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Cronaca

«Stia attenta a quello che fa»: condannata per minacce all’avvocato

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di VITTORIO FIORENZA

«Stia attenta a quello che fa». Minacce pronunciate al telefono all’avvocato che assisteva la vittima di stalking del figlio. Il Giudice di pace di Biancavilla, Margerita Togo, l’ha condannata ad una multa di 35 euro, oltre alle spese di causa e al risarcimento danni, da quantificare in sede civile.

Protagonista della vicenda, una 44enne di Palagonia (ma domiciliata in provincia di Milano), che ha reagito così dopo che il figlio era stato posto agli arresti domiciliari, chiamando il legale della vittima, una ragazza di Biancavilla.

Non un semplice sfogo, ma minacce vere e proprie, come riconosciuto dal giudice, nei confronti dell’avv. Pilar Castiglia, presidente del Centro antiviolenza “Calipso”, la quale ha presentato querela.

L’imputata non si è mai presentata in udienza. Di questi giorni, la sentenza di condanna. In questi casi, la pena è praticamente simbolica. Resta il riconoscimento del reato commesso ai danni del legale. L’avv. Castiglia è impegnata in modo particolare nella difesa di donne vittime di violenza.

Nella vicenda in questione, per la cronaca, il figlio della 44enne ora condannata per minacce, è stato accusato di maltrattamenti, sequestro di persona e stalking. Ha patteggiato due anni di reclusione, poi revocati perché ha goduto della sospensione condizionale della pena.

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Cronaca

Luca Arena, sei anno dopo: «Felice delle mie scelte, sono un’anima libera»

Sul mensile S il racconto della nuova vita del giovane che si ribellò al pizzo e ai “barellieri della morte”

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«Sono felice di quella scelta non tanto per gli anni di carcere che i processi scaturiti dalle mie dichiarazioni hanno determinato. Ma soprattutto per essermi liberato da persone che mi venivano dietro per chiedermi di giungere ad accordi che io non volevo prendere».

Il suo nome è legato al blitz antiracket “Onda d’urto”, quello che il capitano dei carabinieri, Angelo Accardo, definì «uno spartiacque investigativo». Un’operazione che portò a 12 arresti, svelò tre gruppi criminali eredi del vecchio clan Toscano-Mazzaglia-Tomasello e determinò condanne – in primo grado – a 60 anni di carcere.

Il suo volto – prima travisato, poi svelato – è quello apparso davanti alle telecamere Mediset de Le Iene e che ha scoperchiato l’orrore della “Ambulanza della morte” con i malati terminali uccisi con un’iniezione d’aria in vena. Un caso con due verdetti: Davide Garofalo condannato all’ergastolo in primo e secondo grado e Agatino Scalisi condannato a 30 anni con rito abbreviato.

È Luca Arena l’artefice di quello svelamento di segreti criminali, quando aveva appena 25 anni. Biancavilla Oggi lo aveva intervistato in alcune occasioni: “No al pizzo grazie al rap antimafia” (dicembre 2016), “Biancavilla non del tutto ripulita” (marzo 2017), “No alla mafia, vivere con dignità” (marzo 2019).

Luca, sei anni dopo le sue denunce. Si racconta a cuore aperto a Vittorio Fiorenza per S, il mensile siciliano d’inchiesta diretto da Roberto Benigno e disponibile anche nelle edicole di Biancavilla.

«Cosa rimane di tutta questa storia? Mi sento come se avessi purificato la mia anima. Se riguardo indietro quel ragazzo che ero, noto la sua tenerezza per avere avuto la capacità di cambiare radicalmente direzione ed essersi salvato».

Quattro pagine di racconto intimo, in cui l’ex titolare dell’agenzia funebre gestita con il padre Orazio e il fratello Giuseppe, parla della sua nuova vita. Uscito dal programma di protezione per i testimoni di giustizia, lavora lontano dalla Sicilia per un ente pubblico.

«Io oggi vivo anche di arte, mi occupo di pittura, un’altra passione che ho sempre avuto. Senza la mia denuncia – sottolinea Luca a S – sarei rimasto in quella condizione sospesa, mi sarei privato del bello che c’è nel mondo e che invece ho scoperto, grazie ai tanti viaggi che ho fatto. Le mie opere le firmo come Luca10, stesso numero che era stampato sulla mia maglia di calciatore».

Non sono mancati i momenti di forte sconforto. Ma non ha alcun rimpianto, Luca. E nemmeno timori e paure.

«Il mafioso che, eventualmente, un domani, volesse spararmi, togliendosi lo sfizio della vendetta per essere andato in carcere a causa delle mie denunce, lo faccia pure. Io ho già vinto. Ho vinto perché sono un’anima libera. Libera di pensare e agire, cosa che prima non potevo fare».

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