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Cultura

Occhio al meteo per non essere tirati dalla “lavina” o travolti dalla “ddaunara”

Prima delle “bombe d’acqua”: fenomeni atmosferici estremi e pericolosi nella parlata locale

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© Foto Biancavilla Oggi

Entrato da poco nel dibattito politico, mentre da tempo ne discutono gli scienziati, è il tema dei cambiamenti climatici, nome con cui, secondo la definizione delle Nazioni Unite, «si intendono le variazioni a lungo termine delle temperature e dei modelli meteorologici. Queste variazioni possono avvenire in maniera naturale; tuttavia, a partire dal XIX secolo, le attività umane sono state il fattore principale all’origine dei cambiamenti climatici, imputabili essenzialmente alla combustione di combustibili fossili (come il carbone, il petrolio e il gas) che produce gas che trattengono il calore».

Queste variazioni sembrano dunque la causa della maggiore frequenza di fenomeni atmosferici estremi: aumento delle temperature, trombe d’aria, bombe d’acqua, grandinate improvvise ecc. Abbiamo usato deliberatamente la formula «maggiore frequenza», poiché, se è vero che questi fenomeni, in quanto eventi naturali, ci sono sempre stati, è innegabile, e lo confermano le statistiche, che la loro frequenza è in costante aumento. Lungi da noi comunque voler affrontare questo tema che esula dalle nostre competenze e dai contenuti di questa rubrica, ci vogliamo dedicare, invece, ai nomi dialettali usati a Biancavilla per riferirsi ad alcuni fenomeni atmosferici, cominciando con lavina.

Uno rovinato: “tiratu da lavina”

Il significato che i biancavillesi attribuiscono a questo termine è “acqua che scorre ai lati e al centro della strada in seguito alla pioggia”. La conformazione dell’abitato di Biancavilla fa sì che, quando piove con insistenza, ma anche con un acquazzone improvviso, le strade, che dai quartieri alti scendono verso il centro e da qui verso i quartieri bassi, si trasformano in veri e propri torrenti d’acqua che trascinano cose e persone che malauguratamente ne vengono investite. Da ciò nasce il modo di dire tirarisillu a lavina che ha il significato figurato di “essere del tutto rovinato, perdere ogni bene, essere travolto dagli eventi”: a-cchissa, mischina, ccˆmorti di sa maritu, s’a tirau a lavina.  

È chiaro che il significato figurato di questo modo di dire parte da fatti concreti, dall’osservazione di qualcuno che materialmente è stato trascinato dalla forza della lavina. Ma nel rapporto uomo-natura, gli uomini non sono stati sempre passivi; a volte hanno reagito affrontando il pericolo. Ne fa fede il modo di dire dàrisi / ittàrisi a facci â lavina che ha il significato di “lavorare accanitamente non badando a eventuali difficoltà”: pp’amuri dê sa figghji s’a ittatu a facci â lavina! In altre parti della Sicilia, lavina ha ancora tanti significati: da “torrente, fiumara” a “corso d’acqua melmosa che si forma in seguito alle piogge”, da “acqua piovana incanalata per irrigare gli orti” a “modesto avvallamento del terreno nel quale ristagna l’acqua per qualche tempo”, da “striscia di terreno alluvionale coltivato lungo i margini di un torrente” a “frana, smottamento” ecc.

Il tipo lavina, presente nell’Italia meridionale e settentrionale, con esclusione di quella centrale, è anche dell’italiano, in cui ha il significato di “valanga di neve in movimento”, e deriva dal lat. tardo labīna, der. di labi “cadere, scivolare”, da cui anche lava.

Quando “calava a ddaunara”

Un fenomeno, se possibile, ancora più pericoloso e terribile della lavina è la formazione della ḍḍaunara.  In seguito a piogge torrenziali e impetuose, accompagnate da turbini di vento, in alcune zone di Biancavilla, secondo i racconti degli anziani, calava a ḍḍaunara, un fiume d’acqua che trascinava ogni cosa, che entrava nelle case e distruggeva tutto.

I ricordi di chi scrive vanno agli anni in cui, in occasione della festa di San Placido, si sistemavano le bancarelle delle stoviglie e di altre suppellettili da cucina di fronte alla chiesa di Gesù e Maria. Più di una volta è capitato che il fiume d’acqua, la ḍḍaunara, travolgesse tutte le bancarelle, trascinando piatti bicchieri fino alla via Innessa e giù fino alla Fontana Vecchia. 

