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Cultura

Il “Padre nostro” che pronunciò Gesù tradotto a Biancavilla dall’aramaico

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Padre Nostroin cielo / sia santificato / il tuo  nomevenga il tuo regno / il tuo voleresia fatto in cielo / come in terradona a noi oggi / il pane / per il nostro bisognoe perdona / le  nostre  colpecome anche noi perdoniamoai nostri offensorie non lasciarci / esposti  alla  tentazionepiuttosto / liberaci dal male / amen

Propongo all’attenzione di tutti coloro che macinano per diletto ancora cultura, e come autentica novità, almeno per Biancavilla, questa mia ultima fatica nata da studi e ricerche pluridecennali e dagli esiti maturati col tempo da importanti colloqui intervenuti durante un breve soggiorno in Terrasanta. Si tratta del testo più antico, fra quelli in circolazione, del Pater Noster, quello pronunciato da Gesù di bocca sua, che io ho tradotto dall’aramaico, parola per parola, escludendomi da qualunque interpretazione dottrinale e limitandomi a sostituire in italiano, al millesimo, il significato nudo e crudo dei termini originari. A lavoro finito, non sono riuscito a frenare il mio stupore quando ho notato la differenza notevole che intercorre fra il mio testo, puro, incontaminato come acqua di sorgente, e quello che per antica tradizione si è soliti recitare in chiesa e fuori. Leggendo, non si accusa nessuna eresia da parte mia – il senso del contenuto è sostanzialmente identico a quello che proclamiamo con fede – piuttosto colpisce la forma, il diverso modo di dire, e quindi l’effetto notevole provocato al nostro cuore dalla parlata semplice e piana del Nazareno, una sapienza verbale che merita senz’altro di essere evocata, apprezzata e rivalutata.

Nelle righe che seguono, pur senza toccare alcun argomento di natura dottrinale – perché non si contesta nulla di ciò che attiene alla Fede cattolica – emergono, però, alcune osservazioni d’ordine linguistico e filologico di cui, mi risulta, per iniziativa di Papa Francesco e del fu card. Carlo Maria Martini, gli specialisti vaticani del nostro tempo stanno già prendendo visione col proposito di “correggere”, o comunque modificare, alcuni termini di questa preghiera così importante.

Ho letto da qualche parte che il nuovo testo italiano del Pater Noster uscirà, insieme ai nuovi testi liturgici, intorno al 2021.

Riguardo al testo che qui propongo, e per tutta chiarezza, mi piace sottolineare a titolo personale alcune mie modeste considerazioni, che sono imprescindibili ai fini della comprensione globale del mio lavoro notevole per mole e importante alla mia conoscenza per i risultati prodotti. Resta intatta comunque l’umiltà del mio propormi, con l’augurio di essere riuscito a valorizzare i contenuti di una preghiera che non sempre da noi è recitata, per routine, con la dovuta attenzione a ciò che diciamo.

La presente traduzione, detta “comparata” perché confrontata con tutte le altre in circolazione, manca anzitutto dei segni d’interpunzione per essere resa conforme al testo originale. Gli antichi semiti, infatti, non conoscevano la punteggiatura e lasciavano al tono della voce e alla gestualità la funzione di guidare la comprensione dell’ascoltatore. Essendo una lingua primitiva, tanto che i suoi simboli alfabetici sono un’elaborazione sommaria di quelli fenici, l’aramaico è essenziale sia nella struttura della frase sia nel significato delle singole parole, che sono scarne nella loro brevità e povere di sinonimi. Ciò non permette al traduttore alcuna possibilità di modificare, anche di poco, l’unicità e la semplicità di quanto Gesù ha pronunciato davanti ai suoi seguaci.

Questa considerazione dovrebbe bastare a far capire tante altre cose. In primis, chiarisco che la mia traduzione esula di proposito – sebbene ne tenga conto – dalla stesura in ebraico, perché posteriore e per di più rimaneggiata, essendo lingua di cultura usata ufficialmente nelle sinagoghe per commentare i testi liturgici e biblici. Lo stesso discorso vale, a maggior ragione, anche per quella greca, che continua ancor oggi a far figura di versione assai evoluta, molto pîù ricca di significati delle altre coeve, ben più ricercata tanto nella sua struttura quanto nella varietà degli impieghi lessicali.

