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Cultura

Padre Brancato, il prete costruttore: memorie della Biancavilla del ‘900

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“Santu, riccu e furtunatu”. Sembra ancora di sentirle quelle sue parole. Sembra ancora di vederlo per le viuzze dell’Annunziata, con il suo incedere lento, mentre saluta e benedice quanti lo incontrano. Padre Placido Brancato resta nei ricordi collettivi di diverse generazioni, nella sua Biancavilla. La sua figura è già un tassello della memoria storica cittadina: appartiene a tutta la comunità e non solo alla Chiesa locale.

Il suo impegno sacerdotale è, indissolubilmente, legato alla parrocchia dell’Annunziata, guidata per quasi mezzo secolo. Il suo impegno sociale richiama, innanzitutto, le esperienze dell’Azione Cattolica e dell’oratorio (nella foto in alto, i cantieri a fine anni ’50), luoghi di aggregazione, formazione e rifugio negli anni della Ricostruzione e in quelli del Boom economico, negli anni della gioventù bucata dall’eroina e in quelli dei morti ammazzati per mafia.

Un prete d’altri tempi, fedele all’esempio di Don Bosco. Un prete “costruttore”. Capace di intuire che con un biliardino in sagrestia o un campetto in cui inseguire un pallone si poteva fare sana educazione.

Raccontare la vita di padre Brancato significa raccontare un pezzo di storia “sociale” della Biancavilla del Novecento.

Lo fanno, nel libro pubblicato da Nero su Bianco Edizioni (176 pagine, 13 euro), Giuseppe Gugliuzzo e Giuseppe Ciadamidaro attraverso una biografia essenziale, una serie di testimonianze e un prezioso album fotografico con immagini d’epoca, per la prima volta sottratte dai cassetti impolverati dell’archivio parrocchiale ed ora restituite alla comunità.

Una storia visuale in cui ognuno si può riconoscere. Perché ogni biancavillese – che ha ricevuto uno scappellotto o un pesciolino zuccherato da padre Brancato o ha ascoltato racconti su di lui – ne fa parte.

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Cultura

Il maestro di fotografia Giuseppe Leone e il prezioso “lascito” per Biancavilla

La scomparsa all’età di 88 anni, il ricordo dell’ex assessore alla Cultura nella Giunta Manna

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È scomparso a Ragusa, all’età di 88 anni Giuseppe Leone, uno degli ultimi grandi interpreti della fotografia in Sicilia. Una figura originale di fotoreporter che ha raccontato l’Isola, il suo paesaggio, il mondo contadino, la condizione della donna ma anche la cultura: era amico di Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino. Nel 1997 dedicò diversi scatti anche a Biancavilla, su invito dell’allora assessore alla Cultura per la realizzazione del calendario del Comune. Oggi quella pubblicazione cartacea ha valore di opera d’arte. Di seguito, per Biancavilla Oggi, il ricordo di Nino Longo.

Al tempo in cui ero assessore alla Cultura della prima sindacatura di Pietro Manna, seguivo con una certa passione delle riviste di fotografia come “Reflex Progresso fotografico” e “Zoom “. In esse avevo letto un servizio su Giuseppe Leone e di una sua pubblicazione sull’architettura barocca nella Sicilia sudorientale. Avendo progettato di realizzare un Calendario sui Beni Culturali nel nostro Comune, mi venne l’idea di contattare il nostro famoso fotografo per proporgli il lavoro.

L’Ufficio riuscì a contattarlo e gli demmo un appuntamento. Lui venne e si mise a disposizione, mettendo alcune condizioni. Non ricordo la sua richiesta   in ordine al suo onorario, ma esso non fu particolarmente oneroso. Le condizioni da lui poste furono che le foto fossero in bianco e nero e che la scelta dei soggetti fotografici fosse solo sua e non sulla base delle richieste dell’Amministrazione. Lui poi venne a Biancavilla e andò in giro da solo, anche di notte.

La sua attenzione fu posta su diversi angoli del paese e soprattutto sulla “materia” della pietra lavica, su scorci architettonici e su semplici personaggi che si trovavano a passare casualmente o sostavano in certi angoli. Oltre alla “materia” il suo “occhio fotografico” si soffermava sugli effetti del chiaro/scuro e sulla “semplicità” dei soggetti umani.

Così noi scoprimmo il particolare effetto di certe immagini che avevamo sotto gli occhi ma che non avevamo “veramente visto”. Ed ecco il signor Torrisi sotto l’arco di San Giusippuzzu, le devote davanti “u Tareddu” di via Mongibello, il monello davanti all’arco di via Brescia, i confrati all’accompagnamento funebre, il suonatore di ciaramella. Ma anche in lontananza la chiesetta dell’eremo di Badalato, con l’enorme mole dell’Etna, i vecchi mulini ad acqua di Rollo, il basolato di via Innessa, di via Tutte Grazie, via preside Caruso, il portale della chiesa di Sant’Orsola.

Ne è venuta fuori una città antica ma vissuta, i cui personaggi si inserivano nell’insieme dei paesaggi, con i manufatti in evidenza. La vita vera, non retorica, non celebrativa. I nostri “monumenti” importanti messi da parte.

Il calendario è piaciuto a tutti; è andato anche all’estero. Qualche foto è stata esposta anche a New York, mi dicono. Molti cittadini, nel tempo, hanno riproposto alcune immagini, senza neanche sapere che erano parte di un calendario del comune di Biancavilla del 1997.

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