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Cronaca

Intimidazione di fuoco al sindaco: date in fiamme le auto di Glorioso

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Le auto incendiate all’angolo tra le vie Colombo e D’Annunzio (foto Video Star e Tva)

L’episodio è avvenuto poco dopo le 22.30: distrutte una Renault Modus e una Fiat Panda, parcheggiate affianco all’abitazione del primo cittadino, tra via Colombo e via D’Annunzio. Indagano i carabinieri.

di Vittorio Fiorenza

Attentato incendiario, poco dopo le 22.30, ai danni di due auto del sindaco Giuseppe Glorioso. L’episodio è avvenuto affianco all’ingresso dell’abitazione del primo cittadino. Ignoti hanno cosparso di liquido infiammabile la parte anteriore delle due vetture. Le fiamme sono state appiccate praticamente in maniera contemporanea su una Renault Modus, parcheggiata in via Cristoforo Colombo, e su una Fiat Panda, parcheggiata appena svoltato l’angolo, in via Gabriele D’Annunzio.

Immediati l’allarme e la telefonata al 115. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco del distaccamento di Adrano, che hanno evitato il propagarsi ulteriore delle fiamme. I rilievi del caso sono stati compiuti dai carabinieri della locale stazione.

Evidente la matrice dolosa e la valenza intimidatoria dell’atto. Inquietante anche il dettaglio che gli attentatori abbiano agito ad un’ora serale non tarda.

L’episodio si inserisce in un contesto di forti tensioni che vive la città. Un clima rovente, surriscaldato negli ultimi giorni e nelle ultime settimane dai disordini e dalle scene di rivolta dovuti alle demolizioni di immobili abusivi su ordine della Procura della Repubblica, oltre che dalla serie di blitz antimafia che hanno falciato la riorganizzazione di un gruppo criminale e sventato due omicidi. Da aggiungere a questo quadro, la difficile e delicata vertenza che riguarda gli operatori ecologici della Dusty ed il passaggio, con un nuovo appalto, del servizio di raccolta dei rifiuti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Cronaca

Controlli della polizia su 264 persone e 121 veicoli, dal centro urbano alle Vigne

Servizio ad ampio raggio degli agenti nei territori di Biancavilla, Adrano, Santa Maria di Licodia e Bronte

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I poliziotti del Commissariato di Adrano hanno eseguito, nel fine settimana di Ferragosto, controlli ad ampio raggio a Bronte, Adrano, Biancavilla, Santa Maria di Licodia. Sorpresi tre conducenti alla guida di veicoli sottoposti a fermo amministrativo con conseguenti sanzioni per 5.952 euro. Complessivamente, identificate 264 persone e controllati 121 veicoli, tra auto e moto.

In particolare, gli agenti sono stati impegnati sulle strade di collegamento e nei principali punti di snodo del traffico veicolare. Posti di controllo, fissi e dinamici, predisposti inoltre nelle zone di villeggiature delle “Vigne”, nei territori di Adrano, Biancavilla, Santa Maria di Licodia.

In questi casi, i cittadini che trascorrono il periodo estivo nelle zone rurali dell’Etna hanno espresso la loro gratitudine ai poliziotti. Non sono mancate occasioni di dialogo con i poliziotti che hanno fornito consigli e suggerimenti per tenersi alla larga da truffatori e malintenzionati.

Una parte significativa degli accertamenti espletati in strada dai poliziotti del Commissariato di Adrano sono stati dedicati al monitoraggio delle condotte tenute da automobilisti e motociclisti. Sono state rilevate alcune infrazioni al Codice della Strada legate all’assenza di copertura assicurativa, alla mancanza della revisione periodica del mezzo e alla guida senza patente e ciò ha determinato rispettivamente il sequestro del mezzo, la sospensione dalla circolazione e il ritiro della patente.

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Cronaca

«Scommesse illegali all’internet point», gestore condannato dalla Cassazione

Chiuso un procedimento lungo sette anni: confermati i pronunciamenti di primo e secondo grado

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È diventata definitiva la condanna per il titolare di un internet point di Biancavilla coinvolto in un’attività di raccolta abusiva di scommesse attraverso un operatore estero privo di concessione in Italia. La Corte di Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa, confermando quanto stabilito nei precedenti gradi di giudizio.

La vicenda giudiziaria – come ricostruisce Agipro, l’agenzia di stampa specializzata in giochi e scommesse – era iniziata davanti al Tribunale di Catania, che a fine 2019 aveva riconosciuto la responsabilità dell’imputato. La Corte d’Appello, sei anni dopo, aveva confermato la condanna, concedendo i doppi benefici di legge e subordinando la sospensione condizionale della pena allo svolgimento di un’attività non retribuita a favore della collettività.

A portare i giudici a escludere che si trattasse di un normale servizio di accesso a internet sono stati diversi elementi emersi durante gli accertamenti. All’interno del locale erano presenti una postazione utilizzata per l’attività e un computer collegato a un sito di scommesse. In appena una settimana erano state registrate 2.131 schedine per una somma complessiva di 5.227 euro.

Gli investigatori avevano inoltre individuato un conto di gioco ritenuto riconducibile al gestore dell’esercizio, oltre a numerose ricevute trovate nel cestino del front office e a una cassetta contenente denaro contante. Per i giudici, il complesso di questi elementi ha consentito di ricostruire un’attività che andava oltre la semplice disponibilità di computer e connessione internet ai clienti.

Respinta la ricostruzione della difesa

La difesa aveva sostenuto invece che l’internet point offrisse esclusivamente apparecchiature per la navigazione online e che non vi fosse una vera attività di raccolta delle giocate. La Cassazione non ha accolto questa ricostruzione, ritenendo che l’attività svolta configurasse una forma di intermediazione e raccolta di scommesse.

Il procedimento riguardava quindi un’attività esercitata senza i titoli richiesti dalla normativa italiana, tra cui la concessione necessaria per la raccolta delle scommesse e la licenza di pubblica sicurezza prevista dall’articolo 88 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.

La difesa aveva sottoposto alla Suprema Corte dieci motivi di ricorso, contestando diversi aspetti della decisione d’appello. Le censure riguardavano, tra l’altro, la ricostruzione dei fatti, la configurabilità del reato e il trattamento sanzionatorio. La Cassazione le ha dichiarate tutte inammissibili, chiudendo così definitivamente il procedimento.

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