Ora, proprio da un attento esame di quegli usi si vede, infatti, che le parole originali di Gesù, volte nella versione ellenica (per intenderci, la lingua dotta dei filosofi e delle Lettere di san Paolo), appaiono chiaramente come “interpretate”, più che tradotte, da persone già formate nella dottrina apostolica, le quali in buona fede hanno aggiunto arbitrariamente, ai fini di un corretto intendimento, un numero di termini addirittura superiore a quanto appare effettivamente nel testo originale.  Un esempio molto forte di queste forzature linguistico-teologiche è la frase, presente nella versione greca, che recita “dacci oggi il nostro pane transustanziale”, che denuncia a me stupito l’aggiunta arbitraria di un aggettivo dotto che il Nazareno non ha mai pronunciato nella sua preghiera perché inesistente nel suo povero linguaggio giornaliero.

Pensate davvero che i seguaci di Gesù, affamati e tribolati da ogni sorta di handicap fisico e mentale, fossero in grado di capire l’esatto significato di un aggettivo così difficile? Il Pater Noster in aramaico, che si recita ancora da pochi privilegiati, rispecchia fedelmente la parlata reale del Nazareno, e soprattutto i momenti in cui Egli si incontrava, nel suo andare, con i suoi seguaci illetterati, dispersi dalla miseria come “pecore senza pastore”, “che non sapevano pregare”, ed impressiona non poco il traduttore scrupoloso per l’estrema chiarezza del suo stringato messaggio, monumento ineffabile di perfetta semplicità, sicuramente alla portata, proprio per la sua stretta essenzialità, della gente comune, degli analfabeti, dei diseredati del mondo.

Ho bandito, poi, dalle mie scelte anche la versione latina perché, tra quelle antiche, è la più brutta e la più infedele di tutte quelle che le hanno fatto da battistrada. Essa, a ben guardare, è una tardiva (IV sec d.C.) traduzione delle traduzioni derivate dai papiri greci, già notevolmente lontani a loro volta dal testo primigenio. Per non parlare della versione italiana che, insieme a quella inglese, è la peggiore in assoluto (si salva solo quella spagnola, che mantiene il senso un po’ più conciliante) perché ricavata da quella latina – più comoda e facile da tradurre in ambito ecclesiastico – e anche perché, in un punto, risulta talmente errata da apparire blasfema: e non ci indurre in tentazione….

Ci si chiede: come fa il Padreterno a “indurre in tentazione” (in inglese, con l’impiego del verbo “to lead”, a “condurre alla tentazione”) quell’umanità, già imperfetta di suo, che Egli invece vuole assolutamente salvare a prezzo del sangue del suo Figlio Unigenito?

I contenuti del dialogo di Gesù con Nicodemo (vedi Giov. 3, 14 – 21) smentiscono categoricamente il senso dato alla tradizionale traduzione italiana della preghiera che i Cattolici recitano quotidianamente. Più saggia è invece l’interpretazione nuda e cruda che offre il testo in aramaico cui mi sono attenuto: Il Dio-Amore dei Cristiani non induce gli umani in tentazione, né li conduce per mano sul ciglio della Geenna per vedere come vi cadono dentro. Piuttosto, li espone alla prova della tentazione, ovvero della seduzione del male – che è ben altra cosa – per vedere come reagiscono (insegna sant’Agostino) col potere del loro libero arbitrio davanti alla perfidia degli allettamenti terreni che si propongono alla loro scelta. Solo dopo Dio si riserva di liberarli dal male con la sua misericordia a prezzo del loro sincero pentimento. Ed è proprio da questo concetto basilare che trova plausibile spiegazione la logica della pietosa invocazione finale pronunciata da Cristo Redentore, vero conoscitore dei limiti dell’uomo.

Da notare, inoltre – altro grave errore di traduzione – che nella sua preghiera Gesù non parla di debitori di nessun genere – nemmeno figurati – ma solo di “offensori”, ovvero persone bisognose del perdono di Dio perché colpevoli d’avere leso, ferito, colpito il prossimo disprezzandone la dignità personale con le parole e con le opere.

