Cultura
Alle origini dei “Tri Misteri”: il ruolo delle confraternite, le prime processioni
Le congregazioni scomparse di Sant’Orsola e San Rocco e quelle del Rosario, del Sacramento, dell’Annunziata
Con l’avvicinarsi delle festività pasquali, e con l’intento di proporre un rinnovato contributo di carattere storico sulle rappresentazioni della Settimana Santa a Biancavilla, ho ritenuto opportuno rielaborare un intervento da me tenuto nel gennaio 2018, nell’ambito di una tavola rotonda promossa dalla confraternita di Santa Maria Annunziata presso l’omonima chiesa.
Il tema affrontato in quella occasione riguardava, in particolare, le origini e gli sviluppi delle più antiche istituzioni confraternali della comunità etnea, tra le quali si annoverava anche quella scomparsa di Sant’Orsola. Le altre che riuscirono a sopravvivere, a partire dalla prima metà del Seicento, furono sempre più strettamente legate alle espressioni devozionali della Passione di Cristo nella tradizione locale. Il contributo che si presenta qui, su Biancavilla Oggi, si basa sull’analisi di un complesso apparato documentale, rintracciato soprattutto presso l’Archivio di Stato di Catania e l’Archivio Storico Diocesano del capoluogo etneo.
Radici che affondano alla fine del 1500
Le testimonianze documentali più antiche attestanti l’esistenza delle confraternite a Biancavilla risalgono alla fine del Cinquecento, come emerge inequivocabilmente dai volumi dei Registra litterarum conservati presso l’Archivio Storico Diocesano di Catania. All’interno di questo corpus documentale si evidenzia, in maniera particolare, la presenza di una confraternita scomparsa, quella, già menzionata, di Santa Orsola, la cui memoria – sebbene oggi completamente svanita – fu un elemento fondamentale della vita sociale della cittadina nel secondo decennio del Seicento.
L’istituzione era stata concepita per garantire, in modo gratuito, la sepoltura cristiana dei corpi dei meno abbienti e degli esclusi. È probabile, inoltre, che i suoi capitoli statutari fossero stati redatti seguendo l’esempio dell’omonima compagnia attiva a Roma, modello che fu successivamente adottato a Catania nel 1572. In questo contesto, l’imitazione del modello romano si accompagnò a una significativa spinta promozionale esercitata dai padri gesuiti e, in seguito, dai frati minori cappuccini. L’intervento di questi ultimi in Sicilia determinò, infatti, l’istituzione della confraternita anche in altri centri urbani, come anzitutto a Palermo, dove il sistema delle indulgenze pontificie contribuì in maniera decisiva alla sua diffusione.
La confraternita di Sant’Orsola, non solo funerali
Nel contesto biancavillese, la funzione della confraternita di Sant’Orsola andava ben oltre l’esecuzione del rito funerario: essa rappresentava anche un importante strumento di aggregazione volto alla formazione di una coscienza civica, specialmente in un periodo in cui il substrato demico, in via di ricostituzione a partire dall’ultimo ventennio del Cinquecento, vedeva l’insediamento di nuovi nuclei familiari, incentivato dall’azione politica e amministrativa dei Moncada.
Sono le analisi, condotte da Paolo Militello sui riveli del 1593 e poi da me sui riveli del Seicento nonché sul Libro antico dei matrimoni,a evidenziare con forza questo dato, rivelando come parecchie furono le famiglie oriunde non solo dall’area etnea, ma anche da quella nebroidea a giungere a Biancavilla negli anni a cavallo tra Cinquecento e Seicento. In questo senso, emblematico appare il caso di Dimitri Lu Jocu, il fondatore e protettore della chiesa di Santa Maria Annunziata, il quale si stanziò nella cittadina etnea nell’ultimo decennio del XVI secolo, dando un contributo assai importante alla ridefinizione della identità sociale e religiosa biancavillese.

