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Cronaca

Due gravidanze con esiti mortali, l’Asp di Catania finisce in tribunale

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Ospedale

ESCLUSIVO. Una neonata morta dopo 15 ore di agonia e un parto di un feto senza vita. Azioni civili contro l’azienda sanitaria per presunte negligenze, errori e ritardi di intervento, che avrebbero causato il decesso dei piccoli.  

 

di Vittorio Fiorenza

Un parto critico con una «chiara sofferenza fetale». La bambina viene alla luce con un distress respiratorio, ma «in sala operatoria non erano presenti né pediatra né neonatologo né rianimatore». Viste le gravi condizioni, il trasferimento d’urgenza a Siracusa. Nulla da fare: la piccola Carmen Maria muore dopo 15 ore di agonia.

Due anni e mezzo più tardi, altra partoriente, altre scene d’emergenza, stesso esito. Prima l’arrivo al pronto soccorso, poi il ricovero in reparto, dopo due ore e mezza il taglio cesareo e l’estrazione di un feto morto. Un maschietto che, a differenza di Carmen Maria, non ha potuto far sentire a mamma e papà nemmeno il suo primo vagito.

Due episodi (uno del gennaio 2012, l’altro dell’ottobre 2014) che coinvolgono il reparto di “Ginecologia ed Ostetricia” dell’ospedale “Maria Santissima Addolorata” di Biancavilla. In entrambi i casi, le perizie del medico legale avrebbero riscontrato «nella condotta dei sanitari profili di imprudenza, imperizia e negligenza».

Le due giovani coppie, una residente a Biancavilla, l’altra ad Adrano, sono passate in poche ore dalla gioia per l’arrivo del loro primo figlio al dolore per l’evento tragico, che –sostengono– poteva essere evitato. «Una disperazione lancinante e senza fine»: così viene descritto lo stato d’animo delle due coppie, che, assistite dagli avv. Dario Seminara, Lisa Gagliano, Francesco Messina e Carmelo Fazio, hanno avviato due distinte azioni civili nei confronti dell’Asp di Catania: le cause sono pendenti alla Sezione V del Tribunale etneo con udienze fissate per le prossime settimane.

La mancanza di un’assistenza ginecologica h24 al momento dei fatti (la guardia attiva è presente in reparto soltanto dallo scorso 5 marzo), oltre a quella pediatrica e di anestesia: uno dei punti critici riscontrati. Ma negli atti di citazione che Biancavilla Oggi ha visionato si fa menzione anche a presunti «molteplici e gravi inadempimenti dei sanitari» durante il travaglio, il parto e le ore successive, per modalità e tempistica.

«Si agì in ritardo sulla piccola Carmen Maria»
Nel caso di Carmen Maria, i sanitari «staccarono il tracciato cardio-tocografico e pertanto non si accorsero dell’arrivo della sofferenza fetale». Non solo: «Procedettero all’aspirazione del mecomio solo dopo il ricovero in Pediatria con evidente e censurabile ritardo: ciò che ha causato la grave sindrome da aspirazione del mecomio con conseguente polmonite chimica e morte della bimba. E comunque l’aspirazione fu eseguita male, dal momento che i sanitari di Siracusa furono costretti ad aspirare mecomio misto a sangue».

Il dramma di partorire un feto morto
Nel secondo caso, viene evidenziato che, dopo l’arrivo nella notte al pronto soccorso, non è stato disposto il trasferimento in un ospedale con assistenza h24 e terapia intensiva neonatale. Ma non è tutto. I sanitari «non hanno allertato il ginecologo reperibile e la sala operatoria, ma si sono limitati a disporre il ricovero della paziente presso il reparto di Ginecologia, affidandola alle cure dell’ostetrica». Stando ai legali, l’ostetrica di turno avrebbe allertato la sala operatoria e il medico reperibile solo dopo un’ora, visto l’aggravarsi della situazione, così il taglio cesareo sarebbe stato eseguito «con evidente e censurabile ritardo: ciò che ha causato la morte intrauterina del feto».