Tirando le somme, il Pater Noster in aramaico è un mirabile capolavoro di semplicità proprio nel suo essere lineare, immediato, non quello che i moderni lo hanno fatto diventare con le loro speculazioni intellettuali. La traduzione italiana di questo testo sublime che si recita ovunque con pietà e rispetto doveva essere fatta da linguisti puri, geni della levatura di un Devoto, di un Romagnoli…, campioni indiscussi nel loro mestiere, non da guardinghi teologi dilettanti! Le speculazioni dottrinali, che sono giuste e doverose ove necessarie, andavano fatte, sin dall’origine, a margine del testo reale, non forzando a fini divulgativi ciò che è stato effettivamente detto da Gesù! L’eisphérein del testo greco e l’induco latino di san Gerolamo avevano, nel loro tempo, dei significati ben diversi da quelli che sono stati intesi e, soprattutto, da quelli ben più sofisticati che sono stati arbitrariamente appioppati nelle epoche successive!

Senza contare altre “sviste”! Leggendo dall’aramaico, colpisce non poco l’attenzione che Gesù ama rivolgere in via prioritaria agli esclusi dalla vita sociale. Così, ad esempio, notiamo, quanta tenerezza emerge, quanta pietà, nella sua voce quando, di fronte alla moltitudine che lo circonda, ed intanto soffre per la fame, Egli implora “donaci oggi il pane per il nostro bisogno”!

Perché, nel Pater Noster odierno, i Cattolici non lo dicono? Sono parole di Cristo in favore della gente che manca del necessario, non locuzioni accessorie!

Cosa dire? Nel cercare una soluzione apprezzabile alla voltura in lingua moderna ci si è dimenticati, molto tempo fa, che, quando gli antichi hanno provato a tradurre per la prima volta questa sublime preghiera, l’etimologia (la scienza che studia l’origine e il senso vero delle parole) non era ancora nata e valeva perciò solo la raccomandazione, non si sa fino a che punto scientifica, di Cicerone di tradurre a senso, quindi anche con parole diverse, rispettando al meglio possibile il concetto espresso in origine. Ciò perché allora, a differenza d’oggi, non esisteva tra gli usi lessicali, per carenza di vocaboli, un numero sufficiente di parole adatte a rendere l’idea di ciò che si voleva effettivamente dire, e questo ha messo tanta confusione in testa a chi ci ha provato.

La causa degli errori di traduzione, a ben guardare, sta tutta qui! Perché, allora, non rimboccarsi le maniche e rifare bene da zero? Il dizionario della Lingua Italiana è tra i più ricchi al mondo per numero di vocaboli e di locuzioni ed apre ad ogni traduttore infinite possibilità di esprimersi in maniera filologicamente corretta. Questa consapevolezza dovrebbe incoraggiare non poco gli addetti ai lavori, Chiesa permettendo, …con ben altri risultati!

© RIPRODUZIONE RISRVATA

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2 Comments

2 Comments

  1. Salvatore

    7 Settembre 2019 at 21:16

    Egregio signor Francesco Piccione ho apprezzato molto lo sforzo che lei ha fatto per tradurre in lingua italiana la preghiera che Gesù ci ha lasciato come modello detta in gergo preghiera del Padre Nostro dopo tutta la sua attenta analisi mi chiedevo come mai non si è nessuno mai posto interrogativi che sono riportati all’inizio della preghiera come ad esempio a chi si rivolge Gesù chiamandolo padre? Qual è il nome che deve essere santificato? cos’è il Regno di Dio è qual è la volontà di Dio che deve essere fatta sulla terra? A questi interrogativi noi semplici esseri umani dovremmo trovare la risposta nella sua sacra parola scritta la Bibbia

  2. Andrea

    16 Aprile 2018 at 10:47

    Dalle più o meno moderne idee di monismo(il male e il bene convivono in noi) e dualismo manicheo, o meglio, dalle contemporanee reinterpretazioni delle stesse idee, si ha la tentazione di pensare che l’uomo sia una creatura “composta” anche dal male(d’altronde ormai videogames, cartoni animati, anime, fumetti, ecc. non fanno altro che trasmettere ai giovani questa ideologia della normalità del male intrinseco all’uomo).
    Certamente, le tragiche notizie quotidiane espresse – e spesso enfatizzate – dai mass media, non fanno altro che rafforzare in noi questa credenza.
    In realtà, se Dio è totalmente e completamente BENE, ogni sua creatura non può che avere la medesima caratteristica e nessuna parte della complementare.
    E a maggior ragione l’uomo, che come recita il salmo 8 “hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi”
    Ci viene in aiuto, fortunatamente, il sommo Benedetto XVI, che nell’Udienza Generale del 3 dicembre 2008, diceva: <>. Attenzione! Qui il pontefice, non sta indicando la coesistenza di due entità – come di due “demoni” interiori all’uomo – invece, afferma: “sente … l’impulso”. Significa che c’è qualcuno, o qualcosa, che stuzzica, influenza, questo impulso che non è così primordiale e intimo come si crede. S. Paolo scrive nella lettera ai Romani (7, 18-19): <>.
    Qui tutto il limite umano.