Sant’Orsola, i cappuccini e l’oratorio
Si inserisce, così, in questo quadro la fondazione della confraternita di Sant’Orsola, che si proponeva come una risposta strategica alla necessità di provvedere al seppellimento dei defunti: una funzione che, in tale contesto, assumeva una valenza simbolica pari a quella della costituzione di una rete di solidarietà e di coesione sociale. Si potrebbe ipotizzare, in tal senso, che determinante fosse stato l’intervento dei frati minori cappuccini presenti ad Adernò, il cui insediamento era stato fortemente voluto dal conte Antonio Moncada tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII. D’altro canto, il loro convento era stato eretto con le elemosine dei fedeli nella zona occidentale della città, sede della contea, e più precisamente a ridosso della strada che conduceva alli greci.
L’anno 1618 rappresenta una pietra miliare per la confraternita di Sant’Orsola: in tale data, i confrati procedettero alla costruzione di un oratorio situato al di fuori del centro abitato, lungo l’antica via che, per l’appunto, connette Biancavilla ad Adrano, dedicando l’edificio alla propria protettrice. Il documento che sancisce tale intervento, sottoscritto alla presenza di don Filippo Raccuja e di don Leonardo Mannella, e debitamente attestato con il patto stipulato dal procuratore Nicola Antonio Rapisarda con mastro Antonio Carchiolo di Regalbuto, prevedeva la realizzazione nella chiesa del dammusu dilla sepoltura, del portale di ingresso e del campanile. Sebbene l’edificio risulti attualmente inagibile, esso rappresenta una testimonianza fondamentale dell’attività congregazionale, avendo ospitato, alla fine del Seicento, per ben otto anni, i frati minori riformati di San Francesco, in attesa del completamento del loro convento (1686).
La confraternita di San Rocco e il Cristo alla colonna
Per quanto concerne la confraternita di San Rocco, le testimonianze documentarie risultano estremamente lacunose. Nei Registra litterarum, datati al 1623, si apprende che i confrati appartenenti a tale istituto ottennero, in quell’anno, il permesso di introdurre in chiesa la statua del Cristo alla Colonna (flagellato), scolpita ad Adrano. Questa informazione permette di ipotizzare che la chiesa di San Rocco, alla pari di quella di Sant’Orsola, abbia avuto origine come oratorio privato della confraternita nei decenni finali del Cinquecento e che i confrati, pionieri nella conduzione processionale del simulacro del Cristo, abbiano dato avvio ai riti pasquali biancavillesi dei cosiddetti Tri Misteri, sebbene ancora in una forma embrionale.
L’analisi comparativa dei documenti relativi ad Adrano suggerirebbe, altresì, che lo scultore della statua del Cristo alla Colonna sarebbe da rintracciare nel magister lignaminum Rocco Terranova, attivo in quella città nei primi decenni del Seicento. Egli, d’altro canto, come ho potuto appurare, fu il fautore della statua di santa Chiara (1608) di Adrano nonché di quella di San Rocco per l’abitato di Caprileone (1618). A detta dello storico adranita Simone Ronsisvalle, sarebbe stato anche il Terranova a realizzare il simulacro del Cristozzo negli anni Trenta del Seicento.

La confraternita del Rosario
Nel 1682, il Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori (Domenicani), Antonio de Monroy, acconsentì all’istituzione della confraternita del SS. Rosario a Biancavilla, solo, però, a condizione che la chiesa originariamente intitolata a San Rocco fosse ribattezzata in favore del nuovo istituto. A seguito di tale riorganizzazione, i membri della confraternita si adoperarono, nell’ambito della liturgia pasquale, per la processione del simulacro del Cristo alla Colonna, assumendo contestualmente la legittimità amministrativa della sacrestia e di alcuni fabbricati annessi.
