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Detto tra blog

Dall’uso dell’Icona alle processioni: dilemma tra presenzialismo e fede

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di ALFIO PELLERITI

Devo riconoscere che l’intervento di Maria Rita Sangiorgio offre tanti spunti di riflessione su aspetti che ritengo siano fondamentali per la nostra esistenza, soprattutto per chi, come me, si dichiara cristiano cattolico, credente e praticante. Sarebbe lungo indicare le varie tematiche inerenti tale impegnativo auto riconoscersi in Gesù Cristo né il luogo deputato a trattarle può essere un blog.

Tuttavia la questione affrontata dalla Sangiorgio sull’utilizzazione dell’icona della Madonna dell’Elemosina è dirimente, poiché pone il problema della scelta fra una religiosità presenzialista, formale, folcloristica e una religiosità intimistica, vissuta senza clamori.

Penso che la tradizione è bene continuarla e curarla ma senza esagerazioni, segnandolo bene il confine tra forma e sostanza, poiché ancora molti sono coloro che affermano d’essere buoni cristiani in ragione dell’appartenenza ad una confraternita e all’aver cura della cappa o della mantellina; ancora molti pensano che si è più vicini a Dio perché hai la mozzetta o indossi lo scapolare o il cingolo che ti distingue e ti rende orgoglioso dell’appartenenza al gruppo che porta il fercolo di Gesù, dell’Angelo o della Madonna.

Quale aiuto può dare tale attivismo per una fede cristiana autenticamente vissuta? Fino a che punto il fervore delle varie confraternite che si esaurisce nella processione dei Misteri nella settimana di Pasqua rivela volontà e impegno nell’affermare comportamenti coerenti col messaggio evangelico? O forse tutto si riduce a un vuoto formalismo religioso, a una gara ad essere in prima fila per far notare che contiamo qualcosa nell’organizzazione religiosa della parrocchia o della diocesi?

Certo, ha un suo valore continuare le tradizioni che nel caso in ispecie rimandano al Medioevo quando le confraternite intervenivano con opere caritatevoli, curando gli ammalati, confortando i moribondi o accompagnando nei funerali i confratelli. Oggi credo che il Vangelo ci chiami ad abbandonare un individualismo diventato maniacale e sottilmente ipocrita che spinge molti a comportamenti infantili e superficiali.

L’essere cristiani dovrebbe comportare un impegno continuo per adeguare il proprio stile di vita ai valori che Gesù ci ha indicato, praticando la carità cristiana con l’accoglienza degli immigrati e con progetti di integrazione nel tessuto socio economico nazionale; con il rispetto della legge sempre, dando “a Cesare quel che è di Cesare” e per cui il cristiano non sfrutterà i lavoratori sottopagandoli e non evaderà le tasse; non sarà comprensivo con i potenti e inflessibile con i più deboli; il cristiano non diventerà un attivista politico per poter conseguire vantaggi personali o per vanagloria ma per servire la comunità d’appartenenza.

Egli dovrebbe avere rispetto per tutti coloro che comunemente si considerano “diversi”; e dovrebbe sempre difendere la libertà in tutte le sue possibili declinazioni individuando le minacce provenienti da piccoli Cesari esperti nel cogliere gli umori, i desideri, le ansie del popolo, per poi mortificare tutte le potenzialità e le idealità, i talenti che ciascuno possiede.

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Chiesa

Il prete che alzò la voce contro i mafiosi e lasciò il “palcoscenico” della basilica

Padre Nino Tomasello diceva che il cristiano deve saper tenere in una mano il Vangelo e nell’altra il giornale

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di ENRICO INDELICATO

Il Covid ha portato via padre Nino Tomasello e adesso mi piace pensare che Dio, o chi per lui, avrà certamente saputo accoglierlo in modo degno e con i meritati onori in quella patria celeste a cui tutti noi in fondo aneliamo, sperando, a volte contro ogni speranza, che esista veramente, da qualche parte lassù.

È stato un prete perbene, umile, discreto, gentile, con un sorriso timido e un sentire solido. Un pastore di quelli che, come dice Papa Francesco, non hanno mai paura dell’odore delle proprie pecore, che non disprezzano di sporcarsi le mani, che sanno scendere dagli altari. Non è una prerogativa che appartiene indistintamente e quasi per ruolo a tutti i pastori della Chiesa, anzi. Ecco, lui questo dono ce l’aveva.

Forse proprio per questo, tanti anni fa, aveva deciso, inopinatamente e spiazzando tutti, di lasciare il ruolo di prevosto della Chiesa Madre di Biancavilla, e non certo per fare un passo in avanti nel percorso degli onori e della gloria, ma per tornare a fare il parroco qualsiasi in una chiesa qualsiasi, lontano perfino dalla sua città.

Quel palcoscenico per prime donne, fatto come tutti i palcoscenici anche di apparenza e vanità, non faceva per lui. Un uomo mite e semplice come lui si trovava di gran lunga a suo agio dietro le quinte.

Eppure, mi ricordo, sapeva anche alzare la voce con autorevolezza, quando voleva e quando soprattutto era opportuno e doveroso farlo. Come quando, per esempio, tuonò contro la mafia durante un’affollata omelia estiva, proprio qualche giorno dopo un grave ed increscioso fatto di cronaca avvenuto in una Biancavilla come sempre attonita e superficiale. Quella volta invitò i biancavillesi presenti e sonnecchianti in Basilica a ribellarsi e a non accettare che una sparuta minoranza di delinquenti tenesse sotto scacco con il terrore e la sopraffazione un’intera città.  

Non mi è mai più capitato di sentire da alcun pulpito nostrano nulla di simile, con la stessa vibrante forza, con lo stesso evangelico coraggio.

Delle nostre tante chiacchierate me ne rammento una in particolare: in quella circostanza, si parlava del ruolo dei cristiani nella società, mi disse che il cristiano deve sempre saper tenere in una mano il Vangelo e nell’altra il giornale. Quella chiacchierata non l’ho più dimenticata. Riposa in pace, caro padre Tomasello…

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