Cultura
San Placido, la mula e il maltempo: l’invocazione del contadino-devoto
Il racconto del signor Sangiorgio, rivoltosi al santo patrono di Biancavilla di ritorno dalla Piana
In tanti oggi si sono chiesti il perché di quei colpi di mortaretto nel cielo incerto di questa fine estate. La risposta, da parte di qualche anziano non ha tardato ad arrivare: «Ci traseru u misi a san Prazzitu!». Fra un mese esatto sarà il giorno della festa dedicata al patrono di Biancavilla, San Placido. Ogni anno, infatti, da secoli, la giornata del 5 settembre è caratterizzata dall’eco di questi spari che rimbombano a Biancavilla, arrivando fino ai paesi e alle campagne vicine.
A dire il vero, la devozione a questo santo che ci parla di coraggio, di fedeltà, di amore incondizionato, nei secoli è stata grande: ne sono prova e testimonianza i tanti segni che i nostri padri hanno voluto lasciare alla nostra città, come la magnifica cappella all’interno della Matrice, la campana maggiore del campanile, dedicata proprio al santo monaco, la statua lignea che ogni anno passando tra le vie del paese vuole essere segno di quella benedizione divina accordata al nostro popolo.
Tra gli anziani, si raccontano diversi fatti che descrivono in maniera genuina e spontanea l’aver sperimentato l’intercessione di San Placido nelle difficoltà quotidiane. Una di queste testimonianze mi fu raccontata dal signor Luciano Sangiorgio alla fine degli anni ’90 e ci fa capire come San Placido sia considerato dai biancavillesi un amico al quale rivolgersi nei momenti di bisogno.
«San Placido, lasciami la mula»
Il fatto accadde al nonno del signor Luciano, agli inizi del Novecento. Era tempo di raccolto e si trovavano alla Piana. Ormai avevano finito di raccogliere il frumento e con i muli si doveva trasportate il raccolto in paese. All’orizzonte si intravedevano delle nere nuvole che tuttavia parevano lontane. La premura di portare alla meta il carico rese il signor Sangiorgio arduo e non lo fece preoccupare minimamente di ciò che poteva accadere. Caricati i muli e i carri cominciò il viaggio verso il paese.
Ma quelle nuvole che sembravano innocue si fecero sempre più prossime e minacciose. In pochi minuti un tremendo temporale estivo si abbatté sopra quel gruppo di uomini e sulle bestie che portavano a casa il frutto di un anno di fatiche che avrebbe dovuto garantire un po’ di benessere per l’anno successivo a tutta la famiglia. Per di più una mula si infossò in mezzo alla terra, rischiando di perdere il carico e la sua stessa vita.
In pochi attimi tutto il gruppo fu preso dalla disperazione. Mentre qualche contadino cominciava ad imprecare, Sangiorgio con gli occhi verso il paese, gridò con voce sicura: «San Prazziteddu stirati a manu… Aiutatini vui…».
Al nome del santo un tuono più forte degli altri fece tremare tutti, e passato quel fragore smise a un tratto di piovere. Quei contadini si guardarono increduli mentre prestavano soccorso alla mula che si era infossata. Ma erano pochi e privi di mezzi e la bestia rischiava di morire nel fango.
Allora Sangiorgio si rivolse ancora a San Placido: «San Prazziteddu, almenu ‘a mula lassatimmilla e Vi prummettu ca ‘u frummentu Vu dugnu a Vui».
Non finì di dire queste parole che si trovò a passare un camioncino che faceva ritorno in paese con dei giovani contadini. Al vedere quei poveri diavoli che si dimenavano con quella mula, scesero dal camion e con l’aiuto di tavole e soprattutto con le proprie forze liberarono la mula. Dopo poche ore tutti fecero ritorno in paese con animali e frumento in salvo.
Il frumento in segno di devozione
Quell’anno, a settembre, il signor Sangiorgio portò in chiesa madre la quantità di grano che portava la mula. E da quell’anno fino a quando visse, ogni anno donò alla congregazione del Santissimo Sacramento un’offerta in denaro e una misura di frumento in onore e devozione a San Placido. Nel magazzino e nella stalla di famiglia, da allora fu appesa al muro un’immagine del santo patrono.