In altre parti della Sicilia, sono diffuse le varianti ḍḍṛaunara e ṭṛaunara coi significati di “caduta d’acqua torrenziale”, “vento impetuoso e improvviso accompagnato da pioggia”, “turbine di bufera, ciclone, uragano”, “tromba d’aria”, “tromba marina”. Secondo l’etnologa Elsa Guggino, nelle tradizioni popolari, la ḍḍṛaunara «è un vortice di aria che a poco a poco prende la forma di una donna tutta spettinata. È una majara che può essere viva o morta e va contro i pescatori; si porta via anche le case […]».  

Un turbine… letterario

Questa figura ha talmente influenzato i nostri scrittori moderni da intitolarci dei romanzi, come Pino Amatiello (Dragunara), Silvana Grasso (Nebbie di draunàra), Linda Barbarino (Dragunera), e/o da farne un personaggio delle loro opere. Bastino questi pochi esempi:

«Ora ci troviamo tutti e tre davanti alla draunara. Possiamo aiutarci. Non ho alcuna formula magica. So soltanto una preghiera» (Fortunato Pasqualino, La bistenta, 1964).

«E proprio là, mentre stavano calati a sciogliere le pezze, cos’era statoDragonaraTerremoto? Ancora non se ne capacitava. Non li aveva sentiti arrivare, non li aveva visti saltare da sopra i limmiti» (Andrea Camilleri, Un filo di fumo, 1980).

«E sarà finalmente fuoco e fiamma, incendio, tempesta, draunara; sarà terremoto e lava; sarà pura fiamma che arde» (Silvana La Spina, La creata Antonia, 2001).   

La coda del dragone

La parola ḍḍaunara, insieme alle sue varianti, è all’origine un aggettivo, come dimostrano cuda ḍḍṛaunara e cuda di ḍḍṛaguni, lett. “coda di dragone”, con gli stessi significati. Si tratta di un derivato del grecismo latino dracone(m) lett. “serpente”, ma un serpente particolare: «un tipo di serpente grosso e innocuo, tenuto in casa come gioco […] e i dracones presso gli antichi Romani erano i serpenti sacri, allevati nei santuari o nelle case come protettori e custodi» (DESLI – Dizionario etimologico e semantico della lingua italiana). In origine, dunque, questo “drago” non è quello “cristiano”, collegato al diavolo o all’eresia, ma quello di origine preistorica, che di volta in volta si presenta come serpente acquatico, montano, sotterraneo, celeste, rapitore, guardiano, inghiottitore ecc.

Nel corso dell’evoluzione ideologica, pur conservandone il nome, il “drago” diventa un essere pauroso, che cambia forma, fino ad assumere quella antropomorfa di una «donna tutta spettinata», in grado di provocare tempeste, trombe marine, alluvioni, terremoti. Secondo le credenze popolari dei marinai e dei pescatori, questa “coda di drago” poteva essere “tagliata” attraverso dei sortilegi e delle formule magiche. Di solito era un mancino che, vibrando un coltello in aria, descriveva delle croci e tagliava così la coda del drago, ponendo fine alla tromba d’aria.

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Cultura

Don Pasquale Castro, il prete-soldato in soccorso dei feriti della Grande Guerra

La storia del sacerdote assegnato all’amministrazione militare e impiegato nell’assistenza sanitaria

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Seguendo le tracce dei religiosi biancavillesi coinvolti nella Prima Guerra Mondiale, emerge – dopo la cartolina di Placido Nicolosi ritrovata dopo oltre un secolo, come ha raccontato Biancavilla Oggi – un secondo nome. È quello di don Pasquale Castro, che tentò di diventare cappellano militare ma non ottenne mai la nomina. Un ulteriore tassello di una ricerca che continua a riservare sorprese.

I documenti che riguardano Castro appartengono a un altro tipo di memoria: quella fredda e precisa dell’amministrazione militare. Una memoria che non racconta emozioni, ma registra richieste, movimenti, incarichi e… punizioni. Per questo restituisce, dopo cento anni, un’immagine sorprendentemente pragmatica.

Pasquale Castro era nato a Biancavilla il 30 settembre del 1885. Ordinato sacerdote nel 1910 dal cardinale Giuseppe Francica Nava, proseguì gli studi a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana. Il suo è un percorso che sembra inserirlo pienamente nella formazione del clero colto dell’epoca.

