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Il dramma di Gerardo Sangiorgio e l’incancellabile impronta dei lager

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di SALVATORE BORZI’

Il “Giorno della Memoria” è un severo monito della dignità profonda di ogni uomo. Valore da nessuna ideologia alienabile, tanto meno da una di disumana follia come quella nazista che, ertasi ad arbitro di chi deve vivere o morire, ha inteso cancellare il senso religioso dell’essere, stravolgendo l’ordine universale delle cose.

Nell’accecamento diffuso delle coscienze di quella generazione, alcuni si sono opposti alla persecuzione totalitaria – anche a prezzo di enormi sofferenze – come il biancavillese Gerardo Sangiorgio, fine letterato e poeta, uomo di giustizia di vita. Della sua tragica esperienza nei lager nazisti di Neubranderburg, e poi di Bonn e Duisdorf (patita per non aver voluto aderire alla R.S.I.), Biancavilla Oggi – sulla scorta della pubblicazione di una lettera scritta al fratello Francesco tre giorni dopo la caduta del fascismo – si è già occupata con un mio scritto (LEGGI QUI).

Mi piace qui ricordare Sangiorgio esaminando gli influssi della disumanizzante esperienza concentrazionaria sul suo universo letterario.

L’amore, letto nella sua poliedrica dimensionalità, è un topos visto come ciò che dà senso alla vita (nella lirica Ritorno uomo), come accettazione e donazione di sé all’altro in Così io t’amo. E’ pure riflesso del vero Amore (quello di Dio), fede incondizionata nei suoi segni (in Dio, mio tutto!), solidarietà fra gli uomini, realizzabile con una sola parola d’amore (in Tu dici che il mondo è cattivo), che fa sì che nessun uomo sia un’isola (in Altri ci subentrano). Sono certezze, a mio parere, di diretta derivazione da quella notte della storia. L’amore è, infatti, per Gerardo l’urgente e necessario bisogno di momenti di estasi, in antitesi all’assoluta negazione vissuta sulla propria pelle, corroborante in lui la fede, ancora di salvezza contro la disperazione.

Oltre alle poesie, degni di nota sono i saggi letterari, taluni davvero controcorrente per i tempi in cui apparvero, come quelli che sottolineano la religiosità di Baudelaire, la grandezza del crepuscolare Gozzano e un’apertura alla speranza nella Ginestra di Leopardi.

Il tema, infatti, per buona parte dei saggi, non è una scelta casuale, si leggano a tal proposito “Su il ‘Niccolò de’ Lapi’ di Massimo D’Azeglio” e “La rivoluzione francese del 1789”, saggio poco noto di Alessandro Manzoni.

Cominciamo dal primo, in cui Gerardo Sangiorgio, nell’immediato di quei tragici anni, scrive che il romanzo di D’Azeglio dimostra «il valore degli Italiani in tutti i tempi, anche in quelli più burrascosi, ed il loro perenne anelito a scuotersi dalle spalle il grave peso del servaggio» anche a prezzo di rinunce estreme, sintomatiche quelle del vecchio protagonista, lieto di offrire la vita dei suoi figli per la Patria, «nel lavacro di un’Idea che sublima il sacrificio». L’inciso «anche in quelli più burrascosi» sembra suggerito dal ricordo delle vicissitudini della patria e delle proprie, quando egli, a Parma, fu catturato dai nazisti nella notte tra l’8 e il 9 settembre del 1943 e condannato ai lavori forzati nei Lager in nome di alte Idee (sic!). La sua dignità di soldato e il rifiuto di prestare il suo sì alla nazifascista “repubblichina”, di cui egli scrive in due luoghi delle Memorie: descrivendo i momenti della cattura a Parma (dove rivendica con orgoglio che lui e i suoi compagni rinunciarono alla fuga «convinti che in quel momento la causa giusta, quella della lotta all’aggressore disumano e soverchiatore aveva bisogno di noi, per dare una nuova e onorevole svolta alle infauste tragiche vicende della nostra Patria»); in un altro luogo ricorda ancora con fierezza che alla proposta di barattare la prigionia con un sì alla Repubblica Sociale «noi dicemmo unanimemente NO!».

Nel citato saggio leopardiano, Salvatore S. Nigro vede l’icona dell’esempio morale di Gerardo Sangiorgio: la ginestra, piegata dai venti dello sterminator Vesevo, non soggiace inerte, ma resta ancorata alla terra, a testimoniare.

Ancora il ricordo delle definizioni manzoniane di «inutile strage», «momenti terribili», «atrocità», «orribile trionfo», «barbara gioia», relative a degli episodi della Rivoluzione francese, riecheggiano il lessico usato in molti luoghi delle Memorie, che sottolineano il carattere disumanizzante della detenzione: i prigionieri trasportati sui treni ai Lager sono «merce comune identificata solo da un numero», i vagoni «stipavano carne che già cessava di essere umana»; gli atroci patimenti portano all’«esproprio completo dell’umana personalità». Alla fine di questo saggio su Manzoni ricorda il citato Bonnemer, che salva da una morte atroce una bambina, rea di essere figlia di un ufficiale della guarnigione della Bastiglia, cacciandosi «tra quel branco di mostri, coll’impeto della pietà e dell’orrore», lo stesso con cui un prigioniero russo soccorre Gerardo, offrendogli, a rischio della vita, una sottilissima fetta di pane, come ricorda nelle Memorie e nella lirica Un pezzo di pane calpestato de La pietra polita del mare.

