo fa, che, quando gli antichi hanno provato a tradurre per la prima volta questa sublime preghiera, l’etimologia (la scienza che studia l’origine e il senso vero delle parole) non era ancora nata e valeva perciò solo la raccomandazione, non si sa fino a che punto scientifica, di Cicerone di tradurre a senso, quindi anche con parole diverse, rispettando al meglio possibile il concetto espresso in origine. Ciò perché allora, a differenza d’oggi, non esisteva tra gli usi lessicali, per carenza di vocaboli, un numero sufficiente di parole adatte a rendere l’idea di ciò che si voleva effettivamente dire, e questo ha messo tanta confusione in testa a chi ci ha provato.
La causa degli errori di traduzione, a ben guardare, sta tutta qui! Perché, allora, non rimboccarsi le maniche e rifare bene da zero? Il dizionario della Lingua Italiana è tra i più ricchi al mondo per numero di vocaboli e di locuzioni ed apre ad ogni traduttore infinite possibilità di esprimersi in maniera filologicamente corretta. Questa consapevolezza dovrebbe incoraggiare non poco gli addetti ai lavori, Chiesa permettendo, …con ben altri risultati!
© RIPRODUZIONE RISRVATA
Cultura
La notte dei presagi: così san Giovanni “entrava” nelle case dei biancavillesi
Gesti, preghiere e rituali fatti in famiglia per una delle tradizioni più affascinanti: la ricorrenza del 24 giugno
Nella notte di San Giovanni, a Biancavilla, dentro le case si compivano gesti antichi: una preghiera recitata sottovoce, della cera che cadeva in un recipiente con l’acqua e si trasformava in misteriose figure… Era una delle tradizioni più affascinanti legate alla festa celebrata il 24 giugno, che solo qualche anziano ricorda ancora.
La Chiesa attribuisce un’importanza particolare a San Giovanni Battista, Precursore di Cristo, che di lui disse: «Egli deve crescere e io diminuire». Nella tradizione cristiana, queste parole trovano un suggestivo richiamo anche nel corso del sole. La nascita del Battista viene celebrata infatti nei giorni dopo il solstizio d’estate, quando le giornate hanno raggiunto la loro massima durata e cominciano lentamente ad accorciarsi. Al contrario, il Natale cade subito dopo il solstizio d’inverno, quando la luce torna gradualmente a crescere. Come il sole diminuisce dopo la festa di San Giovanni e aumenta dopo quella di Cristo, così il Battista si ritira simbolicamente perché possa manifestarsi pienamente il Signore.
I cumpari di san Giuvanni
In tutta la Sicilia il Battista era invocato contro diverse malattie. Dopo il terremoto del 1693 molti paesi lo elessero a proprio patrono. A Biancavilla la devozione verso San Giovanni faceva parte di quella religiosità domestica, semplice e spontanea, che per secoli ha accompagnato la quotidianità delle famiglie. E che non si esprimeva soltanto nelle chiese ma anche nei cortili e tra le mura di casa, intrecciandosi con i timori, le speranze e le necessità concrete della vita. Il suo nome era legato soprattutto a un istituto sociale fondamentale: il comparatico.
I padrini e le madrine di battesimo dei figli diventavano infatti “cumpari di San Giuvanni”. Quel legame era considerato sacro e destinato a durare per tutta la vita. Tra compari si instaurava un rapporto di reciproca assistenza, solidarietà e fiducia che spesso risultava persino più forte dei legami di sangue. In una società contadina dove non esisteva assistenza sociale o altre forme di tutela pubblica, il comparatico rappresentava una vera rete di sostegno. La scelta di un padrino o di una madrina per il proprio figlio non era casuale: significava scegliere una persona sulla quale poter contare nei momenti difficili. Dietro questa tradizione emerge una fitta trama di relazioni che rafforzava la coesione della comunità e offriva sicurezza.
L’aura di san Giovanni
Quando per la famiglia si avvicinava una decisione importante — un matrimonio, l’acquisto di una casa, una partenza, un investimento – o quando incombeva una malattia grave, si ricorreva a un rituale tanto semplice quanto suggestivo. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno, si accendeva una candela e si recitava una preghiera. Quando la cera iniziava a sciogliersi, la si lasciava cadere in un recipiente pieno d’acqua. A contatto con il liquido si solidificava rapidamente creando forme imprevedibili. Quelle immagini venivano poi interpretate come possibili indicazioni sul futuro.
