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Cultura

Gerardo Sangiorgio e i lager: ricordare vuol dire scegliere da che parte stare

La memoria non è esercizio sul passato, ma responsabilità nel presente per riconoscere certi segnali…

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Il 27 gennaio non è una data lontana. Non è un ricordo che appartiene solo ad altri luoghi, ad altre città, ad altre persone. È una giornata che interroga ogni comunità, anche quelle che non compaiono nei manuali di storia, quelle che si sono sempre pensate ai margini delle grandi tragedie del Novecento. Tra queste c’è Biancavilla.

Un nome, però, esiste. È quello di Gerardo Sangiorgio, biancavillese, soldato italiano, deportato nei lager nazisti dopo l’8 settembre 1943. Nelle sue Memorie di prigionia racconta la fine improvvisa di ogni illusione: la scelta imposta dai tedeschi tra il giuramento alla Repubblica di Salò e la deportazione. Scelse di non giurare. Scelse il lager.

Il lavoro forzato, la fame, la disumanità quotidiana, il corpo ridotto a scheletro. Sangiorgio si salvò per due coincidenze feroci e paradossali: prima il suo peso con 800 grammi in più rispetto ai 40 chili, limite sotto il quale la ferrea precisione dei Tedeschi aveva fissato l’inabilità al lavoro e quindi l’eliminazione. E poi, il giorno dopo, un bombardamento alleato che distrusse la fabbrica in cui era costretto a lavorare e gli diede la possibilità di fuggire. Le bombe che uccidevano, quella volta, gli salvarono la vita.

Ma fermarsi alla sua storia, per quanto drammatica, sarebbe comodo. Rassicurante. Trasformerebbe tutto in un episodio isolato, in una tragedia “altra”, subita da qualcuno, altrove. Il Giorno della Memoria, invece, chiede qualcosa di più difficile.

Ricordare la Shoah non significa solo ricostruire ciò che avvenne nei campi di sterminio. Significa interrogarsi su come fu possibile. E su quale fu il ruolo delle comunità, grandi e piccole. Anche di quelle che non videro mai un lager, che non ebbero una comunità ebraica visibile, che non furono teatro diretto della violenza.

Negli anni del fascismo, Biancavilla era parte integrante dello Stato italiano. Le leggi razziali del 1938 furono legge anche qui. Il razzismo non aveva bisogno di deportazioni per esistere: veniva insegnato, normalizzato, accettato. Entrava nelle scuole, negli uffici, nel linguaggio quotidiano. Anche dove non sembrava colpire nessuno in modo diretto.

La Shoah non fu solo il risultato della ferocia dei carnefici. Fu anche il prodotto dell’indifferenza. Di persone comuni, di paesi interi, che continuarono a vivere come se ciò che stava accadendo non li riguardasse. Questo è il punto più scomodo della memoria: riconoscere che il silenzio, molto spesso, è una forma di complicità.

Il 27 gennaio a Biancavilla – come altrove – significa allora ammettere che la Storia non accade solo nei luoghi simbolo, ma attraversa anche le periferie, i piccoli centri, le comunità apparentemente lontane. Significa riconoscere che nessun luogo è davvero estraneo quando vengono negate dignità e diritti a degli esseri umani.

La memoria non è un esercizio sul passato. È una responsabilità nel presente. Serve a riconoscere i segnali dell’odio, del linguaggio violento, della discriminazione, prima che diventino normalità. Il Giorno della Memoria riguarda anche Biancavilla.  Proprio perché la memoria serve a rendere visibile ciò che spesso resta invisibile. Ricordare, in fondo, significa scegliere da che parte stare. Oggi.

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Chiesa

Una tela pasquale nella chiesa dell’Idria fra tradizione e simbolismo cristiano

L’opera pittorica è stata realizzata da Alfredo Sergi e Francesca Crispi grazie ad una donatrice

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Nella parrocchia “Santa Maria dell’Idria” di Biancavilla, gli artisti Alfredo Sergi e Francesca Crispi hanno realizzato una suggestiva tela pasquale che unisce tradizione, simbolismo cristiano e profonda ispirazione biblica. La tela, destinata ad accompagnare l’ultimo periodo della Quaresima, rappresenta la Croce di Cristo circondata da angeli e simboli della Passione, richiamando il significato teologico della redenzione e della speranza.

«Sono lieto – sottolinea il parroco, don Giovambattista Zappalà – che una signora abbia voluto donare la creazione questa tela, che finora la parrocchia dell’Idria non possedeva, e soprattutto sono soddisfatto che a realizzare il dipinto siano stati due giovani della nostra parrocchia».

