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Cultura

“Piazzale Vincenzo Uccellatore”, intitolazione all’illustre giurista

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Si terrà sabato 23 settembre l’intitolazione dello spiazzo di piazza Sgriccio, a Biancavilla, a Vincenzo Uccellatore, che fu presidente emerito del Consiglio di Stato e ricoprì ruoli di primo piano, collaborando con i vari governi a guida De Gasperi, Segni e Rumor.

Il riconoscimento all’illustre giurista avviene a trent’anni dalla sua morte. Della delibera comunale con cui si era individuato il luogo ne aveva dato notizia Biancavilla Oggi, lo scorso maggio. Adesso, l’appuntamento per dare seguito a quella decisione.

Nel corso dell’incontro (fissato alle ore 9.30 nel piazzale e alle ore 10 nell’aula consiliare per il momento commemorativo), oltre alle testimonianze di alcuni parenti, sarà dato spazio agli interventi di Agatino Cariola, docente di diritto costituzionale all’Università di Catania, e di Vincenzo Salamone, presidente del Tar Calabria, nonché di Vincenzo Neri, componente del Consiglio di Stato. Introduce e modera l’incontro Salvuccio Furnari, alla presenza del sindaco Giuseppe Glorioso e dell’assessore Maria Cristina Toscano.

Pubblichiamo qui di seguito un esauriente profilo biografico e professionale.

Vincenzo Uccellatore nacque a Biancavilla, in provincia di Catania, il 16 aprile 1909 in una famiglia tradizionalmente impegnata nelle professioni giuridiche in particolare nell’ambito del notariato. Nel solco di questa impostazione famigliare intraprese gli studi giuridici e conseguì la laurea in giurisprudenza il 30 ottobre 1930, presso l’Università di Catania con 110 e lode; l’anno seguente entrò nella magistratura ordinaria quale uditore giudiziario, a seguito di concorso per esami nel quale si classificò al primo posto. Il suo curriculum si arricchì ulteriormente nel 1933, quando, superando brillantemente il concorso per esami, fu nominato aggiunto giudiziario.

Alla fine degli anni Trenta passò dalla magistratura ordinaria a quella amministrativa: nel dicembre 1939, infatti, in seguito a concorso superato risultando unico vincitore, fu nominato Referendario del Consiglio di Stato.

Nel gennaio 1942 diventò primo referendario e quindi, nell’ottobre del 1944, consigliere di Stato. Nelle diverse qualifiche e funzioni della carriera svolse la sua attività in varie sezioni consultive e giurisdizionali. Dal dicembre 1945 fu componente della Sezione speciale del Consiglio di Stato per l’esame in appello dei provvedimenti di epurazione a carico dei dipendenti statali. Svolse la funzione di giudice anche presso il Tribunale superiore delle acque pubbliche, dal 1949 al 1954.

Nei primi anni Quaranta iniziò un’attività di diretta collaborazione nelle amministrazioni, con una presenza attiva e puntuale come membro di comitati e commissioni di studio professionale.  Nel febbraio 1943 fu, presso il Ministero delle finanze, membro del comitato speciale per il controllo della gestione amministrativa e della contabilità degli istituti di prevenzione e pena. Dal dicembre 1948 fu membro della commissione centrale tributaria di cui, nel 1961, divenne vice presidente.

Negli anni fra il 1947 e il 1948 fece parte, in rappresentanza dello Stato, della I commissione paritetica per l’attuazione dello statuto della Regione siciliana. In tale qualità predispose il primo gruppo fondamentale delle norme di attuazione approvato col d.lgs.c.p.s. 25 marzo 1947 n. 204. Nel maggio 1948 fu componente della commissione centrale per le cooperative presso il Ministero del lavoro. Accanto agli incarichi nelle commissioni di studio ricoprì anche importanti ruoli di capo gabinetto in vari governi presso i ministeri dei Trasporti, delle Poste e telecomunicazioni, della Marina mercantile, della Sanità, dell’Organizzazione amministrativa. Attività iniziata nel luglio del 1946, con l’incarico di capo gabinetto di Salvatore Aldisio, Ministro della Marina mercantile nel II governo De Gasperi. Collaborò anche con don Luigi Sturzo –  del quale fu anche esecutore testamentario – con il quale era legato da profonda amicizia ed elaborò lo statuto intitolato al prete siciliano “Istituto don Luigi Sturzo” che fu approvato nella seduta del 17 luglio 1951 con la presidenza di Salvatore Aldisio.

