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Cultura

“Biancavilla contro il Duce”, nel 1923 la prima sommossa popolare antifascista

Quando la folla cavò gli occhi del ritratto di Mussolini: il libro di Alfio Grasso per “Nero su Bianco Edizioni”

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Una vera e propria sommossa di popolo, quella che avvenne a Biancavilla. Un intero paese in rivolta contro il nascente regime fascista. La “Casa del fascio” messa a soqquadro. La caserma delle guardie municipali assaltata. La rabbia della folla si scagliò contro il “Casino dei civili”. I casotti del dazio incendiati. E c’era chi era pronto a dare fuoco pure al municipio, che all’epoca si trovava a due passi dalla chiesa dell’Idria.

Una giornata cruciale – il 23 dicembre 1923 – nella storia di Biancavilla, immeritatamente tralasciata dalla storiografia nazionale. Eppure, quella manifestazione di piazza è da considerare la prima sommossa popolare antifascista che sia avvenuta in Italia.

A ricostruire quei fatti, a distanza di quasi un secolo, è Alfio Grasso, noto ed apprezzato studioso di storia locale. Firma così il suo terzo volume per Nero su Bianco Edizioni: “Biancavilla contro il Duce”.

Gli echi della “Marcia su Roma” rimbombavano ancora, l’omicidio Matteotti doveva essere compiuto. Il regime era ai suoi esordi, ma mostrava già tutta la sua arroganza e vocazione intimidatrice.

Biancavilla si ribellò con vigore. Quei tumulti, di cui diede poi notizia persino il Corriere della Sera, scaturirono dalla cosiddetta “tassa sulla paglia”. Era un’imposizione del commissario prefettizio, Francesco Trombetta, che colpiva tutta la popolazione. Ma la sommossa assunse presto i connotati politici contro il nascente regime. E i rivoltosi non esitarono a scippare il ritratto di Benito Mussolini, all’interno della “Casa del fascio” (sotto l’arco dell’attuale via Gramsci), e a cavargli gli occhi per poi dargli fuoco assieme alla catasta di mobili buttati in strada.

Nonostante il paese fu messo sotto assedio da truppe di pubblica sicurezza, carabinieri e milizia fascista, di fronte alla folla inferocita e al primo nucleo di comunisti organizzati, le autorità cedettero, ritirando quell’odiosa tassa e rimuovendo il commissario, rivelatosi assai sprovveduto.

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Alfio Grasso rievoca quegli eventi, analizzando il contesto politico e sociale, siciliano e provinciale, in cui maturarono. E non manca di delineare gli aspetti sul movimento contadino e sull’offensiva agraria, sulle tendenze nazionalistiche, sull’occupazione delle terre e sulla costituzione degli enti cooperativi.

Tra le figure su cui Grasso si sofferma, quella di Peppino Lavenia “Tistazza”, giovane segretario del “fascio” locale. Un capitolo a sé approfondisce la connivenza politica tra popolari e fascisti. In questo quadro, Grasso avanza tesi e ragionamenti sulla controversa condotta del canonico Antonino Arcidiacono, dirigente del Partito Popolare e “referente biancavillese” di don Luigi Sturzo.

«Biancavilla fu antifascista e seppe lottare per la democrazia sin dalla nascita del regime», è la conclusione di Alfio Grasso. Una lotta che vide due schieramenti contrapposti. Da una parte i fascisti alleati con i popolari e il mondo cattolico. Dall’altra liberaldemocratici, socialisti e comunisti, che facevano riferimento al sindaco defeliciano Alfio Bruno. Fu l’ultimo democraticamente eletto, prima che Mussolini prendesse i pieni poteri, trascinando l’Italia nella follia della dittatura.

L’antifascismo, un impegno culturale ed editoriale

«È con particolare orgoglio che “Nero su Bianco Edizioni” pubblica il nuovo libro di Alfio Grasso (dopo “Antichi versi contadini” del 2018 e “Antonio Bruno, letterato e politico” del 2020). “Biancavilla contro il Duce”, che presentiamo in questo 25 aprile 2021, rappresenta uno studio appassionato su un evento che deve rendere orgogliosi i biancavillesi (e i siciliani) di cultura democratica ancorati ai valori della nostra Costituzione».

Sono le parole di Vittorio Fiorenza, direttore editoriale di “Nero su Bianco”, che accompagnano l’uscita del volume. Si tratta della dodicesima pubblicazione che si aggiunge al catalogo della piccola casa editrice attiva da poco più di tre anni.

«Biancavilla – sottolinea Fiorenza – è stata antifascista non soltanto quando le sorti dell’Italia erano segnate, ma fin dagli esordi del regime odioso di Benito Mussolini. Per la nostra casa editrice, il saggio di Alfio Grasso rappresenta la sintesi perfetta dei valori democratici a cui facciamo riferimento e che animano il nostro quotidiano impegno giornalistico, editoriale e culturale. L’antifascismo è un valore irrinunciabile e va difeso con l’esercizio della memoria storica».

“Nero su Bianco”, in questo senso, vanta già due pubblicazioni di Salvatore Borzì (“Internato n. 102883/IIA” e “Una vita ancora più bella”) dedicate a Gerardo Sangiorgio, l’intellettuale biancavillese che all’indomani dell’8 Settembre rifiutò di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò e fu internato nei lager nazisti.

