Cultura
A Biancavilla è ancora Natale? Dai ricordi, una riflessione sul presente
LA LETTURA. «Nella povertà generale degli anni ’60, un po’ tutti in paese eravamo più felici…».
Sono qui da un quarto d’ora, sostato alla meno peggio presso il marciapiedi di piazza Roma, e aspetto in macchina un mio caro amico che, come di suo solito, tarda ad arrivare. Mi ha detto al cellulare di attenderlo, di avere un po’ di pazienza, che è importante che mi veda. Deve parlarmi – mi dice con tono preoccupato – di una sua faccenda di lavoro piuttosto seria e, prima di prendere per sé una decisione risolutiva, vuole sentirsi tutelato dal mio parere. Per dovere di lealtà, gli ho detto di sì senza esitare, ma comincio già a pentirmi d’averlo accontentato.
Sono stufo. Sono le 4 del pomeriggio e non ho ancora combinato nulla di buono. Fra poco, quando verrà, con una piccola alzata di spalle si scuserà, aggiungerà al suo saluto il suo solito sorriso spigliato dicendomi che ha perso molto tempo per strada nel fare la fila per colpa dei troppi automobilisti maleducati che a Biancavilla bloccano il traffico del corso principale per intrattenersi, comodamente seduti a bordo, a chiacchierare con qualcuno di passaggio oppure per cercarsi, lecitamente o no, un ritaglio di spazio per parcheggiare il più vicino possibile ai bar del centro o al circolo che amano frequentare. Quel che più m’infastidisce in tutto questo è che, mio malgrado, dovrò dargli perfino ragione.
Per essere la settimana di Natale, questo pomeriggio è davvero uggioso, simile al grigiore del cielo che da stamani incombe con la sua cappa asfissiante sull’apatica noia di una comunità di persone, qual è la nostra, contraddistinta in buona parte da una condotta che, nel suo essere riprovevole, è immutabile, sempre uguale. Intendo riferirmi, nello specifico, ai quei tanti, tanti concittadini nullafacenti che, in qualunque frazione della giornata, mi si parano con sguardo anonimo sotto gli occhi ogni volta che passo per via Vittorio Emanuele: un esercito di ancor giovani pensionati e bighelloni senza mestiere – i viziusi ’i chiazza – che stazionano pigramente con qualche sbadiglio davanti ad una consumazione o, con più frequenza, all’ingresso della sucietà cui sono iscritti, aspettando, tra una ciancia ridanciana e un isterismo, che si faccia l’ora di pranzo o della cena per ritornare a casa.
È la solita parata degli ignavi nostrani che ormai da anni si ripete ogni giorno sin dalle 8 del mattino fino a tarda sera, a beffa di chi, vittima involontaria del precariato, corre sovrappensiero dietro ai semafori per guadagnarsi come può la sua razione di pane quotidiano.
D’un tratto, dal campanile della Matrice gli altoparlanti diffondono le melodie tradizionali della novena, logore come il disco su cui sono state incise, che si ostinano ad invitare in chiesa molti di più di quei ligi fedeli che solitamente presenziano ai riti decembrini. La piazza affoga nel silenzio il suo trantran e reagisce a quei suoni con la sua monotona indifferenza, distratta dai rumori e dalle chiacchiere in corso. Mi sembra, quasi, di cogliere nell’aria perfino una sensazione di tedio cui, per convenienza, nessuno osa ribellarsi. Tra uno sbadiglio e l’altro, intanto non vedo nessuno di quella gente alzarsi dalla sedia per avviarsi a quella scalinata antistante che potrebbe dare un senso a questo pomeriggio, però mi incuriosisce, in lontananza, la vista di alcune vecchine dall’aria dimessa e riservata che svoltano da via Verdi – ‘a strata do tiatru – per risparmiarsi la fatica di salire in chiesa sui gradini del sagrato, ultimamente contaminati da rifiuti d’ogni genere, davvero pericolosi per la loro untuosa scivolosità.
Finalmente! Il mio amico è arrivato. Piomba dentro la mia macchina scusandosi nel modo che avevo previsto. Mi dice che ha dovuto lasciare la sua in una traversa dei paraggi e, preso dalla foga, aggiunge trafelato, quasi sfiatato, se posso accompagnarlo perché non ha tempo, che non si è ancora liberato dalle sue incombenze e che dobbiamo sloggiare subito: deve andare d’urgenza al supermercato di Spartiviali perché ha delle cose da prendere per la cena dei suoi bambini, sennò sua moglie poi… chi la sente? Mi parlerà per strada dei suoi problemi…
Siamo arrivati. Il mio amico interrompe bruscamente il discorso appena iniziato e mi prega di attenderlo ancora per pochi minuti, poi, promette, mi dedicherà tutto il tempo che vorrò per chiarirmi i termini nodali dei suoi dilemmi. Sono costretto ad annuire, sia per educazione sia perché non saprei fare diversamente. Provo ad accendere l’autoradio nel tentativo di distrarmi, ma la spengo quasi subito. Le voci, i ritmi e i versacci volgari che mi giungono alle orecchie fanno a pugni con la mia formazione culturale: il rap, proprio, non fa per me. Assorto nella mia rassegnata solitudine, riprendo ad osservare, come da sempre mi piace, i comportamenti della gente. È bellissimo cogliere l’impatto dei sentimenti che la agitano, misurarne la fretta o la pigrizia dei passi, calarsi nel malumore occasionale di qualcuno per essersi scordato di comprare quel tal prodotto così necessario per far bella figura con gli ospiti la sera del cenone, ed anche quantificare ironicamente la soddisfazione di chi, invece, è riuscito a fare tutto in tempo ed evitare così il fastidio di rivestirsi e uscire di nuovo.