La guerra interruppe questo itinerario senza preavviso. Con la mobilitazione generale anche lui venne richiamato alle armi. Il 26 febbraio 1916 fu assegnato alla 9ª Compagnia di Sanità di Roma. Fu arruolato nell’esercito come soldato, inserito in un sistema che aveva il compito di raccogliere, assistere e smistare i feriti. È un punto importante, perché chiarisce subito la sua posizione: non quella del sacerdote accanto ai soldati per ministero religioso, ma quella dell’operatore militare dentro una struttura tecnica e organizzativa.

Svolse il ruolo di portaferiti, uno dei servizi più delicati e rischiosi, che comportava il contatto diretto con i reparti e con la realtà più immediata della guerra. Successivamente venne promosso caporale e continua il servizio nella stessa struttura sanitaria. La sua traiettoria militare seguì il ritmo tipico di migliaia di uomini impiegati nella Sanità durante il conflitto.

L’istanza per diventare cappellano militare

Tra le carte emerge un elemento che introduce una deviazione rispetto alla semplice biografia militare. Don Pasquale presentò domanda per essere nominato cappellano militare. La richiesta, però, doveva essere accompagnata da una valutazione ecclesiastica che ne attesti la capacità. Da una lettera inviata da Roma il 2 marzo 1916 al cardinale Giuseppe Francica Nava si apprende che il sacerdote fu preso in considerazione dal Vescovo di Campo, mons. Angelo Bartolomasi, ma che per perfezionare la pratica era necessario l’attestato dell’arcivescovo di Catania che certificasse la sua idoneità alla predicazione e all’amministrazione della confessione.

Castro ricordò di averne già fatto richiesta al suo arcivescovo alcuni mesi prima. Temendo che il documento fosse andato smarrito durante la spedizione, sollecitò un nuovo invio. In realtà il certificato fu rilasciato il 26 novembre 1915. In esso il cardinale Nava dichiarò don Pasquale «idoneo alla confessione e alla predicazione» e quindi capace di esercitare il ministero religioso nell’esercito come cappellano militare. Questo documento, conservato tra le carte dell’arcivescovo, dimostra che il sostegno dell’autorità ecclesiastica non mancò.

Il ruolo (molto ambito) dei cappellani militari

La nomina a cappellano consentiva agli ecclesiastici di sottrarsi alla condizione di preti-soldati e di svolgere il proprio ministero sacerdotale all’interno dell’esercito. Mentre i sacerdoti arruolati come semplici militari potevano essere destinati a incarichi non strettamente religiosi e risultavano pienamente soggetti alle esigenze dell’organizzazione militare, i cappellani erano chiamati a fornire assistenza spirituale alle truppe, celebrando le funzioni religiose, amministrando i sacramenti e offrendo sostegno morale ai soldati, ai feriti e ai morenti. Per tale motivo, la nomina a cappellano era particolarmente ambita dagli ecclesiastici. Consentiva loro di mantenere una funzione più coerente con la propria vocazione e garantiva al tempo stesso un riconoscimento ufficiale sia da parte dell’autorità ecclesiastica sia di quella militare.

Furono numerose le richieste, sostenute da raccomandazioni di diversa influenza, presentate periodicamente all’autorità competente, ossia il Vescovo Bartolomasi, al quale erano stati riconosciuti il grado di Maggiore Generale. Ai cappellani, invece, era attribuito il grado di Tenente. Tale incarico assicurava una posizione distinta rispetto a quella dei preti-soldati, pur comportando gli stessi rischi, poiché molti cappellani operavano a ridosso del fronte, negli ospedali da campo e nei posti di medicazione, condividendo le difficili condizioni e i pericoli vissuti dai combattenti.

Una nomina a cappellano che non arrivò mai

La nomina per don Pasquale Castro, tuttavia, non arrivò mai. In una successiva lettera don Pasquale manifestò al cardinale il proprio dispiacere per il mancato conferimento dell’incarico. Dello scritto non resta traccia. Si conserva, però, la risposta di Francica Nava, che lo invitava ad accettare con spirito di fede la decisione ricevuta, esortandolo a «uniformarsi al divin volere» e assicurandogli la propria preghiera. Di quella pratica, invece, non rimane alcun riscontro nella documentazione dell’amministrazione militare, che registra soltanto l’esito finale: Castro continuò il proprio servizio come soldato nella Sanità militare. Viene trasferito varie volte. Dal maggio 1917 fu inviato in zona di guerra e prestò servizio presso il 57° Ospedaletto da campo. Successivamente operò in altre strutture, tra cui il Convalescenziario di Oriolitta e l’Ospedale Tappa di Vicenza, dove rimase fino ai primi mesi del 1919.

