Storie
“Caldi baci” da Rosina a Giovanni nella Biancavilla della Belle Èpoque

Immagine d’archivio
Dal ritrovamento di una cartolina spedita nel 1908 riemerge una tresca amorosa “proibita” nella Biancavilla di inizio secolo. La storia è stata raccontata da Biancavilla Oggi e dal quotidiano “La Sicilia”. Ma c’è chi ne ha tratto un racconto di fantasia. Ve lo proponiamo qui.
di Antonino Distefano
Il signor Giovanni Verzì, avvocato ed esperto di pratiche ipotecarie, fu trasferito dalla Direzione Romana del Demanio e delle Ipoteche da Biancavilla a Brescia. L’avvocato aveva accettato alla condizione di tornare in Sicilia in meno di uno-due anni, il tempo necessario – diceva – per avviare un Ufficio carente di personale e di Direzione in quella provincia lombarda. Arrivato a Brescia ebbe la sorpresa di trasferirsi in Val Camonica, nella cittadina di Breno, dove bisognava aprire un Ufficio per snellire la gran mole di lavoro della parte Nord della provincia. A Breno ebbe un’accoglienza alquanto fredda dai brenesi. Solo il vecchio parroco lo aiutò a trovare alloggio: era un ampio caseggiato, una ex caserma della locale gendarmeria. Tre stanze in tutto, una per l’Ufficio e due per l’abitazione. Maria, la moglie di Giovanni, non ebbe difficoltà a sistemarsi. Nella ex caserma infatti c’erano in buono stato i mobili essenziali per stare comodi, anche se in via provvisoria. Così l’avvocato Giovanni aprì ben presto l’Ufficio e s’immerse in un mare di carte e scartoffie. La moglie Maria veniva ossequiata dai brenesi ogni volta che usciva per andare in chiesa o nell’unico negozio per fare un po’ di spesa.
I coniugi Verzì desideravano avere figli, ma questi non arrivavano. E ciò era spesso un motivo di discussione tra i due perché non riuscivano a capire il perché del non concepimento. Erano tutti e due sani e desiderosi di eredi, ma nonostante la buona volontà i figli non arrivavano.
“Pazienza!” diceva Maria che in chiesa pregava la Madonna e le chiedeva di aiutarla in quel desiderio.
Dopo alcuni mesi dalla partenza da Biancavilla arrivò a Breno una cartolina: la cognata Rosina scriveva al cognato Giovanni.
Nel fronte della cartolina a caratteri cubitali c’era scritto GIOVANNI, nella grande G incluse alcune figure femminili della Belle Èpoque. Un omaggio chic al cognato lontano. Nel retro della cartolina invece c’era una frasetta che fece impazientire Maria: “Caldi baci dalla tua aff.ma cognatina Rosina”.
Quella sera Giovanni trovò la sorpresa della cartolina e più ancora la sorpresa della moglie che chiedeva spiegazioni per quei “caldi baci” di sua sorella Rosina.
– Non farci caso, Maria, perché tua sorella è un po’ ingenua e non riflette tanto su quello che dice o scrive…
– Non è ingenua – ribatteva Maria – è maliziosa. E vorrei sapere che cosa c’è sotto quei “baci”…
– C’è che vuole bene al cognato lontano e le dimostra così il suo affetto.

Rosina aveva compiuto i 25 anni senza aver avuto alcuna richiesta di fidanzamento degna di essere accolta. In casa accudiva la madre che non era in buona salute e forse per questo motivo, in fondo, non desiderava accasarsi. Aveva accettato con entusiasmo il fidanzamento e il matrimonio della sorella Maria perché, finalmente in casa c’era un uomo, l’avvocato Giovanni Verzì, persona veramente importante. Il padre infatti era venuto a mancare da più di cinque anni e la sua mancanza si notava. Giovanni era veramente un bell’uomo, si distingueva per i tratti gentili e affabili. Sua caratteristica era il saper trattare tutti con distacco unito alla gentilezza.
Vivendo nella stessa casa, Rosina non poteva non accorgersi del bell’uomo che era suo cognato. E finì per coltivare nel suo cuore un certo sentimento, ma non lo dimostrò fino al giorno della scampagnata di tutta la famiglia nella masseria di Scannacavoli di proprietà di Giovanni. Mentre erano tutti tra i filari del frutteto, Rosina mise il piede in un sasso, inciampò e cadde. La prese subito e la sollevò il cognato che l’accompagnò in casa e le stette vicino curando il braccio che si era scorticato. Mentre l’avvocato la curava le teneva la mano e fu allora che un calore diverso passò da una mano all’altra. Fu una scintilla di cui tutti e due capirono il significato e l’intensità.