Adesso, a noi uomini del 2020, figli della tecnologia, del computer e del cellulare, in preda al panico per una pandemia che continua a mietere vittime in tutto il mondo, questi fatti forse ci fanno sorridere. Oppure ci fanno riflettere.
Se facciamo parte di questo secondo gruppo di individui, allora oggi, quei boati nel cielo prendiamoli come un richiamo e un invito alla preghiera, o almeno a una riflessione, per chiedere al buon San Placido di farci capire quali sono le cose fondamentali della vita e, lui che nella sua esistenza di pericoli ne affrontò tanti, ci dia una mano a superare questo drammatico periodo guidandoci alla prudenza e alla solidarietà, facendoci scoprire la bellezza della essenzialità.
(Tratto da A Vui prìamu di Filadelfio Grasso, Collana Biancavilla, 2012)

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Chiesa
San Placido oltre i confini locali: il culto che genera legami sociali e spirituali
Biancavilla, Messina, Castel di Lucio e altre città: una connessione secolare di fede e devozione
Se si guarda alla Sicilia profonda, la devozione per i Santi Patroni rischia spesso di essere letta come un fenomeno puramente locale, un legame esclusivo e quasi geloso tra un paese e il suo protettore. La storia e le tradizioni religiose, però, ci restituiscono dinamiche molto più ampie e affascinanti.
Un caso esemplare è rappresentato proprio dal nostro san Placido: una figura il cui culto, lungi dall’essere confinato alla sola comunità di Biancavilla, rappresenta un potente filo conduttore che unisce territori distanti, da Messina a Castel di Lucio e Alì, fino a toccare altre aree del Mezzogiorno e del resto d’Italia, come Torrebruna in Abruzzo, San Benedetto Belbo in Piemonte, Olevano Romano nel Lazio e San Pier Fedele in Calabria.
Da esempio cardine dell’ordine benedettino a martire protettore, la figura di Placido attraversa i secoli, trasformandosi in un punto di riferimento spirituale capace di rimodellarsi attorno alle necessità storiche e sociali delle diverse comunità.
San Placido a Biancavilla, legame barocco
A Biancavilla, l’attaccamento a San Placido affonda le radici agli inizi del Seicento, epoca in cui il paese inizia a venerarne le reliquie. Sebbene le fonti del XVII secolo non permettano di ricostruire con esattezza l’entità delle prime celebrazioni, il Settecento segna una svolta decisiva. Con la proclamazione ufficiale a Patrono da parte del Vescovo di Catania, la festa di san Placido diventa l’evento più solenne e sfarzoso dell’anno.
Dal punto di vista sociologico, l’istituzione di una festa di tale portata non rispondeva solo a un bisogno di fede, ma svolgeva una precisa funzione pubblica: rinsaldare il senso di appartenenza della cittadinanza, esibire il prestigio della città e perfino strutturare lo spazio urbano attorno alla sacralità della festa.
Messina e la rinascita di un culto millenario
Per comprendere la diffusione di questa devozione, è necessario spostare lo sguardo a Messina, luogo in cui l’antica tradizione colloca il martirio del santo monaco. Messina ha considerato Placido il proprio custode da tempi immemorabili, ma è il 1588 l’anno che segna una svolta nella storia della devozione locale: il ritrovamento dei resti del santo, dei suoi fratelli e dei compagni sotto la chiesa di San Giovanni Battista. Lo sgorgare di una fonte ritenuta miracolosa in quel preciso punto accese un fervore che si tradusse in due imponenti feste annuali (il 4 agosto e il 5 ottobre). Le processioni, che vedevano la partecipazione congiunta del Senato messinese, dell’Arcivescovo e del popolo, erano una vera e propria rappresentazione del tessuto sociale e istituzionale della città.
