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Cultura

Natale, una tradizione mutata e da ripensare: c’erano una volta le novene

Boom di suonatori, ma spesso senza pubblico: nei quartieri smarrita quell’armonia che faceva comunità

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© Foto Biancavilla Oggi

C’era un tempo, a Biancavilla, in cui la novena non era solo una preghiera. Era un appuntamento atteso, riconoscibile, condiviso. Bastavano poche note, il suono di una zampogna o di una chitarra, e le porte delle case si aprivano. Le famiglie si affacciavano, i bambini seguivano gli adulti, i presepi diventavano tappe di un cammino che attraversava cortili, strade e quartieri. La novena, fino a quindici anni fa, era soprattutto questo: un’esperienza di comunità che prendeva forma nelle abitazioni o all’esterno delle case, prima ancora che nelle chiese.

Nata come pratica di preparazione alle grandi feste cristiane – in particolare il Natale – la novena aveva trovato nel tempo una sua collocazione popolare. In un’epoca in cui la liturgia non era facilmente accessibile a tutti, quei nove giorni di preghiera svolgevano una funzione educativa e aggregante. Attraverso il canto, la ripetizione, il linguaggio semplice, la fede entrava nella vita quotidiana e si intrecciava alle relazioni. La devozione diventava occasione di incontro, il rito rafforzava i legami.

«Prima ci si metteva d’accordo a voce, tra vicini – racconta la signora Carmelina, anziana di uno dei quartieri storici di Biancavilla –. Ogni sera si sapeva in quale casa si sarebbe andati, e le famiglie preparavano il presepe e aprivano la porta. Non serviva invitare: si sapeva che si sarebbe entrati. I bambini correvano avanti, gli anziani arrivavano con calma. Dopo il canto ci si fermava, si parlava del quartiere, dei figli, di quello che stava succedendo. Non era solo pregare, era stare insieme».

Oggi quel clima appare profondamente cambiato. Sempre più spesso la scena è diversa: piccoli gruppi di ragazzi, talvolta vere e proprie bande musicali, che suonano davanti a un altarino senza un’assemblea che ascolta. Vi è un numero enorme di novene “casalinghe” o di quartiere. Gli appuntamenti dei gruppi di cantonri e suonatori cominciano di mattina per finire la sera. Eppure, i presepi non sembrano più tappe di un percorso comune. La novena si consuma in pochi minuti, senza relazione, senza dialogo. Quello che era un movimento collettivo sembra essersi ridotto a una presenza isolata.

«Oggi i ragazzi che suonano davanti agli altarini mi fanno tenerezza – continua Carmelina – perché tengono viva una tradizione, ma spesso sono soli. La gente guarda da lontano o dal balcone. La novena sembra diventata una cosa da osservare, non da vivere. E questo, secondo me, è il cambiamento più grande».

Non si tratta solo di un mutamento di abitudini, ma di una trasformazione culturale più ampia. Le relazioni di vicinato si sono rarefatte, la soglia delle case è diventata più difficile da attraversare, anche simbolicamente. A questo si è aggiunta la progressiva istituzionalizzazione della novena, spesso ricondotta esclusivamente agli spazi parrocchiali. Oppure in bar e esercizi commerciali: per sentimento religioso o per dovere di marketing? In anni più recenti, la schematizzazione del copione: testi pronti, sussidi digitali, dirette social. Strumenti utili, ma che difficilmente riescono a sostituire l’incontro reale.

Così, quella che per decenni era stata una pratica capace di tenere insieme fede e vita quotidiana rischia oggi di sopravvivere come un ricordo sbiadito. Eppure, la novena conserva ancora una forza potenziale. Non tanto come nostalgia del passato, quanto come possibilità da ripensare. Riscoprirla significherebbe tornare a immaginarla come spazio di prossimità, come gesto che invita a varcare una soglia, ad ascoltare e a sostare.

Forse l’interrogativo non è se la novena sia destinata a scomparire, ma se la comunità di fedeli (come a Biancavilla) sia disposta a restituirle il suo senso più autentico: quello di un cammino fatto insieme, capace di trasformare una preghiera in relazione e una tradizione in esperienza viva.

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Cultura

«Si realizzino tre murales per Antonio Bruno, Giosuè Calaciura e Pippo Coco»

Proposta dell’associazione culturale “Biancavilla Documenti” inoltrata al sindaco Antonio Bonanno

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L’associazione culturale “Biancavilla Documenti” propone al Comune la realizzazione di tre murales dedicati a figure illustri della città. L’iniziativa, formalizzata in una missiva indirizzata al sindaco, punta a valorizzare personalità biancavillesi che si sono distinte nel campo della cultura, della solidarietà e dell’arte. La nota indirizzata al primo cittadino, porta le firme di Antonio Zappalà e Salvuccio Furnari, rispettivamente presidente e segretario dell’associazione.

