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Cultura

A Biancavilla nasce una casa editrice: «Antidoto contro la decadenza»

“Nero su Bianco”. Dall’esperienza di Biancavilla Oggi, una proposta culturale dedicata alle realtà locali

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A Biancavilla nasce una casa editrice: “Nero su Bianco”. Espressione che vuole sottolineare una garanzia di impegno, che resti “scritta”, sia duratura, vada oltre lo scorrere del tempo. Non ce n’era mai stata una, non era mai accaduto. Tra la folla di (spesso improvvisati) scrittori, poeti e saggisti locali che hanno dato alle stampe i propri volumi, quasi tutti hanno pubblicato senza crismi editoriali. Pagine e pagine stampate fuori dalla “cittadinanza” dell’editoria ufficiale e riconosciuta.

“Nero su Bianco” ha i crediti formali per potersi proporre ad un pubblico di nicchia, ma con gli strumenti e le capacità di essere presente in un panorama editoriale globale, in continua evoluzione.

Di fatto, “Nero su Bianco” è attiva da anni, essendo l’editore di Biancavilla Oggi. D’ora in poi, però, percorrerà pure la via dell’editoria tradizionale con un raggio di interesse che è quello della territorialità, dell’identità culturale e della memoria storica. Tre pilastri portanti su cui si regge il progetto di “Nero su Bianco”, che nasce a Biancavilla ma si proietta nel più ampio contesto siciliano.

«Un atto d’amore per Biancavilla»

La fondazione si deve a Vittorio Fiorenza, direttore di Biancavilla Oggi, e al gruppo che anima ormai dal 2014 il quotidiano online più seguito ed apprezzato dai biancavillesi.

«Riteniamo ci sia spazio –sostiene Vittorio Fiorenza– per una piccola editoria indipendente, attenta e dedicata alle realtà locali del contesto siciliano. Ecco perché parte questo nostro progetto che, generato dall’esperienza di Biancavilla Oggi, vuole adesso affrontare la sfida della carta stampata, con un approccio moderno ed innovativo».

Già nei prossimi giorni sarà resa nota la prima pubblicazione, dedicata a Biancavilla, sintesi perfetta di ciò che vuole essere la casa editrice. E per la scelta dell’argomento e dell’autore non poteva esserci esordio migliore. Una pubblicazione resa possibile grazie a risorse nostre, senza un centesimo di contributi pubblici e tanto meno -lo specifichiamo con vanto e orgoglio- del Comune di Biancavilla. Una sfida coraggiosa in un contesto locale caratterizzato dall’assenza di guide, idee e capacità.

«Il nostro vuole essere un piccolo ma appassionato atto d’amore –sottolinea Fiorenza– rivolto a Biancavilla (e alla Sicilia) con l’unico antidoto possibile – quello della Cultura – contro i veleni della mediocrità e della decadenza».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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1 Commento

1 Commento

  1. sabino

    22 Gennaio 2018 at 8:49

    buongiorno,
    finalmente ci voleva, d’ ora in poi sarà bello far confluire tutti gli “scrittori” anonimi presenti nel nostro territori magari per valorizzarli o renderli partecipi al vostro progetto.
    Magari l’ utilizzo di un contest o concorso di poesie a cadenza annuale, chissà.

    Speriamo bene!!!

    Buona fortuna!!!

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Cultura

Ecco perché a Biancavilla (e in Sicilia) il “parvenu” diventa “viddanu rripuddutu”

Dal latino “germogliare”: l’uso da Nino Martoglio fino ad Ottavio Cappellani e a Carmen Consoli

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Nelle gerarchie sociali un posto particolare è occupato dal parvenu, cioè, secondo la definizione dei dizionari, una «persona arricchita rapidamente, che, pur affettando presuntuosamente una certa distinzione, conserva almeno in parte i modi e la mentalità della condizione sociale precedente». In italiano si potrebbe chiamare arricchito o neoricco, ma evidentemente questi sinonimi non rendono giustizia al significato del francesismo parvenu.