Lontano dalla trincea o dalle prime linee

La guerra di don Pasquale non si svolse nelle trincee d’assalto o sulle prime linee, ma tra corsie, ricoveri, feriti e soldati reduci dai combattimenti. Una mobilità continua, tipica di chi si muove dentro l’apparato logistico della guerra più che dentro le sue narrazioni eroiche, riportate nei libri di storia. Il suo foglio matricolare, con la sua apparente freddezza, aggiunge dettagli, annotazioni disciplinari, infrazioni. Episodi minimi, che in un contesto militare diventano tracce registrate e conservate.

Un episodio, in particolare, strappa persino un sorriso. Mentre era in servizio, fu sorpreso durante un’uscita libera con la mantellina slacciata e con un copricapo non conforme. Per quella leggerezza ricevette cinque giorni di punizione semplice. Non fu l’unica volta. Nel giugno del 1917 si allontanò dal reparto senza autorizzazione e ricevette una nuova sanzione disciplinare. Qualche mese dopo gli venne contestata una certa trasandatezza nel servizio di caporale di reparto, circostanza che comportò i soliti cinque giorni di punizione.

Piccole vicende che nulla tolgono al suo impegno e che, anzi, rendono la sua figura straordinariamente umana. Dietro il sacerdote, il militare e il futuro canonico, si intravede un giovane uomo costretto a una vita che non aveva mai immaginato, né voluta. Un sacerdote inserito in una struttura rigida, che deve adattarsi a una disciplina che non è quella del seminario o della vita pastorale.

Don Pasquale Castro: né cappellano né combattente

Terminato il conflitto, tornò a Biancavilla. Ricevette la dichiarazione di aver servito la Patria «con fedeltà e onore», fu definitivamente prosciolto dagli obblighi militari e riprese il proprio ministero sacerdotale fino a ricoprire incarichi di rilievo in diocesi. Muore il 3 luglio 1982, a 97 anni, attraversando quasi interamente il “secolo breve”. Resta, tuttavia, una zona d’ombra che la documentazione non ci può restituire. Accanto alla quotidianità del ministero sacerdotale, alle messe celebrate, alle confessioni ascoltate e alla normalità di una vita lunga quasi un secolo, si può soltanto immaginare ciò che rimaneva nel suo spazio più intimo: il peso dei ricordi, l’eco degli eventi vissuti al fronte, immagini che non raccontò mai a nessuno.

Ciò che colpisce dell’esperienza di don Pasquale Castro è il modo in cui la guerra lo ha collocato in una posizione intermedia: non cappellano e nemmeno combattente, ma sacerdote dentro la macchina dell’esercito. Una posizione che dice molto sulla complessità della mobilitazione del clero italiano durante il conflitto, e sul fatto che non esistesse un solo modo di “essere prete” nella guerra.

Da questa pluralità di posizioni emerge l’ultima figura della ricerca. Un sacerdote biancavillese che invece fu cappellano militare vero e proprio, assegnato a una delle brigate più impegnate del fronte italiano. Nelle prossime settimane, la sua storia chiuderà il percorso, spostando lo sguardo dal mondo della Sanità a quello più diretto della presenza pastorale tra i reparti combattenti.

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Cultura

La notte dei presagi: così san Giovanni “entrava” nelle case dei biancavillesi

Gesti, preghiere e rituali fatti in famiglia per una delle tradizioni più affascinanti: la ricorrenza del 24 giugno

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Elaborazione AI: Biancavilla Oggi / ChatGPT

Nella notte di San Giovanni, a Biancavilla, dentro le case si compivano gesti antichi: una preghiera recitata sottovoce, della cera che cadeva in un recipiente con l’acqua e si trasformava in misteriose figure… Era una delle tradizioni più affascinanti legate alla festa celebrata il 24 giugno, che solo qualche anziano ricorda ancora.

