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Cronaca

Biancavilla e il pentito La Causa: il vuoto di potere e poi la guerra

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L’ANALISI. Pubblichiamo l’audio del collaboratore di giustizia, ex n.1 di Cosa Nostra catanese: «A Biancavilla nessun riferimento, quasi tutti erano in carcere». Poi la lotta per il potere, la girandola di agguati e la sete di vendette. Così si spiega l’inarrestabile fermento criminale.

 

di Vittorio Fiorenza

Un referente in ogni paese della provincia. A Paternò, ad Adrano, a Bronte… Ma non a Biancavilla. Cosa Nostra catanese, nel suo piano di riorganizzazione, aveva preferito lasciare il feudo dei Toscano-Mazzaglia-Tomasello in “osservazione”. Il motivo? Lo accenna il pentito Santo La Causa, ex reggente della mafia santapaoliana, nell’udienza del processo Iblis del 17 gennaio 2013. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Agata Santonocito, giunto alla parte in cui fa la mappa dell’organizzazione in provincia di Catania, La Causa sottolinea che a Biancavilla «non c’erano persone perché erano quasi tutti in carcere». Uno stralcio audio che pubblichiamo qui sopra, tratto dal sito di Radio Radicale.

Un vuoto di potere provocato dai continui arresti e blitz delle forze dell’ordine, dunque, quello evidenziato per Biancavilla da La Causa. Al punto che, a differenza di quanto accade in altri centri con uomini “seri ed equilibrati”, a Biancavilla non viene indicato alcun “capogruppo” e il capo dei capi della mafia catanese non può fare da “padrino” a nessuno.

Man mano che le vecchie conoscenze del clan biancavillese lasciano il carcere, quel vuoto tenta di essere riempito. Ma senza un accordo condiviso. Manca la figura di un boss capace di godere della fiducia di tutti. Ecco quindi che la spaccatura tra anime contrapposte è inevitabile e i dissidi sfociano in agguati sanguinari, da Giuseppe “Fifiddu” Mazzaglia ad Alfredo Maglia, per citare solo i nomi di vertice di chi ha tentato di stabilire un dominio. Un fermento criminale continuo e inarrestabile. Fino ai giorni nostri.

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L’ultimo episodio, ovvero il ferimento di Giuseppe Amoroso “l’avvucatu”, a distanza di due mesi dal precedente tentato omicidio, quello di Giuseppe Mancari “u pipi”, mostra quanto l’ebollizione criminale nel centro etneo sia ancora forte. Così la mafia biancavillese –caso unico nello scenario siciliano– si fa la guerra e si spara addosso, utilizzando un linguaggio –quello del piombo di pistole e fucili– che riporta ad altri tempi.

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Non c’è soltanto la lotta per il potere. I morti ammazzati e i tentativi di omicidio subiti da entrambe le fazioni in campo determinano pure desideri di vendetta e rigurgiti di odio che vanno al di là del controllo dei traffici illeciti. Leggendo gli atti dell’operazione “Garden”, di cui Biancavilla Oggi ha svelato in esclusiva retroscena e dettagli inquietanti, non emergono episodi legati allo spaccio di droga e le estorsioni hanno uno spazio marginale. Ciò che hanno un peso nell’inchiesta sono le armi da guerra e la smania di uccisioni, in risposta al delitto di Alfredo Maglia e, soprattutto, del nipote Nicola Gioco, la cui famiglia l’ha ritenuto un affronto insopportabile.

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«Abbiamo fermato la mafia di Biancavilla, che stava diventando pericolosa», accennò diversi mesi prima che scattasse il blitz l’allora procuratore capo Giovanni Salvi in un’intervista a Tony Zermo su “La Sicilia”. Avviata l’operazione “Garden”, divenne esplicito che l’allusione era al continuo monitoraggio di conversazioni e spostamenti interni al gruppo Maglia-Gioco che alla fine consentì di sventare altri omicidi e vendette. Un prezioso risultato investigativo: la risposta dello Stato seguita a quel ping pong mortale del gennaio 2014.

Ma gli ultimi, inquietanti agguati, il primo nel viale Europa, l’altro in contrada “Erbe bianche”, mostrano quanto la mafia biancavillese non abbia ancora trovato una stabilizzazione. Per riempire quel vuoto di potere di cui parlava Santo La Causa, la guerra è in corso.