La stessa terribile esperienza detterà a Gerardo Sangiorgio, anni dopo, sentite parole in una memoria, ancora inedita, scritta per i suoi alunni nel giorno della Liberazione, con le quali mi piace concludere, in quanto ben sintetizzano il senso profondo della Giornata della Memoria:

«Noi delle vecchie generazioni ben lo sappiamo, noi a cui malauguratamente fu lasciata da quanti ci hanno preceduti una Patria sulla quale stagnava la pesante atmosfera della servitù. Ma noi questa Patria ora a voi la consegniamo olezzante dei fiori della libertà. Fiori di serra, fiori delicati, però, che hanno bisogno di tutte le vostre cure, e che si chiamano: liberi istituti, suffragio universale, partecipazione di tutti alla cosa pubblica, libertà di riunioni, libera parola, in breve, democrazia. Sono doni inestimabili. Che non abbiate la sciagura che vadano perduti! Difendeteli come la pupilla dei vostri occhi» contro quanti si battono per «un nazionalismo chiuso, esasperato, in ogni caso da subordinare ai valori più alti della comune umana civiltà: nella civiltà di cui è parte la mia patria, questa deve essere una forza viva, perché al di sopra della patria egoisticamente intesa – una patria che non tiene conto delle altre patrie – c’è una legge morale, una umanità, una civiltà».

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«Mio padre, Gerardo Sangiorgio, e la sua esperienza disumana nei lager»

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Imre Molnár, “La clessidra di Gerardo-Sangiorgio”, 2015

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Muri e pilastri divorati dalla ruspa: iniziata demolizione di una casa abusiva

Provvedimento della Procura di Catania per un grande fabbricato tra le vie Canada e Brasile

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Entrata in azione la ruspa incaricata di abbattere un immobile abusivo realizzato tra via Canada e via Brasile, nel centro abitato di Biancavilla. Un intervento – come anticipato da Biancavilla Oggi – eseguito in attuazione di un provvedimento della Procura della Repubblica di Catania.

Il fabbricato, costruito circa quindici anni fa, si presentava come una struttura su più livelli, mai completata e priva di rifiniture. Già dalle prime operazioni, il mezzo meccanico ha iniziato a sbriciolare pilastri e mura, segnando l’avvio concreto delle attività di demolizione.

L’intervento era stato pianificato nei dettagli nei giorni scorsi, a seguito di un coordinamento in sede di ordine pubblico, con l’obiettivo di garantire lo svolgimento delle operazioni in condizioni di sicurezza.

Sul posto è stato predisposto un dispositivo di sicurezza. Presenti carabinieri, polizia di Stato, guardia di finanza, polizia locale, polizia provinciale, corpo forestale e volontari della protezione civile. Una presenza finalizzata a prevenire eventuali criticità e assicurare il regolare andamento delle operazioni.

A differenza di precedenti interventi analoghi eseguiti in città negli anni passati, non si sono registrate particolari tensioni né problemi di ordine pubblico. Quella avviata oggi rappresenta l’ennesima azione di contrasto all’abusivismo edilizio sul territorio di Biancavilla, fenomeno che negli ultimi anni ha visto diversi interventi di demolizione, sia in centro urbano che nelle aree periferiche e a ridosso del Parco dell’Etna.

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Le ruspe di nuovo in azione: fissata la demolizione di un immobile abusivo

Forze dell’ordine mobilitate, dopo una riunione in Questura, per eseguire il provvedimento della Procura

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© Foto Biancavilla Oggi (Repertorio)

Tornano in azione le ruspe, a Biancavilla, contro immobili costruiti in modo illegale. Fissate per il 14 aprile le operazioni di demolizione di un fabbricato abusivo nella zona di via Canada e via Brasile, in pieno centro abitato. Si tratta di un immobile a più livelli, non ancora rifinito e non abitato. La decisione che scaturisce da un provvedimento della Procura di Catania. Definite in una riunione tenutasi in Questura le modalità operative con l’obiettivo di coordinare le attività e garantire condizioni di sicurezza.

Per queste ragioni, il comando della polizia locale ha già predisposto una modifica della viabilità attraverso un’ordinanza. Il comandante Vincenzo Lanaia ha predisposto la chiusura al transito veicolare, il divieto di sosta e la rimozione forzata dei mezzi in via Canada e via Brasile, nel tratto compreso tra via Finlandia e via Pisacane. Le restrizioni entreranno in vigore a partire dal 13 aprile 2026 e resteranno valide fino al completamento delle operazioni di demolizione. La limitazione della circolazione nell’area interessata ha lo scopo di assicurare l’ordine pubblico e consentire il regolare svolgimento dei lavori, evitando rischi per cittadini e operatori.

Sono state diverse, negli ultimi anni, le demolizioni di costruzioni abusive a Biancavilla, ricadenti soprattutto in zona Vigne o all’interno del perimetro del Parco dell’Etna. Le prime due, ricadenti in pieno centro abitato, risalgono al 2014. Nel giro di pochi giorni erano stati rasi al suolo un’intera casa in via Cellini e un garage in via Canada.

Due fatti che avevano creato forti tensioni e messo a dura prova le forze dell’ordine per mantenere la calma e consentire le ruspe di eseguire i provvedimenti dell’autorità giudiziaria. La demolizione più recente – dopo l’interruzione dovuta al periodo Covid – aveva riguardato una casa di contrada “Croce al vallone”. L’abbattimento era avvenuto nell’aprile 2024: esattamente due anni fa.

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