Editoriali
Quando la folla “cavò” gli occhi al Duce: Biancavilla da sempre antifascista
Buon 25 aprile con tre proposte politiche e culturali che avanziamo al sindaco Antonio Bonanno
Tanti italiani maturarono la piena consapevolezza della tragedia fascista quando videro l’orrore della guerra (e dell’occupazione nazista) in cui ci aveva follemente trascinati il Duce. Soltanto pochi intuirono e non sottovalutarono, fin dall’inizio, il destino senza libertà che avrebbe segnato il Ventennio più ignobile della storia italiana. Biancavilla non ha dovuto attendere i titoli di coda del regime per manifestare la sua avversione alle camicie nere e al totalitarismo cui ci avrebbe incatenato Benito Mussolini. Lo ha fatto con orgoglio e straordinaria partecipazione un anno dopo la Marcia su Roma e ancor prima del vile delitto Matteotti. Era il 23 dicembre del 1923, giorno in cui i biancavillesi animarono la prima sommossa popolare avvenuta in Italia contro il fascismo.
Una pagina di storia che la storiografia nazionale ha snobbato, ma che testimonia l’orgoglio democratico e la ripugnanza alla dittatura di un piccolo centro agricolo di 16mila abitanti. Il pretesto fu l’introduzione della “tassa sulla paglia” da parte del commissario prefettizio Francesco Trombetta, imposto al Comune in sostituzione dei rappresentanti democraticamente eletti.
Il balzello – stabilito a tavolino per fare quadrare i conti comunali – avrebbe colpito indistintamente tutta la popolazione. La protesta divenne subito un fiume in piena con un’imponente manifestazione di piazza. Fu assaltata la “Casa del Fascio”: i rivoltosi incendiarono la mobilia e si spinsero a cavare gli occhi al ritratto di Mussolini che era appeso ad una parete. I manifestanti raggiunsero la caserma delle guardie municipali e i casotti del dazio, poi dati alle fiamme. La rabbia si indirizzò contro il “Casino dei civili” (l’attuale Circolo Castriota). C’è chi fece irruzione in Municipio (quando si trovava ancora vicino alla chiesa dell’Idria), minacciando di incendiarlo. I rivoltosi rintracciarono e accerchiarono il cavaliere Trombetta, fino a malmenarlo. Pur essendo agli esordi, il regime rispose per giorni con l’assedio di tutto il paese, mobilitando truppe di pubblica sicurezza, carabinieri e milizia fascista. Ci furono arresti e processi, ma l’odiosa tassa fu ritirata.
Fatti ricostruiti e analizzati in “Biancavilla contro il Duce”, il volume di Alfio Grasso, pubblicato nel 2021 dalla nostra casa editrice “Nero su Bianco” e di cui siamo particolarmente fieri. Li rievochiamo proprio oggi, in questa Festa della Liberazione, perché riteniamo che Biancavilla debba alimentare l’esercizio della memoria, la propria innanzitutto. Non un esercizio retorico, di circostanza, liturgico, ma proiettato al presente. In quest’ottica, Biancavilla Oggi vuole avanzare al sindaco Antonio Bonanno e alla sua coalizione alcune proposte politiche e culturali dal valore simbolico. Proposte che possano contribuire a (ri)formare una coscienza civica e politica con il presupposto di riscoprire un tratto della nostra nobile identità: quello dell’antifascismo.
Un dossier per il Quirinale
Auspichiamo, innanzitutto, che il Comune di Biancavilla possa intestarsi un lavoro di documentazione storica. Il libro di Grasso è ben dettagliato, ma altri elementi inediti si possono aggiungere. Qui ci limitiamo ad accennarne due. Il primo riguarda la lettera aperta (scritta dallo scrittore e poeta Antonio Bruno ma non firmata), in cui Trombetta fu definito “pescecane”. Lettera distribuita due giorni prima della rivolta, finendo poi sul tavolo del Ministero dell’Interno. L’altro elemento è il verbale di consegna dei preziosi della Madonna dell’Elemosina che i membri del PNF locale nascosero e riconsegnarono al segretario comunale, temendo già l’insurrezione.
Un dossier – così lo pensiamo – che abbia non soltanto valore culturale, ma che – votato dalla Giunta e dal Consiglio Comunale – costituisca un fascicolo da inviare poi al Quirinale. Con una richiesta alla Presidenza della Repubblica perché decida un formale riconoscimento alla Città di Biancavilla, distintasi in Italia, prima di ogni altra località, con quella sollevazione di popolo contro il fascismo e a difesa dei valori democratici.
