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Cronaca

In auto con musica ad alto volume: denunciati 5 “incivili della notte”

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Auto con un potente impianto di amplificazione (foto d’archivio)

Si tratta di giovani sorpresi dai carabinieri di Biancavilla mentre davano sfogo agli altoparlanti delle loro auto, disturbando la quiete pubblica. L’azione dei militari seguita a molte segnalazioni e lamentele di cittadini infastiditi.

 

di Vittorio Fiorenza

House, hip pop o neomelodica. A prescindere dal genere e dai gusti, il fastidio è unanime. Musica a “palla” in piena notte, senza il minimo rispetto di chi in casa a quell’ora dorme. Una sorta di discoteca all’aperto improvvisata con l’impianto stereo delle auto messo ad alto volume.

Segno di diffusa inciviltà. Ma anche una violazione di un poco noto articolo del codice penale: il 659 sul “disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone”. Un reato punito fino a tre mesi di carcere o con un’ammenda di 309 euro. È esattamente quanto contestato dai carabinieri di Biancavilla a cinque giovani, denunciati alla Procura, dopo essere stati sorpresi, in piena notte, mentre davano sfogo agli altoparlanti delle loro auto.

I militari hanno raccolto molte lamentele di cittadini infastiditi e subito sono passati all’azione. È bastato andare in centro per acciuffare facilmente alcuni degli “incivili della notte”. Nel caso specifico, i cinque erano a bordo di due veicoli con l’autoradio a decibel esasperati.

Un’azione non occasionale, quella dei carabinieri biancavillesi, decisi a continuare questi controlli per mettere fine ad una prassi diffusa quanto irritante.

Durante l’attività dei militari, altre verifiche hanno poi consentito di elevare diverse contravvenzioni, sottrarre punti della patente e procedere al ritiro di un veicolo per assenza di assicurazione e violazioni del codice della strada (dal mancato uso della cintura di sicurezza all’utilizzo del cellulare durante la guida).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Cronaca

La droga sull’asse Lombardia-Adrano con un biancavillese mediatore del clan

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di VITTORIO FIORENZA

C’è un biancavillese, Antonino Amato, 71 anni, trapiantato in Lombardia, tra i riferimenti di fiducia del clan Santangelo-Taccuni di Adrano per arrivare all’acquisto di partite di droga. Secondo i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, l’uomo è da ritenere uno dei mediatori per l’approvvigionamento di stupefacenti nel Nord Italia. Il suo profilo e il suo ruolo emergono dalla recente operazione “Adrano libera” (con 38 indagati), condotta dal commissariato di polizia e dalla Squadra mobile contro il clan capeggiato da Gianni Santangelo.

«Sulla base degli elementi acquisiti –scrive il Gip– può concludersi per la sussistenza di gravi indizi di reità a carico di Amato» per i reati riferiti all’associazione mafiosa e alla droga. Per lui, la misura cautelare applicata dal giudice Giovanni Cariolo è quella dell’obbligo di presentazione alla P.G. tre volte a settimana.

Nelle carte dell’inchiesta, come appurato da Biancavilla Oggi, un capitolo corposo è quello della droga. Uno dei canali di acquisto è nelle province di Como e Varese (oltre che nel Messinese, in Calabria e in Campania).

Quando la Dda di Catania comincia ad intercettare le telefonate, alla fine del 2017, Amato è il primo contatto al Nord chiamato da Tony Ugo Scarvaglieri, uomo di spicco dei “Santangelo-Taccuni”, per avviare la trattativa di acquisto. «Il tempo che raccogliamo queste cose e poi…», assicura Scarvaglieri ad Amato, riferendosi alla raccolta del denaro destinato alla droga. E in effetti, l’organizzazione, per disporre di liquidità, assalta il “Credem” di Adrano, scardinando lo sportello bancomat (contenente quasi 25mila euro) con l’ausilio di un mini escavatore (trasportato su un camion rubato a Biancavilla).

La polizia ascolta e segue tutte le fasi. La trasferta al Nord degli uomini del clan. Il loro arrivo. Gli incontri e le trattative in loco. Il viaggio di ritorno verso la Sicilia con un carico di 1,5 kg di eroina.

Oltre ad Amato, entrano in scena, come mediatori in Lombardia, Domenico Salamone, originario di Adrano, e Giovanni Malagò, calabrese trapiantato a Varese, che teneva i contatti diretti con il narcotrafficante albanese Emir Daci, fornitore dello stupefacente (arrestato già nel 2018 con 17,5 kg di eroina e 44mila euro in contante).

È Amato –secondo quanto emerge dall’inchiesta– a ricevere da Malagò un “provino” di eroina, che sarebbe stato testato da Federico Longo (un “intenditore”, ritenuto organico al clan) prima dell’acquisto. Tutti entusiasti della qualità e del buon affare. Sensazioni riferite subito al boss Santangelo, che seguiva tutto da Adrano: «Una bomba… Niente, Gianni, cose mai viste… Madonna mia!». Si passa all’acquisto della droga, si fantasticano consolidamenti di futuri affari.

Secondo i magistrati etnei, «Amato era personalmente coinvolto negli incontri del 22 dicembre che si erano conclusi con l’acquisto di mezzo chilo di eroina al costo di 12mila euro». Era solo una parte. L’intero quantitativo che il gruppo di adraniti carica in auto a Turate (in provincia di Como) viene trasportato, in direzione Sicilia, da David Palmiotti (già indicato da alcuni pentiti come “corriere” del clan Santangelo-Taccuni). Su un’altra auto gli fanno da “scorta” Longo, Scarvaglieri e Antonino Bulla, uomo-chiave del clan per gli affari di droga. È lui che guida la mission in terra lombarda, aggiornando per telefono ed sms il boss su ogni passaggio, incontro, spostamento, fase della trattativa.

Tutto sembrava filare liscio. Fino agli imbarchi dei traghetti per oltrepassare lo Stretto. Qui, la Fiat Bravo di Palmiotti viene bloccata dai poliziotti e lui finisce in manette, dopo il sequestro di due involucri di “roba”. Erano nascosti nello pneumatico della ruota di scorta. L’arresto mette in allarme tutta l’organizzazione. Bulla chiama subito il boss: «Lo butto questo telefono?», chiede. «Che devi fare… ormai… a quest’ora ci hanno sentito…», risponde sconsolato Gianni Santangelo. Era il 23 dicembre del 2017. Per il clan di Adrano, quello sarebbe stato un brutto Natale.

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