Connect with us

Cultura

Matrimoni antichi a Biancavilla: atti, formule ed espressioni del 1599

Promessi sposi: sfogliamo e leggiamo il “Quinterno delli matrimoni della Matrici Ecclesia”

Published

on

Scriveva lo storico Carlo Albero Garufi (Ricerche sugli usi nuziali nel Medio Evo in Sicilia, 1897) che «S’ebbe quindi nel Medio Evo legame perfetto nel matrimonio, allorquando si compievano i tre atti: iurari, nguaggiari (ch’era il matrimonio propriamente detto) e spusari […]». Il primo atto (iurari) era il giuramento di contrarre le nozze, il secondo (nguaggiari) era lo scambio d’anelli, quindi matrimonio effettivo secondo il rito greco, il terzo, infine, il ringraziamento dopo il matrimonio, «per avere un legame perfetto», aggiunge Garufi.

Se pensiamo a Biancavilla, di questi tre momenti, scanditi da tre cerimonie distinte, ritroviamo le tracce nel Quinterno delli matrimoni della Matrici Ecclesia della terra di Biancavilla, iniziato il primo gennaio del 1599. Parliamo solo di tracce, a ben vedere, in quanto, nel frattempo, era intervenuto il Concilio di Trento che aveva dettato nuove regole, rispetto a quelle del diritto canonico medievale, e tentato di mettere ordine tra riti matrimoniali di tipo greco, latino, ebraico, germanico e normanno.

Analizziamo, a mo’ d’esempio, il primo atto che risale al 17 gennaio 1599 (nella nostra trascrizione, per comodità del lettore, abbiamo sciolto i compendi, ripristinato, ove necessario, le maiuscole, e inserito la punteggiatura):

Die 17 januarij 12a Indictionis 1599

Perché s’ha da qontraire un matrimonio infra mastro Mariano Xiretta, figlio dellj quondam Bartolomeo et Mariana Xiretta della terra di Tripi, ed Agatucza di Missina, figlia dellj quondam mastro Petro et Venecia di Missina.

In questo atto, i due fidanzati, Mariano Xiretta (= Sciretta) e Agatucza (= Agatuzza) di Missina, stabiliscono concordemente di unirsi in matrimonio: qontraire un matrimonio. Nella lessicografia settecentesca troviamo il verbo cuntrairi “stabilire concordevolmente”, chiosa il Pasqualino, e l’espressione cuntrairi li sponsali “contrar matrimonio”.

Sette mesi dopo, il 9 agosto, c’è la celebrazione vera e propria del matrimonio:

Die IX augustj 12a Indictionis 1599

Io, Don Joseppi di Rocco, cappellano della matricj ecclesia nella terra di Biancavilla, ho spusato allj Supra ditt,i nella ditta matricj ecclesia, presenti Micelj Sportaro et Geronimo Tempera.

Un cambiamento di rito, o almeno di lessico, è intervenuto alla fine dello stesso mese, quando il parroco, Joseppi di Rocco, viene sostituito da un altro cappellano. La prima parte del rito rimane uguale:

die 28 augusti 12a Indictionis 1599

Perché s’ha da qontraire un matrimonio infra Cola Caruso, figlio di Domi›nico et Domi›nica Caruso della qittà di Misterj Bianco con Venecia Ambropassa, figlia di Pasqualj et Antonina Ambropasso della terra di Brontj.

Nella seconda, del 13 settembre, troviamo un altro verbo:

Die 13 Septembris XIIa Jndictionis 1599

Jo, Don Francisco Scrophana, Cappellano di la Matri ecclesia di questa terra di Biancavalla, ho giurato alli sopradetti nella ditta matri ecclesia, presenti Dominico di Anilj et Blasj Larosa.

Come è evidente, il verbo giurare non ha qui il significato del «giuramento di contrarre le nozze», ma quello di “unire in matrimonio”, in riferimento al cappellano che officia il rito. La lessicografia registra il verbo iuràrisi nel significato antiquato di “sposarsi”; ad Adrano aveva quello, preconciliare, di “celebrare il matrimonio civile pochi giorni prima di quello religioso”. Lo stesso concetto a Biancavilla si esprimeva, invece, con diri u sissignuri, lett. “dire il sì, signore”, riferito all’ufficiale dell’anagrafe del comune.

