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Saro Ruspa, il biancavillese che sconfisse l’Etna e salvò Zafferana

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Rosario Di Carlo alla guida della sua motopala contro il Gigante e le sue lingue di fuoco. Un’impresa titanica, vinta da Saro Ruspa. Lo ricordiamo con il video pubblicato dal figlio Alfio. Riproponiamo pure un articolo di Pino Aprile. 

 

Conosceva il vulcano come pochi e gli era grato, perché gli aveva dato un lavoro bello, sicuro e interessante; ma, soprattutto, gli aveva permesso di ritornare dalla Germania, dov’era emigrato, al suo paese, Biancavilla, sull’Etna. Lo chiamavano Saro Ruspa, al secolo: Rosario Di Carlo.

Manovrava la pala meccanica come nessun altro. Per conto della società della funivia, doveva ripristinare le vie d’accesso per i fuoristrada che portano i turisti in prossimità della vetta, ogni volta che un’eruzione cancellava i sentieri. O liberare chi restava bloccato dalla neve, in inverno.

Non importava quanto difficile fosse l’impresa, Saro Ruspa, a qualsiasi ora e in qualsiasi condizione climatica, montava sul suo mezzo e risolveva. Più di una volta, dinanzi al fiume di magma che minacciava le strutture turistiche o le case, era intervenuto per deviare lo scorrimento della lava. Per 27 anni, salvò gli impianti: mentre la roccia fusa avanzava, lui le scavava canaloni in cui catturarne il corso. Con il rischio di un’accelerata del magma che poteva travolgere lui e il suo mezzo.

L’Etna è una montagna buona: avvisa quando sbotta; è prevedibile l’evolversi delle sue eruzioni; si sa dove finisce la lava, sempre, tranne casi rarissimi: nella Valle del Bove, l’immenso catino (il termine giusto è: caldera) in cui sprofondò uno dei tanti Etna precedenti, dopo l’ultima sua eruzione; e la durata del fenomeno pare studiata e contrattata fra il rappresentante legale del vulcano e quello dell’ente catanese per il turismo.

Ma quella volta le cose non andarono così: nel maggio del 1992, l’eruzione durava ormai da un anno e mezzo; la lava era scesa da quota 2.150 metri ad appena 1.100 e stava per superare il ciglio che la separava dall’abitato di Zafferana Etna, ad appena 500 metri di distanza, ormai. Il paese pareva condannato. Il magma può arrivare così lontano dalla bocca eruttiva, perché solidifica nella parte più esterna e crea, così, un tunnel, nel quale scorre senza perdere temperatura, superiore ai mille gradi.

Il 13 maggio, Saro entrò nella Valle del Bove: nessuno lo aveva mai fatto. Secoli e secoli di colate offrono un paesaggio lunare, con rocce taglienti come rasoi, dure come acciaio. Il piano era: creare un tracciato sino ad arrivare appena sotto la colata; e lì cercare di tappare il tunnel, mentre gli elicotteri della Protezione civile lo bombardavano, più a monte. La lava, così, impedita nella sua ulteriore discesa, avrebbe trovato sfogo dalle fratture aperte più su con la dinamite, finendo nella Valle del Bove, senza far danni.

A ogni metro, Saro rischiava di ribaltarsi con il suo mezzo, mentre gli elicotteri gli volteggiavano sulla testa: due giorni, per fare 8 chilometri. Fuse il motore; gliene mandarono un altro da Torino, che gli fu calato da un elicottero. Un masso centrò la ruspa e ruppe un cingolo; ma Saro riuscì a portare a termine il suo lavoro: la bocca del tunnel fu ostruita, mentre l’esplosivo lo spaccava più in alto; la lava sgorgò in altra, inoffensiva direzione. Saro aveva salvato Zafferana, migliaia di abitanti, alberghi, ristoranti, coltivi. La montagna aveva perso.

Se andate adesso, all’inizio di quel sentiero (Alfio, il figlio di Saro, che allora aveva 27 anni; suo padre 53, ci va spesso) troverete una foto dell’uomo-ruspa al timone del suo mezzo; la data, 13 maggio 1992, e un “Grazie”, scritto con il pennarello. Non è molto, come monumento, ma non credo ce ne sia uno più adatto a un uomo pratico come Saro. «Quando tornava a casa, dopo una giornata sul vulcano, lavorava almeno due ore nell’orto. Quando c’era bisogno di lui, se non lo trovavano sulla sua ruspa, sapevano dov’era: a zappare», dice Alfio, che sa di aver avuto un grande padre; e ne racconta ai figli.

Da un momento all’altro (è il miracolo di maggio), sulle contorte rocce nere della Valle del Bove arriveranno nuvole di coccinelle. Vi si poseranno e quelle lave spente torneranno, per qualche giorno, rosse come fossero nuovamente fuse. Rosse d’un rosso vivo, brillante; ma saranno solo miliardi di coccinelle.

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Nevica su Biancavilla: il fascino dei fiocchi sul campanile della Chiesa Madre

Un freddo “San valentino” con temperature che, secondo le previsioni, dovrebbero scendere anche sotto lo zero

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Ondata di freddo sulla Sicilia. E a Biancavilla cadono giù i fiocchi di neve. Un freddo “San Valentino” con temperature che, secondo le previsioni, dovrebbero scendere anche sotto lo zero.

La vista verso il centro storico di Biancavilla, nelle immagini girate dal balcone di casa di un nostro lettore, parlano da sé. Lo strato bianco sulle tegole delle case, in primo piano.

Sullo sfondo, i fiocchi che cadono sul campanile della Chiesa Madre. Una cartolina che suscita sempre il suo fascino.

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