    Nella parte finale della devastante traduzione che commento, vi è infatti la supplica di Cristo (anticipazione della preghiera dell’Ultima Ora nel Getsemani) a non lasciarci soli, scoperti, senza scudi nè armature(cfr S.Paolo Ef, 10-20) contro la tentazione. L’induzione al male non viene dall’uomo, nè da Dio. È a Lui, anzi, che chiediamo riparo, protezione, per qualcosa a cui impulsivamente – e dunque senza intelletto, senza ragione – non possiamo resistere con le nostre sole forze. Qualcosa che misteriosamente è permessa da Dio, seppur limitatamente al suo disegno divino a noi sconosciuto, del quale facciamo parte e per il quale abbiamo ricevuto due doni fondamentali in questa storia: la vita e il libero arbirtrio. Vita e libertà sono concause di ciò che scegliamo di essere e di ciò che ci è dato di essere.
    Libera nos a malo.

    Concludo con un’esortazione ai giovani, soprattutto a quelli più intelligenti che pensano di non credere, o pensano di essere atei. Approfittate del dono dell’intelletto che avete ricevuto, perché come sosteneva Boezio di Dacia: la felicità è la conoscenza del Vero, che si ottiene con la praticità dell’intelletto e della ragione nello Scoprire e nel fare il bene verso gli altri.

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Chiesa

San Placido oltre i confini locali: il culto che genera legami sociali e spirituali

Biancavilla, Messina, Castel di Lucio e altre città: una connessione secolare di fede e devozione

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Se si guarda alla Sicilia profonda, la devozione per i Santi Patroni rischia spesso di essere letta come un fenomeno puramente locale, un legame esclusivo e quasi geloso tra un paese e il suo protettore. La storia e le tradizioni religiose, però, ci restituiscono dinamiche molto più ampie e affascinanti.

Un caso esemplare è rappresentato proprio dal nostro san Placido: una figura il cui culto, lungi dall’essere confinato alla sola comunità di Biancavilla, rappresenta un potente filo conduttore che unisce territori distanti, da Messina a Castel di Lucio e Alì, fino a toccare altre aree del Mezzogiorno e del resto d’Italia, come Torrebruna in Abruzzo, San Benedetto Belbo in Piemonte, Olevano Romano nel Lazio e San Pier Fedele in Calabria.

Da esempio cardine dell’ordine benedettino a martire protettore, la figura di Placido attraversa i secoli, trasformandosi in un punto di riferimento spirituale capace di rimodellarsi attorno alle necessità storiche e sociali delle diverse comunità.

San Placido a Biancavilla, legame barocco

A Biancavilla, l’attaccamento a San Placido affonda le radici agli inizi del Seicento, epoca in cui il paese inizia a venerarne le reliquie. Sebbene le fonti del XVII secolo non permettano di ricostruire con esattezza l’entità delle prime celebrazioni, il Settecento segna una svolta decisiva. Con la proclamazione ufficiale a Patrono da parte del Vescovo di Catania, la festa di san Placido diventa l’evento più solenne e sfarzoso dell’anno.

Dal punto di vista sociologico, l’istituzione di una festa di tale portata non rispondeva solo a un bisogno di fede, ma svolgeva una precisa funzione pubblica: rinsaldare il senso di appartenenza della cittadinanza, esibire il prestigio della città e perfino strutturare lo spazio urbano attorno alla sacralità della festa.

Messina e la rinascita di un culto millenario

Per comprendere la diffusione di questa devozione, è necessario spostare lo sguardo a Messina, luogo in cui l’antica tradizione colloca il martirio del santo monaco. Messina ha considerato Placido il proprio custode da tempi immemorabili, ma è il 1588 l’anno che segna una svolta nella storia della devozione locale: il ritrovamento dei resti del santo, dei suoi fratelli e dei compagni sotto la chiesa di San Giovanni Battista. Lo sgorgare di una fonte ritenuta miracolosa in quel preciso punto accese un fervore che si tradusse in due imponenti feste annuali (il 4 agosto e il 5 ottobre). Le processioni, che vedevano la partecipazione congiunta del Senato messinese, dell’Arcivescovo e del popolo, erano una vera e propria rappresentazione del tessuto sociale e istituzionale della città.