In quei primi anni del dopoguerra ebbe, inoltre, modo di approfondire i temi legati all’amministrazione delle Poste: nel gennaio del 1946 divenne infatti membro della commissione di studio per la riforma dell’amministrazione delle Poste e telecomunicazioni. Nell’ottobre del 1946 fu presidente supplente della commissione centrale delle ricevitorie postali e telegrafiche organismo di cui sarebbe divenuto presidente nel 1948. Acquisì così una competenza che poi avrebbe messo a frutto quando svolse le funzioni di capo di gabinetto presso il Ministero delle poste e telecomunicazioni dal 1948 al 1952, prima con il ministro Angelo Raffaele Jervolino, nel V governo De Gasperi, quindi, dal marzo del 1950 fino al febbraio 1952, col ministro Giuseppe Spataro, nel VI e VII governo De Gasperi. Inoltre, sempre presso il Ministero delle Poste e telecomunicazioni, fu presidente della commissione centrale per gli uffici locali, carica che mantenne per l’intero suo percorso professionale. In questa veste, all’inizio degli anni Cinquanta, diede un importante contributo per la stesura della normativa approvata prima col d.p.r. 5 giugno 1952, n. 656, e quindi modificata dal d.p.r. 20 ottobre 1953 n. 1234 in materia di ricevitorie postali e telegrafiche agenzie collettorie e servizi di portalettere.

Rientrato al Consiglio di Stato negli anni fra il 1952 e 1955, fu assegnato alla sezione IV, dove, sotto la guida dei presidenti di sezione Stumpo e Papaldo (a quest’ultimo, suo corregionale, fu legato da antica amicizia di famiglia), affinò le proprie competenze specializzandosi nelle materie del pubblico impiego, delle farmacie, dell’edilizia economica popolare. Le decisioni da lui stese sono caratterizzate da uno stile chiaro, sintetico, anche quando vi sono citazioni dottrinali esse non rappresentano mai il canale per uno sfoggio di erudizione fine a se stesso.

Nel gennaio 1956 divenne presidente di sezione del Consiglio di Stato. In questa veste fu per vari anni presidente aggiunto della Sezione IV, presidente titolare della Sezione I, presidente titolare della Sezione VI e quindi, dal 1 gennaio 1972, presidente titolare della Sezione IV.

Fra il 1955 e il 1957 collaborò con Guido Gonella in qualità di capo gabinetto del ministro senza portafoglio per la Riforma burocratica nel primo governo Segni. In questo periodo approfondì particolarmente i temi attinenti al personale, fattore che egli riteneva elemento essenziale per l’adeguamento dell’organizzazione della macchina pubblica alle esigenze di uno stato moderno. Le norme dello statuto degli Impiegati civili dello Stato – cui egli dette un decisivo contributo, essendo stato, fra l’altro, presidente della commissione di studio che elaborò gli schemi definitivi dello statuto approvato con il d.p.r. 10 gennaio 1957 n. 3 e degli altri decreti legislativi emanati in esecuzione della legge delega  20 dicembre 1954 n. 1181 – dettavano una nuova disciplina del rapporto di pubblico impiego, volta all’affermazione e alla tutela della personalità dell’impiegato di fronte all’amministrazione, in modo da coordinare gli interessi pubblici con quelli del dipendente non più visto come soggetto passivo bensì come titolare del diritto-dovere di partecipare utilmente all’organizzazione amministrativa in un rapporto di tipo collaborativo.