Di ulteriore rilievo è il fatto che le proprietà appartenenti al SS. Rosario vennero integrate al patrimonio con i proventi derivanti dall’intervento testamentario dell’abate don Antonino Piccione tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento. L’abate espresse, infatti, il desiderio di fondare un monastero sotto il titolo di Santa Chiara. L’intenzione non venne, tuttavia, realizzata nei secoli successivi, così, diversi ambienti adiacenti alla chiesa furono demoliti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

La confraternita del Sacramento
Tra le confraternite sopravvissute nel corso dei secoli, un’attenzione particolare merita quella del SS. Sacramento, la cui istituzione risale verosimilmente alla fine del Cinquecento, in analogia con evidenze reperibili in altri centri etnei, quali Paternò (1563) e Adrano (1570), nonché nei casali etnei della provincia di Catania. Sebbene i documenti attestanti l’origine dell’istituto siano scarsi, è accertato che nel 1618 la confraternita fosse già operativa, come comprovato dalla destinazione a essa di una clausura arborata e di un palacium, consistente in due corpi abitativi ubicati nel quartiere dilla fontana e confinanti con le dimore limitrofe alla Matrice. Nello stesso anno, si registra un lascito a opera di Paolo Marchese per la somma di onze 14.
Nel 1620, i confratelli ottennero dal vescovo di Catania il permesso di portare in processione il quadro di San Giuseppe, che era stato dipinto a Paternò presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie Inferiore, sede dei padri agostiniani della riforma centuripina. Ancora vent’anni dopo, nel 1640, la licenza concessa ai confratelli per celebrare la messa all’interno della cappella di San Placido conferma non solo l’esistenza dell’ambiente consacrato al patrono del centro abitato etneo, ma anche la fondatezza di certi legami tra la confraternita e il martire messinese.

La confrtaernita dell’Annunziata
In tal modo, già a metà del Seicento, le confraternite di Biancavilla – in particolare quelle del SS. Sacramento e dell’istituto, originariamente noto come San Rocco e poi ribattezzato del SS. Rosario – animavano in maniera strutturale le processioni della Settimana Santa. A queste due, nel 1656, si aggiunse la confraternita della SS. Annunziata. Tali istituzioni, seppur caratterizzate da differenti datazioni cronologiche, rappresentano le più antiche realtà aggregative sopravvissute sino ai giorni odierni, testimoniando la volontà dei predecessori di unirsi sotto l’egida della Santa Eucaristia e della Madre di Dio, al fine di commemorare le festività sacre, instaurare una preghiera collettiva e adempiere ritualmente al dovere funerario per i propri confratelli.
Le analisi che ho condotto, infine, sulla documentazione della chiesa di Santa Maria Annunziata mi ha permesso di identificare già nel 2015-2016 un accordo contrattuale stipulato tra la confraternita del SS. Sacramento e quella della SS. Annunziata. Alla presenza dei rispettivi direttivi, i confratelli definirono le modalità di intervento durante la processione pasquale – nota come a Paci – stabilendo che i membri della SS. Annunziata si collocassero a sinistra rispetto a quelli della SS. Sacramento, configurando una preminenza processionale che sembra ricondursi a motivazioni cronologiche legate all’ordine di fondazione. In tal modo, le due confraternite assunsero la funzione complementare di condurre il Cristo Risorto e la Madonna, coadiuvata dall’Arcangelo Gabriele, rito che, a distanza di quasi trecento anni, rimane un pilastro dell’identità devozionale locale.

Le confraternite e l’identità locale
In conclusione, questa breve disamina intende rivelare come le confraternite di Biancavilla a partire dal Seicento abbiano rappresentato non solo strumenti di cura spirituale, ma anche fondamentali dispositivi aggregativi, capaci di forgiare e consolidare una coscienza civica nell’ambito di un tessuto sociale in evoluzione. Queste istituzioni, pur nelle loro trasformazioni, continuano, infatti, a essere testimonianza della volontà dei predecessori di celebrare e perpetuare il proprio patrimonio devozionale, costituendo un pilastro vivo dell’identità locale.

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Cultura
La notte dei presagi: così san Giovanni “entrava” nelle case dei biancavillesi
Gesti, preghiere e rituali fatti in famiglia per una delle tradizioni più affascinanti: la ricorrenza del 24 giugno
Nella notte di San Giovanni, a Biancavilla, dentro le case si compivano gesti antichi: una preghiera recitata sottovoce, della cera che cadeva in un recipiente con l’acqua e si trasformava in misteriose figure… Era una delle tradizioni più affascinanti legate alla festa celebrata il 24 giugno, che solo qualche anziano ricorda ancora.