Più che una pratica divinatoria nel senso moderno del termine, era un modo per affrontare l’incertezza. Oggi siamo abituati a cercare risposte nei dati, nelle statistiche o nelle consulenze specialistiche. I nostri nonni, invece, affidavano le proprie inquietudini a simboli, preghiere e rituali.
L’antropologia insegna che ogni società sviluppa strumenti per confrontarsi con ciò che non può controllare. Nelle campagne siciliane di un tempo il futuro era spesso fragile e imprevedibile: bastava una cattiva annata agricola, una malattia o un viaggio per cambiare il destino di un’intera famiglia.
Emblematico è il ricordo tramandato dal signor Carmelo C., un biancavillese. Suo padre raccontava che la nonna interrogava San Giovanni ogni volta che in famiglia si presentava una scelta importante. In una di queste occasioni un giovane parente decise di partire per le Americhe in cerca di fortuna.
Dopo la partenza, la famiglia eseguì il rituale della cera. Le forme che apparvero furono interpretate come presagi inquietanti: una testa di donna, una spada, un teschio. Per settimane l’angoscia accompagnò l’attesa delle notizie provenienti dall’altra parte dell’oceano. Solo molto tempo dopo si seppe che il giovane emigrato era rimasto gravemente ferito in seguito a una lite per motivi passionali. Fortunatamente si era salvato e, insieme alle lettere, inviò fotografie che rassicurarono definitivamente i suoi familiari.
Che si creda o meno alla capacità profetica di quei segni, il racconto restituisce il clima emotivo di un’epoca in cui la distanza e il silenzio rendevano ogni partenza un salto nell’ignoto.
Un brutto sogno? Affidamento a san Giovanni
Quando un brutto sogno turbava il risveglio, ci si affidava all’intercessione del Battista affinché il male venisse trasformato in bene. Le parole di una preghiera popolare conservano ancora oggi tutta la loro forza evocativa:
«Cchi malu sonnu ca mi ‘nzunnai,
a san Giuvanni cci ‘u cuntai.
San Giuvanni cci ‘u cuntau a Cristu:
cchi bellu sonnu ca è chistu».
Era una forma di rassicurazione. Attraverso l’orazione, la paura perdeva parte del suo potere e l’angoscia lasciava spazio alla speranza.
L’acqua di san Giovanni
La vigilia di San Giovanni era inoltre associata a un’altra tradizione oggi quasi scomparsa, ma un tempo molto diffusa tra i biancavillesi: la preparazione dell’acqua di San Giovanni.
La sera del 23 giugno si riempiva una bacinella con acqua limpida e vi si lasciavano galleggiare petali di rose, margherite e altri fiori di campo appena raccolti. Spesso si aggiungevano anche alcune erbe considerate benefiche, come il rosmarino, la menta, la malva o l’iperico.
La bacinella veniva lasciata all’aperto per tutta la notte, per assorbire la rugiada e la frescura delle ore notturne. Al sorgere del sole, l’acqua era considerata benedetta dalla natura e dal Santo. Ci si lavava il viso, accompagnando il gesto con una preghiera. Secondo la credenza popolare, essa aveva il potere di allontanare le negatività, proteggere dalle malattie e favorire il benessere durante l’anno.
Dietro questa usanza si intravede l’incontro tra tradizione cristiana e antichi riti stagionali legati al solstizio d’estate. L’acqua, elemento centrale nella missione di Giovanni Battista che battezzò Gesù nel Giordano, diventava simbolo di purificazione e di rinnovamento. Ma al tempo stesso richiamava quei gesti ancestrali con cui le comunità contadine salutavano il culmine della primavera e l’ingresso nella stagione estiva, affidando alla natura il desiderio di salute, prosperità e protezione.
Anche in questo caso il significato più profondo del rito andava oltre la semplice credenza. Lavarsi con l’acqua di San Giovanni significava iniziare una nuova giornata – e simbolicamente una nuova stagione della vita – lasciandosi alle spalle preoccupazioni, malanni e cattivi pensieri. Un gesto che trasformava la fede in esperienza concreta e ricordava come il sacro fosse intimamente intrecciato ai ritmi della natura.