In siciliano e a Biancavilla in particolare c’è invece un sinonimo perfetto che assomma su di sé tutte le nuances, le sfumature del parvenu. Si tratta di rripuḍḍutu, spesso usato nella locuzione viḍḍanu rripuḍḍutu, cioè una persona che si è arricchita rapidamente e che da un giorno all’altro ha cambiato la propria condizione economica e il proprio status sociale, ma lasciando trasparire nei comportamenti, nel modo di parlare, di vestire ecc. la condizione e la posizione di provenienza.

In altre parti della Sicilia sono note altre varianti (arripuḍḍutu, arripuḍḍṛutu, rripiḍḍutu, rripullutu ecc.) e altri significati: a) “di albero che ha messo nuovi germogli”, b) “di vecchio arzillo e vivace”, c) “di persona che si è ripresa economicamente dopo un crollo finanziario”; d) una gaḍḍina rripiḍḍuta è una “gallina che ha rinnovato le penne”.

Tra l’altro, di rripuḍḍutu le fonti registrano significati, attestati per lo più nella Sicilia occidentale, che sembrano opposti a quelli della Sicilia orientale: a) “di piante e animali che crescono stentatamente”; b) “invecchiato, raggrinzito”; c) “intirizzito dal freddo”; “delle galline che non fanno più uova” ecc.

Sono molte le attestazioni letterarie dell’aggettivo nella Sicilia orientale, come, ad es., Nino Martoglio (Civitoti in pretura):

DONNA ‘NZULA –  E tuttu ppi cui? Ppi ‘na furmaggiara arripudduta!

Fra i contemporanei troviamo Ottavio Cappellani, rispettivamente, in Sicilian Tragedi (2007) e Chi ha incastrato Lou Sciortino? (2009):

[…] è stanca di vivere in quella casa con quell’arripudduto di suo padre che in gioventù si guidava la betoniera […]

La signorina Niscemi nesci la funcia in alto. «Accussì ci pare che non vuoi parrare co’ nessuno perché ti parono arripudduti e non ci vuoi dare la confidenza».

Recentemente lo troviamo in Valerio Musumeci (Agata rubata, 2021):

Si era sforzata di non pensarci, mentre con il sorriso di sempre salutava dame più o meno titolate, signore più o meno arripuddute.

Carmen Consoli usa l’aggettivo nel testo della canzone ’A finestra:

Sugnu sempri alla finestra e viru genti ca furria pà strata

Genti bedda, laria allegre, mutriusa e siddiata

Genti arripudduta cu li gigghia isati e a vucca stritta

“Turi ho vogghia di quaccosa, un passabocca, un lemonsoda”.

La locuzione «genti arripudduta» viene così spiegata da Elena Raugei (Carmen Consoli. Fedele a se stessa, 2010): «arricchiti di bassa estrazione sociale che sfoggiano ciò che posseggono e ripudiano l’accento siciliano, le proprie radici per darsi un tono internazionale».

Poche, invece, le attestazioni letterarie relative ai significati “negativi”, come in questa di Santo Piazzese (Il soffio della Valanga, 2002):

Oramai nessuno si marita più tanto giovane. Le spose che arrivano qua sono tutte mezze arripuddrute.

O in quest’altra, tratta da un racconto di Giovanna Di Marco (Ciulluvì, 2021):

Sua nonna piccola e arripudduta se ne stava sempre seduta su una sedia in un angolo della cucina e ripeteva sempre quella parola, Ciulluvì, rivolta verso suo padre che vendeva frutta all’angolo della strada e poi si andava a giocare quello che guadagnava. 

Il nostro aggettivo deriva dal participio di rripuḍḍiri “mettere nuovi germogli” e “intristire, crescere stentatamente, riferito a piante e animali”, un caso di enantiosemia (sviluppo di due significati opposti), dunque. Alla base del verbo c’è il latino *REPULLARE “germogliare”, con cambio di coniugazione.

PER SAPERNE DI PIU’

“La Sicilia dei cento dialetti” di Alfio Lanaia

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