Il pauroso terremoto del 1908, che distrusse gran parte del tempio risparmiando solo il sacello dei martiri, provocò un lungo indebolimento delle manifestazioni esterne. Eppure, il sentimento religioso profondo possiede una rara capacità di resistere ai traumi della storia. Recentemente, la devozione messinese ha vissuto una potente rinascita pubblica: la solenne processione straordinaria delle reliquie dei santi martiri del 4 agosto scorso, che ha visto sfilare i Tamburi dello Stretto, il gonfalone comunale, l’Ordine di Malta e delegazioni da tutta la Sicilia, dalla Calabria e da Roma, dimostra come San Placido continui a essere un catalizzatore di relazioni umane e il simbolo della ritrovata vitalità cittadina.
Castel di Lucio: la liturgia del corpo e della festa
L’espansione del culto tocca anche l’entroterra nebroideo, arrivando a Castel di Lucio nel 1590 grazie a fra Matteo Ferrara. Il cappuccino, dopo aver assistito ai trionfi messinesi per il ritrovamento delle reliquie, ottenne la concessione di un frammento sacro per la propria terra. Da allora, il borgo tributa al Patrono due feste (il 20 agosto e il 5 ottobre) attraverso rituali in cui il corpo del fedele diventa parte integrante della liturgia.
L’ascesa lenta della statua sulla scalinata del presbiterio, chiamata a cchianata di san Plà, che simula visivamente l’ingresso del santo in paradiso, offre ai fedeli un momento di forte intensità emotiva e vicinanza spirituale. A calata a cira, la suggestiva processione della vigilia, in cui i devoti accompagnano le reliquie con grossi ceri da deporre poi sull’altare, simboleggiando l’offerta della propria vita e del proprio lavoro quotidiano. E poi il corteo sul fercolo ottocentesco, che vede molti devoti camminare a piedi scalzi, un segno tradizionale di penitenza e ringraziamento.
Il rientro in Chiesa Madre si trasforma in una festa gestita direttamente dal popolo: la piazza diventa il palcoscenico della “Ballatedda di san Plà“, un movimento danzante guidato dalle note della banda che rompe la rigidità del rito e celebra l’unione profonda tra il santo e la sua gente.
Un’eredità benedettina
Al di là dei grandi centri dove la festa assume toni sfarzosi e folcloristici, la presenza di san Placido è capillarmente diffusa in tutta la Sicilia e nel Mezzogiorno, ovunque la storia abbia lasciato un’impronta benedettina. Pale d’altare, affreschi e monasteri custodiscono la memoria di quello che fin dall’epoca di San Benedetto è stato considerato il modello perfetto del discepolo.
Oggi, analizzare questo culto significa comprendere come una figura vissuta secoli fa riesca ancora a parlare alla modernità. Custode delle famiglie, dei giovani e del lavoro, san Placido incarna l’attualità del motto “Ora et labora”. In un contesto sociale spesso frammentato, dominato dalle contraddizioni e dall’effimero, la rete devozionale che unisce Biancavilla, Messina, Castel di Lucio e diverse altre comunità dimostra che la fede popolare non è un retaggio statico del passato, ma un legame dinamico, capace di unire le persone e dare forma a un prezioso scrigno di ricordi e vissuti comuni.
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Cultura
Sentimenti laici sulla festa e l’Icona: “Madre d’Amore, ridonaci… noi stessi!”
A M. Ss. dell’Elemosina si leghino le istanze di progresso, giustizia sociale, inclusione, emancipazione
A poche ore dai momenti in cui Biancavilla si raccoglierà nuovamente attorno alla venerata icona della Madre d’Amore, diverse sono le considerazioni e molti gli interrogativi che possono sorgere a fronte dell’attuale clima sociale che fa da cornice.
Tradizionalmente, nell’ambito delle feste patronali la comunità biancavillese ricorda, dopo le celebrazioni di fine estate, la potente intercessione della Madonna dell’Elemosina: la Madre d’Amore. In autunno come in estate, i coreografici movimenti liturgici e i sonori fuochi d’artificio scandiscono l’importanza del gesto celebrativo collettivo.