L’erba di san Giovanni
La notte di San Giovanni era legata anche alla natura e ai suoi doni. Tra le erbe raccolte in quei giorni occupava un posto speciale l’iperico, conosciuto come “Erva di San Giuvanni”. Considerato una pianta benefica, cresceva spontaneo nelle campagne. Con esso si preparavano decotti e rimedi popolari utilizzati contro diversi disturbi; le foglie trovavano impiego anche per favorire la cicatrizzazione delle ferite.
Il rosolio di san Giovanni
Il 24 giugno era anche il giorno di un’altra tradizione: la preparazione del rosolio nocino. Le massaie attendevano quella data con attenzione e chiedevano ai mariti di portare dalla campagna delle noci ancora acerbe. Queste poi venivano tagliate e sistemate nei buttigghiuna di vetro insieme a zucchero, alcool e vino. Poi iniziava l’attesa. I recipienti si deponevano in luoghi freschi, al riparo dalla luce per quaranta giorni. Il tempo compiva la sua opera, trasformando ingredienti semplici in un liquore dal sapore caratteristico. Il rosolio avrebbe trovato posto nelle occasioni più liete della vita familiare: durante le visite importanti, nei ricevimenti domestici, nelle feste e nelle ricorrenze.
San Giovanni, festa con radici contadine
La festa di San Giovanni, profondamente legata alla cultura contadina era un momento in cui natura, famiglia, lavoro e fede si incontravano. Raccolta delle erbe, preparazione del liquore, preghiere e rituali domestici erano tasselli di una stessa visione del mondo.
Oggi molte di queste tradizioni sopravvivono soltanto nei racconti degli anziani. La modernità ha cambiato il modo di vivere la religiosità, le relazioni sociali e persino il rapporto con il tempo. Eppure il bisogno che alimentava quei gesti non è scomparso. Anche l’uomo contemporaneo continua a interrogarsi sul futuro, a cercare rassicurazioni nei momenti difficili, a costruire legami di fiducia e a custodire piccoli riti personali che lo aiutino ad affrontare l’incertezza. Forse è per questo che la memoria della notte di San Giovanni continua a esercitare il suo fascino. Dietro una candela accesa, una preghiera sussurrata, un mazzetto di erbe raccolte, si nasconde qualcosa che appartiene a ogni epoca: il desiderio umano di dare significato al tempo, agli affetti e al mistero della vita.
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Cultura
Placido Nicolosi e la cartolina dal fronte di guerra ritrovata dopo oltre un secolo
La comunicazione, datata 24 febbraio 1918, indirizzata a padre Placido Caselli presso il Piccolo Seminario
La storia, a volte, sceglie strade imprevedibili per tornare a parlarci. Non emerge necessariamente dallo scaffale di un archivio o dalle pagine di un vecchio registro. Talvolta riaffiora da un oggetto dimenticato, sopravvissuto al tempo quasi per caso. È quanto accaduto con una cartolina postale, che abbiamo ritrovato dopo oltre cento anni in un mercatino antiquario. La comunicazione postale fu spedita nel 1918 da un giovane biancavillese. Da quel documento, Biancavilla Oggi inizia un viaggio nella memoria della Grande Guerra e dei religiosi del nostro paese chiamati alle armi.
La cartolina reca una data precisa: 24 febbraio 1918. Il mittente è il chierico biancavillese Placido Nicolosi. Il destinatario è il reverendo canonico Placido Caselli, rettore del Piccolo Seminario di Biancavilla. Poche righe: «Ho fatto buon viaggio sorpassando ogni pericolo di terra e di mare». Eppure sufficienti per aprire uno squarcio su una vicenda che, per oltre un secolo, era rimasta silenziosa. La cartolina fu scritta dall’Ospedaletto da Campo 122, in Zona di Guerra. Non viene specificato altro per una precauzione imposta dalla censura militare, che vietava ai soldati di fornire informazioni utili al nemico sulla posizione dei reparti.
