Cultura
Fuoco, corpo, virtù: sociologia della devozione per Sant’Agata a Biancavilla
Tre testimonianze artistiche per la martire nella chiesa dell’Annunziata, tra i francescani e in basilica
Le reliquie di Sant’Agata si trovano in questi giorni a Biancavilla, in “peregrinatio”, per volere dell’arcivescovo Luigi Renna, che le sta portando in tutta la diocesi, nel ricordo dei 900 anni del loro ritorno a Catania, dopo il trafugamento del generale bizantino Giorgio Maniace e la deportazione a Costantinopoli. La presenza della martire a Biancavilla non nasce oggi. È una stratificazione secolare, documentata da tradizioni orali e soprattutto da testimonianze artistiche che hanno trasformato la devozione in immagine.
Sant’Agata nella chiesa dell’Annunziata
Nella Chiesa dell’Annunziata, il “Martirio di Sant’Agata”, realizzato a mezzo fresco da Giuseppe Tamo, domina la parete laterale sopra la porta della sacrestia. L’opera — voluta dall’abate don Pietro Piccione — si presenta come una composizione teologicamente e narrativamente strutturata. La scena è ambientata in un contesto di architetture che richiamano la Catania del III secolo. Il console Quinziano impartisce l’ordine; i carnefici agiscono con brutale compiacimento; un anziano fa un ultimo tentativo di convinzione idolatrica. La violenza è esibita con realismo. Al centro la figura della Santa, parzialmente spogliata degli abiti che indicano la sua condizione sociale elevata, domina la scena: lo sguardo è già proiettato verso il messaggero celeste che reca la corona della gloria.
La pittura diventa catechesi visiva: il corpo martoriato è il luogo della testimonianza; la sofferenza non è l’ultima parola, ma il passaggio verso una giustizia altra.
Sant’Agata tra i francescani
Nella Chiesa del Convento di San Francesco, officiata dai Frati Minori, l’olio su tela del 1759 di Olivio Sozzi — “La Madonna del Carmelo tra i Santi Ludovico vescovo, Agata, Bonaventura e Bernardino da Siena” — attesta ulteriormente la diffusione della devozione. La scritta “Ex devotione Rev. Sac. Bartolomei Castelli anno 1759” ne certifica la committenza.
Agata non occupa il centro della scena, ma la sua presenza è eloquente. In un contesto iconografico fortemente francescano, la martire catanese entra nel pantheon devozionale locale come figura di riferimento stabile, segno che la sua venerazione supera l’appartenenza a una singola tradizione spirituale. Da notare che in questa opera, la martire catanese, oltre alla palma, tiene nella sua mano destra un tizzone ardente, simbolo del supplizio subito, ma anche del potere che la tradizione le attribuisce sul fuoco e sulle lave dell’Etna.
Sant’Agata in chiesa madre
In Chiesa Madre, un quadro di ignoto autore di scuola siciliana del Settecento, recentemente collocato accanto all’ingresso della cappella di San Placido, raffigura il mezzobusto della Santa con la palma del martirio e l’alone di sangue sul seno, cifra iconografica inequivocabile.
Di recente fattura è l’icona realizzata dall’artista Antonio Schiavone, posta insieme a quelle di Zenone, Placido e Caterina, tra i santi tutelari biancavillesi. Non è un dettaglio secondario: l’inserimento di Agata nel gruppo dei santi identitari della città indica una devozione che non è episodica, ma strutturale.
Fuoco, corpo, virtù: sociologia della devozione
La devozione a Sant’Agata a Biancavilla si è articolata nei secoli attorno a tre grandi nuclei simbolici.
IL FUOCO. In una terra dominata dalla presenza dell’Etna, la Santa è stata invocata come protettrice contro la furia del vulcano: “Sant’Àjita, stinniti u vostru mantu, luntanu u focu, u mali e u chiantu”. L’immagine del “manto” – che si stende a protezione traduce in linguaggio popolare un bisogno collettivo di sicurezza davanti alla forza distruttiva della natura.
IL CORPO FERITO. Il martirio del seno ha fatto di Agata un riferimento privilegiato per le donne, specialmente per le patologie legate alla sfera femminile. Qui la dimensione teologica si intreccia con quella antropologica: il corpo della martire diventa luogo di identificazione, di consolazione e di speranza.
LA VIRTÙ. Nei secoli passati Agata è stata proposta come modello alle giovani nubili; le madri invocavano la Santa perché i propri figli trovassero spose “con le stesse virtù”. La devozione assumeva così una funzione pedagogica e normativa, contribuendo alla costruzione di un ideale femminile fondato su purezza, coraggio e fedeltà.
In questo senso, la figura di Agata è religiosa e nello stesso tempo culturale: partecipa alla definizione dei ruoli sociali, delle aspettative comunitarie, dei modelli educativi.
La “peregrinatio”: un segno per il presente
La “peregrinatio” delle reliquie nella nostra città è dunque un gesto che riattiva una memoria stratificata, che mette in dialogo passato e presente.