Ancora un cambiamento nel formulario rituale si registra a pochi mesi di distanza: mentre fino a quel periodo si registravano due momenti, quello della reciproca promessa di matrimonio (contraire un matrimonio) e quello successivo del matrimonio vero e proprio (spusare, giurare), celebrato a distanza di almeno due settimane, adesso troviamo un’unica registrazione per due riti probabilmente distinti:

Io, Don Francisco Scrophana, cappellano di questa terra di Biancavilla, ho guagiato et spusato ad Jacopo Chufalo, figlio di Iuseppi et Caterina di Montalbano, con Diana, figlia di Juanni Hirmana, di la terra di Catania, fatti prima li tri soliti bandi, conforme al Sacro Concilio Tridentino, et questa fu in presentia di Masj Furnari, Vincenso Ricupro et altri testimoni di detta terra – f.s.

Con questa formula il prete pronunciava due dei tre atti costitutivi del matrimonio, cioè lo scambio degli anelli e il ringraziamento dopo il matrimonio: u nguaggiatu e u spusatu erano due atti giuridici passati al diritto consuetudinario.

La formula si presenta anche con varianti, sia dello stesso cappellano e poi vicario, Scrophana, del tipo ho guagiato spusato a/ad, ho guagiato a/ad …, sia di altri cappellani (e.g. don Petro Raccuia, don Francisco Siriano), come inguagiai ad …, ho inguagiato a/ad …, ho inguagiato et spusato a/ad. Si potrebbe aggiungere che il vicario usa sempre il verbo «ho guagiato», mentre negli altri cappellani sono presenti le varianti «inguagiai» e «ho inguagiato».

Per quanto riguarda «li tri soliti bandi», si deve osservare che, in applicazione dei dettati dei Concilio di Trento, era fondamentale la pubblicità dell’evento nelle parrocchie di provenienza dei promessi sposi per le tre domeniche che precedevano la cerimonia, per far sì che il parroco potesse essere informato per tempo di eventuali problemi ostativi e prevenire situazioni irregolari, come la bigamia o il matrimonio fra consanguinei.

Sul piano formale sia guagiare che inguagiare rappresentano due diversi modi di italianizzare il sic. nguaggiàri, documentato fin dal XIV sec. (1348 nella forma inguayari) col significato di “mettere l’anello al dito” e poi, estensivamente, “prendere moglie”, “sposarsi”. In riferimento al prete che officia il rito, come abbiamo detto, nguaggiàri significa “celebrare il matrimonio”. Ancora più antichi sono i derivati (1327-1337) inguaiatura “promessa” e inguaiata “promessa sposa”. A Paternò è registrato il riflessivo reciproco nguaiàrisi “sposarsi” che, sotto l’influsso dell’omonimo nguaiàrisi “inguaiarsi, mettersi nei guai”, significa anche “rovinarsi con un cattivo matrimonio”.

Dal verbo deriva il nome nguàggiu che anticamente significava “matrimonio, come rito e cerimonia con cui si festeggia”; c’erano dunque localmente âneḍḍu di nguàggiu “l’anello nuziale”, la vesta di lu nguàggiu “l’abito indossato dalla sposa nel giorno delle nozze”; e si diceva iri ô nguàggiu “andare ad una festa nuziale”.

Per quanto riguarda l’etimo della parola, il nostro verbo, assieme alla var. ngaggiàri, è un prestito dal francese antico engagier “dare (in pegno) la propria parola” e “promettere in matrimonio”. Alla base del verbo francese c’è la parola gage “pegno”, a sua volta dal francone (una lingua germanica) *wadi “id.” che era un termine del diritto dei Franchi, da cui il latino medievale inguadiare “dare garanzia”.

La forma del francese antico si trova anche come base dell’italiano ingaggiare e del sic. ngaggiàri “assumere alle proprie dipendenze”, ma questa è un’altra storia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Cultura

La notte dei presagi: così san Giovanni “entrava” nelle case dei biancavillesi

Gesti, preghiere e rituali fatti in famiglia per una delle tradizioni più affascinanti: la ricorrenza del 24 giugno

Published

on

Elaborazione AI: Biancavilla Oggi / ChatGPT

Nella notte di San Giovanni, a Biancavilla, dentro le case si compivano gesti antichi: una preghiera recitata sottovoce, della cera che cadeva in un recipiente con l’acqua e si trasformava in misteriose figure… Era una delle tradizioni più affascinanti legate alla festa celebrata il 24 giugno, che solo qualche anziano ricorda ancora.