La Chiesa attribuisce un’importanza particolare a San Giovanni Battista, Precursore di Cristo, che di lui disse: «Egli deve crescere e io diminuire». Nella tradizione cristiana, queste parole trovano un suggestivo richiamo anche nel corso del sole. La nascita del Battista viene celebrata infatti nei giorni dopo il solstizio d’estate, quando le giornate hanno raggiunto la loro massima durata e cominciano lentamente ad accorciarsi. Al contrario, il Natale cade subito dopo il solstizio d’inverno, quando la luce torna gradualmente a crescere. Come il sole diminuisce dopo la festa di San Giovanni e aumenta dopo quella di Cristo, così il Battista si ritira simbolicamente perché possa manifestarsi pienamente il Signore.

I cumpari di san Giuvanni

In tutta la Sicilia il Battista era invocato contro diverse malattie. Dopo il terremoto del 1693 molti paesi lo elessero a proprio patrono. A Biancavilla la devozione verso San Giovanni faceva parte di quella religiosità domestica, semplice e spontanea, che per secoli ha accompagnato la quotidianità delle famiglie. E che non si esprimeva soltanto nelle chiese ma anche nei cortili e tra le mura di casa, intrecciandosi con i timori, le speranze e le necessità concrete della vita. Il suo nome era legato soprattutto a un istituto sociale fondamentale: il comparatico.

I padrini e le madrine di battesimo dei figli diventavano infatti “cumpari di San Giuvanni”. Quel legame era considerato sacro e destinato a durare per tutta la vita. Tra compari si instaurava un rapporto di reciproca assistenza, solidarietà e fiducia che spesso risultava persino più forte dei legami di sangue. In una società contadina dove non esisteva assistenza sociale o altre forme di tutela pubblica, il comparatico rappresentava una vera rete di sostegno. La scelta di un padrino o di una madrina per il proprio figlio non era casuale: significava scegliere una persona sulla quale poter contare nei momenti difficili. Dietro questa tradizione emerge una fitta trama di relazioni che rafforzava la coesione della comunità e offriva sicurezza.

L’aura di san Giovanni

Quando per la famiglia si avvicinava una decisione importante — un matrimonio, l’acquisto di una casa, una partenza, un investimento – o quando incombeva una malattia grave, si ricorreva a un rituale tanto semplice quanto suggestivo. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno, si accendeva una candela e si recitava una preghiera. Quando la cera iniziava a sciogliersi, la si lasciava cadere in un recipiente pieno d’acqua. A contatto con il liquido si solidificava rapidamente creando forme imprevedibili. Quelle immagini venivano poi interpretate come possibili indicazioni sul futuro.

Più che una pratica divinatoria nel senso moderno del termine, era un modo per affrontare l’incertezza. Oggi siamo abituati a cercare risposte nei dati, nelle statistiche o nelle consulenze specialistiche. I nostri nonni, invece, affidavano le proprie inquietudini a simboli, preghiere e rituali.

L’antropologia insegna che ogni società sviluppa strumenti per confrontarsi con ciò che non può controllare. Nelle campagne siciliane di un tempo il futuro era spesso fragile e imprevedibile: bastava una cattiva annata agricola, una malattia o un viaggio per cambiare il destino di un’intera famiglia.

Emblematico è il ricordo tramandato dal signor Carmelo C., un biancavillese. Suo padre raccontava che la nonna interrogava San Giovanni ogni volta che in famiglia si presentava una scelta importante. In una di queste occasioni un giovane parente decise di partire per le Americhe in cerca di fortuna.

Dopo la partenza, la famiglia eseguì il rituale della cera. Le forme che apparvero furono interpretate come presagi inquietanti: una testa di donna, una spada, un teschio. Per settimane l’angoscia accompagnò l’attesa delle notizie provenienti dall’altra parte dell’oceano. Solo molto tempo dopo si seppe che il giovane emigrato era rimasto gravemente ferito in seguito a una lite per motivi passionali. Fortunatamente si era salvato e, insieme alle lettere, inviò fotografie che rassicurarono definitivamente i suoi familiari.

Che si creda o meno alla capacità profetica di quei segni, il racconto restituisce il clima emotivo di un’epoca in cui la distanza e il silenzio rendevano ogni partenza un salto nell’ignoto.

Un brutto sogno? Affidamento a san Giovanni

Quando un brutto sogno turbava il risveglio, ci si affidava all’intercessione del Battista affinché il male venisse trasformato in bene. Le parole di una preghiera popolare conservano ancora oggi tutta la loro forza evocativa:

«Cchi malu sonnu ca mi ‘nzunnai,

a san Giuvanni cci ‘u cuntai.

San Giuvanni cci ‘u cuntau a Cristu:

cchi bellu sonnu ca è chistu».