La Chiesa attribuisce un’importanza particolare a San Giovanni Battista, Precursore di Cristo, che di lui disse: «Egli deve crescere e io diminuire». Nella tradizione cristiana, queste parole trovano un suggestivo richiamo anche nel corso del sole. La nascita del Battista viene celebrata infatti nei giorni dopo il solstizio d’estate, quando le giornate hanno raggiunto la loro massima durata e cominciano lentamente ad accorciarsi. Al contrario, il Natale cade subito dopo il solstizio d’inverno, quando la luce torna gradualmente a crescere. Come il sole diminuisce dopo la festa di San Giovanni e aumenta dopo quella di Cristo, così il Battista si ritira simbolicamente perché possa manifestarsi pienamente il Signore.
I cumpari di san Giuvanni
In tutta la Sicilia il Battista era invocato contro diverse malattie. Dopo il terremoto del 1693 molti paesi lo elessero a proprio patrono. A Biancavilla la devozione verso San Giovanni faceva parte di quella religiosità domestica, semplice e spontanea, che per secoli ha accompagnato la quotidianità delle famiglie. E che non si esprimeva soltanto nelle chiese ma anche nei cortili e tra le mura di casa, intrecciandosi con i timori, le speranze e le necessità concrete della vita. Il suo nome era legato soprattutto a un istituto sociale fondamentale: il comparatico.
I padrini e le madrine di battesimo dei figli diventavano infatti “cumpari di San Giuvanni”. Quel legame era considerato sacro e destinato a durare per tutta la vita. Tra compari si instaurava un rapporto di reciproca assistenza, solidarietà e fiducia che spesso risultava persino più forte dei legami di sangue. In una società contadina dove non esisteva assistenza sociale o altre forme di tutela pubblica, il comparatico rappresentava una vera rete di sostegno. La scelta di un padrino o di una madrina per il proprio figlio non era casuale: significava scegliere una persona sulla quale poter contare nei momenti difficili. Dietro questa tradizione emerge una fitta trama di relazioni che rafforzava la coesione della comunità e offriva sicurezza.
L’aura di san Giovanni
Quando per la famiglia si avvicinava una decisione importante — un matrimonio, l’acquisto di una casa, una partenza, un investimento – o quando incombeva una malattia grave, si ricorreva a un rituale tanto semplice quanto suggestivo. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno, si accendeva una candela e si recitava una preghiera. Quando la cera iniziava a sciogliersi, la si lasciava cadere in un recipiente pieno d’acqua. A contatto con il liquido si solidificava rapidamente creando forme imprevedibili. Quelle immagini venivano poi interpretate come possibili indicazioni sul futuro.
Più che una pratica divinatoria nel senso moderno del termine, era un modo per affrontare l’incertezza. Oggi siamo abituati a cercare risposte nei dati, nelle statistiche o nelle consulenze specialistiche. I nostri nonni, invece, affidavano le proprie inquietudini a simboli, preghiere e rituali.
L’antropologia insegna che ogni società sviluppa strumenti per confrontarsi con ciò che non può controllare. Nelle campagne siciliane di un tempo il futuro era spesso fragile e imprevedibile: bastava una cattiva annata agricola, una malattia o un viaggio per cambiare il destino di un’intera famiglia.
Emblematico è il ricordo tramandato dal signor Carmelo C., un biancavillese. Suo padre raccontava che la nonna interrogava San Giovanni ogni volta che in famiglia si presentava una scelta importante. In una di queste occasioni un giovane parente decise di partire per le Americhe in cerca di fortuna.
Dopo la partenza, la famiglia eseguì il rituale della cera. Le forme che apparvero furono interpretate come presagi inquietanti: una testa di donna, una spada, un teschio. Per settimane l’angoscia accompagnò l’attesa delle notizie provenienti dall’altra parte dell’oceano. Solo molto tempo dopo si seppe che il giovane emigrato era rimasto gravemente ferito in seguito a una lite per motivi passionali. Fortunatamente si era salvato e, insieme alle lettere, inviò fotografie che rassicurarono definitivamente i suoi familiari.