La Chiesa attribuisce un’importanza particolare a San Giovanni Battista, Precursore di Cristo, che di lui disse: «Egli deve crescere e io diminuire». Nella tradizione cristiana, queste parole trovano un suggestivo richiamo anche nel corso del sole. La nascita del Battista viene celebrata infatti nei giorni dopo il solstizio d’estate, quando le giornate hanno raggiunto la loro massima durata e cominciano lentamente ad accorciarsi. Al contrario, il Natale cade subito dopo il solstizio d’inverno, quando la luce torna gradualmente a crescere. Come il sole diminuisce dopo la festa di San Giovanni e aumenta dopo quella di Cristo, così il Battista si ritira simbolicamente perché possa manifestarsi pienamente il Signore.

I cumpari di san Giuvanni

In tutta la Sicilia il Battista era invocato contro diverse malattie. Dopo il terremoto del 1693 molti paesi lo elessero a proprio patrono. A Biancavilla la devozione verso San Giovanni faceva parte di quella religiosità domestica, semplice e spontanea, che per secoli ha accompagnato la quotidianità delle famiglie. E che non si esprimeva soltanto nelle chiese ma anche nei cortili e tra le mura di casa, intrecciandosi con i timori, le speranze e le necessità concrete della vita. Il suo nome era legato soprattutto a un istituto sociale fondamentale: il comparatico.

I padrini e le madrine di battesimo dei figli diventavano infatti “cumpari di San Giuvanni”. Quel legame era considerato sacro e destinato a durare per tutta la vita. Tra compari si instaurava un rapporto di reciproca assistenza, solidarietà e fiducia che spesso risultava persino più forte dei legami di sangue. In una società contadina dove non esisteva assistenza sociale o altre forme di tutela pubblica, il comparatico rappresentava una vera rete di sostegno. La scelta di un padrino o di una madrina per il proprio figlio non era casuale: significava scegliere una persona sulla quale poter contare nei momenti difficili. Dietro questa tradizione emerge una fitta trama di relazioni che rafforzava la coesione della comunità e offriva sicurezza.

L’aura di san Giovanni

Quando per la famiglia si avvicinava una decisione importante — un matrimonio, l’acquisto di una casa, una partenza, un investimento – o quando incombeva una malattia grave, si ricorreva a un rituale tanto semplice quanto suggestivo. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno, si accendeva una candela e si recitava una preghiera. Quando la cera iniziava a sciogliersi, la si lasciava cadere in un recipiente pieno d’acqua. A contatto con il liquido si solidificava rapidamente creando forme imprevedibili. Quelle immagini venivano poi interpretate come possibili indicazioni sul futuro.

Più che una pratica divinatoria nel senso moderno del termine, era un modo per affrontare l’incertezza. Oggi siamo abituati a cercare risposte nei dati, nelle statistiche o nelle consulenze specialistiche. I nostri nonni, invece, affidavano le proprie inquietudini a simboli, preghiere e rituali.

L’antropologia insegna che ogni società sviluppa strumenti per confrontarsi con ciò che non può controllare. Nelle campagne siciliane di un tempo il futuro era spesso fragile e imprevedibile: bastava una cattiva annata agricola, una malattia o un viaggio per cambiare il destino di un’intera famiglia.

Emblematico è il ricordo tramandato dal signor Carmelo C., un biancavillese. Suo padre raccontava che la nonna interrogava San Giovanni ogni volta che in famiglia si presentava una scelta importante. In una di queste occasioni un giovane parente decise di partire per le Americhe in cerca di fortuna.

Dopo la partenza, la famiglia eseguì il rituale della cera. Le forme che apparvero furono interpretate come presagi inquietanti: una testa di donna, una spada, un teschio. Per settimane l’angoscia accompagnò l’attesa delle notizie provenienti dall’altra parte dell’oceano. Solo molto tempo dopo si seppe che il giovane emigrato era rimasto gravemente ferito in seguito a una lite per motivi passionali. Fortunatamente si era salvato e, insieme alle lettere, inviò fotografie che rassicurarono definitivamente i suoi familiari.

Che si creda o meno alla capacità profetica di quei segni, il racconto restituisce il clima emotivo di un’epoca in cui la distanza e il silenzio rendevano ogni partenza un salto nell’ignoto.