Assegnazione all’Ospedaletto da campo
L’Ospedaletto da Campo n. 122 è stato un’unità mobile sanitaria del Regio Esercito durante la Prima Guerra Mondiale, alle dipendenze della 9ª Compagnia di Sanità di Roma. Era strutturato per una cinquantina di posti letto ed è stato operativo dal maggio 1915 fino a dopo la ritirata di Caporetto. La struttura seguiva gli spostamenti delle truppe sul fronte montano, offrendo cure essenziali e smistando i feriti. Dismesso dopo il 24 ottobre del 1917, probabilmente fu ricostituito agli inizi dell’anno successivo. Gli ospedaletti da campo, dislocati nelle retrovie del fronte, gestivano i feriti lievi e quelli gravi ma trasportabili, garantendo la degenza più breve possibile prima di inviare i soldati negli ospedali principali o territoriali. Erano allestiti in strutture preesistenti, baracche o, se necessario, in grandi tende da campo.
Come migliaia di altri seminaristi italiani mobilitati durante il conflitto, anche Placido Nicolosi era stato richiamato alle armi. Assegnato all’ospedaletto da campo, non sappiamo con precisione quale fosse il suo incarico in quel delicatissimo “inverno della riscossa”. I chierici non ancora ordinati sacerdoti, infatti, venivano frequentemente destinati ai servizi sanitari dell’esercito, dove svolgevano mansioni di assistenza, supporto logistico o amministrativo accanto al personale medico e religioso, o operando come infermieri, barellieri o furieri. In questi presidi sanitari i chierici svolgevano un doppio compito fondamentale: assistevano i medici nelle cure fisiche e offrivano supporto morale e religioso ai feriti, spesso collaborando direttamente con il Cappellano Militare titolare della struttura.
«Sorpassato ogni pericolo di terra e di mare»
Le prime parole del giovane chierico colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza: «Ieri sera, 23, sono arrivato all’ospedaletto, ho fatto buon viaggio sorpassando ogni pericolo di terra e di mare». Dietro quella frase si intravede il lungo viaggio di un seminarista siciliano verso il Nord Italia, nel pieno del conflitto. Nicolosi era partito dal suo mondo fatto di studio, preghiera e vita comunitaria per raggiungere una realtà completamente diversa, segnata dall’emergenza della guerra.
Placido Nicolosi non parla di combattimenti, di feriti o di paura. Parla del suo Seminario. Chiede notizie dei compagni rimasti a Biancavilla. Di un suo compagno di Belpasso costretto a letto. Si informa perfino sulle questioni organizzative dell’istituto e sulla scelta di un nuovo prefetto. Emerge nelle righe la profonda stima e l’attaccamento nei confronti del rettore, il reverendo don Placido Caselli, che sicuramente anni prima lo aveva accolto in seminario come i tanti altri ragazzi di Biancavilla e dei paesi vicini che qui studiavano, vivevano la loro vita preparandosi al sacerdozio.
La distanza tra il fronte e Biancavilla
Leggendo quelle righe si ha quasi l’impressione che la distanza tra il fronte e il suo paese non esista. Nel suo profilo si può cogliere un tratto comune a molti giovani della sua generazione. Di fronte all’incertezza della guerra, Nicolosi sembra cercare stabilità nei riferimenti più familiari: il seminario, gli amici, le figure educative che avevano accompagnato la sua crescita. Più che l’eroismo o l’avventura, dalle sue parole emerge il bisogno di conservare un senso di continuità con la vita precedente, quasi a difendere la propria identità dalle profonde trasformazioni imposte dal conflitto.
Come molti giovani della sua generazione, anche lui si trovava improvvisamente catapultato in un mondo nuovo e incerto, ma continuava a mantenere vivo il legame con la comunità nella quale era cresciuto. Non racconta la guerra delle grandi offensive o dei bollettini militari. Racconta la guerra vista dagli occhi di un giovane biancavillese che, appena arrivato in zona operativa, sente il bisogno di scrivere a casa e di avere notizie della propria famiglia spirituale.
Dal fronte alla chiesa madre
Terminato il conflitto, Placido Nicolosi tornò alla sua vocazione. Completò gli studi teologici e venne ordinato sacerdote il 10 giugno 1922 dal vescovo Emilio Ferrais. Nel 1929 fu nominato vicario cooperatore presso la Chiesa dell’Idria dove era rettore l’amato padre Caselli. Ottimo musicista, fu organista in Chiesa Madre e direttore del coro. A lui si debbono innumerevoli trascrizioni di canti e musiche per organo oggi conservati negli archivi della Chiesa Madre, dell’Idria e dell’Annunziata. Dal 1947 fu rettore della chiesa di Gesù e Maria. In tutti i suoi anni di sacerdozio fu legato al Piccolo Seminario dove si era formato e dove ricoprì, in seguito, l’incarico di insegnante. Morì per angina pectoris il 31 luglio del 1950, al termine di una faticosa giornata di lavoro in chiesa.