Le reliquie attraversano le periferie esistenziali contemporanee, dove la testimonianza di una giovane donna del III secolo, capace di opporsi al potere politico e alla violenza maschile, risuona con forza nuova in un tempo che riflette sul ruolo delle donne nella società e nella Chiesa.
A Biancavilla, le immagini custodite nelle chiese raccontano una comunità che, tra terremoti, eruzioni e mutamenti sociali, ha continuato a riconoscersi nello sguardo fermo dei santi.
Gli eventi agatini di questi giorni rendono visibile ciò che già c’è. Una devozione silenziosa, sedimentata, che attraversa i secoli e ancora oggi chiede di essere compresa come patrimonio culturale e spirituale vivo.
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Cultura
«L’ospedale di comunità di Biancavilla si intitoli al prevosto Benedetto Portale»
La proposta, a firma del farmacista Salvatore Cantarella, è indirizzata ai vertici dell’azienda sanitaria
Una richiesta formale, avanzata all’Asp di Catania, per intitolare l’ospedale di comunità di Biancavilla al prevosto Benedetto Portale. L’istanza, a firma del farmacista Salvatore Cantarella, è indirizzata al direttore generale dell’azienda sanitaria, Giuseppe Laganga Senzio, al direttore sanitario Gianfranco Di Fede e al direttore amministrativo Tamara Civello.
Come annunciato dal sindaco Antonio Bonanno, l’inaugurazione della struttura sanitaria, avverrà ad aprile. Una nuova realtà ospitata nel primo padiglione dello storico ospedale “Maria Santissima Addolorata” (il cosiddetto “ospedale vecchio”). Cantarella, nella sua missiva resa nota in questi giorni ma inoltrata lo scorso ottobre, propone l’intitolazione al sacerdote perché a lui si deve proprio la nascita del presidio ospedaliero biancavillese.
«Il canonico Portale – scrive Cantarella – con alto spirito filantropico fece nascere a Biancavilla l’ospedale che intitolò a Maria Santissima Addolorata e al quale era particolarmente devoto». Nella lettera si ricorda come il sacerdote, con risorse proprie e attraverso trattative private, riuscì a trasformare in pochi anni un piccolo lazzaretto in una vera struttura ospedaliera.
Il valore della memoria
Benedetto Portale (1867-1943) ebbe l’ordinazione sacerdotale nel 1892 e divenne prevosto della Collegiata nel 1934. La realizzazione di un ospedale per il proprio paese ebbe l’obiettivo di garantire il diritto alla salute dei cittadini, soprattutto di chi non poteva permettersi cure a pagamento. La struttura disponeva di ampie sale con 48 posti letto, sale operatorie, locali di servizio e una cappella. La costituzione del nosocomio, con atto notarile, è datata 13 gennaio 1930.
Cantarella evidenzia anche il legame personale con il prevosto: «Il canonico Portale è mio antenato, in quanto zio di mio nonno, il notaio Salvatore Portale, e prozio di mia madre Francesca Portale».
«Ricordo quando ero ancora bambino e poi ragazzino che – scrive ancora il farmacista – ogni anno, per la Commemorazione dei Defunti, nella Cappella cimiteriale gentilizia intestata al Dottor Antonino Portal dove riposano le sue spoglie mortali, veniva deposto un cuscino di fiori con una striscia viola in cui era scritto “L’Ospedale riconoscente”.
«Non dovremmo mai dimenticare chi ci ha fatto del bene», sottolinea Cantarella nella lettera all’Asp, riportando ai massimi dirigenti l’articolo pubblicato da Biancavilla Oggi a firma di Filadelfio Grasso nel marzo 2025: «Sfregio al prete che fondò l’ospedale: la sua statua “divorata” dalle sterpaglie. Lasciato all’incuria il monumento del prevosto Benedetto Portale, “aristocratico” dalla vocazione sociale».
Nella stessa istanza, il farmacista chiede all’Asp di valutare anche l’installazione di un faretto con accensione crepuscolare ai piedi del pilastro marmoreo che sorregge il mezzobusto di Portale, così da renderlo visibile anche nelle ore serali e notturne.
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Cultura
Quando il 14 febbraio a Biancavilla era festa solenne per San Zenone
Una data che nel centro etneo aveva un grande valore prima di diventare quella degli innamorati
Prima che il 14 febbraio diventasse il giorno dei cuori rossi e delle rose, a Biancavilla era una data solenne. Era la festa di san Zenone, un santo venuto da lontano. Non si trattava di una ricorrenza marginale: era festa, giorno di vacanza civile, momento identitario per l’intero paese. Oggi, di quella centralità, resta appena un’eco.
Il santo venuto da lontano
Secondo la tradizione locale, una piccola statuetta raffigurante san Zenone sarebbe stata portata in Sicilia dagli esuli greco-albanesi che fondarono Biancavilla intorno al 1480. Con loro giunsero anche simboli, riti e memorie antiche: tra questi, il culto del martire.