Un brutto sogno? Affidamento a san Giovanni

Quando un brutto sogno turbava il risveglio, ci si affidava all’intercessione del Battista affinché il male venisse trasformato in bene. Le parole di una preghiera popolare conservano ancora oggi tutta la loro forza evocativa:

«Cchi malu sonnu ca mi ‘nzunnai,

a san Giuvanni cci ‘u cuntai.

San Giuvanni cci ‘u cuntau a Cristu:

cchi bellu sonnu ca è chistu».

Era una forma di rassicurazione. Attraverso l’orazione, la paura perdeva parte del suo potere e l’angoscia lasciava spazio alla speranza.

L’acqua di san Giovanni

La vigilia di San Giovanni era inoltre associata a un’altra tradizione oggi quasi scomparsa, ma un tempo molto diffusa tra i biancavillesi: la preparazione dell’acqua di San Giovanni.

La sera del 23 giugno si riempiva una bacinella con acqua limpida e vi si lasciavano galleggiare petali di rose, margherite e altri fiori di campo appena raccolti. Spesso si aggiungevano anche alcune erbe considerate benefiche, come il rosmarino, la menta, la malva o l’iperico.

La bacinella veniva lasciata all’aperto per tutta la notte, per assorbire la rugiada e la frescura delle ore notturne. Al sorgere del sole, l’acqua era considerata benedetta dalla natura e dal Santo. Ci si lavava il viso, accompagnando il gesto con una preghiera. Secondo la credenza popolare, essa aveva il potere di allontanare le negatività, proteggere dalle malattie e favorire il benessere durante l’anno.

Dietro questa usanza si intravede l’incontro tra tradizione cristiana e antichi riti stagionali legati al solstizio d’estate. L’acqua, elemento centrale nella missione di Giovanni Battista che battezzò Gesù nel Giordano, diventava simbolo di purificazione e di rinnovamento. Ma al tempo stesso richiamava quei gesti ancestrali con cui le comunità contadine salutavano il culmine della primavera e l’ingresso nella stagione estiva, affidando alla natura il desiderio di salute, prosperità e protezione.

Anche in questo caso il significato più profondo del rito andava oltre la semplice credenza. Lavarsi con l’acqua di San Giovanni significava iniziare una nuova giornata – e simbolicamente una nuova stagione della vita – lasciandosi alle spalle preoccupazioni, malanni e cattivi pensieri. Un gesto che trasformava la fede in esperienza concreta e ricordava come il sacro fosse intimamente intrecciato ai ritmi della natura.

L’erba di san Giovanni

La notte di San Giovanni era legata anche alla natura e ai suoi doni. Tra le erbe raccolte in quei giorni occupava un posto speciale l’iperico, conosciuto come “Erva di San Giuvanni”. Considerato una pianta benefica, cresceva spontaneo nelle campagne. Con esso si preparavano decotti e rimedi popolari utilizzati contro diversi disturbi; le foglie trovavano impiego anche per favorire la cicatrizzazione delle ferite.

Il rosolio di san Giovanni

Il 24 giugno era anche il giorno di un’altra tradizione: la preparazione del rosolio nocino. Le massaie attendevano quella data con attenzione e chiedevano ai mariti di portare dalla campagna delle noci ancora acerbe. Queste poi venivano tagliate e sistemate nei buttigghiuna di vetro insieme a zucchero, alcool e vino. Poi iniziava l’attesa. I recipienti si deponevano in luoghi freschi, al riparo dalla luce per quaranta giorni. Il tempo compiva la sua opera, trasformando ingredienti semplici in un liquore dal sapore caratteristico. Il rosolio avrebbe trovato posto nelle occasioni più liete della vita familiare: durante le visite importanti, nei ricevimenti domestici, nelle feste e nelle ricorrenze.

San Giovanni, festa con radici contadine

La festa di San Giovanni, profondamente legata alla cultura contadina era un momento in cui natura, famiglia, lavoro e fede si incontravano. Raccolta delle erbe, preparazione del liquore, preghiere e rituali domestici erano tasselli di una stessa visione del mondo.