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Cronaca

La droga sull’asse Lombardia-Adrano con un biancavillese mediatore del clan

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di VITTORIO FIORENZA

C’è un biancavillese, Antonino Amato, 71 anni, trapiantato in Lombardia, tra i riferimenti di fiducia del clan Santangelo-Taccuni di Adrano per arrivare all’acquisto di partite di droga. Secondo i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, l’uomo è da ritenere uno dei mediatori per l’approvvigionamento di stupefacenti nel Nord Italia. Il suo profilo e il suo ruolo emergono dalla recente operazione “Adrano libera” (con 38 indagati), condotta dal commissariato di polizia e dalla Squadra mobile contro il clan capeggiato da Gianni Santangelo.

«Sulla base degli elementi acquisiti –scrive il Gip– può concludersi per la sussistenza di gravi indizi di reità a carico di Amato» per i reati riferiti all’associazione mafiosa e alla droga. Per lui, la misura cautelare applicata dal giudice Giovanni Cariolo è quella dell’obbligo di presentazione alla P.G. tre volte a settimana.

Nelle carte dell’inchiesta, come appurato da Biancavilla Oggi, un capitolo corposo è quello della droga. Uno dei canali di acquisto è nelle province di Como e Varese (oltre che nel Messinese, in Calabria e in Campania).

Quando la Dda di Catania comincia ad intercettare le telefonate, alla fine del 2017, Amato è il primo contatto al Nord chiamato da Tony Ugo Scarvaglieri, uomo di spicco dei “Santangelo-Taccuni”, per avviare la trattativa di acquisto. «Il tempo che raccogliamo queste cose e poi…», assicura Scarvaglieri ad Amato, riferendosi alla raccolta del denaro destinato alla droga. E in effetti, l’organizzazione, per disporre di liquidità, assalta il “Credem” di Adrano, scardinando lo sportello bancomat (contenente quasi 25mila euro) con l’ausilio di un mini escavatore (trasportato su un camion rubato a Biancavilla).

La polizia ascolta e segue tutte le fasi. La trasferta al Nord degli uomini del clan. Il loro arrivo. Gli incontri e le trattative in loco. Il viaggio di ritorno verso la Sicilia con un carico di 1,5 kg di eroina.

Oltre ad Amato, entrano in scena, come mediatori in Lombardia, Domenico Salamone, originario di Adrano, e Giovanni Malagò, calabrese trapiantato a Varese, che teneva i contatti diretti con il narcotrafficante albanese Emir Daci, fornitore dello stupefacente (arrestato già nel 2018 con 17,5 kg di eroina e 44mila euro in contante).

È Amato –secondo quanto emerge dall’inchiesta– a ricevere da Malagò un “provino” di eroina, che sarebbe stato testato da Federico Longo (un “intenditore”, ritenuto organico al clan) prima dell’acquisto. Tutti entusiasti della qualità e del buon affare. Sensazioni riferite subito al boss Santangelo, che seguiva tutto da Adrano: «Una bomba… Niente, Gianni, cose mai viste… Madonna mia!». Si passa all’acquisto della droga, si fantasticano consolidamenti di futuri affari.

Secondo i magistrati etnei, «Amato era personalmente coinvolto negli incontri del 22 dicembre che si erano conclusi con l’acquisto di mezzo chilo di eroina al costo di 12mila euro». Era solo una parte. L’intero quantitativo che il gruppo di adraniti carica in auto a Turate (in provincia di Como) viene trasportato, in direzione Sicilia, da David Palmiotti (già indicato da alcuni pentiti come “corriere” del clan Santangelo-Taccuni). Su un’altra auto gli fanno da “scorta” Longo, Scarvaglieri e Antonino Bulla, uomo-chiave del clan per gli affari di droga. È lui che guida la mission in terra lombarda, aggiornando per telefono ed sms il boss su ogni passaggio, incontro, spostamento, fase della trattativa.

Tutto sembrava filare liscio. Fino agli imbarchi dei traghetti per oltrepassare lo Stretto. Qui, la Fiat Bravo di Palmiotti viene bloccata dai poliziotti e lui finisce in manette, dopo il sequestro di due involucri di “roba”. Erano nascosti nello pneumatico della ruota di scorta. L’arresto mette in allarme tutta l’organizzazione. Bulla chiama subito il boss: «Lo butto questo telefono?», chiede. «Che devi fare… ormai… a quest’ora ci hanno sentito…», risponde sconsolato Gianni Santangelo. Era il 23 dicembre del 2017. Per il clan di Adrano, quello sarebbe stato un brutto Natale.

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