Che si creda o meno alla capacità profetica di quei segni, il racconto restituisce il clima emotivo di un’epoca in cui la distanza e il silenzio rendevano ogni partenza un salto nell’ignoto.
Un brutto sogno? Affidamento a san Giovanni
Quando un brutto sogno turbava il risveglio, ci si affidava all’intercessione del Battista affinché il male venisse trasformato in bene. Le parole di una preghiera popolare conservano ancora oggi tutta la loro forza evocativa:
«Cchi malu sonnu ca mi ‘nzunnai,
a san Giuvanni cci ‘u cuntai.
San Giuvanni cci ‘u cuntau a Cristu:
cchi bellu sonnu ca è chistu».
Era una forma di rassicurazione. Attraverso l’orazione, la paura perdeva parte del suo potere e l’angoscia lasciava spazio alla speranza.
L’acqua di san Giovanni
La vigilia di San Giovanni era inoltre associata a un’altra tradizione oggi quasi scomparsa, ma un tempo molto diffusa tra i biancavillesi: la preparazione dell’acqua di San Giovanni.
La sera del 23 giugno si riempiva una bacinella con acqua limpida e vi si lasciavano galleggiare petali di rose, margherite e altri fiori di campo appena raccolti. Spesso si aggiungevano anche alcune erbe considerate benefiche, come il rosmarino, la menta, la malva o l’iperico.
La bacinella veniva lasciata all’aperto per tutta la notte, per assorbire la rugiada e la frescura delle ore notturne. Al sorgere del sole, l’acqua era considerata benedetta dalla natura e dal Santo. Ci si lavava il viso, accompagnando il gesto con una preghiera. Secondo la credenza popolare, essa aveva il potere di allontanare le negatività, proteggere dalle malattie e favorire il benessere durante l’anno.
Dietro questa usanza si intravede l’incontro tra tradizione cristiana e antichi riti stagionali legati al solstizio d’estate. L’acqua, elemento centrale nella missione di Giovanni Battista che battezzò Gesù nel Giordano, diventava simbolo di purificazione e di rinnovamento. Ma al tempo stesso richiamava quei gesti ancestrali con cui le comunità contadine salutavano il culmine della primavera e l’ingresso nella stagione estiva, affidando alla natura il desiderio di salute, prosperità e protezione.
Anche in questo caso il significato più profondo del rito andava oltre la semplice credenza. Lavarsi con l’acqua di San Giovanni significava iniziare una nuova giornata – e simbolicamente una nuova stagione della vita – lasciandosi alle spalle preoccupazioni, malanni e cattivi pensieri. Un gesto che trasformava la fede in esperienza concreta e ricordava come il sacro fosse intimamente intrecciato ai ritmi della natura.
L’erba di san Giovanni
La notte di San Giovanni era legata anche alla natura e ai suoi doni. Tra le erbe raccolte in quei giorni occupava un posto speciale l’iperico, conosciuto come “Erva di San Giuvanni”. Considerato una pianta benefica, cresceva spontaneo nelle campagne. Con esso si preparavano decotti e rimedi popolari utilizzati contro diversi disturbi; le foglie trovavano impiego anche per favorire la cicatrizzazione delle ferite.
Il rosolio di san Giovanni
Il 24 giugno era anche il giorno di un’altra tradizione: la preparazione del rosolio nocino. Le massaie attendevano quella data con attenzione e chiedevano ai mariti di portare dalla campagna delle noci ancora acerbe. Queste poi venivano tagliate e sistemate nei buttigghiuna di vetro insieme a zucchero, alcool e vino. Poi iniziava l’attesa. I recipienti si deponevano in luoghi freschi, al riparo dalla luce per quaranta giorni. Il tempo compiva la sua opera, trasformando ingredienti semplici in un liquore dal sapore caratteristico. Il rosolio avrebbe trovato posto nelle occasioni più liete della vita familiare: durante le visite importanti, nei ricevimenti domestici, nelle feste e nelle ricorrenze.