Il pauroso terremoto del 1908, che distrusse gran parte del tempio risparmiando solo il sacello dei martiri, provocò un lungo indebolimento delle manifestazioni esterne. Eppure, il sentimento religioso profondo possiede una rara capacità di resistere ai traumi della storia. Recentemente, la devozione messinese ha vissuto una potente rinascita pubblica: la solenne processione straordinaria delle reliquie dei santi martiri del 4 agosto scorso, che ha visto sfilare i Tamburi dello Stretto, il gonfalone comunale, l’Ordine di Malta e delegazioni da tutta la Sicilia, dalla Calabria e da Roma, dimostra come San Placido continui a essere un catalizzatore di relazioni umane e il simbolo della ritrovata vitalità cittadina.

Castel di Lucio: la liturgia del corpo e della festa

L’espansione del culto tocca anche l’entroterra nebroideo, arrivando a Castel di Lucio nel 1590 grazie a fra Matteo Ferrara. Il cappuccino, dopo aver assistito ai trionfi messinesi per il ritrovamento delle reliquie, ottenne la concessione di un frammento sacro per la propria terra. Da allora, il borgo tributa al Patrono due feste (il 20 agosto e il 5 ottobre) attraverso rituali in cui il corpo del fedele diventa parte integrante della liturgia.

L’ascesa lenta della statua sulla scalinata del presbiterio, chiamata a cchianata di san Plà, che simula visivamente l’ingresso del santo in paradiso, offre ai fedeli un momento di forte intensità emotiva e vicinanza spirituale. A calata a cira, la suggestiva processione della vigilia, in cui i devoti accompagnano le reliquie con grossi ceri da deporre poi sull’altare, simboleggiando l’offerta della propria vita e del proprio lavoro quotidiano. E poi il corteo sul fercolo ottocentesco, che vede molti devoti camminare a piedi scalzi, un segno tradizionale di penitenza e ringraziamento.

Il rientro in Chiesa Madre si trasforma in una festa gestita direttamente dal popolo: la piazza diventa il palcoscenico della “Ballatedda di san Plà“, un movimento danzante guidato dalle note della banda che rompe la rigidità del rito e celebra l’unione profonda tra il santo e la sua gente.

Un’eredità benedettina

Al di là dei grandi centri dove la festa assume toni sfarzosi e folcloristici, la presenza di san Placido è capillarmente diffusa in tutta la Sicilia e nel Mezzogiorno, ovunque la storia abbia lasciato un’impronta benedettina. Pale d’altare, affreschi e monasteri custodiscono la memoria di quello che fin dall’epoca di San Benedetto è stato considerato il modello perfetto del discepolo.

Oggi, analizzare questo culto significa comprendere come una figura vissuta secoli fa riesca ancora a parlare alla modernità. Custode delle famiglie, dei giovani e del lavoro, san Placido incarna l’attualità del motto “Ora et labora”. In un contesto sociale spesso frammentato, dominato dalle contraddizioni e dall’effimero, la rete devozionale che unisce Biancavilla, Messina, Castel di Lucio e diverse altre comunità dimostra che la fede popolare non è un retaggio statico del passato, ma un legame dinamico, capace di unire le persone e dare forma a un prezioso scrigno di ricordi e vissuti comuni.

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Cultura

Sentimenti laici sulla festa e l’Icona: “Madre d’Amore, ridonaci… noi stessi!”

A M. Ss. dell’Elemosina si leghino le istanze di progresso, giustizia sociale, inclusione, emancipazione

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A poche ore dai momenti in cui Biancavilla si raccoglierà nuovamente attorno alla venerata icona della Madre d’Amore, diverse sono le considerazioni e molti gli interrogativi che possono sorgere a fronte dell’attuale clima sociale che fa da cornice.

Tradizionalmente, nell’ambito delle feste patronali la comunità biancavillese ricorda, dopo le celebrazioni di fine estate, la potente intercessione della Madonna dell’Elemosina: la Madre d’Amore. In autunno come in estate, i coreografici movimenti liturgici e i sonori fuochi d’artificio scandiscono l’importanza del gesto celebrativo collettivo.

