Cronaca
Blitz “Città blindata”, l’episodio del vigile urbano “a disposizione”
Il suo nome e la sua voce sono finiti nell’inchiesta antimafia “Città blindata”, che ha dato l’ennesimo colpo al clan di Biancavilla. Non risulta indagato, ma la sua condotta è agli atti, seppure si tratta di aspetti “marginali” rispetto al carico dell’intero faldone di indagine.
C’è un vigile urbano di Biancavilla che -stando alle carte- si sarebbe reso “disponibile” con Tino Caruso, fedelissimo di Vito Amoroso (figura di spicco dell’organizzazione), per una “esigenza” della convivente di quest’ultimo. È uno dei dettagli e dei retroscena che emergono dalle centinaia di pagine dei magistrati catanesi.
Era il 2016, Amoroso era in carcere e la sua compagna aveva la necessità di colloqui telefonici autorizzati. È però necessaria una linea fissa, che va certificata e comunicata all’amministrazione penitenziaria. Ma lei ha solo una linea mobile.
Così l’idea è quella di interessare l’agente di polizia municipale perché nella documentazione possa chiudere un occhio, senza specificare se il telefono sia fisso o mobile. Il vigile urbano se ne interessa e intrattiene delle conversazioni con Caruso.
«Hai visto che per te si mettono tutti a disposizione?», si vanta Caruso con la donna. E poi ringrazia il vigile urbano, che rassicura: «Sempre a disposizione».
Nel frattempo, per ragioni non note, però, alla donna viene disattivata la scheda telefonica. Caruso, quindi, blocca il vigile urbano: «Non inoltrare la pratica, tanto la scheda è stata disattivata». L’irregolarità non si concretizza.
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Cronaca
Sotto indagine 4 rumeni: sfruttavano marocchini per un lavoro da fame
In campagna 70 ore a settimana, 1 euro ogni cassetta d’arance, alloggio senza luce né acqua
Sono quattro uomini di origine rumena, ma residenti a Biancavilla, gli indagati della Procura di Enna per avere reclutato, organizzato ed impiegato presso terzi in condizioni di sfruttamento, lavoratori stranieri irregolari, approfittando del loro stato di bisogno. Una nuova storia di caporalato. I carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Catania, supportati dalla Compagnia di Paternò, hanno eseguito un’ordinanza di applicazione della misura cautelare personale nei confronti di quattro rumeni, emessa dal Gip di Enna.
Secondo l’inchiesta, i lavoratori irregolari (tra gennaio e maggio 2024) sarebbero stati impiegati nella raccolta delle arance, in terreni agricoli di Enna e Regalbuto, pagati a cottimo con 1 euro a cassetta. Una retribuzione palesemente difforme e sproporzionata rispetto ai minimi contrattuali. Un impegno di circa 70 ore settimanali, senza giornate di riposo, in condizioni alloggiative degradanti, in violazione della normativa antinfortunistica. Tutti costretti a lavorare e ad accettare le condizioni imposte dietro violenza e minacce.
L’indagine è scaturita dalla denuncia di quattro cittadini marocchini dipendenti da uno pseudo imprenditore rumeno, sostenuti dall’associazione Penelope, sulle cui dichiarazioni hanno avuto origine gli accertamenti a riscontro da parte dei militari del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Catania.
In particolare, uno dei soggetti indagati, ora ai domiciliari con braccialetto elettronico, ricopriva il ruolo di datore di lavoro “di fatto”. Gli altri tre (destinatari dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria) eseguivano gli ordini e svolgevano funzioni di controllo sul campo, vigilando sull’attività dei lavoratori, imponendo ritmi e carichi sproporzionati con “modalità intimidatorie”. Erano loro a gestire anche l’alloggio fatiscente (privo di luce e acqua) imposto ai lavoratori, trattenendone le somme relative all’affitto dal salario e minacciando gli stessi di allontanarli se non avessero accettato tali condizioni, contribuendo così a mantenere le condizioni di sfruttamento e dipendenza economica e abitativa.
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Cronaca
Dimentica l’auto accesa, anziana morta in casa a causa dei gas di scarico
Tragedia in un’abitazione di via Inessa, a dare l’allarme sono state alcune vicine: inutile l’intervento del 118
Era entrata in garage con la propria auto, ma aveva dimenticato il motore acceso. Una distrazione che è risultata fatale per una donna di 87 anni di Biancavilla, trovata morta in casa, in via Inessa, dove viveva da sola. La morte sarebbe stata a causata dall’inalazione dei gas di scarico dell’auto che si sarebbero propagati fino ai piani superiori dell’abitazione, dove si trovava la donna.
A dare l’allarme sono state alcune vicine. Sul posto, sono intervenuti un’ambulanza del 118 e i vigili del fuoco del distaccamento di Adrano. Una volta avuto accesso nell’edificio, gli operatori sanitari hanno soltanto constatato il decesso dell’anziana.
Inevitabile l’intervento dei carabinieri, che hanno avviato i necessari accertamenti. La ricostruzione dei fatti, al momento, suggerisce l’ipotesi della disgrazia: il motore dell’auto dimenticato acceso, le esalazioni dei fumi dalla marmitta, la diffusione dei gas in tutta la casa e l’intossicazione mortale per la donna. La salma è a disposizione ora dell’autorità giudiziaria, in attesa di eventuali ed ulteriori accertamenti medico-legali.
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Francesco
14 Febbraio 2019 at 2:36
Di irregolarità non ne mancano in questo paese anzi è famosissimo anche per questo modo d’agire comune quando si tratta di questi “personaggi”.
Sara
14 Febbraio 2019 at 2:31
Di irregolarità non ne mancano in questo paese anzi è famosissimo anche per questo modo d’agire comune quando si tratta di questi “personaggi”.
Biancavilla Oggi
13 Febbraio 2019 at 22:53
Gentile Laura,
i fatti che abbiamo riportato trovano riscontro, in più di due pagine, tra le carte di indagine e, per essere li, i magistrati li hanno ritenuti di rilievo. A differenza sua, li riteniamo tali anche noi, sotto il profilo giornalistico. Crediamo, al di là della presenza o meno di responsabilità di carattere penale, che l’episodio sia di notevole interesse pubblico. E di conseguenza, oggetto di doveroso resoconto ai nostri lettori. Cordialità.
Laura
13 Febbraio 2019 at 20:39
Vorrei capire il senso di questo articolo… Se il vigile stava certificando un numero di cellulare anziché un numero fisso, credo che tutti sarebbero stati in grado di distinguerlo.. Non vedo nessuna connivenza o reato in questa azione…anche nel dire ad un cittadino “a disposizione”… Devo dire che questa volta il vostro giornale ha peccato di presunzione, e si percepisce una particolare ostilità … Credo sia meglio scrivere su fatti davvero rilevanti e certi… Buon Lavoro
Giudo
13 Febbraio 2019 at 15:56
Uno aveva la figlia assessore del pd. Che campagne elettorali faceva nei bar e per le piazze con Pippo Glorioso a braccetto!
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