Oggi molte di queste tradizioni sopravvivono soltanto nei racconti degli anziani. La modernità ha cambiato il modo di vivere la religiosità, le relazioni sociali e persino il rapporto con il tempo. Eppure il bisogno che alimentava quei gesti non è scomparso. Anche l’uomo contemporaneo continua a interrogarsi sul futuro, a cercare rassicurazioni nei momenti difficili, a costruire legami di fiducia e a custodire piccoli riti personali che lo aiutino ad affrontare l’incertezza. Forse è per questo che la memoria della notte di San Giovanni continua a esercitare il suo fascino. Dietro una candela accesa, una preghiera sussurrata, un mazzetto di erbe raccolte, si nasconde qualcosa che appartiene a ogni epoca: il desiderio umano di dare significato al tempo, agli affetti e al mistero della vita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Continue Reading

Cultura

Placido Nicolosi e la cartolina dal fronte di guerra ritrovata dopo oltre un secolo

La comunicazione, datata 24 febbraio 1918, indirizzata a padre Placido Caselli presso il Piccolo Seminario

Published

on

© Foto Biancavilla Oggi

La storia, a volte, sceglie strade imprevedibili per tornare a parlarci. Non emerge necessariamente dallo scaffale di un archivio o dalle pagine di un vecchio registro. Talvolta riaffiora da un oggetto dimenticato, sopravvissuto al tempo quasi per caso. È quanto accaduto con una cartolina postale, che abbiamo ritrovato dopo oltre cento anni in un mercatino antiquario. La comunicazione postale fu spedita nel 1918 da un giovane biancavillese. Da quel documento, Biancavilla Oggi inizia un viaggio nella memoria della Grande Guerra e dei religiosi del nostro paese chiamati alle armi.

La cartolina reca una data precisa: 24 febbraio 1918. Il mittente è il chierico biancavillese Placido Nicolosi. Il destinatario è il reverendo canonico Placido Caselli, rettore del Piccolo Seminario di Biancavilla. Poche righe: «Ho fatto buon viaggio sorpassando ogni pericolo di terra e di mare». Eppure sufficienti per aprire uno squarcio su una vicenda che, per oltre un secolo, era rimasta silenziosa. La cartolina fu scritta dall’Ospedaletto da Campo 122, in Zona di Guerra. Non viene specificato altro per una precauzione imposta dalla censura militare, che vietava ai soldati di fornire informazioni utili al nemico sulla posizione dei reparti.

Assegnazione all’Ospedaletto da campo

L’Ospedaletto da Campo n. 122 è stato un’unità mobile sanitaria del Regio Esercito durante la Prima Guerra Mondiale, alle dipendenze della 9ª Compagnia di Sanità di Roma. Era strutturato per una cinquantina di posti letto ed è stato operativo dal maggio 1915 fino a dopo la ritirata di Caporetto. La struttura seguiva gli spostamenti delle truppe sul fronte montano, offrendo cure essenziali e smistando i feriti. Dismesso dopo il 24 ottobre del 1917, probabilmente fu ricostituito agli inizi dell’anno successivo. Gli ospedaletti da campo, dislocati nelle retrovie del fronte, gestivano i feriti lievi e quelli gravi ma trasportabili, garantendo la degenza più breve possibile prima di inviare i soldati negli ospedali principali o territoriali. Erano allestiti in strutture preesistenti, baracche o, se necessario, in grandi tende da campo.

Come migliaia di altri seminaristi italiani mobilitati durante il conflitto, anche Placido Nicolosi era stato richiamato alle armi. Assegnato all’ospedaletto da campo, non sappiamo con precisione quale fosse il suo incarico in quel delicatissimo “inverno della riscossa”. I chierici non ancora ordinati sacerdoti, infatti, venivano frequentemente destinati ai servizi sanitari dell’esercito, dove svolgevano mansioni di assistenza, supporto logistico o amministrativo accanto al personale medico e religioso, o operando come infermieri, barellieri o furieri. In questi presidi sanitari i chierici svolgevano un doppio compito fondamentale: assistevano i medici nelle cure fisiche e offrivano supporto morale e religioso ai feriti, spesso collaborando direttamente con il Cappellano Militare titolare della struttura.

«Sorpassato ogni pericolo di terra e di mare»

Le prime parole del giovane chierico colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza: «Ieri sera, 23, sono arrivato all’ospedaletto, ho fatto buon viaggio sorpassando ogni pericolo di terra e di mare». Dietro quella frase si intravede il lungo viaggio di un seminarista siciliano verso il Nord Italia, nel pieno del conflitto. Nicolosi era partito dal suo mondo fatto di studio, preghiera e vita comunitaria per raggiungere una realtà completamente diversa, segnata dall’emergenza della guerra.

