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Ancora una volta riflettori puntati sul caso di Valentina Salamone. Ancora una volta raccontato da un programma nazionale. Se ne è occupato “Storie italiane”, il programma di Rai 1 condotto da Eleonora Daniele.

Ripercorsa l’intera vicenda della 19enne di Biancavilla, trovata impiccata in una villetta di Adrano, nel tentativo di simularne il suicidio. Ma è stato un omicidio volontario. Per questo reato è stato condannato all’ergastolo, dalla Corte d’assise di Catania, Nicola Mancuso, adranita con cui la giovane aveva avuto una relazione.

Ai contributi degli ospiti in studio, si sono aggiunti gli interventi in collegamento diretto con il papà di Valentina, Nino Salamone, e con la sorella Agata, che si sono esposti con la loro compostezza e dignità.

In questi giorni, il caso è stato al centro della seconda puntata di “Amore criminale”, programma di Rai 3, che ha raccontato con la consueta docu-fiction i dettagli dei fatti che hanno portato alla morte di Valentina e alle indagini (fatte riaprire dai familiari) e il procedimento penale, giunto alla sentenza di primo grado.

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Storie

Addio a Gabriella Guerini, la donna antiracket che fu snobbata a Biancavilla

Nel 2014, dopo le “48 ore di sangue”, si mise a disposizione dell’amministrazione comunale: non fu ascoltata

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di Vittorio Fiorenza

Un volto storico del movimento antiracket etneo. Gabriella Guerini è morta a Catania. Con la sua associazione si era costituita parte civile in 43 processi, affiancando 181 vittime di estorsione ed usura.

La ricordiamo, nella redazione di Telecolor, ben oltre dieci anni fa, mentre ci illustrava il rapporto della diffusione del pizzo mafioso in provincia di Catania. «Signora Guerini, a Biancavilla come è la situazione? Che vi risulta?», chiedevamo a margine dell’intervista, per pura curiosità personale. «Beh, quella è una città in cui purtroppo oltre il 90% dei commercianti e imprenditori paga ancora silenziosamente», ci risposte. Un dato esagerato, pensammo. Ma i blitz degli anni successivi avrebbero fatto emergere un quadro desolante, nonostante i martellanti arresti. Gabriella Guerini aveva ragione: Biancavilla era (ancora) il paese del “pizzo a tappeto”.

La ricordiamo, a Biancavilla, nel gennaio del 2014, mentre partecipava alla (non affollatissima) marcia antimafia, improvvisata da gruppi giovanili locali, in risposta alle “48 ore di fuoco”, durante le quali morirono sotto una scarica di piombo Agatino Bivona in via Fallica e Nicola Gioco in via Pistoia.

Gabriella Guerini prese parte a quella marcia, mossa da piazza Annunziata e conclusasi in piazza Roma, dove diede la sua testimonianza in qualità di presidente dell’Associazione Antiracket e Antiusura Etnea

E in questa veste, fin da subito, diede la sua disponibilità all’amministrazione comunale di allora perché anche a Biancavilla si creasse uno sportello antiracket aperto ai commercianti (proposta poi formalizzata con un voto del Consiglio Comunale attraverso una mozione di impegno alla Giunta).

Impegni inascoltati da parte di chi stava al governo. Eppure, già nell’ottobre del 2014, l’operazione “Garden” fece riemergere la necessità.

«Avevamo dato disponibilità –disse, allora, a Biancavilla Oggi, la presidente Guerini– a formare tre o quattro persone ed affiancarle per il primo periodo di attività dello sportello: persone di Biancavilla, che godano di stima e nomea di onestà, al di fuori di partiti e schieramenti politici. Però dal Comune non si è fatto più sentire nessuno, non abbiamo avuto nessuna risposta da allora. Eppure, a Biancavilla, c’è necessità di muoversi in tal senso. Gli ultimi blitz hanno fatto emergere situazioni pesanti. Grazie al lavoro del procuratore della Repubblica, Giovanni Salvi, e delle forze dell’ordine si sono potuti evitati altri due omicidi, ma le indagini hanno dimostrato che a Biancavilla la mafia continua ad agire e ad essere viva».

Nulla da fare, Gabriella Guerini (figlia di un partigiano di origini bresciane, trasferitosi a Catania negli anni ’60) non fu chiamata dal Comune. Una “certa politica” la snobbò e fece altre scelte per l’apertura –divenuta inevitabile su pressing giornalistico e di qualche intervento consiliare dell’allora gruppo di Fratelli d’Italia– dello sportello antiracket. Ma da parte della Guerini non ci fu alcuna reazione scomposta o piccata.

