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L'Intervento

Al di là della retorica dell’8 marzo «Così ho subito anni di violenza»

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L’INTERVENTO. La toccante testimonianza di una donna vittima di abusi da parte del marito. Ha sofferto in silenzio. Poi l’aiuto del centro “Calipso” di Biancavilla e la fine dell’incubo. Un racconto che, proprio oggi, vale più di qualsiasi pomposa celebrazione di circostanza.

 

Mi chiamo Angela, sono una donna che è stata vittima di violenze da parte di mio marito per anni, quasi venti. Ho dovuto sopportare di tutto: botte, calci, ho perso la mia autostima, mi sentivo incapace anche nel dover fare delle semplici cose come cucinare, andare a fare la spesa. Per anni ho creduto che lui potesse cambiare, ma diventava sempre più violento nei confronti miei e dei bambini.

Ho chiesto aiuto tantissime volte al centro antiviolenza “Tamaia”, raccontando di non avere neanche i soldi per poter prendere un autobus perché lui non mi dava soldi. Ho raccontato di averlo denunciato due volte ma che avevo ritirato le denunce perché ero stata costretta a ritornare a vivere con lui, non avendo sostegno dalla mia famiglia. Mi sono ritrovata sola con tre bambini, disperata.

Ho chiesto aiuto tantissime volte ai carabinieri ma mi sono ritrovata davanti ad una realtà assurda: nessuno poteva aiutarmi. Per i carabinieri dovevo sporgere denuncia nei confronti di mio marito, ma nel frattempo dovevo continuare a vivere con lui, fino a quando, sono rimasta incinta del mio quarto bambino, costretta con la forza ad avere rapporti sessuali. Nonostante tutto ho portato avanti la gravidanza perché sono contro l ‘aborto e perché il bambino non aveva nessuna colpa. Durante la gravidanza ho continuato a subire violenze di ogni genere: venivo sbattuta nel muro, venivo tradita, umiliata davanti i miei figli, presa a parole di ogni genere.

Capivo che la situazione era diventata insostenibile, sono sempre andata avanti in quell’inferno per l’amore dei miei figli. Dopo la nascita del mio quarto bambino le cose peggiorarono. Lui non sopportava che il bambino piangeva la notte e mi urlava: «Fallo calmare o te lo chiudo in un sacco della spazzatura». Il mattino seguente si scusava, come ogni volta che aveva esagerato, ma ormai ero abituata alle sue scuse perché bastava una sciocchezza e lui scattava.

Un giorno stavo guardando su Facebook e lessi di un centro contro la violenza sulle donne: il centro si chiama “Calipso”. Gli mandai un messaggio, chiedendo aiuto. Mi contattò la psicologa del centro e con lei parlai della mia situazione, chiedendole di aiutarmi ad uscire fuori da quell’incubo. La dottoressa mi tranquillizzò e mi disse che mi avrebbe aiutato. Mi contattò anche l’avv. Pilar Castiglia, presidentessa del centro “Calipso”, alla quale raccontai che non potevo spostarmi da Acireale –la mia città– per un incontro con le volontarie del centro perché non avevo i soldi neanche per il biglietto dell’autobus per arrivare fino a Biancavilla o a Catania.

Raccontai che la situazione con mio marito era diventata pericolosa perché era arrivato a colpire con la cinghia della cintura mio figlio di cinque anni e io avevo paura. Nella mia famiglia avevamo tutti il terrore di lui. L’avv. Castiglia e la psicologa vennero ad Acireale, mi tranquillizzarono e in breve tempo portarono via da lui me e i miei figli in una casa rifugio.

Ringrazio queste donne straordinarie per quello che ogni giorno fanno per aiutare le donne vittime di violenza: mettono a nostra disposizione il loro tempo e soprattutto non chiedono mai soldi. Le ringrazio per i lunghi viaggi fino a Palermo, la città nella quale venni sentita dal giudice dei minori e le ringrazio per il grande sostegno che mi hanno sempre dato, incoraggiandomi ad andare avanti.

Oggi sono una donna libera da due anni dalle violenze. Ho ritrovato la mia autostima, grazie alle donne che svolgono volontariato presso il centro “Calipso”, soprattutto un grazie al mio avv. Pilar Maria Dolores Castiglia, che è riuscita a far arrestare mio marito e a farlo rinviare a giudizio. Grazie per tutto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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«Nel ricordo di Borsellino, l’impegno è combattere la mentalità mafiosa»

Ci scrive l’assessore Vincenzo Randazzo: una riflessione su via D’Amelio che riguarda Biancavilla

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Gentile direttore di Biancavilla Oggi,

oggi si ricorda la tragica morte del giudice Paolo Borsellino e di cinque agenti della sua scorta, tra i quali una donna. L’amministrazione comunale ha organizzato una fiaccolata che da Villa delle Favare giungerà a Piazza Falcone e Borsellino. A questa iniziativa partecipano, oltre alle diverse associazioni di volontariato, anche i ragazzi e i giovani dei diversi Grest. Una manifestazione importante per condividere il ricordo di uno degli eventi più tragici della storia italiana e caratterizzata dalla seria e concreta lotta contro il sistema mafioso, ma soprattutto contro la sua mentalità.

Ecco il punto: il messaggio di Paolo Borsellino e il suo volontario sacrificio hanno dell’attualità ancora un valore? Le nuove generazioni li recepiscono? Qualche dubbio mi sorge se guardo ai modelli sociali e culturali prevalenti: individualismo esasperato, esagerata messa in mostra di atteggiamenti malandrineschi, menefreghismo, esibizione del proprio desiderio di dominio, farsi ragione con la violenza… Appunto, mentalità mafiosa, che non poche volte determina risse.

Tutto questo rende vano quanto Paolo Borsellino ha cercato di insegnare e la cosa che amareggia di più è considerare un fesso il giudice palermitano. E come lui, fessi Falcone, Chinnici, Impastato, Don Puglisi, Livatino, Fava… E tanti che nel combattere la mafia sono caduti. Perdoni, direttore, il mio sfogo, ma tanto tanto tanto è il lavoro che va fatto. Come Amministrazione, certamente. Ma anche come famiglie, come istituzioni in senso lato, come scuola, come gruppi di volontariato… l’obiettivo è contrastare la mentalità mafiosa.

VINCENZO RANDAZZO, Assessore comunale

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