Quella cartolina ritrovata rappresenta oggi una delle rare testimonianze dirette del suo passaggio attraverso la Grande Guerra. Ma la nostra ricerca non si è fermata a lui. Seguendo le tracce lasciate da questo giovane chierico, abbiamo voluto cercare altre storie dimenticate. Come quella di un altro sacerdote biancavillese che, richiamato alle armi, prestò servizio nella Sanità Militare e chiese persino di essere nominato cappellano militare. Una richiesta che, sorprendentemente, non venne accolta. La sua vicenda sarà al centro della prossima puntata di questa ricerca dedicata ai preti-soldato di Biancavilla.
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Salvatore
7 Settembre 2019 at 21:16
Egregio signor Francesco Piccione ho apprezzato molto lo sforzo che lei ha fatto per tradurre in lingua italiana la preghiera che Gesù ci ha lasciato come modello detta in gergo preghiera del Padre Nostro dopo tutta la sua attenta analisi mi chiedevo come mai non si è nessuno mai posto interrogativi che sono riportati all’inizio della preghiera come ad esempio a chi si rivolge Gesù chiamandolo padre? Qual è il nome che deve essere santificato? cos’è il Regno di Dio è qual è la volontà di Dio che deve essere fatta sulla terra? A questi interrogativi noi semplici esseri umani dovremmo trovare la risposta nella sua sacra parola scritta la Bibbia
Andrea
16 Aprile 2018 at 10:47
Dalle più o meno moderne idee di monismo(il male e il bene convivono in noi) e dualismo manicheo, o meglio, dalle contemporanee reinterpretazioni delle stesse idee, si ha la tentazione di pensare che l’uomo sia una creatura “composta” anche dal male(d’altronde ormai videogames, cartoni animati, anime, fumetti, ecc. non fanno altro che trasmettere ai giovani questa ideologia della normalità del male intrinseco all’uomo).
Certamente, le tragiche notizie quotidiane espresse – e spesso enfatizzate – dai mass media, non fanno altro che rafforzare in noi questa credenza.
In realtà, se Dio è totalmente e completamente BENE, ogni sua creatura non può che avere la medesima caratteristica e nessuna parte della complementare.
E a maggior ragione l’uomo, che come recita il salmo 8 “hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi”
Ci viene in aiuto, fortunatamente, il sommo Benedetto XVI, che nell’Udienza Generale del 3 dicembre 2008, diceva: <>. Attenzione! Qui il pontefice, non sta indicando la coesistenza di due entità – come di due “demoni” interiori all’uomo – invece, afferma: “sente … l’impulso”. Significa che c’è qualcuno, o qualcosa, che stuzzica, influenza, questo impulso che non è così primordiale e intimo come si crede. S. Paolo scrive nella lettera ai Romani (7, 18-19): <>.
Qui tutto il limite umano.
Nella parte finale della devastante traduzione che commento, vi è infatti la supplica di Cristo (anticipazione della preghiera dell’Ultima Ora nel Getsemani) a non lasciarci soli, scoperti, senza scudi nè armature(cfr S.Paolo Ef, 10-20) contro la tentazione. L’induzione al male non viene dall’uomo, nè da Dio. È a Lui, anzi, che chiediamo riparo, protezione, per qualcosa a cui impulsivamente – e dunque senza intelletto, senza ragione – non possiamo resistere con le nostre sole forze. Qualcosa che misteriosamente è permessa da Dio, seppur limitatamente al suo disegno divino a noi sconosciuto, del quale facciamo parte e per il quale abbiamo ricevuto due doni fondamentali in questa storia: la vita e il libero arbirtrio. Vita e libertà sono concause di ciò che scegliamo di essere e di ciò che ci è dato di essere.
Libera nos a malo.
Concludo con un’esortazione ai giovani, soprattutto a quelli più intelligenti che pensano di non credere, o pensano di essere atei. Approfittate del dono dell’intelletto che avete ricevuto, perché come sosteneva Boezio di Dacia: la felicità è la conoscenza del Vero, che si ottiene con la praticità dell’intelletto e della ragione nello Scoprire e nel fare il bene verso gli altri.