La tela raffigura al centro una grande croce lignea che si staglia tra le nubi luminose, sostenuta e circondata da figure angeliche. In alto compare la scritta INRI, abbreviazione di Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, la stessa iscrizione posta sulla croce di Gesù secondo il racconto del Vangelo. Accanto alla croce si notano elementi fortemente simbolici: un angelo mostra la corona di spine, mentre altri angeli sorreggono il lenzuolo funerario che ha avvolto il corpo di Gesù. Nella parte inferiore dell’opera appare la scritta Ave Crux Spes Unica, espressione latina che significa Ave croce unica speranza. Frase tratta da un antico inno liturgico, nel quale la Croce viene indicata come strumento di salvezza dell’umanità.

Stile antico, sensibilità moderna

«Una grande emozione per me aver realizzato questa tela, dipingere la croce gloriosa di Cristo mi ha fortificato nella fede e sul piano professionale», afferma Sergi. «Un’esperienza che arricchisce dal punto di vista umano e professionale», aggiunge Crispi.

La croce non è solo simbolo di sofferenza, ma soprattutto segno di salvezza e vittoria sulla morte, tema centrale della Pasqua. L’opera si inserisce nella tradizione delle tele pasquali, presenti già in qualche chiesa biancavillese, dove l’arte diventa strumento di catechesi e preghiera. Attraverso questa rappresentazione, i due artisti hanno voluto riprendere lo stile delle antiche pitture sacre, mantenendo però una sensibilità moderna, capace di trasmettere ancora oggi il messaggio evangelico.

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Cultura

«L’ospedale di comunità di Biancavilla si intitoli al prevosto Benedetto Portale»

La proposta, a firma del farmacista Salvatore Cantarella, è indirizzata ai vertici dell’azienda sanitaria

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Una richiesta formale, avanzata all’Asp di Catania, per intitolare l’ospedale di comunità di Biancavilla al prevosto Benedetto Portale. L’istanza, a firma del farmacista Salvatore Cantarella, è indirizzata al direttore generale dell’azienda sanitaria, Giuseppe Laganga Senzio, al direttore sanitario Gianfranco Di Fede e al direttore amministrativo Tamara Civello.

Come annunciato dal sindaco Antonio Bonanno, l’inaugurazione della struttura sanitaria, avverrà ad aprile. Una nuova realtà ospitata nel primo padiglione dello storico ospedale “Maria Santissima Addolorata” (il cosiddetto “ospedale vecchio”). Cantarella, nella sua missiva resa nota in questi giorni ma inoltrata lo scorso ottobre, propone l’intitolazione al sacerdote perché a lui si deve proprio la nascita del presidio ospedaliero biancavillese.

«Il canonico Portale – scrive Cantarella – con alto spirito filantropico fece nascere a Biancavilla l’ospedale che intitolò a Maria Santissima Addolorata e al quale era particolarmente devoto». Nella lettera si ricorda come il sacerdote, con risorse proprie e attraverso trattative private, riuscì a trasformare in pochi anni un piccolo lazzaretto in una vera struttura ospedaliera.

Il valore della memoria

Benedetto Portale (1867-1943) ebbe l’ordinazione sacerdotale nel 1892 e divenne prevosto della Collegiata nel 1934. La realizzazione di un ospedale per il proprio paese ebbe l’obiettivo di garantire il diritto alla salute dei cittadini, soprattutto di chi non poteva permettersi cure a pagamento. La struttura disponeva di ampie sale con 48 posti letto, sale operatorie, locali di servizio e una cappella. La costituzione del nosocomio, con atto notarile, è datata 13 gennaio 1930.

Cantarella evidenzia anche il legame personale con il prevosto: «Il canonico Portale è mio antenato, in quanto zio di mio nonno, il notaio Salvatore Portale, e prozio di mia madre Francesca Portale».

«Ricordo quando ero ancora bambino e poi ragazzino che – scrive ancora il farmacista – ogni anno, per la Commemorazione dei Defunti, nella Cappella cimiteriale gentilizia intestata al Dottor Antonino Portal dove riposano le sue spoglie mortali, veniva deposto un cuscino di fiori con una striscia viola in cui era scritto “L’Ospedale riconoscente”.

«Non dovremmo mai dimenticare chi ci ha fatto del bene», sottolinea Cantarella nella lettera all’Asp, riportando ai massimi dirigenti l’articolo pubblicato da Biancavilla Oggi a firma di Filadelfio Grasso nel marzo 2025: «Sfregio al prete che fondò l’ospedale: la sua statua “divorata” dalle sterpaglie. Lasciato all’incuria il monumento del prevosto Benedetto Portale, “aristocratico” dalla vocazione sociale».

Nella stessa istanza, il farmacista chiede all’Asp di valutare anche l’installazione di un faretto con accensione crepuscolare ai piedi del pilastro marmoreo che sorregge il mezzobusto di Portale, così da renderlo visibile anche nelle ore serali e notturne.

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