San Giovanni, festa con radici contadine
La festa di San Giovanni, profondamente legata alla cultura contadina era un momento in cui natura, famiglia, lavoro e fede si incontravano. Raccolta delle erbe, preparazione del liquore, preghiere e rituali domestici erano tasselli di una stessa visione del mondo.
Oggi molte di queste tradizioni sopravvivono soltanto nei racconti degli anziani. La modernità ha cambiato il modo di vivere la religiosità, le relazioni sociali e persino il rapporto con il tempo. Eppure il bisogno che alimentava quei gesti non è scomparso. Anche l’uomo contemporaneo continua a interrogarsi sul futuro, a cercare rassicurazioni nei momenti difficili, a costruire legami di fiducia e a custodire piccoli riti personali che lo aiutino ad affrontare l’incertezza. Forse è per questo che la memoria della notte di San Giovanni continua a esercitare il suo fascino. Dietro una candela accesa, una preghiera sussurrata, un mazzetto di erbe raccolte, si nasconde qualcosa che appartiene a ogni epoca: il desiderio umano di dare significato al tempo, agli affetti e al mistero della vita.
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Cultura
Placido Nicolosi e la cartolina dal fronte di guerra ritrovata dopo oltre un secolo
La comunicazione, datata 24 febbraio 1918, indirizzata a padre Placido Caselli presso il Piccolo Seminario
La storia, a volte, sceglie strade imprevedibili per tornare a parlarci. Non emerge necessariamente dallo scaffale di un archivio o dalle pagine di un vecchio registro. Talvolta riaffiora da un oggetto dimenticato, sopravvissuto al tempo quasi per caso. È quanto accaduto con una cartolina postale, che abbiamo ritrovato dopo oltre cento anni in un mercatino antiquario. La comunicazione postale fu spedita nel 1918 da un giovane biancavillese. Da quel documento, Biancavilla Oggi inizia un viaggio nella memoria della Grande Guerra e dei religiosi del nostro paese chiamati alle armi.
La cartolina reca una data precisa: 24 febbraio 1918. Il mittente è il chierico biancavillese Placido Nicolosi. Il destinatario è il reverendo canonico Placido Caselli, rettore del Piccolo Seminario di Biancavilla. Poche righe: «Ho fatto buon viaggio sorpassando ogni pericolo di terra e di mare». Eppure sufficienti per aprire uno squarcio su una vicenda che, per oltre un secolo, era rimasta silenziosa. La cartolina fu scritta dall’Ospedaletto da Campo 122, in Zona di Guerra. Non viene specificato altro per una precauzione imposta dalla censura militare, che vietava ai soldati di fornire informazioni utili al nemico sulla posizione dei reparti.
Assegnazione all’Ospedaletto da campo
L’Ospedaletto da Campo n. 122 è stato un’unità mobile sanitaria del Regio Esercito durante la Prima Guerra Mondiale, alle dipendenze della 9ª Compagnia di Sanità di Roma. Era strutturato per una cinquantina di posti letto ed è stato operativo dal maggio 1915 fino a dopo la ritirata di Caporetto. La struttura seguiva gli spostamenti delle truppe sul fronte montano, offrendo cure essenziali e smistando i feriti. Dismesso dopo il 24 ottobre del 1917, probabilmente fu ricostituito agli inizi dell’anno successivo. Gli ospedaletti da campo, dislocati nelle retrovie del fronte, gestivano i feriti lievi e quelli gravi ma trasportabili, garantendo la degenza più breve possibile prima di inviare i soldati negli ospedali principali o territoriali. Erano allestiti in strutture preesistenti, baracche o, se necessario, in grandi tende da campo.
Come migliaia di altri seminaristi italiani mobilitati durante il conflitto, anche Placido Nicolosi era stato richiamato alle armi. Assegnato all’ospedaletto da campo, non sappiamo con precisione quale fosse il suo incarico in quel delicatissimo “inverno della riscossa”. I chierici non ancora ordinati sacerdoti, infatti, venivano frequentemente destinati ai servizi sanitari dell’esercito, dove svolgevano mansioni di assistenza, supporto logistico o amministrativo accanto al personale medico e religioso, o operando come infermieri, barellieri o furieri. In questi presidi sanitari i chierici svolgevano un doppio compito fondamentale: assistevano i medici nelle cure fisiche e offrivano supporto morale e religioso ai feriti, spesso collaborando direttamente con il Cappellano Militare titolare della struttura.