Placido Nicolosi non parla di combattimenti, di feriti o di paura. Parla del suo Seminario. Chiede notizie dei compagni rimasti a Biancavilla. Di un suo compagno di Belpasso costretto a letto. Si informa perfino sulle questioni organizzative dell’istituto e sulla scelta di un nuovo prefetto. Emerge nelle righe la profonda stima e l’attaccamento nei confronti del rettore, il reverendo don Placido Caselli, che sicuramente anni prima lo aveva accolto in seminario come i tanti altri ragazzi di Biancavilla e dei paesi vicini che qui studiavano, vivevano la loro vita preparandosi al sacerdozio.

La distanza tra il fronte e Biancavilla

Leggendo quelle righe si ha quasi l’impressione che la distanza tra il fronte e il suo paese non esista. Nel suo profilo si può cogliere un tratto comune a molti giovani della sua generazione. Di fronte all’incertezza della guerra, Nicolosi sembra cercare stabilità nei riferimenti più familiari: il seminario, gli amici, le figure educative che avevano accompagnato la sua crescita. Più che l’eroismo o l’avventura, dalle sue parole emerge il bisogno di conservare un senso di continuità con la vita precedente, quasi a difendere la propria identità dalle profonde trasformazioni imposte dal conflitto.

Come molti giovani della sua generazione, anche lui si trovava improvvisamente catapultato in un mondo nuovo e incerto, ma continuava a mantenere vivo il legame con la comunità nella quale era cresciuto. Non racconta la guerra delle grandi offensive o dei bollettini militari. Racconta la guerra vista dagli occhi di un giovane biancavillese che, appena arrivato in zona operativa, sente il bisogno di scrivere a casa e di avere notizie della propria famiglia spirituale.

Dal fronte alla chiesa madre

Terminato il conflitto, Placido Nicolosi tornò alla sua vocazione. Completò gli studi teologici e venne ordinato sacerdote il 10 giugno 1922 dal vescovo Emilio Ferrais. Nel 1929 fu nominato vicario cooperatore presso la Chiesa dell’Idria dove era rettore l’amato padre Caselli. Ottimo musicista, fu organista in Chiesa Madre e direttore del coro. A lui si debbono innumerevoli trascrizioni di canti e musiche per organo oggi conservati negli archivi della Chiesa Madre, dell’Idria e dell’Annunziata. Dal 1947 fu rettore della chiesa di Gesù e Maria. In tutti i suoi anni di sacerdozio fu legato al Piccolo Seminario dove si era formato e dove ricoprì, in seguito, l’incarico di insegnante. Morì per angina pectoris il 31 luglio del 1950, al termine di una faticosa giornata di lavoro in chiesa.

Quella cartolina ritrovata rappresenta oggi una delle rare testimonianze dirette del suo passaggio attraverso la Grande Guerra. Ma la nostra ricerca non si è fermata a lui. Seguendo le tracce lasciate da questo giovane chierico, abbiamo voluto cercare altre storie dimenticate. Come quella di un altro sacerdote biancavillese che, richiamato alle armi, prestò servizio nella Sanità Militare e chiese persino di essere nominato cappellano militare. Una richiesta che, sorprendentemente, non venne accolta. La sua vicenda sarà al centro della prossima puntata di questa ricerca dedicata ai preti-soldato di Biancavilla.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Continue Reading
Advertisement

Solo su Biancavilla Oggi

Per la tua pubblicità
su Biancavilla Oggi
Logo Biancavilla Oggi
WhatsApp 095.2935230
info@biancavillaoggi.it

I più letti

Registrazione al Tribunale di Catania n. 25/2016
PROPRIETARIO e EDITORE
Associazione Nero su Bianco ETS
Iscrizione al RUNTS n. 2305 del 23.6.2026
Iscrizione al ROC n. 36315 del 16.3.2021
Direttore responsabile: VITTORIO FIORENZA

━━━━━
Nel rispetto dei lettori e a garanzia della propria indipendenza, "Biancavilla Oggi" non chiede e rifiuta finanziamenti, contributi, sponsorizzazioni, patrocini onerosi da parte del Comune di Biancavilla, di forze politiche e di soggetti locali con ruoli istituzionali o ad essi riconducibili.
━━━━━