In generale negli scritti di questo periodo emerge la volontà di procedere a un rinnovamento della Pubblica amministrazione per renderla efficiente e trasformarla “in ciò che deve essere in un ordinamento democratico, un servizio per il pubblico”.

Negli anni fra il 1959 e il 1966 fu ancora impegnato come capo gabinetto del ministro Jervolino dapprima presso la Marina mercantile; quindi al Ministero della sanità ed infine al Ministero dei trasporti e dell’aviazione civile. Alla fine del maggio del 1968 fu nominato presidente della Sezione VI.

Nel novembre 1969 attese alle funzioni di capo di gabinetto di Remo Gaspari, ministro dei trasporti nel secondo governo Rumor. La collaborazione con Gaspari continuò, nel 1970 nel terzo governo Rumor, come capo gabinetto del ministro per la Riforma della pubblica amministrazione.

Insieme alle funzioni di diretta collaborazione con i ministri continuò a svolgere negli anni Sessanta una cospicua mole di lavoro in importanti commissioni, soprattutto presso il Ministero dei Lavori pubblici dove presiedette, dal 1962 al 1967, la commissione centrale di vigilanza sull’edilizia popolare ed economica nonché la commissione di studio che elaborò lo schema definitivo del d.p.r. 23 maggio 1964 n. 655, per la riforma della legislazione sull’edilizia popolare ed economica e il decentramento delle funzioni di vigilanza. Dal novembre 1966, sempre presso il Ministero dei Lavori pubblici, presiedette, inoltre, la commissione incaricata di provvedere al coordinamento del lavoro svolto dalle varie commissioni impegnate nella predisposizione degli schemi legislativi riguardanti la riforma generale in materia degli appalti di opere pubbliche e nello studio della soluzione più idonea per la riforma e per l’unificazione dei capitolati generali.

Nel dicembre del 1970 fu nominato presidente della commissione interministeriale costituita dal Presidente del Consiglio dei ministri per l’elaborazione degli schemi dei provvedimenti legislativi previsti dalle leggi di delega al Governo 18 marzo 1968 n. 249 e successive modifiche e integrazioni per il riordinamento  dell’Amministrazione dello Stato, per il decentramento delle funzioni e per il riassetto delle carriere e delle retribuzioni dei dipendenti statali; e 16 maggio 1970 n. 281 sui provvedimenti finanziari per l’attuazione delle regioni a statuto ordinario.

Nel luglio 1973 fu nominato presidente della commissione interministeriale che elaborò il primo schema completo di riforma sanitaria.

Fu poi insignito di diploma con medaglia d’oro quale benemerito della finanza pubblica e di medaglia d’oro quale benemerito della sanità pubblica.

Dal 1972 svolse le funzioni di presidente della Sezione IV in anni particolarmente importanti. La sua ascesa culminò nel settembre 1976 quando, succedendo a Gaetano Vetrano, diventò presidente del Consiglio di Stato.

Presiedette l’Adunanza plenaria fra il 1977 e il 1979, anni in cui furono adottate una serie di rilevanti decisioni volte ad un’opera di chiarificazione di alcuni dubbi e perplessità che si erano formati in dottrina e giurisprudenza negli anni precedenti.

La carriera è stata puntualmente segnata da importanti onorificenze: nell’ottobre 1940 fu ufficiale nell’Ordine della Corona d’Italia; nel maggio 1945 fu commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia, nominato dal luogotenente generale del Regno; il 13 giugno 1953 fu commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Una serie di grande prestigio che culminò con quella di Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, conferitagli nel settembre 1966. Morì a Roma il 21 luglio 1987.