Da quel giorno tra Rosina e il cognato ci fu un alternarsi di sguardi e di fuggevoli toccatine di mano. Ma nessuno in casa si accorse di niente. E i sospiri di Rosina aumentarono dal giorno della partenza di Giovannino per Brescia. La sua assenza si faceva sentire in casa, ma si sperava in un suo non lontano rientro a Biancavilla.
Egli inviava lettere alla sua famiglia e alla suocera: in esse raccontava come si viveva al Nord, come era il paese Breno, quali erano le difficoltà nel suo lavoro, ecc. Rosina leggeva e rileggeva le lettere sperando in una qualche parola particolare rivolta a lei. Ma niente, il cognato forse l’aveva dimenticata. Fu così che un giorno si decise a scrivere lei, non una lettera (compromettente perché l’avrebbe letta pure la sorella), ma una cartolina.
Aveva visto esposta nel tabacchino una cartolina con scritto a caratteri grossi GIOVANNI. Pensò al cognato e la comprò. Forse gliel’avrebbe inviata.
Ma non ci pensò due volte. A casa infatti prese la penna e scrisse l’indirizzo. Si fermò per alcuni minuti pensando a cosa scrivere. Era molto indecisa. Ci voleva una piccola frase significativa che lui doveva ben capire. Alla fine ebbe uno scatto di decisione e scrisse “Caldi baci dalla tua aff.ma cognatina Rosina”. Quei “caldi baci” dovevano significare qualcosa ed erano parole rivelatrici… “Chissà come l’avrebbe interpretato il mio caro cognato! Ma… se non intuiva che io lo amo e che sto impazzendo senza di lui?.”..
Doveva essere più chiara, doveva dichiarare il suo amore e la sua speranza di riaverlo a casa, magari come amante. Ma dove e come scrivere ciò che sentiva? Rosina si soffermò alcuni minuti poi ebbe una illuminazione e scrisse dentro il rettangolo dove si incolla il francobollo: “Mi stai facendo campare di speranza. Alla tua famiglia ciai scritto diverse lettere. Io non ho pace, sono una pazza se non prima ricevo una tua lettera. Ti amo molto”.
Scritto questo messaggio, vi incollò sopra il francobollo e spedì la cartolina.
2016 a Biancavilla. 108 anni dopo di quella cartolina si dà notizia su Biancavilla Oggi e sul quotidiano “La Sicilia”: l’ha trovata per caso a Brescia un biancavillese che cercava oggetti antichi su eBay. Quando lesse “Biancavilla” la comprò subito, colpito specialmente da ciò che c’era scritto nel retro.
Chi era questo Giovannino Verzì? Un’impresa trovare un qualche indizio perché di famiglie Verzì ce ne sono parecchie. Noi abbiamo ricostruito una storia d’amore (non sappiamo se corrisposto) lavorando sui dati della cartolina e con la fantasia. Ne è venuta una storia. E’ una storia d’altri tempi? Diciamo che è una storia ‘piccante’ e verosimile in ogni tempo e paese.
LEGGI L’ARTICOLO
►L’amore proibito di Rosina e il suo “segreto” in una cartolina del 1908

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Storie
Il sindaco premia Tommaso Lavenia, il piccolo “custode” dell’Opera dei pupi
Bonanno: «Ha il merito di mantenere viva una delle più affascinanti tradizioni della cultura siciliana»
«L’amministrazione comunale esprime sincero apprezzamento al giovane Tommaso Lavenia per la passione e il talento con cui interpreta e tramanda l’antica arte dei Pupi Siciliani, contribuendo a rinnovare la voce agli eroi dell’Opera dei Pupi e a mantenere viva una delle più affascinanti tradizioni della cultura siciliana».
Con queste parole, incise su una targa, il sindaco di Biancavilla, Antonio Bonanno, ha voluto manifestare «stima e ammirazione» nei confronti del bambino di 9 anni, che ha una grande passione per i pupi siciliani. Un riconoscimento del primo cittadino dato a Tommaso nell’ambito dell’iniziativa di promozione alla lettura nella biblioteca comunale “Gerardo Sangiorgio”, rivolta agli alunni di terza elementare. Un’occasione in cui Tommaso si è esibito con il proprio teatro, animando alcuni pupi e interpretando brani dell’Orlando innamorato, ricevendo apprezzamenti e applausi.