Era una forma di rassicurazione. Attraverso l’orazione, la paura perdeva parte del suo potere e l’angoscia lasciava spazio alla speranza.

L’acqua di san Giovanni

La vigilia di San Giovanni era inoltre associata a un’altra tradizione oggi quasi scomparsa, ma un tempo molto diffusa tra i biancavillesi: la preparazione dell’acqua di San Giovanni.

La sera del 23 giugno si riempiva una bacinella con acqua limpida e vi si lasciavano galleggiare petali di rose, margherite e altri fiori di campo appena raccolti. Spesso si aggiungevano anche alcune erbe considerate benefiche, come il rosmarino, la menta, la malva o l’iperico.

La bacinella veniva lasciata all’aperto per tutta la notte, per assorbire la rugiada e la frescura delle ore notturne. Al sorgere del sole, l’acqua era considerata benedetta dalla natura e dal Santo. Ci si lavava il viso, accompagnando il gesto con una preghiera. Secondo la credenza popolare, essa aveva il potere di allontanare le negatività, proteggere dalle malattie e favorire il benessere durante l’anno.

Dietro questa usanza si intravede l’incontro tra tradizione cristiana e antichi riti stagionali legati al solstizio d’estate. L’acqua, elemento centrale nella missione di Giovanni Battista che battezzò Gesù nel Giordano, diventava simbolo di purificazione e di rinnovamento. Ma al tempo stesso richiamava quei gesti ancestrali con cui le comunità contadine salutavano il culmine della primavera e l’ingresso nella stagione estiva, affidando alla natura il desiderio di salute, prosperità e protezione.

Anche in questo caso il significato più profondo del rito andava oltre la semplice credenza. Lavarsi con l’acqua di San Giovanni significava iniziare una nuova giornata – e simbolicamente una nuova stagione della vita – lasciandosi alle spalle preoccupazioni, malanni e cattivi pensieri. Un gesto che trasformava la fede in esperienza concreta e ricordava come il sacro fosse intimamente intrecciato ai ritmi della natura.

L’erba di san Giovanni

La notte di San Giovanni era legata anche alla natura e ai suoi doni. Tra le erbe raccolte in quei giorni occupava un posto speciale l’iperico, conosciuto come “Erva di San Giuvanni”. Considerato una pianta benefica, cresceva spontaneo nelle campagne. Con esso si preparavano decotti e rimedi popolari utilizzati contro diversi disturbi; le foglie trovavano impiego anche per favorire la cicatrizzazione delle ferite.

Il rosolio di san Giovanni

Il 24 giugno era anche il giorno di un’altra tradizione: la preparazione del rosolio nocino. Le massaie attendevano quella data con attenzione e chiedevano ai mariti di portare dalla campagna delle noci ancora acerbe. Queste poi venivano tagliate e sistemate nei buttigghiuna di vetro insieme a zucchero, alcool e vino. Poi iniziava l’attesa. I recipienti si deponevano in luoghi freschi, al riparo dalla luce per quaranta giorni. Il tempo compiva la sua opera, trasformando ingredienti semplici in un liquore dal sapore caratteristico. Il rosolio avrebbe trovato posto nelle occasioni più liete della vita familiare: durante le visite importanti, nei ricevimenti domestici, nelle feste e nelle ricorrenze.

San Giovanni, festa con radici contadine

La festa di San Giovanni, profondamente legata alla cultura contadina era un momento in cui natura, famiglia, lavoro e fede si incontravano. Raccolta delle erbe, preparazione del liquore, preghiere e rituali domestici erano tasselli di una stessa visione del mondo.

Oggi molte di queste tradizioni sopravvivono soltanto nei racconti degli anziani. La modernità ha cambiato il modo di vivere la religiosità, le relazioni sociali e persino il rapporto con il tempo. Eppure il bisogno che alimentava quei gesti non è scomparso. Anche l’uomo contemporaneo continua a interrogarsi sul futuro, a cercare rassicurazioni nei momenti difficili, a costruire legami di fiducia e a custodire piccoli riti personali che lo aiutino ad affrontare l’incertezza. Forse è per questo che la memoria della notte di San Giovanni continua a esercitare il suo fascino. Dietro una candela accesa, una preghiera sussurrata, un mazzetto di erbe raccolte, si nasconde qualcosa che appartiene a ogni epoca: il desiderio umano di dare significato al tempo, agli affetti e al mistero della vita.

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