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Cronaca

Video choc omicidio Maccarrone: «Ha sparato il biancavillese Merlo»

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Fatta luce sul delitto commesso ad Adrano nel novembre del 2014. Il movente è passionale, ma lo sfondo è quello mafioso. Due arrestati: Antonio Magro, indicato come mandante, e Massimo Merlo, l’esecutore materiale.

 

Fatta luce sull’omicidio di Maurzio Maccarrone, eseguito ad Adrano nel novembre del 2014. A sparare, secondo la Procura di Catania, è stato il biancavillese Massimo Merlo, noto pregiudicato di Biancavilla. Merlo, classe 1972, è stato ammanettato, assieme ad Antonio Magro, 41enne già in carcere per altra causa.

Entrambi sono accusati di omicidio aggravato in concorso, detenzione e porto illegale di arma da fuoco. Determinanti sono stati le riprese video dell’esecuzione di Maccarrone: una breve sequenza nella quale si vede Merlo sparare. Immagini choc che pubblichiamo con l’avvertenza che potrebbero urtare la vostra sensibilità.

La misura cautelare accoglie gli esiti di indagini, coordinate dalla Procura Distrettuale della Repubblica e condotte dalla Squadra Mobile e dal Commissariato di polizia di Adrano, che hanno fatto luce sull’omicidio Maccarrone, consentendo di «acquisire gravi e univoci elementi di reità nei confronti di Magro e Merlo, ritenuti rispettivamente mandante ed esecutore materiale dell’omicidio.

In particolare, alle ore 7.00 circa del 14 novembre 2014, a seguito di segnalazione su linea 113, personale del commissariato di Adrano e della Squadra Mobile interveniva in via Cassarà ad Adrano dove già era cadavere Maccarrone, impiegato presso la struttura “Cenacolo Cristo Re” di Biancavilla.

In sede di sopralluogo, personale del locale Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica rinveniva e sequestrava n.5 bossoli cal.7,65.

Da una prima ricostruzione del fatto, effettuata grazie alle immagini estrapolate da un impianto di video-sorveglianza installato nei presi del luogo teatro del fatto di sangue, si appurava che Maccarrone, dopo essere uscito dall’abitazione, si dirigeva verso la propria autovettura, parcheggiata poco distante, e veniva affiancato da due individui, entrambi travisati da caschi, che viaggiavano a bordo di uno scooter. Con il mezzo in movimento il passeggero esplodeva alcuni colpi all’indirizzo della vittima che si accasciava al suolo, a questo punto il killer, sceso dal mezzo, si avvicinava velocemente alla vittima ed esplodeva, a distanza ravvicinata, ulteriori due colpi alla testa.

Le investigazioni, orientate sin dalle prime battute sulla sfera personale del Maccarrone, facevano emergere il movente passionale del delitto.

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Antonio Magro, il mandante

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Massimo Merlo, l’esecutore

Il modus operandi dei killer ed il particolare dell’esplosione dei due colpi alla testa – il cosiddetto “colpo di grazia” – lasciavano, tuttavia, ritenere che i killer potessero operare nei contesti della locale criminalità organizzata.

Le indagini traevano un decisivo impulso dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaetano Di Marco, esponente storico del sodalizio degli Scalisi, costituente locale articolazione della famiglia mafiosa Laudani, il quale riscontrava che l’episodio, sebbene riconducibile a movente passionale, era maturato nell’ambito dei gruppi mafiosi operanti nell’area di Paternò, Adrano e Biancavilla, riconducibili ai Laudani “Mussi ‘i ficurinia”.

Individuato quindi il ruolo di mandante di Magro e quello di esecutore materiale di Merlo, entrambi operanti nell’area criminale dei Laudani: il primo nell’ambito del gruppo mafioso Morabito – Rapisarda di Paternò e il secondo, pur essendo biancavillese, nel gruppo degli Scalisi di Adrano.

Il movente era da individuarsi nella gelosia che Magro provava nei confronti di Maccarrone, per una presunta relazione con una donna – già individuata dagli investigatori subito dopo l’evento delittuoso – con la quale in passato il Magro aveva avuto, a sua volta, una relazione, motivo per il quale dava l’ordine di eliminare il Maccarrone.

Il complesso delle intercettazioni disposte dalla Procura Distrettuale di Catania ed eseguite dagli investigatori della Mobile – Sezione Criminalità Organizzata – e del Commissariato di Adrano, non disgiunte dall’analisi dei tabulati telefonici delle utenze in uso agli odierni arrestati, dagli interrogatori resi al pm, dall’escussione delle persone informate, e non ultimo, la comparazione antropometrica effettuata nei confronti di Merlo, tra il filmato dell’omicidio ed altro appositamente acquisito, consentivano di acquisire formidabili elementi di riscontro alle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia.

In particolare, nel corso di una conversazione ambientale Merlo, discorrendo con il suo interlocutore in merito all’omicidio in esame, esclamava a voce bassa «…Ci i’ d’arreri …n’aricchi accussì… PUM (imitando un colpo d’arma da fuoco, ndr) …e gridava…gridava … ittava vuci», confermando ampiamente il suo ruolo di killer.

In data 26 novembre, sulla scorta degli esiti delle investigazioni, la Procura Distrettuale della Repubblica di Catania ha emesso decreto di fermo di indiziato di delitto nei confronti di Merlo (essendo Magro era già detenuto per altra causa), che veniva eseguito dagli investigatori della Polizia la mattina del successivo 28 novembre.

In data 1 dicembre 2016, a seguito di udienza di convalida del fermo, il Gip ha applicato la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti del citato Merlo ed ha altresì accolto la richiesta avanzata nei confronti di Magro.

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Cronaca

Liti di vicinato all’ombra dell’Etna: querelle nel cuore delle Vigne

Denunce tra la struttura di accoglienza “Casa di Maria” e i proprietari dei terreni circostanti

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È una lite di vicinato che dura ormai da anni a colpi di denunce e carte bollate. Un pessimo rapporto tra confinanti, nel cuore delle Vigne di Biancavilla, ai piedi dell’Etna. Da una parte Casa di Maria, la struttura che accoglie bambini e donne in difficoltà e che, sotto la guida dei coniugi Sergio Pennisi e Carmela Comes, svolge un’importante attività sociale. Dall’altra, la famiglia Borzì, che è proprietaria dei terreni circostanti.

C’è adesso un verdetto del Tribunale di Catania. La prima sezione penale, a firma del giudice Cristina Giovanna Cilla, ha emesso sentenza di assoluzione nei confronti di Giuseppe Borzì e del figlio Placido, assistiti dall’avv. Vincenzo Nicolosi.

Erano accusati di diffamazione (ma «il fatto non sussiste») e ingiuria (ma «il fatto non è più previsto dalla legge», essendo stato depenalizzato). Una terza accusa, relativa alla detenzione di munizioni, è andata in prescrizione. La sentenza dispone pure «la confisca delle munizioni in sequestro e la loro trasmissione alla competente Direzione di artiglieria».

È soltanto uno dei capitoli di un’articolata querelle tra le due parti, che ha strascichi anche in sede civile. Resta pendente ancora, a carico dei Borzì, una denuncia per lesioni personali, il cui procedimento entrerà nel vivo l’anno prossimo.

Altre querele sono state prodotte negli anni. Lungo l’elenco delle accuse nei confronti dei Borzì: violenza privata, stalking, estorsione, violazione di domicilio, danneggiamenti, incendio e persino atti osceni in luogo pubblico. Ipotesi di reato per le quali non si è avuto seguito o, come nel caso della violenza privata, è stata disposta l’archiviazione.

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