Una lapide sotto l’Arco Sciacca
Nell’attesa, il Comune può intestarsi una semplice iniziativa, a ricordo di quella memorabile giornata, sostanzialmente sconosciuta ai biancavillesi (e ad un corpo insegnanti incapace – nella conoscenza della storia locale – di andare oltre alla solita favoletta sui profughi albanesi). Il Comune, dicevamo, può apporre una lapide commemorativa che rievochi e onori quei fatti. L’occasione potrebbe essere il prossimo 23 dicembre.
Il luogo che ci sembra più adatto è sotto l’Arco Sciacca di via Vittorio Emanuele, da cui ha inizio via Antonio Gramsci. La targa marmorea si potrebbe fissare sul muro nel quale fino a pochi anni fa, prima che la facciata fosse tinteggiata, si vedevano i resti di un manifesto di epoca fascista. Proprio qui – dove adesso ha sede un circolo ricreativo – c’era la “Casa del Fascio” assaltata dalla folla di biancavillesi. E proprio qui, in pubblica via, furono accatastati e dati alle fiamme i mobili, oltre a sfregiare il ritratto di Mussolini, che ci sembra un segno potente dell’avversione di Biancavilla al nascente regime.
Cittadinanza al Duce da “revocare”
C’è un’ultima richiesta che Biancavilla Oggi avanza al primo cittadino, sulla scia di quanto avvenuto già in tanti comuni italiani, anche su input dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). In pochi lo sanno, ma l’istituzione comunale di Biancavilla conferì la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Si faccia carico, Antonio Bonanno, di proporre al Consiglio Comunale una delibera di revoca di quella onorificenza data a colui che soppresse le libertà fondamentali, fu responsabile della persecuzione politica e razziale e gettò l’Italia nei più tragici eventi della storia mondiale contemporanea.
No, non è un tentativo di “cancellazione della storia”. Tutt’altro. Sarebbe, invece, un atto che parli al presente e alle future generazioni. Non un processo né un giudizio retroattivo, ma un atto di responsabilità istituzionale, etica e civile che gli attuali consiglieri comunali assumerebbero di fronte alla storia per riaffermare i principi della nostra Costituzione repubblicana. E di quell’antifascismo di cui Biancavilla è stata antesignana e grazie al quale oggi possiamo festeggiare la Liberazione avvenuta nel 1945. Buon 25 aprile.
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ALFIO GRASSO
Biancavilla contro il Duce
23 dicembre 1923: la prima sommossa popolare antifascista.
Editoriali
San Placido “censurato” nei manifesti: è un ottobre che di sacro ha ben poco
L’uscita silenziosa del fercolo potrebbe essere un segno solidale per i bambini e i civili massacrati a Gaza
Non è tanto vedere un manifesto in cui pochi appuntamenti amplificano un blu di vuoto, quanto che nella più anonima intestazione di “Ottobre in festa” si oblitera il più specifico e distintivo rimando a San Placido. Tra le ecclesiastiche “Feste patronali” e quelle civili inespresse, ancora quest’anno, si dimentica il laboratorio che la biancavillese “Festa di S. Placido” è stato, dai tempi del Regno delle Due Sicilie e per tutta una centenaria catasta di Almanacchi nazionali e Barbanera. Ce lo ricorda il De Roberto appassionato narratore delle esposizioni universali, che riconosceva ai nostri la primazia nello sperimentare il lancio dei palloni aerostatici, ne va ancora fiero il crispellaio che si autoproduce l’insegna ossequiando la tradizione.
Ci si teneva, allora, alle ricorrenze e ci si è tenuto fino a quando lenzuolate di programma erano l’attesa di nonni e bambini che sillabavano insieme nella lettura. Dispiace, quindi, che non si pensi a chiedere a un noto artista, locale o no (a partire da Dino Cunsolo, per fare un nome) di illustrare con una creazione a tema il più significativo e ricorsivo evento della città, biechi e incuranti di quell’ideale galleria che il tempo ne restituirebbe. Come si possono educare i più giovani alle tradizioni e all’orgoglio dei luoghi, se poi si assiste a così marchiane incuranze? Nota a margine: per zelo e passione ci sarebbe da apprendere dai fedeli del Circolo San Zenone.
Come possiamo festeggiare noi?
Per questo Ottobre 2025, che di sacro ha ben poco, funestato com’è dalle guerre, dall’inefficacia degli organismi internazionali e dagli sporchi interessi dei governi, forse la nostra festa di S. Placido un segnale potrebbe darlo, a partire da un’uscita silenziosa del fercolo alle 12 del 5, quando per ogni biancavillese nel mondo è l’ora X, e a Biancavilla, per un quarto d’ora ininterrotto, la terra trema.