«Sorpassato ogni pericolo di terra e di mare»
Le prime parole del giovane chierico colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza: «Ieri sera, 23, sono arrivato all’ospedaletto, ho fatto buon viaggio sorpassando ogni pericolo di terra e di mare». Dietro quella frase si intravede il lungo viaggio di un seminarista siciliano verso il Nord Italia, nel pieno del conflitto. Nicolosi era partito dal suo mondo fatto di studio, preghiera e vita comunitaria per raggiungere una realtà completamente diversa, segnata dall’emergenza della guerra.
Placido Nicolosi non parla di combattimenti, di feriti o di paura. Parla del suo Seminario. Chiede notizie dei compagni rimasti a Biancavilla. Di un suo compagno di Belpasso costretto a letto. Si informa perfino sulle questioni organizzative dell’istituto e sulla scelta di un nuovo prefetto. Emerge nelle righe la profonda stima e l’attaccamento nei confronti del rettore, il reverendo don Placido Caselli, che sicuramente anni prima lo aveva accolto in seminario come i tanti altri ragazzi di Biancavilla e dei paesi vicini che qui studiavano, vivevano la loro vita preparandosi al sacerdozio.
La distanza tra il fronte e Biancavilla
Leggendo quelle righe si ha quasi l’impressione che la distanza tra il fronte e il suo paese non esista. Nel suo profilo si può cogliere un tratto comune a molti giovani della sua generazione. Di fronte all’incertezza della guerra, Nicolosi sembra cercare stabilità nei riferimenti più familiari: il seminario, gli amici, le figure educative che avevano accompagnato la sua crescita. Più che l’eroismo o l’avventura, dalle sue parole emerge il bisogno di conservare un senso di continuità con la vita precedente, quasi a difendere la propria identità dalle profonde trasformazioni imposte dal conflitto.
Come molti giovani della sua generazione, anche lui si trovava improvvisamente catapultato in un mondo nuovo e incerto, ma continuava a mantenere vivo il legame con la comunità nella quale era cresciuto. Non racconta la guerra delle grandi offensive o dei bollettini militari. Racconta la guerra vista dagli occhi di un giovane biancavillese che, appena arrivato in zona operativa, sente il bisogno di scrivere a casa e di avere notizie della propria famiglia spirituale.
Dal fronte alla chiesa madre
Terminato il conflitto, Placido Nicolosi tornò alla sua vocazione. Completò gli studi teologici e venne ordinato sacerdote il 10 giugno 1922 dal vescovo Emilio Ferrais. Nel 1929 fu nominato vicario cooperatore presso la Chiesa dell’Idria dove era rettore l’amato padre Caselli. Ottimo musicista, fu organista in Chiesa Madre e direttore del coro. A lui si debbono innumerevoli trascrizioni di canti e musiche per organo oggi conservati negli archivi della Chiesa Madre, dell’Idria e dell’Annunziata. Dal 1947 fu rettore della chiesa di Gesù e Maria. In tutti i suoi anni di sacerdozio fu legato al Piccolo Seminario dove si era formato e dove ricoprì, in seguito, l’incarico di insegnante. Morì per angina pectoris il 31 luglio del 1950, al termine di una faticosa giornata di lavoro in chiesa.
Quella cartolina ritrovata rappresenta oggi una delle rare testimonianze dirette del suo passaggio attraverso la Grande Guerra. Ma la nostra ricerca non si è fermata a lui. Seguendo le tracce lasciate da questo giovane chierico, abbiamo voluto cercare altre storie dimenticate. Come quella di un altro sacerdote biancavillese che, richiamato alle armi, prestò servizio nella Sanità Militare e chiese persino di essere nominato cappellano militare. Una richiesta che, sorprendentemente, non venne accolta. La sua vicenda sarà al centro della prossima puntata di questa ricerca dedicata ai preti-soldato di Biancavilla.
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