Ma è proprio di fronte al convinto e ininterrotto ripetersi di questi riti comunitari che può sorgere un interrogativo, forse banale, ma del tutto necessario. Cosa significa oggi celebrare la Madre di Misericordia? Al di là dei consueti gesti liturgici e oltre all’innegabile valore religioso della festa, cosa significa e che utilità ha per Biancavilla ricordare oggi la Madonna dell’Elemosina?
Se è vero che l’Icona stessa rappresenta il tenero e incondizionato amore materno, c’è da chiedersi come nel cattolicissimo territorio di Biancavilla questo simbolo sia reso vivo e attualizzato. Con quale urgenza è vissuto questo sentimento che spinge a soccorrere, al di là di ogni interesse, chi è in condizioni di svantaggio?
La tanto celebrata misericordia
Con molta onestà bisogna riconoscere che esiste il concreto pericolo che la tanto celebrata misericordia della Vergine resti una caratteristica propria solo a lei; che cioè l’“Eleusa” venga lasciata da sola a “portare misericordia” nelle ricorrenze fissate.
Lasciando da parte i simbolismi smielati, possiamo dire che chi ha misericordia, ha rispetto e dà valore alla dignità dell’altro, a prescindere dai suoi meriti e anche quando lo si ritiene in errore. Il riconoscimento dell’infinita dignità del volto dell’altro è la conditio sine qua non di qualsiasi società etica e giusta, e in definitiva, l’unica epifania evangelicamente necessaria in una comunità che voglia definirsi umana.
Sotto quest’aspetto, i recenti avvenimenti fanno riflettere sulla rara concretezza di questo principio: democraticamente difficile, tanto per chi presiede i pontificali, quanto per chi vi assiste, disinteressato, dal bar. Ma se persino tra le fessure delle azioni liturgiche si tradisse una mancanza di misericordia, che senso avrebbe celebrarne il simbolo? Se anche tra una navata e l’altra si scalciasse per cantare in prima fila o “rivolgere i saluti liturgicamente leciti”, cosa resterebbe di queste pompose celebrazioni?
Il seme etico tra incenso e stendardi
Forse in un clima sociale spiccatamente polarizzato e a tratti divisivo, l’Icona biancavillese grida oggi la necessità di una ritrovata umanità. Laddove alcune parti sociali e politiche fomentano paura, odio e intolleranza verso qualsiasi cosa sia libera o diversa, il rischio è che il seme etico dell’amore cada sterile, tra incenso e stendardi, lungo la strada.
La storia della nostra comunità testimonia l’importanza della misericordia e dell’amore verso i rami diversi dello stesso albero. Gli infiniti rami che, secondo la leggenda, trattennero la sacra Icona qui a Biancavilla molti secoli fa, rischiano oggi di essere tagliati in virtù dell’albero senza rami che vorrebbero alcune derive nostalgiche e fondamentaliste odierne.
È dunque per coerenza al proprio passato, e al simbolo della Misericordia che tanto devotamente viene portato in processione, che Biancavilla rappresenta ipso facto un simbolo di rinascita dall’incontro tra diversità. I valori di libertà e inclusione che intrinsecamente caratterizzano la misericordia della Vergine diventino istanze collettive concrete per un territorio vessato da onnipresenti disservizi e penuria culturale.
Per una “ri-fondazione” sui valori originari
In questo senso, il gesto celebrativo collettivo sia accompagnato da un sentimento laico di progresso, giustizia sociale ed emancipazione tanto necessari per questa terra. L’eco della storia biancavillese sia il punto di partenza e la presa di consapevolezza collettiva per una nuova “ri-fondazione” del territorio sui valori originari di inclusione e rispetto del diverso. I giochi pirotecnici della festa accendano la fame di emancipazione e progresso, oggi grandi assenti nella comunità, e le luminarie ne segnalino l’urgenza.
L’augurio per queste festività è che le istituzioni e le associazioni, tanto quelle religiose quanto quelle civili, presenti durante le celebrazioni, presiedano con inedita determinazione il pontificale della rinascita etica e culturale del territorio, sui valori originari di libertà e inclusione che tanto appartenevano agli albori della città. Viene proprio da dire “Madre d’Amore, ridonaci… noi stessi!”.
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