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Cronaca

Terza evasione dai domiciliari, l’imprenditore finisce in carcere

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Alfio Ricceri, titolare di un’azienda ortofrutticola, in manette per l’ennesima violazione della misura restrittiva. A maggio era stato denunciato da un dipendente, che avrebbe subito richieste estortive sull’indennità di disoccupazione agricola.

 

Ancora una volta si è allontanato da casa. Ma dopo la terza evasione dai “domiciliari” nel giro di pochi mesi, i carabinieri lo hanno rinchiuso nel carcere catanese di piazza Lanza.

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Alfio Ricceri

Protagonista è l’imprenditore biancavillese Alfio Ricceri, titolare di un’azienda ortofrutticola, arrestato in flagranza di reato lo scorso maggio con l’accusa di estorsione, visto che avrebbe chiesto ad un proprio dipendente un “pizzo” di 300 euro sull’indennità di disoccupazione agricola erogata dall’Inps.

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Il pizzo sulla disoccupazione agricola

Adesso, i carabinieri della stazione di Biancavilla, assieme ai colleghi della compagnia d’intervento operativo del Battaglione “Sicilia”, hanno nuovamente arrestato in flagranza l’uomo, 58enne, del luogo, per evasione.

Nella tarda mattina ieri, i militari, durante un servizio di controllo del territorio, hanno sorpreso l’imprenditore mentre si trovava fuori dalla propria abitazione, senza alcun giustificato motivo, in palese violazione dei vincoli restrittivi.

Il 58enne già a maggio e a luglio si era reso responsabile sempre del reato di evasione e sottoposto nuovamente ai domiciliari, ma questa volta per l’arrestato si sono aperte le porte del carcere.

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Cronaca

Liti di vicinato all’ombra dell’Etna: querelle nel cuore delle Vigne

Denunce tra la struttura di accoglienza “Casa di Maria” e i proprietari dei terreni circostanti

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È una lite di vicinato che dura ormai da anni a colpi di denunce e carte bollate. Un pessimo rapporto tra confinanti, nel cuore delle Vigne di Biancavilla, ai piedi dell’Etna. Da una parte Casa di Maria, la struttura che accoglie bambini e donne in difficoltà e che, sotto la guida dei coniugi Sergio Pennisi e Carmela Comes, svolge un’importante attività sociale. Dall’altra, la famiglia Borzì, che è proprietaria dei terreni circostanti.

C’è adesso un verdetto del Tribunale di Catania. La prima sezione penale, a firma del giudice Cristina Giovanna Cilla, ha emesso sentenza di assoluzione nei confronti di Giuseppe Borzì e del figlio Placido, assistiti dall’avv. Vincenzo Nicolosi.

Erano accusati di diffamazione (ma «il fatto non sussiste») e ingiuria (ma «il fatto non è più previsto dalla legge», essendo stato depenalizzato). Una terza accusa, relativa alla detenzione di munizioni, è andata in prescrizione. La sentenza dispone pure «la confisca delle munizioni in sequestro e la loro trasmissione alla competente Direzione di artiglieria».

È soltanto uno dei capitoli di un’articolata querelle tra le due parti, che ha strascichi anche in sede civile. Resta pendente ancora, a carico dei Borzì, una denuncia per lesioni personali, il cui procedimento entrerà nel vivo l’anno prossimo.

Altre querele sono state prodotte negli anni. Lungo l’elenco delle accuse nei confronti dei Borzì: violenza privata, stalking, estorsione, violazione di domicilio, danneggiamenti, incendio e persino atti osceni in luogo pubblico. Ipotesi di reato per le quali non si è avuto seguito o, come nel caso della violenza privata, è stata disposta l’archiviazione.

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