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Cronaca

Omicidi sventati, uno a San Placido Sette fermi per esponenti del clan


Le persone coinvolte sono legate al clan biancavillese. Uno è ricercato: probabilmente si trova fuori Italia. Le indagini della Dda mosse dall’omicidio di Alfredo Maglia e sviluppate con le uccisioni di Agatino Bivona e Nicola Gioco. Le intercettazioni hanno evitato altri due delitti, uno ad aprile, l’altro la mattina del 6 ottobre.

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Abusivismo, demolita la prima abitazione Scene ad alta tensione: la folla in rivolta


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Da sinistra, Giuseppe Maglia (35 anni), Roberto Maglia (27 anni), Riccardo Salvatore Cantone (25 anni), Giuseppe Maglia (31 anni), Davide Santangelo (24 anni) e Placido Toscano (65 anni).

Sventati due omicidi, di cui uno programmato per il 6 ottobre, giorno di chiusura della festa di San Placido, che avrebbe avuto una grande risonanza. Sullo sfondo, la guerra interna a quello che un tempo era il solidissimo clan Toscano-Mazzaglia-Tomasello di Biancavilla e che, negli anni, è deflagrato (la prima miccia  è l’omicidio di Giuseppe Mazzaglia “Fifiddu”) fino a farne due agguerrite fazioni. Sono questi i retroscena che emergono dall’operazione di sabato mattina, che ha svegliato i biancavillesi con sirene spiegate, posti di blocco ed elicottero a supporto.

Sono sette le persone fermate con l’accusa di associazione mafiosa, detenzione di armi ed estorsione, nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Catania sulla mafia biancavillese e che prende spunto dalla serie di omicidi degli ultimi anni, in particolare quello di Alfredo Maglia, avvenuto ad Adrano.

Il provvedimento è stato eseguito da agenti della Squadra mobile della Questura e del commissariato di polizia di Adrano e da militari del nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri.

I fermati sono: Giuseppe Maglia, di 35 anni, Roberto Maglia, di 27, Riccardo Salvatore Cantone, di 25, Giuseppe Maglia, di 31, Davide Santangelo, di 24, e Placido Toscano, di 65. Il settimo indagato sarebbe all’estero.

Le indagini hanno consentito di sventare due omicidi, uno dei quali nella fase immediatamente precedente all’esecuzione, e di sequestrare un arsenale, tra cui kalashnikov e fucili mitragliatori.

Le indagini hanno preso avvio dall’omicidio di Alfredo Maglia, 41 anni, assassinato ad Adrano il 28 ottobre 2013, ritenuto allora il reggente della cosca locale alleata della “famiglia” Santapaola-Ercolano. L’ambito sarebbe la faida negli ambienti criminali di Biancavilla per il controllo degli affari illeciti che hanno portato all’uccisione di Agatino Bivona in via Fallica e di Nicola Gioco in via Pistoia, lo scorso gennaio, nell’arco di 48 ore di terrore.

In questo contesto sarebbero maturate anche le eliminazioni di Giuseppe Mazzaglia, allora reggente del clan, avvenuta il 19 aprile 2010, e del suo presunto luogotenente, Roberto Ciadamidaro, il 23 dicembre 2012.

Un’escalation di omicidi preoccupante: dalle indagini della Squadra mobile è emerso che nella scorsa primavera due degli indagati avevano progettato l’eliminazione di un esponente della cosca in una città del Nord Italia. La Dda coordinò un monitoraggio di carabinieri e polizia su presunti sicari e vittima, che consentì di impedire il delitto.

Nello stesso tempo il gruppo, come emerge da un’intercettazione, voleva “curare il giardino”, ovvero mantenere il controllo del territorio, anche con l’uccisione dell’esponente di un clan rivale. L’omicidio era progettato per il 6 ottobre scorso.

Per evitarlo la polizia ha eseguito delle perquisizioni domiciliari sfociate negli arresti della settimana scorsa (Alfio e Vincenzo Cardillo, di 71 e 38 anni, padre e figlio, e Gaetano Musumeci di 27) perché trovati in possesso di un arsenale, compresi mitragliatori Kalashnikov e Skorpion.

Vincenzo Cardillo era stato scarcerato da poco e, secondo gli investigatori, aveva preso in mano le redini del gruppo, indebolendo la “famiglia”, tanto che Roberto Maglia, per sicurezza, aveva deciso di andare in Germania. Per questo, la Procura ha disposto i fermi.

Dalle indagini è emersa anche un’estorsione ai danni del titolare di un chiosco di bibite e una tentata estorsione in pregiudizio del responsabile di una ditta del settore agricolo, fatti per i quali è stato disposto il fermo di Placido Toscano, eseguito dai carabinieri.

