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Un maschilismo arcaico duro a morire: basta sfogliare l’albo degli scrutatori

Accade ancora nel 2022: i nominativi delle donne sposate, accostati al cognome dei mariti

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In attesa della consultazione referendaria del 12 giugno, scorrendo l’albo degli scrutatori del Comune di Biancavilla, mi sono accorta che le donne sono identificate mediante nome, cognome e… il cognome del marito. Anzi, peggio, sono esattamente identificate nella forma: Anna Rossi IN Verdi.

Ebbene sì, nell’epoca in cui in Italia finalmente è intervenuta la Corte costituzionale sul doppio cognome, a Biancavilla (certamente come altrove) si sente ancora la necessità di identificare l’appartenenza della donna a un uomo. Ciò, in barba a quanto già da oltre 60 anni ha statuito la Corte di Cassazione. La norma del Codice Civile prevede che il cognome del marito vada aggiunto a quello della moglie quale un diritto della donna, non per obbligo.

Pertanto, non essendo previsto alcun automatismo e volendo, per logica, escludere che tutte le donne di Biancavilla abbiano chiesto l’aggiunta del cognome del marito al proprio, devo concludere che siamo tristemente alle solite.

Infatti, a prescindere dal dato normativo e/o dall’eventuale impostazione tecnica del software utilizzato dal Comune di Biancavilla (e da altri Comuni, come presumo che sia), trovo tutto ciò arcaico, gretto, maschilista e sessista. E non posso che leggerlo come un rimando ad una subcultura sociale degli anni che furono, che fatica a cambiare.

Ipocrisie e subcultura patriarcale

L’importante, però, è che il 25 novembre e l’8 marzo si parli a sproposito di parità di genere, di uguaglianza di diritti. E si urli a gran voce “No alla violenza sulle donne”. Ed ancora più importante è che se ne parli durante le campagne elettorali. L’argomento “donne” è noiosamente utilizzato per acchiappare voti da parte di uomini e di donne che, di fatto, parliamoci chiaro, non sanno neanche quello che dicono.

La nostra ipocrita società non si rende conto che la mentalità e la subcultura maschilista e patriarcale imperanti nel nostro Paese abbiano origine in primis negli stereotipi di genere e familiari che noi stessi alimentiamo. Ne è un esempio l’identificazione della donna con l’aggiunta del cognome del marito. Oppure con l’utilizzo dell’odiosissima espressione “capo famiglia”. O ancora, con l’utilizzo in numerosi moduli di Istituzioni pubbliche (anche scuole!) dell’arcaica definizione di “patria potestà” in luogo della definizione corretta “responsabilità genitoriale”.

C’è da piangere. E c’è ancor più da piangere a pensare che, puntualmente, si debbano sollevare questi argomenti tramite Biancavilla Oggi, unica testata che abbia questa sensibilità. Possibile che nessuno dei politici (donne e uomini) di Biancavilla ed esponenti della cosiddetta società civile se ne siano accorti? Possibile che l’utilizzo di Anna Rossi IN Verdi non abbia disturbato nessuno? È mai possibile? A Biancavilla, sì. Possibilissimo.

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Mala-movida, i politici riflettano sul degrado (ma senza manifesti elettorali)

Vandalismo, malcostume e inciviltà sono rappresentazioni quasi quotidiane subite in modo inerme

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© Foto Biancavilla Oggi

La buona azione compiuta dal giovane che, nei luoghi della movida di Biancavilla, ha trovato e restituito una banconota di 50 euro dovrebbe rappresentare la normalità. Il punto è proprio questo. Una piccola, buona aziona che fa notizia deve indurci a riflettere su quanto desiderio e quanta ricercatezza ci siano nelle buone norme e nel culto dell’onestà. In un mare di assurdità, la piccola azione benevola diventa il salvagente a cui tutti noi vorremmo aggrapparci.

Riguardo la movida, quando le lamentele sono tante e arrivano da più fronti, è molto più facile etichettarle come solite “litanie”. Quasi fossero il risultato di un fenomeno populista, termine che oggi viene quasi sempre stigmatizzato. Si menziona il “luogo comune” o “l’indignazione a convenienza”, rivolti a politici di qualsiasi schieramento o comuni cittadini. E poi, sui social, c’è chi accusa che è molto più facile denunciare il marcio che elogiare il buono.

Tutte ragioni comprensibili se non fosse che le lamentele, o litanie, non sono frutto di ragioni campate per aria né una visuale volta a critiche verso una precisa amministrazione. Sono invece rappresentazioni, quasi quotidiane, di atti di vandalismo e fenomeni di malcostume e inciviltà ai danni degli abitanti. Un fenomeno quasi tralasciabile per chi ha case di villeggiatura. In questo contesto verrebbe da battezzarla la “mala-movida”.

Viene in mente Giorgio Bocca

L’altra notte sono stato svegliato da un anonimo individuo che strombazzava con l’auto per le vie principali, con musica ad alto volume, dai gusti alquanto discutibili, e noncurante dell’orologio che segnava le 2 di notte circa. Lì per lì, mi veniva in mente una frase di Giorgio Bocca, tratta da un articolo de La Repubblica: «L’ arroganza e la disinvoltura del personaggio sarebbero meno temibili, meno preoccupanti se in questo nostro paese, per nulla immaginario, non si andasse diffondendo la morale della immoralità, la regola della non regola, la giustizia della anarchia».

È chiaro che non bisogna fare di tutta un’erba un fascio e che il concetto di movida non è sinonimo di inciviltà. Lo è l’azione malevola che si svolge durante le ore serali che, guarda caso, coincide con la movida del nostro paese. Movida è divertimento, gioia, socialità e momento di svago. Nel pieno rispetto delle regole e della buona vivibilità nel contesto cittadino.

Quello di cui abbiamo bisogno è comune consapevolezza del degrado che ci circonda. Una consapevolezza non è per nulla scontata, quando il degrado diventa parte integrante della normalizzazione.

Abbiamo bisogno di educazione civica e che le parti politiche riflettano su questi aspetti. Non per i manifesti delle campagne elettorali che si avvicenderanno da qui al prossimo anno. Ma per un lavoro che miri quantomeno a tentativi di cambio di marcia, per rendere più fruibile a tutti la movida serale e dare serenità a chi attualmente la subisce inerme.

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