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Cultura

”A Paci”, un palcoscenico di fede e tradizione, emozioni e coesione sociale

Un evento in cui si intrecciano teologia cristiana, ritualità popolare e meccanismi socio-psicologici

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Le tradizioni pasquali di Biancavilla compongono un linguaggio simbolico ricco e stratificato. Teologia cristiana, ritualità popolare siciliana, meccanismi psicologici dell’attesa e dinamiche socioculturali si intrecciano, dando vita a un’esperienza collettiva che celebra la rinascita in tutte le sue dimensioni.

La Pasqua qui è festa, ma anche teatro, psicologia e vita comunitaria che si incontrano tra piazze, chiese e case. Ogni gesto, ogni dolce, ogni abito nuovo diventa un ponte tra passato e presente, trasformando la celebrazione in un rito di rinnovamento collettivo che unisce fede e tradizione.

A cascata da’ tila: lo stupore della rivelazione

Fino agli anni ’60, a Biancavilla il momento più atteso cadeva a mezzogiorno del Sabato Santo. In Chiesa Madre, al suono delle campane, avveniva la Resurrezione e, all’improvviso, cascava a tila: il grande drappo che celava il Cristo Risorto.

Non era solo un gesto liturgico: dal modo in cui il telo scendeva si traevano auspici per l’annata agricola, segno del legame profondo tra fede e vita quotidiana.

Il rito affonda le radici nella tradizione medievale del velare le immagini sacre durante la Quaresima, simbolo di attesa e lutto. Lo svelamento rappresenta invece la rivelazione e la vittoria della vita sulla morte: un meccanismo universale, fatto di sospensione e sorpresa, che culmina in un momento di forte impatto emotivo.

Oggi la tradizione è stata recuperata in diverse parrocchie biancavillesi (ultima Santa Maria dell’Idria), e continua a emozionare. La caduta improvvisa del drappo rompe l’attesa e trasforma lo spazio sacro in un’esplosione di luce e gioia condivisa.

“A Paci” e l’Angelo che danza: la festa dell’incontro

La Domenica di Pasqua, il centro storico si trasforma in un grande palcoscenico. Già dalla tarda mattinata, l’Angelo compie tre viaggi dalla Chiesa dell’Annunziata alla Matrice per annunciare alla Madonna la resurrezione di Cristo.

In piazza Collegiata, le statue adornate di fave, spighe e fiori primaverili si incontrano e vengono fatte sfiorare dai portatori, mentre l’Angelo “balla”. Questo rito, da sempre chiamato “a Paci”, rappresenta la riconciliazione tra Dio e gli uomini, espressione popolare della Nuova Alleanza.

Applausi, campane, fuochi d’artificio e musica di banda accompagnano la scena. I movimenti sussultori delle statue richiamano antiche forme di danza: gesti che esprimono elevazione, liberazione e passaggio dalla tensione della Quaresima alla gioia della festa.

“A Paci” è, da sempre, un momento di forte coesione sociale: la comunità si ritrova, condivide emozioni e rinnova i propri legami.

U ciciliu: il sapore della memoria

Tra i simboli più dolci della Pasqua biancavillese ci sono i cicilìa: ciambelle di pane con uova sode e decorate con “cimini” colorati. Le forme — cestini, colombe, fiori, cuori — richiamano fertilità e rinascita, tra il pane che si trasforma e l’uovo che custodisce la vita.

Un tempo la loro preparazione era un vero rito domestico. Famiglie, vicini e bambini partecipavano insieme, trasformando la cucina in un luogo di condivisione e trasmissione di saperi.

Nei giorni precedenti alla festa, i cicilìa venivano donati a parenti e amici: più forte era il legame, più ricca era la decorazione. I fidanzati, ad esempio, si scambiavano dolci con dodici uova. Un gesto semplice, ma carico di significato, che racconta un tempo in cui i legami si nutrivano anche di piccoli simboli.

U vistitu novu: il segno del rinnovamento

Fino a pochi decenni fa, indossare un abito nuovo a Pasqua era una tradizione molto diffusa a Biancavilla, come in gran parte del Sud Italia. Nei giorni precedenti, le famiglie preparavano con cura gli abiti migliori, mentre i bambini attendevano con entusiasmo il momento di indossarli.