Durante il blitz, in una casa rurale usata da Cantone, sono stati trovati e sequestrati due fucili caricati a pallettoni, uno dei quali armato a ‘lupara’, con canna e calcio mozzati, e munizioni.

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Cronaca

La droga sull’asse Lombardia-Adrano con un biancavillese mediatore del clan

Dall’inchiesta “Adrano libera” emerge il coinvolgimento di un 71enne per l’acquisto di 1,5 kg di eroina

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di VITTORIO FIORENZA

C’è un biancavillese, Antonino Amato, 71 anni, trapiantato in Lombardia, tra i riferimenti del clan Santangelo-Taccuni di Adrano per arrivare all’acquisto di partite di droga. Secondo i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, l’uomo è da ritenere uno dei mediatori per l’approvvigionamento di stupefacenti nel Nord Italia. Il suo profilo e il suo ruolo emergono dalla recente operazione “Adrano libera” (con 38 indagati), condotta dal commissariato di polizia e dalla Squadra mobile contro il clan capeggiato da Gianni Santangelo.

«Sulla base degli elementi acquisiti –scrive il Gip– può concludersi per la sussistenza di gravi indizi di reità a carico di Amato» per i reati riferiti all’associazione mafiosa e alla droga. Per lui, la misura cautelare applicata dal giudice Giovanni Cariolo è quella dell’obbligo di presentazione alla P.G. tre volte a settimana.

Nelle carte dell’inchiesta, come appurato da Biancavilla Oggi, un capitolo corposo è quello della droga. Uno dei canali di acquisto è nelle province di Como e Varese (oltre che nel Messinese, in Calabria e in Campania).

Quando la Dda di Catania comincia ad intercettare le telefonate, alla fine del 2017, Amato è il primo contatto al Nord chiamato da Tony Ugo Scarvaglieri, uomo di spicco dei “Santangelo-Taccuni”, per avviare la trattativa di acquisto. «Il tempo che raccogliamo queste cose e poi…», assicura Scarvaglieri ad Amato, riferendosi alla raccolta del denaro destinato alla droga. E in effetti, l’organizzazione, per disporre di liquidità, assalta il “Credem” di Adrano, scardinando lo sportello bancomat (contenente quasi 25mila euro) con l’ausilio di un mini escavatore (trasportato su un camion rubato a Biancavilla).

La polizia ascolta e segue tutte le fasi. La trasferta al Nord degli uomini del clan. Il loro arrivo. Gli incontri e le trattative in loco. Il viaggio di ritorno verso la Sicilia con un carico di 1,5 kg di eroina.

Oltre ad Amato, entrano in scena, come mediatori in Lombardia, Domenico Salamone, originario di Adrano, e Giovanni Malagò, calabrese residente a Varese, che teneva i contatti diretti con il narcotrafficante albanese Emir Daci, fornitore dello stupefacente (arrestato già nel 2018 con 17,5 kg di eroina e 44mila euro in contante).

È Amato –secondo quanto emerge dall’inchiesta– a ricevere da Malagò un “provino” di eroina, che sarebbe stato testato da Federico Longo (un “intenditore”, ritenuto organico al clan) prima dell’acquisto. Tutti entusiasti della qualità e del buon affare. Sensazioni riferite subito al boss Santangelo, che segue ogni fase da Adrano: «Una bomba… Niente, Gianni, cose mai viste… Madonna mia!». Si passa all’acquisto della droga, si fantasticano consolidamenti di futuri affari.

Secondo i magistrati etnei, «Amato era personalmente coinvolto negli incontri del 22 dicembre che si erano conclusi con l’acquisto di mezzo chilo di eroina al costo di 12mila euro». Era solo una parte. L’intero quantitativo che il gruppo di adraniti carica in auto a Turate (in provincia di Como) viene trasportato, in direzione Sicilia, da David Palmiotti (già indicato da alcuni pentiti come “corriere” del clan Santangelo-Taccuni). Su un’altra auto gli fanno da “scorta” Longo, Scarvaglieri e Antonino Bulla, uomo-chiave del clan per gli affari di droga. È lui che guida la mission in terra lombarda, aggiornando per telefono ed sms il boss su ogni passaggio, incontro, spostamento, sviluppo della trattativa.

Tutto sembrava filare liscio. Fino agli imbarchi dei traghetti per oltrepassare lo Stretto. Qui, la Fiat Bravo di Palmiotti viene bloccata dai poliziotti e lui finisce in manette, dopo il sequestro di due involucri di “roba”. Erano nascosti nello pneumatico della ruota di scorta. L’arresto mette in allarme tutta l’organizzazione. Bulla chiama subito il boss: «Lo butto questo telefono?», chiede. «Che devi fare… ormai… a quest’ora ci hanno sentito…», risponde sconsolato Gianni Santangelo. Era il 23 dicembre del 2017. Per il clan di Adrano, quello sarebbe stato un brutto Natale.

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