La ricordiamo così, garbatamente battagliera. Tempra ereditata dal padre, piccolo imprenditore, vittima di minacce per dei tentativi di estorsione sempre respinti con forza. Gabriella Guerini, negli anni ‘70, a Catania, aveva avviato con il marito un’azienda per la frantumazione delle rocce e lì erano iniziate le prime pesanti richieste di pizzo. Ma nella Catania degli Anni Ottanta, quella dei 120 morti ammazzati l’anno, non c’era nessuno che diceva di “no” agli estortori. Alle prime richieste degli esattori del racket gli imprenditori si opposero, denunciando tutto ai carabinieri e, nonostante danneggiamenti alle attrezzature e altri attentati intimidatori, non si tirarono indietro. Solo un incendio nel ‘91, mise fine all’azienda, ma non alla battaglia intrapresa da Gabriella Guerini, che prima con l’Asaec e poi con l’Asaae continuò il suo impegno nell’antiracket a Catania e in provincia.

«Gabriella ha lasciato un enorme vuoto – intervengono i dirigenti di “Sos Impresa” – e sarà veramente difficile pensare al movimento antiracket siciliano e nazionale senza di lei».

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Storie

Covid-19, un biancavillese agente di polizia locale a Milano: «Qui lo scenario è lunare»

Francesco Portale, dal 2008 in servizio in Lombardia: «Seguite le disposizioni, per evitare il dramma che viviamo noi»

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di Vittorio Fiorenza

«Lo scenario che si vede a Milano è surreale, sembra un “paesaggio lunare”. Una città così vuota, in dodici anni che sono qui, non l’ho mai vista nemmeno nelle giornate dell’esodo estivo. È triste e preoccupante. Un incubo da cui vorremmo svegliarci tutti per tornare alla solita routine della capitale economica d’Italia».

A parlare, senza nascondere tutta la sua preoccupazione, è Francesco Portale: un biancavillese agente di polizia locale impiegato a Milano. Abita a Sesto San Giovanni con la famiglia (la moglie Alessandra Arena, originaria di Adrano e anche lei con la stessa divisa, e due bambini). Ma nel capoluogo lombardo svolge servizio dal 2008, anno in cui vince il concorso e lascia Biancavilla.

Portale conosce bene Milano, avendo fatto servizi di pattugliamento dal centro ai quartieri periferici. E continua ad avere un punto di vista privilegiato sulla città, anche svolgendo il suo incarico, negli ultimi anni, quasi sempre in ufficio e non più sulla strada.

«Gli unici reclami a cui diamo seguito –dice– sono quelli relativi al controllo dei parchi non recintati per individuare e sciogliere assembramenti di persone. Non essendoci auto in giro (cosa parecchio insolita a Milano), c’è stato un crollo del numero di incidenti. Nel padiglione “Fiera” si stanno allestendo delle strutture sanitarie con estrema urgenza, in risposta all’emergenza “coronavirus”, e già questo dà l’idea del clima che si respira».

Una tensione palpabile, quella che si scorge dal tono di voce dell’agente biancavillese. «Seguo quel che accade in Sicilia e, in quanto lettore assiduo di Biancavilla Oggi, nella mia città di origine. L’impressione –sottolinea Portale– è che lì da voi forse non si ha la piena consapevolezza del grave dramma che stanno vivendo la Lombardia ed il Nord Italia. L’appello, valido più che mai, rivolto ai biancavillesi, è seguire le disposizioni del governo e delle autorità locali, a cominciare da quella di non uscire di casa, se non per motivi ed esigenze reali. Soltanto così, forse, potrete arginare la diffusione di questo maledetto virus ed evitare l’emergenza continua, al limite della sopportazione, che gli ospedali lombardi e i reparti di terapia intensiva stanno subendo ormai da settimane».

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UNA VITA ANCORA PIU' BELLA Memorie di un sopravvissuto. Lettere e riflessioni inedite di Gerardo Sangiorgio, il biancavillese deportato nei lager nazisti per avere detto "no" alla Repubblica di Salò. La sua è la vicenda di un "Internato Militare Italiano" raccontata nel nuovo libro di "Nero su Bianco", curato da Salvatore Borzì con prefazione di Francesco Benigno e contributi di Liliana Segre, Massimo Cacciari, Luciano Canfora ed altri esponenti della cultura italiana.

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