«Due volumi – sottolinea ancora Vittorio Fiorenza – a cui hanno dato i loro contributi pure nomi illustri come Liliana Segre, Erri De Luca, Massimo Cacciari, Luciano Canfora ed altri ancora, onorandoci della loro disponibilità. E adesso quest’ulteriore lavoro di Alfio Grasso, instancabile e generoso, che ci ricorda il dovere della memoria contro i rigurgiti della storia. È il nostro migliore modo per festeggiare la Liberazione».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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1 Commento

1 Commento

  1. Alfio Pelleriti

    25 Aprile 2021 at 13:46

    Vorrei associarmi alle tue parole, Vittorio, che ricordano il dovere oltre che la gioia di ricordare la lotta resistenziale contro la dittatura fascista. Non si possono tollerare l’indifferenza o gli assordanti silenzi di fronte ad un anniversario così importante quale quello del giorno della liberazione dal giogo nazifascista che pose le basi per la nascita dell’Italia democratica e repubblicana. non si possono perdere occasioni come la festa nazionale per la Liberazione d’Italia dal fascismo per educare i giovani della nostra comunità agli ideali universali della giustizia, della libertà e della democrazia. Grazie ad Alfio Grasso per il suo instancabile lavoro storico che getta una luce importante sulle nostre radici storiche, sociali e culturali, anche in questo suo ultimo libro che ho già letto e apprezzato.
    Alfio Pelleriti

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Cultura

La storia ignota di Maridda, sorella (presunta) del poeta Antonio Bruno

La vicenda di inizio Novecento è raccontata, con testimonianze, dalla scrittrice Carmen Toscano

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Il poeta Antonio Bruno e Maridda in età anziana

Antonio Bruno, il poeta dandy di Biancavilla, del quale Biancavilla deve andare tanto fiera, aveva un’altra sorella? Sembra di sì, a dire della scrittrice biancavillese Carmen Toscano. Nel suo libro “Mia nonna Maria”, pubblicato nel 2016, racconta una storia così tanto avvincente e romantica, che sembra essere frutto di fantasia. Ma così non sembra, perché l’autrice riporta varie testimonianze che confermerebbero la vicenda di Maria, che veniva chiamata Maridda.

Dunque, Maridda sarebbe figlia del cavaliere Alfio Bruno (illustre sindaco di Biancavilla, defeliciano, l’ultimo democraticamente eletto prima del regime fascista) e di una donna che lavorava nel suo palazzo. Il primo cittadino sembra avesse avuto una relazione con questa donna, dalla quale nacque, appunto, Maria, che si sposerà poi con Sebastiano Toscano.

Carmen Toscano ne è la nipote e, secondo le testimonianze da lei raccolte, Maria sarebbe stata cresciuta dal cavaliere Bruno con affetto. Fino al punto di farle godere la cultura che si respirava in famiglia e la vicinanza con il fratello poeta. Da lui, Maridda avrebbe imparato l’amore per i libri, per la lettura e per la poesia.

Quello stesso amore che Maridda, diventata “Nonna Maria”, ha trasmesso alla nipote Carmen, che racconta delle ore trascorse con la nonna a leggere libri.

Toscano scrive del tenero incanto che si ricreava quando, tornata da scuola, trascorreva interi pomeriggi ad ascoltare la nonna, che parlava di letteratura italiana ed europea, di poesia, di bello.

Maridda “a maistra”, donna di cultura

La scrittrice così descrive la nonna: «Lei era notoriamente chiacchierona, eloquente, istruita, aveva frequentato la sesta classe, cosa non comune a quell’epoca. Stiamo parlando dei primi anni del Novecento. Non c’era argomento che non sapesse affrontare, di storia, geografia, scienze, medicina. Aveva la risposta giusta per tutto e persino di economia, se si pensa che titolari di esercizi commerciali le chiedevano consigli sugli acquisti da fare e non era raro che le chiedevano di andare con loro, in carrozza, fino a Catania per i loro affari. Si era guadagnata nel quartiere il nome di “A maistra”. Era stata lei stessa, dopo avere letto un trattato medico, a fare arrivare dall’America un farmaco particolare, non in commercio in Italia, poiché era ancora ad uso sperimentale, per curare mio zio Nino, colpito da una grave forma di artrite reumatoide che lo aveva immobilizzato su una sedia a rotelle in età giovanile». 

Numerose sono le testimonianze riportate nel libro e tra queste vi è quella di Filomena, una donna biancavillese, che all’epoca dell’intervista aveva 94 anni: «Certo che mi ricordo, era la figlia del sindaco Alfio Bruno, che ha cresciuto nel suo palazzo». E sulla situazione familiare del sindaco aggiungeva: «Lui era sposato con Carolina Sciacca ma lei non stava mai in casa perché era malata di mente, perciò lui si prese la governante e se la portò al palazzo».

Ed in effetti, Maria raccontava sempre della sua fanciullezza felice vissuta nell’abitazione di Bruno. Con i suoi racconti sapientemente magici, faceva sognare la nipote. Da qui, il racconto di “Mia nonna Maria”, in cui il ricordo della nonna è accorato ed emozionante.

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