29062017IN PRIMO PIANO:

Antonio, sopravvissuto agli spari:
«Vi racconto la mia nuova vita»

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ESCLUSIVO. Intervista al 30enne, vittima di un agguato tra via San Zenone e via Etnea. Con Biancavilla Oggi ripercorre quei terribili momenti, parla del suo presente su una sedia a rotelle, tratteggia il suo futuro con una grande voglia di vivere. «Chi mi ha sparato? Un vigliacco».

 

di Vittorio Fiorenza

«Di notte sento ancora quegli spari. Anche quando sbatte una porta, dentro di me avverto come un bruciore. Cerco di cancellare dalla mia testa la faccia di chi mi ha sparato. Ma capita spesso, quando dormo, di rivedere l’incubo di quei momenti. E allora mi metto gli auricolari ed ascolto un po’ di musica per distrarre la mia mente».

Antonio Erba, 30 anni, è seduto sulla sua sedia a rotelle. Lo accompagnerà a vita. Non potrà più camminare perché una scheggia di una delle tre pallottole che lo hanno colpito si è conficcata nella spina dorsale, rendendolo paralizzato. Parla dal salotto della sua nuova casa, adeguata alle sue esigenze di spostamento, presa in affitto a Ragalna.

Per quegli spari, esplosi lo scorso agosto all’angolo tra via San Zenone e via Etnea, in un vero e proprio agguato, si trova in carcere Marcello La Delfa. Agì perché convinto –erroneamente– che Antonio continuasse una relazione con la moglie. In realtà il rapporto era stato troncato sul nascere quando il giovane aveva scoperto la difficile situazione familiare della donna, prima separatasi dal marito per maltrattamenti e poi riavvicinatasi a lui. La Delfa ha chiesto il tiro abbreviato: udienza fissata al prossimo luglio.

Antonio, dopo sei mesi passati al “Cannizzaro” di Catania e alcune settimane nella struttura del “Cenacolo” di contrada Croce al vallone, vive ora lontano da Biancavilla. Affiancato dalla cugina Letizia e dal suo legale, l’avv. Maria Carmela Di Mattea, accetta il colloquio con Biancavilla Oggi per raccontare la sua nuova vita. Non cita mai il nome di chi gli ha teso l’agguato. Mai una parola di rancore nei suoi confronti. È sorprendente e disarmante la sua forza di volontà. E la voglia di aggrapparsi al futuro.

Antonio, innanzitutto, come sta?
Tanti mi chiedono se riprendo a camminare, ma rispondo che resterò in sedia. “Guarda che ti ha fatto questa persona, non te lo meritavi”, mi dicono tutti. Ma sono vivo, ciò che conta è questo.

Quale è adesso la sua giornata?
Cerco ogni giorno di adattarmi alla nuova situazione: lavarmi la faccia, guardarmi allo specchio o semplicemente andare a letto o vestirmi. Ogni cosa, bisogna programmarla. C’è un procedimento da seguire su tutto: anche mettersi le scarpe.

Tutte cose che ha imparato quand’era ricoverato al “Cannizzaro”.
Lì ho vissuto un’esperienza umana importantissima. Ti fanno capire che anche se sei in sedia, non sei diverso dagli altri. Anzi, lì facevo più cose di prima. Da ognuno sono stato spronato. Tutti mi hanno aiutato. Ho imparato a ballare in sedia, a fare il tiro con l’arco o a giocare a tennis da tavolo.

Quando ha avuto consapevolezza che non avrebbe più camminato?
Il giorno preciso non lo ricordo. Ho capito da me che quella sarebbe stata la mia condizione. Quando ho avuto conferma ufficiale dalla dottoressa è scattata una molla. Mi sono detto: “Va bene, se non posso usare le mie gambe e non posso più camminare, mi pongo altre mete”. A buttarsi giù non serve a niente, come purtroppo vedevo in ospedale in altri pazienti che piangevano tutti i giorni e non faceva progressi nella terapia.