“No comment” dell’Asp
Sui due episodi, contattato l’ufficio stampa dell’Asp di Catania per avere la versione dei fatti o le dichiarazioni dei vertici aziendali ed ospedalieri, abbiamo ricevuto solo “No comment”. Ai quattro giovani mancati genitori di queste due tristi storie restano mille interrogativi: «E se fossimo andati in un altro ospedale? E se ci fossero stati altri medici? E se fosse accaduto in un’altra ora della giornata…». È il dolore che si mischia al senso (irrazionale) di colpa.

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Cronaca

Luca Arena, sei anno dopo: «Felice delle mie scelte, sono un’anima libera»

Sul mensile S il racconto della nuova vita del giovane che si ribellò al pizzo e ai “barellieri della morte”

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«Sono felice di quella scelta non tanto per gli anni di carcere che i processi scaturiti dalle mie dichiarazioni hanno determinato. Ma soprattutto per essermi liberato da persone che mi venivano dietro per chiedermi di giungere ad accordi che io non volevo prendere».

Il suo nome è legato al blitz antiracket “Onda d’urto”, quello che il capitano dei carabinieri, Angelo Accardo, definì «uno spartiacque investigativo». Un’operazione che portò a 12 arresti, svelò tre gruppi criminali eredi del vecchio clan Toscano-Mazzaglia-Tomasello e determinò condanne – in primo grado – a 60 anni di carcere.

Il suo volto – prima travisato, poi svelato – è quello apparso davanti alle telecamere Mediset de Le Iene e che ha scoperchiato l’orrore della “Ambulanza della morte” con i malati terminali uccisi con un’iniezione d’aria in vena. Un caso con due verdetti: Davide Garofalo condannato all’ergastolo in primo e secondo grado e Agatino Scalisi condannato a 30 anni con rito abbreviato.

È Luca Arena l’artefice di quello svelamento di segreti criminali, quando aveva appena 25 anni. Biancavilla Oggi lo aveva intervistato in alcune occasioni: “No al pizzo grazie al rap antimafia” (dicembre 2016), “Biancavilla non del tutto ripulita” (marzo 2017), “No alla mafia, vivere con dignità” (marzo 2019).

Luca, sei anni dopo le sue denunce. Si racconta a cuore aperto a Vittorio Fiorenza per S, il mensile siciliano d’inchiesta diretto da Roberto Benigno e disponibile anche nelle edicole di Biancavilla.

«Cosa rimane di tutta questa storia? Mi sento come se avessi purificato la mia anima. Se riguardo indietro quel ragazzo che ero, noto la sua tenerezza per avere avuto la capacità di cambiare radicalmente direzione ed essersi salvato».

Quattro pagine di racconto intimo, in cui l’ex titolare dell’agenzia funebre gestita con il padre Orazio e il fratello Giuseppe, parla della sua nuova vita. Uscito dal programma di protezione per i testimoni di giustizia, lavora lontano dalla Sicilia per un ente pubblico.

«Io oggi vivo anche di arte, mi occupo di pittura, un’altra passione che ho sempre avuto. Senza la mia denuncia – sottolinea Luca a S – sarei rimasto in quella condizione sospesa, mi sarei privato del bello che c’è nel mondo e che invece ho scoperto, grazie ai tanti viaggi che ho fatto. Le mie opere le firmo come Luca10, stesso numero che era stampato sulla mia maglia di calciatore».

Non sono mancati i momenti di forte sconforto. Ma non ha alcun rimpianto, Luca. E nemmeno timori e paure.

«Il mafioso che, eventualmente, un domani, volesse spararmi, togliendosi lo sfizio della vendetta per essere andato in carcere a causa delle mie denunce, lo faccia pure. Io ho già vinto. Ho vinto perché sono un’anima libera. Libera di pensare e agire, cosa che prima non potevo fare».

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