La proposta indica tre nomi in particolare: Antonio Bruno, poeta e letterato; mons. Giosuè Calaciura, filantropo e promotore di opere socio-assistenziali e sanitarie; Giuseppe “Pippo” Coco, disegnatore, illustratore e vignettista di fama internazionale.

Secondo l’associazione, l’iniziativa rappresenterebbe non soltanto un omaggio alle competenze e al valore umano dei personaggi indicati, ma anche uno strumento educativo e culturale rivolto alle giovani generazioni. L’obiettivo è quello di offrire esempi positivi legati all’ingegno, alla creatività e al servizio reso alla comunità biancavillese.

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Cultura

San Pasquale Baylón a Biancavilla: un universo di racconti, credenze e rituali

All’antica devozione per il frate francescano si affiancano anche superstizioni e convinzioni popolari

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La venerazione verso San Pasquale Baylón, umile frate francescano che da bambino lavorò come pastore nella Spagna del Cinquecento, continua a vivere con sorprendente intensità nel cuore dei biancavillesi. A Biancavilla, il culto del santo supera persino la storica presenza dei francescani, pur essendo stato proprio il loro contributo a diffonderne la devozione. Nella chiesa del convento francescano, l’altare a lui dedicato custodisce una statua lignea di raffinata fattura, meta di credenti e devoti da secoli.

Ogni anno il novenario anima il convento e i rioni circostanti con celebrazioni e momenti di preghiera. La processione del Corpus Domini conserva il fascino più autentico della ricorrenza. Un’antica superstizione vuole che, se la statua del santo “mettesse fuori il naso” dalla chiesa, il maltempo si abbatterebbe sul paese. In realtà, questa disposizione riflette la volontà di Pasquale di porre Cristo al centro del culto.

Lungo le vie di Biancavilla vengono allestiti gli altarini: strutture di ferro e legno ricoperte di lenzuola, drappi e fiori, davanti ai quali il sacerdote impartisce la benedizione eucaristica. Il corteo avanza tra il suono della banda, le invocazioni dei devoti e lo scoppio dei mortaretti. Quest’anno, in preparazione alla festa del 17 maggio, il novenario ha visto alternarsi sacerdoti biancavillesi e religiosi francescani, insieme alle processioni serali dell’Eucaristia. Suggestivi saranno anche i quadri infiorati: composizioni artistiche dedicate ai temi francescani ed eucaristici, sopra le quali passerà il corteo.

La devozione popolare a Biancavilla

Intorno alla figura di Pasquale Baylón si è sviluppato un ricco universo di racconti popolari, credenze e rituali tramandati oralmente. Il santo veniva invocato come consigliere e taumaturgo, a cui rivolgersi per conforto nelle difficoltà quotidiane o per sciogliere dubbi nei momenti di incertezza.

Particolarmente intensa era la devozione femminile: le giovani affidavano al frate speranze e inquietudini sentimentali, aspettando segnali sulla sincerità di un amore o sul futuro di un matrimonio. Durante i nove giorni della novena, a Biancavilla si recitava una speciale invocazione popolare che, secondo la tradizione, spesso riceveva risposta attraverso suoni, voci o canti nella notte, oppure altri segni ritenuti indicazioni divine. Tra queste preghiere, una recitava così:

“San Pasquali gluriusu

u ma cori è assai cunfusu.

Ppi lu Santu Sagramentu

Vui facitilu cuntentu.

Sta razzia vi dumannu…

Sta iurnata na’ passari

Ca nsignali m’ata a dari.”

Gli anziani raccontavano che il segnale, in un modo o nell’altro, arrivasse davvero: una voce lontana, un suono improvviso, oppure un rumore terribile (quando la risposta era negativa) diventavano sentenze infallibili. Queste pratiche mostrano come la religione popolare funga da rete di sostegno psicologico e sociale, regolando le emozioni, consolidando legami comunitari e fornendo strumenti simbolici per affrontare le incertezze della vita quotidiana. Purificata da elementi scaramantici, la venerazione a San Pasquale è espressione di fede genuina, intrecciata alle consuetudini di una Sicilia antica dove l’uomo affidava al Divino anche le speranze più intime e segrete.

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