Intanto, il procedimento penale per tentato omicidio è entrato nel vivo.
Non ho voluto essere presente in udienza per non incontrare la persona che ha provocato tutto questo e non rivivere quei momenti. Mi aspetto giustizia. Non potrà cancellare le conseguenze, però l’auspicio è che fatti analoghi non si ripetano più.

Si sente di raccontare quel giorno d’agosto?
Stavo tornando a casa dal lavoro, all’ora di pranzo. Mi sono ritrovato “lui” all’angolo tra via San Zenone e via Etnea. Senza dirmi niente, ha tirato fuori la pistola e ha sparato il primo colpo. Mi sono visto stramazzato a terra. Mi ha colpito altre due volte, al fianco e al polpaccio. La pallottola del quarto sparo non mi ha colpito, ma era all’altezza della testa.

Noi siamo arrivati lì appena dopo: ricordiamo che era cosciente.
Sì, ho cercato di alzarmi, ma non ci riuscivo: avevo perso la sensibilità. E non so come –forse mi ha aiutato Dio o è stato l’istinto– sono riuscito a prendere il cellulare e chiamare i carabinieri e il mio datore di lavoro per chiedere aiuto.

E subito, appena arrivati i carabinieri, ha fatto il nome di chi aveva sparato.
Devo ringraziare il maresciallo dei carabinieri che mi si è avvicinato e mi ha aiutato tanto. Mi teneva sveglio, mi diceva “Dai, Antonio, ce la puoi fare”.

Poi, sul posto, è arrivata anche sua mamma.
È la parte più brutta che ricordo. Mi sentivo mancare, fra me e me pensavo di non farcela. Ma quando ho visto mia mamma sono stato io a farle forza. “Stai tranquilla, non è niente”, le dicevo, mentre sentivo uscire il sangue dalla mia bocca.

C’è l’immagine drammatica di lei disteso a terra con i carabinieri attorno.
Sono stato io stesso, dopo due mesi, a cercare informazioni online e a vedere quella immagine su Biancavilla Oggi. Distoglievo lo sguardo quando vedevo la foto di “lui”. Mi dava più fastidio vedere la faccia di chi mi aveva sparato che vedere me stesso a terra. Ricordo pure il momento in cui sono stato messo sull’elisoccorso. Ricordo che chiesi con ironia ad un operatore se il velivolo, vista la mia stazza, riuscisse a sollevarsi da terra.

Antonio, quale è il sentimento che nutre per chi le ha sparato?
Si è comportato da vigliacco. Si poteva discutere, si poteva parlare. Invece ha preferito un’altra via. Mi ha preso alle spalle e mi chiedo che persona sia. Un vigliacco, appunto.

Anche perché lei ha cercato di chiarire tutto.
Quella “relazione” è durata poco e appena mi sono accorto di quella situazione familiare complicata, ho troncato tutto. Abbiamo anche parlato a tre e ho specificato che ero contento che marito e moglie si fossero riavvicinati. Ma non è servito perché lui continuava ad avercela con me, nonostante io non facessi nulla e considerassi quella storia chiusa.

Chi ha sentito vicino in tutti questi mesi?
Dal Comune, nessuno si è fatto sentire. Nemmeno una telefonata. Nessun aiuto. Eppure le spese che abbiamo dovuto affrontare sono state enormi. I carabinieri mi sono stati molto vicini. E poi mia cugina Letizia e la sua famiglia sono stati e sono un pilastro. Un sostegno fondamentale non soltanto per me ma per mia mamma e mio papà. Senza di loro non avremmo saputo affrontare tutto questo.

Con quali occhi guarda il futuro?
Voglio cercare di essere più autonomo, adesso vorrei imparare a guidare l’auto con i comandi manuali. Mi piacerebbe aiutare persone disabili, impegnarmi anche come volontario. Il lavoro? Sì, mi piacerebbe lavorare, ma capisco che sia difficile. Però, è un obiettivo che mi pongo.

Questa storia cosa le lascia, al di là dei segni fisici?
Sono più maturo. Guardo il mondo con un altro occhio e un’altra sensibilità. Adesso mi godo la famiglia con una diversa attenzione. Nutro una consapevolezza maggiore del valore della vita.

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