Non si trattava solo di un fatto estetico: il vestito nuovo segnava simbolicamente l’arrivo della primavera e della rinascita. Era un modo per sentirsi parte della festa e della comunità, rafforzando insieme identità personale e senso di appartenenza.

Una lezione che va oltre la festa

La Pasqua a Biancavilla insegna che la rinascita non è solo un simbolo religioso: vive nei gesti, nei riti e nelle relazioni.

Quando cade a tila, quando l’Angelo danza tra la folla, quando i bambini indossano l’abito nuovo, non si celebra soltanto la Resurrezione: si rinnova un legame collettivo fatto di fiducia, tradizione e partecipazione.

In un mondo segnato da divisioni, queste usanze offrono una lezione attuale: la rinascita nasce dalla condivisione e dalla capacità di riscoprirsi comunità. La Pasqua, celebrando la resurrezione di Cristo, invita a guardare oltre: oltre il presente, oltre le differenze, oltre le difficoltà.

Ogni anno, a primavera, torna a ricordarci la bellezza della vita che rinasce e la forza della condivisione. Perché il rinnovamento più autentico non è solo spirituale: è anche sociale, e prende forma nei gesti semplici di una comunità che sa ancora ritrovarsi. Buona Pasqua.

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Chiesa

Una tela pasquale nella chiesa dell’Idria fra tradizione e simbolismo cristiano

L’opera pittorica è stata realizzata da Alfredo Sergi e Francesca Crispi grazie ad una donatrice

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Nella parrocchia “Santa Maria dell’Idria” di Biancavilla, gli artisti Alfredo Sergi e Francesca Crispi hanno realizzato una suggestiva tela pasquale che unisce tradizione, simbolismo cristiano e profonda ispirazione biblica. La tela, destinata ad accompagnare l’ultimo periodo della Quaresima, rappresenta la Croce di Cristo circondata da angeli e simboli della Passione, richiamando il significato teologico della redenzione e della speranza.

«Sono lieto – sottolinea il parroco, don Giovambattista Zappalà – che una signora abbia voluto donare la creazione questa tela, che finora la parrocchia dell’Idria non possedeva, e soprattutto sono soddisfatto che a realizzare il dipinto siano stati due giovani della nostra parrocchia».

La tela raffigura al centro una grande croce lignea che si staglia tra le nubi luminose, sostenuta e circondata da figure angeliche. In alto compare la scritta INRI, abbreviazione di Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, la stessa iscrizione posta sulla croce di Gesù secondo il racconto del Vangelo. Accanto alla croce si notano elementi fortemente simbolici: un angelo mostra la corona di spine, mentre altri angeli sorreggono il lenzuolo funerario che ha avvolto il corpo di Gesù. Nella parte inferiore dell’opera appare la scritta Ave Crux Spes Unica, espressione latina che significa Ave croce unica speranza. Frase tratta da un antico inno liturgico, nel quale la Croce viene indicata come strumento di salvezza dell’umanità.

Stile antico, sensibilità moderna

«Una grande emozione per me aver realizzato questa tela, dipingere la croce gloriosa di Cristo mi ha fortificato nella fede e sul piano professionale», afferma Sergi. «Un’esperienza che arricchisce dal punto di vista umano e professionale», aggiunge Crispi.

La croce non è solo simbolo di sofferenza, ma soprattutto segno di salvezza e vittoria sulla morte, tema centrale della Pasqua. L’opera si inserisce nella tradizione delle tele pasquali, presenti già in qualche chiesa biancavillese, dove l’arte diventa strumento di catechesi e preghiera. Attraverso questa rappresentazione, i due artisti hanno voluto riprendere lo stile delle antiche pitture sacre, mantenendo però una sensibilità moderna, capace di trasmettere ancora oggi il messaggio evangelico.

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