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I nostri boschi ritenuti zavorra da un sindaco senza credibilità “green”

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di ALESSANDRO RAPISARDA

La convenzione –proposta da Glorioso e bocciata dal Consiglio Comunale– che avrebbe ceduto per vent’anni oltre 120 ettari del nostro patrimonio boschivo alla Regione Sicilia era –come è stato già sottolineato da alcuni interventi politici– generica, poco chiara, mancante di dettagli. Se fosse passata, avremmo regalato ad occhi chiusi un bene comune, considerandolo come zavorra.

Nel dubbio e in mancanza di informazioni precise sull’utilizzo dei nostri terreni, l’assemblea cittadina è stata quasi costretta a respingere la proposta.

Purtroppo il sindaco, su questo fronte, non può vantare alcuna credibilità: mai si è interessato del nostro patrimonio boschivo o della nostra pineta (tra le più belle del territorio etneo diventato da pochi anni patrimonio dell’Unesco). Non si è mai fatto vedere nemmeno in nessuna delle tante iniziative ecologiste e naturalistiche promosse a Casa Mirio dall’omonima associazione.

Ecco perché l’improvviso interessamento di Glorioso ha suscitato comprensibili dubbi e perplessità. Della serie: “Cosa c’è dietro?”. Le reazioni piccate di mezza Cgil catanese, poi, non hanno fatto che alimentare queste perplessità.

Fin qui l’aspetto politico della vicenda. Quanto al contenuto della bozza di convenzione, si possono fare alcune considerazioni, che anche in alcuni gruppi Facebook sono già emerse.

Perché proprio adesso e non negli scorsi otto anni, l’amministrazione comunale ha sentito l’esigenza, scoprendosi sensibile, di valorizzare il nostro patrimonio boschivo? Non sfugge il dettaglio che adesso il mondo dell’agricoltura e della silvicoltura si prepari ad accogliere la nuova programmazione di aiuti europei PSR. Aiuti che, secondo le alte cariche regionali venute a Biancavilla per conferenze promosse proprio dal Comune, dovrebbero iniziare a settembre e che il Comune non potrebbe chiedere se si priva di quei terreni.

Seconda perplessità: in soldoni, quanto risparmierebbe il Comune? La forestale non è già pagata per gestire l’antincendio boschivo?

Altro dubbio: chi riceve questa regalia, al termine dei 20 anni e durante tale periodo, cosa lascerà al nostro territorio?

Non ho dubbi che la Regione possa fare per quei terreni più di quello che ha fatto in questi anni il Comune, cioè nulla.

Ma anziché pensare a creare turismo con itinerari di diversi tipi (naturalistico, vulcanologico, speleologico, enogastronomico, forestale, sportivo…), pensiamo con faciloneria a scaricare queste responsabilità ad altri, convincendoci che non ci sono mai soldi per il territorio e per il turismo.

Nessuno, poi, ha mai pensato di fare una gara di idee, coinvolgendo i cittadini e chiedendo a loro cosa ne pensano e cosa si potrebbe e vorrebbe fare con questo patrimonio immobiliare fermo, nel tentativo di creare così la possibilità di nuovi lavori con convenzioni tra cittadini e Comune.

Ci tengo a ricordare ai lettori di Biancavilla Oggi che i vulcani in Europa non sono tantissimi. E quelli patrimonio Unesco nel mondo sono ancora meno. Si pensi quindi a utilizzare, creare, crescere e migliorare il nostro territorio, che da bene comune rischia di diventare uno scarto di cui disfarsi, soltanto perché non si è in grado di comprenderne le potenzialità né di sperimentare con creatività amministrativa nuovi sbocchi di sviluppo ecosostenibile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Chiesa

Il prete che alzò la voce contro i mafiosi e lasciò il “palcoscenico” della basilica

Padre Nino Tomasello diceva che il cristiano deve saper tenere in una mano il Vangelo e nell’altra il giornale

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di ENRICO INDELICATO

Il Covid ha portato via padre Nino Tomasello e adesso mi piace pensare che Dio, o chi per lui, avrà certamente saputo accoglierlo in modo degno e con i meritati onori in quella patria celeste a cui tutti noi in fondo aneliamo, sperando, a volte contro ogni speranza, che esista veramente, da qualche parte lassù.

È stato un prete perbene, umile, discreto, gentile, con un sorriso timido e un sentire solido. Un pastore di quelli che, come dice Papa Francesco, non hanno mai paura dell’odore delle proprie pecore, che non disprezzano di sporcarsi le mani, che sanno scendere dagli altari. Non è una prerogativa che appartiene indistintamente e quasi per ruolo a tutti i pastori della Chiesa, anzi. Ecco, lui questo dono ce l’aveva.

Forse proprio per questo, tanti anni fa, aveva deciso, inopinatamente e spiazzando tutti, di lasciare il ruolo di prevosto della Chiesa Madre di Biancavilla, e non certo per fare un passo in avanti nel percorso degli onori e della gloria, ma per tornare a fare il parroco qualsiasi in una chiesa qualsiasi, lontano perfino dalla sua città.

Quel palcoscenico per prime donne, fatto come tutti i palcoscenici anche di apparenza e vanità, non faceva per lui. Un uomo mite e semplice come lui si trovava di gran lunga a suo agio dietro le quinte.

Eppure, mi ricordo, sapeva anche alzare la voce con autorevolezza, quando voleva e quando soprattutto era opportuno e doveroso farlo. Come quando, per esempio, tuonò contro la mafia durante un’affollata omelia estiva, proprio qualche giorno dopo un grave ed increscioso fatto di cronaca avvenuto in una Biancavilla come sempre attonita e superficiale. Quella volta invitò i biancavillesi presenti e sonnecchianti in Basilica a ribellarsi e a non accettare che una sparuta minoranza di delinquenti tenesse sotto scacco con il terrore e la sopraffazione un’intera città.  

Non mi è mai più capitato di sentire da alcun pulpito nostrano nulla di simile, con la stessa vibrante forza, con lo stesso evangelico coraggio.

Delle nostre tante chiacchierate me ne rammento una in particolare: in quella circostanza, si parlava del ruolo dei cristiani nella società, mi disse che il cristiano deve sempre saper tenere in una mano il Vangelo e nell’altra il giornale. Quella chiacchierata non l’ho più dimenticata. Riposa in pace, caro padre Tomasello…

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