Come possiamo festeggiare noi quando in altri lembi di terra, per lo stesso sordo rumore di deflagrazioni, si è sospesi tra la vita e la morte; quando vediamo ossute e vagolanti sagome di bambini aggirarsi tra le macerie di Gaza? Lo dico, a scanso di equivoci, da biancavillese affezionatissimo allo “sparo”, ma per quest’anno, destiniamo a causa migliore i fondi.
Noi, periferia nel dolore del mondo?
Che il nostro borioso festeggiare non ci renda periferia nel dolore del mondo. E, attenzione, non è religioso, è solo un umano riconnettersi alla migliore tradizione di questa terra: allo scoppio della Prima Guerra Mondiale le donne scesero in piazza per manifestare contro il conflitto, e il locale periodico “La Ronda”, sempre nel 1915, apriva su tutte le colonne con i versi di Vincenzo da Filicaia a sostegno della causa pacifista. Vogliamo ancora sciorinare il refrain che i biancavillesi non capirebbero o che Biancavilla non è pronta? Siamo, per caso, più involuti di 110 anni fa?
Ci resta a consolarci il fatto che la Festa cada in una felice congiuntura stagionale, e che – sempre e comunque – per la sorridente famiglia emigrata questi giorni offrono l’occasione di riunirsi ai parenti e, rigorosamente e ritualmente, esibire il vestito nuovo. E che quando l’ultimo botto del 6 ci congederà da questa bolla magica, San Placido si aggirerà ancora rubicondo per le vie, calcherà i basolati e ci perdonerà da incuranze e miserie, tentando di renderci migliori. Rientra, d’altronde, tra i compiti del Patrono.

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Editoriali
Biancavilla non legge, chiude l’edicola di Danilo Galati: una pessima notizia
«La gente non compra i giornali, preferendo informarsi sui social, e con il Covid le cose sono peggiorate»
SILENZIO STAMPA
È l’ennesima saracinesca che si abbassa: effetto di un cambiamento di abitudini, ma anche il segno di un buio culturale e intellettuale che avvolge la realtà biancavillese
Ogni saracinesca che si abbassa in modo definitivo, qualunque sia l’attività, è sempre una perdita. Ma è la legge del libero mercato, in cui commerciante o imprenditore scelgono di operare con la consapevolezza dei rischi. Quando, però, la chiusura riguarda un’edicola, ogni considerazione non può essere ricondotta alle fredde regole del profitto. A Biancavilla chiude “Cart & Game”, l’edicola-libreria a due passi dal plesso elementare “Guglielmo Marconi”, gestita con professionalità e passione da Danilo Galati. Qualità che evidentemente non sono bastate a resistere nel tumultuoso settore dell’editoria e dell’informazione cartacea, segnato nell’ultimo ventennio da radicali e drammatiche trasformazioni.
«Ormai – racconta Galati a Biancavilla Oggi – la gente non legge più, preferisce informarsi tramite i social, non compra più i giornali e i quotidiani. Dopo il Covid, le cose sono peggiorate. Prima della pandemia c’erano bar e barbieri che tenevano i giornali per metterli a disposizione dei propri clienti. Poi, però, questa abitudine è sparita. L’edicola resta un riferimento soltanto per poche persone con l’abitudine alla lettura o per chi è interessato alle pubblicazioni collezionabili».
Una serie di fattori (non ultimi un’insostenibile tassazione e l’impossibilità a trovare parcheggio nel centro storico) che dopo 12 anni ha spinto Danilo Galati alla drastica decisione. Ci dispiace parecchio, soprattutto in un contesto, quello biancavillese, in cui già altre edicole sono state chiuse: ne rimangono adesso soltanto tre e, presto, potrebbero ridursi a due. Un contesto nel quale, peraltro, spicca l’assenza di una libreria. Un dato sociologico assai indicativo della realtà locale, avvolta nel buio culturale ed intellettuale con una classe dirigente che in ogni ambito (politico, ecclesiastico, scolastico, professionale…) non sente la necessità della lettura, mostrando apatia e indifferenza. Con rare e – ahinoi – insufficienti eccezioni.
La nostra casa editrice Nero su Bianco promuove, da Biancavilla e per Biancavilla, ricerche e progetti culturali nella concretezza di una produzione libraria di qualità. Ma non basta e renderci soddisfatti se ciò che ci circonda tende alla desertificazione.
Ecco perché l’ennesima chiusura di un’edicola a Biancavilla la riteniamo una pessima notizia. Un punto vendita di giornali che scompare significa non solo un punto di ritrovo in meno. Significa anche sottrarre alla comunità un luogo di riferimento culturale e un canale di diffusione di idee e informazione, necessarie alla formazione dell’opinione pubblica e alla vivacità della nostra asfissiata e affaticata democrazia.
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