Ma è proprio di fronte al convinto e ininterrotto ripetersi di questi riti comunitari che può sorgere un interrogativo, forse banale, ma del tutto necessario. Cosa significa oggi celebrare la Madre di Misericordia? Al di là dei consueti gesti liturgici e oltre all’innegabile valore religioso della festa, cosa significa e che utilità ha per Biancavilla ricordare oggi la Madonna dell’Elemosina?

Se è vero che l’Icona stessa rappresenta il tenero e incondizionato amore materno, c’è da chiedersi come nel cattolicissimo territorio di Biancavilla questo simbolo sia reso vivo e attualizzato. Con quale urgenza è vissuto questo sentimento che spinge a soccorrere, al di là di ogni interesse, chi è in condizioni di svantaggio?

La tanto celebrata misericordia

Con molta onestà bisogna riconoscere che esiste il concreto pericolo che la tanto celebrata misericordia della Vergine resti una caratteristica propria solo a lei; che cioè l’“Eleusa” venga lasciata da sola a “portare misericordia” nelle ricorrenze fissate.

Lasciando da parte i simbolismi smielati, possiamo dire che chi ha misericordia, ha rispetto e dà valore alla dignità dell’altro, a prescindere dai suoi meriti e anche quando lo si ritiene in errore. Il riconoscimento dell’infinita dignità del volto dell’altro è la conditio sine qua non di qualsiasi società etica e giusta, e in definitiva, l’unica epifania evangelicamente necessaria in una comunità che voglia definirsi umana.

Sotto quest’aspetto, i recenti avvenimenti fanno riflettere sulla rara concretezza di questo principio: democraticamente difficile, tanto per chi presiede i pontificali, quanto per chi vi assiste, disinteressato, dal bar. Ma se persino tra le fessure delle azioni liturgiche si tradisse una mancanza di misericordia, che senso avrebbe celebrarne il simbolo? Se anche tra una navata e l’altra si scalciasse per cantare in prima fila o “rivolgere i saluti liturgicamente leciti”, cosa resterebbe di queste pompose celebrazioni?

Il seme etico tra incenso e stendardi

Forse in un clima sociale spiccatamente polarizzato e a tratti divisivo, l’Icona biancavillese grida oggi la necessità di una ritrovata umanità. Laddove alcune parti sociali e politiche fomentano paura, odio e intolleranza verso qualsiasi cosa sia libera o diversa, il rischio è che il seme etico dell’amore cada sterile, tra incenso e stendardi, lungo la strada. 

La storia della nostra comunità testimonia l’importanza della misericordia e dell’amore verso i rami diversi dello stesso albero. Gli infiniti rami che, secondo la leggenda, trattennero la sacra Icona qui a Biancavilla molti secoli fa, rischiano oggi di essere tagliati in virtù dell’albero senza rami che vorrebbero alcune derive nostalgiche e fondamentaliste odierne.

È dunque per coerenza al proprio passato, e al simbolo della Misericordia che tanto devotamente viene portato in processione, che Biancavilla rappresenta ipso facto un simbolo di rinascita dall’incontro tra diversità. I valori di libertà e inclusione che intrinsecamente caratterizzano la misericordia della Vergine diventino istanze collettive concrete per un territorio vessato da onnipresenti disservizi e penuria culturale.

Per una “ri-fondazione” sui valori originari

In questo senso, il gesto celebrativo collettivo sia accompagnato da un sentimento laico di progresso, giustizia sociale ed emancipazione tanto necessari per questa terra. L’eco della storia biancavillese sia il punto di partenza e la presa di consapevolezza collettiva per una nuova “ri-fondazione” del territorio sui valori originari di inclusione e rispetto del diverso. I giochi pirotecnici della festa accendano la fame di emancipazione e progresso, oggi grandi assenti nella comunità, e le luminarie ne segnalino l’urgenza.

L’augurio per queste festività è che le istituzioni e le associazioni, tanto quelle religiose quanto quelle civili, presenti durante le celebrazioni, presiedano con inedita determinazione il pontificale della rinascita etica e culturale del territorio, sui valori originari di libertà e inclusione che tanto appartenevano agli albori della città. Viene proprio da dire “Madre d’Amore, ridonaci… noi stessi!”.

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