Placido Lavenia e Valeria Longo, genitori di Tommaso, come raccontato da Biancavilla Oggi, hanno acquisito il teatro e i 74 pupi della compagnia catanese Roccazzella-Amato, fondata nel 1976. Un investimento per andare incontro alla passione di Tommaso, ma anche un’importante operazione culturale che ha consentito di salvare un patrimonio storico dell’ultimo mezzo secolo. Adesso, il progetto mira alla formazione di Tommaso e, allo stesso tempo, portare la sua passione nelle scuole, come strumento didattico, e in eventi pubblici, per promuovere questa antica arte siciliana.
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Cultura
Tommaso Lavenia salva 74 pupi siciliani: patrimonio Unesco ceduto a Biancavilla
La collezione dei Roccazzella-Amato “ereditata” dal bambino di 9 anni che sogna di continuare la tradizione
Un patrimonio di 74 pupi siciliani, frutto di decenni di lavoro artigianale, spettacoli e passione, trova una nuova casa a Biancavilla. A custodirlo e a rilanciarlo sarà la famiglia Lavenia, spinta dall’entusiasmo di Tommaso Francesco, appena nove anni (di cui avevamo parlato per la prima volta nel luglio 2025), ma già profondamente innamorato dell’Opera dei Pupi e delle gesta dei Paladini di Francia.
Si tratta della storica collezione della compagnia Roccazzella-Amato, una realtà nata nel 1976, con base a Viagrande, che negli anni Settanta e Ottanta ha contribuito a mantenere viva una delle più autentiche espressioni della cultura popolare siciliana. Un patrimonio composto non soltanto dai classici personaggi dell’Opera dei Pupi, ma anche da figure dell’epica greca. Pezzi di 70 cm, realizzati in stile catanese da maestri pupari come Salvatore Faro “u lumaru”, Antonio Sapuppo e Biagio Foti. Un patrmonio che comprende anche il teatro con quinte e scene, oltre che manifesti storici.
Tutto acquisito ora acquisito da Placido Lavenia per andare incontro alla passione del figlio Tommaso. «Abbiamo letto un annuncio di vendita di un singolo pupo, ma – spiega Placido a Biancavilla Oggi – dopo il contatto avuto con i proprietari, constatata la disponibilità dell’intera collezione, abbiamo pensato di prenderla tutta per non sbembrare un patrimonio così importante».
Non l’acquisto di un gioco, quindi, ma un’operazione culturale tesa a salvaguardare la storia della compagnia teatrale. Quella di Roccazzella-Amato è una compagnia che affonda le proprie radici in una tradizione che a Catania ha avuto interpreti appassionati e competenti del teatro dei pupi, capace di raccontare valori universali come il coraggio, l’onore e la lealtà.
Ed è proprio il tema della trasmissione tra generazioni a rendere speciale questa operazione culturale. «È un investimento formativo per Tommaso, perché i proprietari dei pupi e della compagnia – spiega Placido Lavenia – non hanno più le forze per portare in giro gli spettacoli, ma hanno ancora la voglia e la volontà di tramandare ai giovani questa tradizione».

«Una passione che coltivo pure su Youtube»
Un passaggio di testimone che Tommaso è pronto a onorare: «La mia è una passione – racconta a Biancavilla Oggi – nata in un ristorante di Taormina, dove ho visto esposti dei pupi siciliani e mi sono incuriosito. Su Youtube guardo video sull’Opera dei pupi, imparo i dialoghi, li interpreto. Cerco informazioni online, sui motori di ricerca. Mio papà ha acquistato diversi pupi vecchi e poi insieme li abbiamo restaurati. Il pupo che mi piace di più? In questo momento Oliviero, che è la spalla di Orlando e rappresenta saggezza e senno. Ma ce ne sono tanti bellissimi nella collezione che custodiamo».
L’acquisizione della collezione rappresenta soltanto il primo passo. Davanti alla famiglia Lavenia si apre un impegnativo lavoro di recupero. Occorrerà procedere con una catalogazione accurata, un restauro e soprattutto rianimare i pupi, dare nuovamente vita e movimento.
Molti dei pezzi sono stati realizzati artigianalmente e hanno alle spalle mezzo secolo di storia. Ogni pupo porta con sé i segni delle rappresentazioni, delle tournée, delle mani che lo hanno animato sul palcoscenico. Non sono semplicemente oggetti da conservare, ma testimonianze vive di una tradizione riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
«I signori Carmelo Roccazzella e Nino Amato – sottolinea Placido Lavenia – sono stati felicissimi di cedere la loro collezione a Tommaso, perché sanno che i pupi non verranno abbandonati e avranno l’opportunità di tornare su un palco». L’intento è quello di allestire spettacoli per finalità didattiche e culturali: gli antichi cavalieri, i saraceni, Orlando e Angelica, i protagonisti delle leggende cavalleresche sono pronti a tornare in scena.
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