San Zenone, secondo le fonti agiografiche, subì il martirio ad Amman in Giordania durante la cosiddetta Grande Persecuzione. Con lui fu ucciso anche Zena, suo servo liberato, che avrebbe scelto di condividere la prigionia e la morte del padrone. Una narrazione intensa, capace di esprimere temi centrali del cristianesimo delle origini: libertà, fedeltà, comunione nella testimonianza.
Nei secoli successivi, accanto alla piccola effigie originaria, la comunità biancavillese realizzò una statua lignea di notevole fattura, affreschi, suppellettili liturgiche e perfino una campana con l’effigie del martire. Il suo nome entrò anche nella toponomastica urbana, con una via del centro storico a lui intitolata. Segni concreti di una devozione tutt’altro che secondaria.
Perché il 14 febbraio?
Un nodo storico rilevante riguarda la data della celebrazione. Il Martirologio Romano colloca la memoria di san Zenone d’Arabia al 23 giugno. Per quale motivo, dunque, a Biancavilla la festa cadeva il 14 febbraio?
Nel XVIII secolo l’abate Onorato Colonna, sulla base delle informazioni ricevute dal clero locale, identificò il patrono biancavillese con un altro Zenone, martirizzato a Roma e commemorato proprio il 14 febbraio. Si trattava, con ogni probabilità, di una confusione agiografica.
Nell’Ottocento Michelangelo Greco – primo autore di una Storia di Biancavilla – distinse correttamente tra il martire romano e il martire d’Arabia. Egli ipotizzò che il 14 febbraio fosse stato scelto per ricordare la “transitazione” dei greco-albanesi dall’Albania alla Sicilia. Tuttavia, tale spiegazione presenta criticità: un viaggio in pieno inverno appare poco plausibile e, soprattutto, le più antiche fonti documentarie della comunità non attestano con chiarezza una festa in quella data nei secoli iniziali.
Una testimonianza certa emerge nel 1747, quando papa Benedetto XIV concesse l’indulgenza plenaria per la festa di san Zenone, elevata a rito di prima classe. Nello stesso anno il vescovo di Catania, mons. Pietro Galletti, autorizzò la processione esterna del reliquiario. Nel XVIII secolo, dunque, il culto risulta pienamente riconosciuto e liturgicamente strutturato.
La progressiva eclissi della festa
Fino a pochi decenni fa il 14 febbraio era giorno festivo per l’intero territorio comunale. La celebrazione prevedeva i Primi Vespri solenni il 13 febbraio; nel giorno della festa si svolgevano l’Ora Terza cantata e la Messa Capitolare.
Con il tempo, tuttavia, la dimensione esterna e popolare della festa si affievolì fino quasi a scomparire. Le cause appaiono plurime: le condizioni climatiche sfavorevoli del mese di febbraio; la possibile coincidenza con il tempo quaresimale; l’incertezza sull’identità agiografica del santo; il mutamento della sensibilità religiosa.
Nel Novecento la celebrazione si ridusse a rito interno, partecipato da pochi. Per giustificare l’assenza della processione — elemento centrale nelle feste patronali siciliane — si diffuse persino una leggenda popolare: se la statua di san Zenone avesse “messo il naso fuori dalla chiesa”, si sarebbe scatenato un violento maltempo. Meglio, dunque, lasciarla custodita dietro l’artistica tela nella cappella di san Placido.
Negli anni Sessanta venne abolita anche la vacanza scolastica del 14 febbraio. Va inoltre sottolineato che non risulta un documento ufficiale che proclami formalmente san Zenone patrono della città. Nel 1978 il prevosto Giosuè Calaciura chiese all’arcivescovo di Catania che la Madonna dell’Elemosina fosse riconosciuta patrona principale, proponendo Zenone e Placido come patroni secondari. Ma la Curia non diede seguito formale alla richiesta.
Nuove prospettive di ricerca
Nei primi anni Duemila si è assistito a una significativa ripresa di attenzione. La memoria di san Zenone è stata inserita nei festeggiamenti di san Placido in ottobre e, dal 2008, la statua cinquecentesca è tornata a percorrere le strade cittadine. Un gesto simbolico di forte valore, il recupero di un filo storico rimasto a lungo sospeso.
Recenti indagini storiche e ricerche liturgiche hanno inoltre evidenziato un quadro più articolato della diffusione del culto di san Zenone d’Arabia. Il martire risulta venerato in contesti geografici differenti, suggerendo dinamiche di circolazione mediterranea della memoria agiografica e possibili interazioni tra tradizioni orientali e occidentali.
Biancavilla, in questa prospettiva, non conserva soltanto una devozione locale dimenticata, ma un tassello significativo della storia religiosa mediterranea, legato ai movimenti migratori tardo-medievali e alla trasmissione transnazionale dei culti.
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