Da diversi anni, durante le mie soste forzate godo, quando leggo negli occhi del mio prossimo, se riesco ad approntare alla mia conoscenza dei ritratti estemporanei di varia umanità. Ma oggi questo gioco si fa triste. I cofani posteriori spalancati delle macchine in sosta, tra cui mi trovo intrappolato, straripano a iosa di panettoni e cibarie di ogni genere, di accessori e cianfrusaglie non sempre utili – comunque tutti di stampo natalizio – spesso ai limiti del buon gusto. Qualcuno, costringendo con voce grossa i bambini a tacere, ricorda alla moglie di andare lì vicino, a casa di quel tizio, a ‘ccattari ‘n pocu di calia e simenza, di chidda di casa, e macari tanticchia ‘i nucidda miricana ‘mmiscata ccu’ ‘na junta di frastuca, per ingannare il tempo, durante la notte di Natale, giocando a carte.
Anche dalla chiesa del SS. Salvatore altre nenie natalizie, diffuse confusamente insieme ad un frenetico quanto illogico scampanio, insistono nel loro invito a partecipare ai riti che vi si celebreranno di lì a poco, e una vocina femminile, che tradisce la ancor giovane età di una pia attivista, fa giungere pure una preghiera dal microfono dell’altare affinché il Messia torni effettivamente a rinascere anche quest’anno nel cuore di ciascuno.
Mi chiedo se, in tutto quel frastuono, quei devoti rintocchi faranno mai breccia in quel popolo di edonisti, distratti dagli acquisti dell’ultim’ora. Io li vedo lì, sbuffanti, intenti a spingere pesanti carrelli strapieni di tutto.
Per la prima volta – oh, tristezza! – l’eventualità che possa essere vero ciò che temo mi annichilisce. Mi sento più che mai tradito dal mio tempo, asfissiato dalla muta indifferenza che respiro nell’aria! Ma la mia mente, intanto, ancor vinta dai fugaci balenii dei ricordi giovanili, si lascia volentieri sollecitare da immagini e suoni antichi, eredità di un’età migliore quando, ad esempio, nella povertà generale degli anni ’60, un po’ tutti in paese, certamente meno distratti dalle attuali chimeriche contingenze, eravamo più felici di quanto oggi crediamo di essere perché idealmente più vicini a quella mangiatoia di Betlemme che si fece, solo per amore, culla della nostra Salvezza. Allora, mi ricordo, i panettoni e i bagordi notturni non erano necessari per celebrare il Natale e Gesù non si offendeva mica se nell’angolo abituale della nostra camera più grande mancava l’albero natalizio, plastificato, addobbato con tanto liso ciarpame luccicante, riesumato per l’occasione dalla polvere delle cantine per riparare sotto le sue fronde gli immancabili regali: quelli appena comprati e quelli, tirati fuori di proposito, da riciclare perché non graditi!
A rifletterci sopra, mi sento indotto a riconoscere quanto più vicini a Dio fossero, tra i nostri antenati, i più poveri fra i poveri di Biancavilla quando, non avendo potuto raggranellare cibo a sufficienza, si sapevano accontentare di qualche panetto di ficudinnia sicca ‘sciucata o’ suli no’ musciaru, eletta per l’occasione a dolce di Natale. Già, ’a ficudinnia tagghiata a quarti, la stessa di quella che i braccianti nullatenenti si portavano quotidianamente in campagna per pranzo insieme alle fave abbrustolite, la stessa che la pietosa vicina di una inope coppia di sposi di via Cesare de’ Masi distribuì per loro augurio come dolce di nozze!
Mi accorgo che mi sto lasciando prendere la mano dalle nostalgie e non riesco più a separare la noia che pervade quest’ora dai miei ricordi infantili. In essi la mente si ostina a rivedere con la stessa lucidità di un sogno recente gli onnipresenti tareddi che erano, fino a pochi anni fa, parte integrante della facciata di ogni casa e testimonianza orgogliosa della fede professata dalle famiglie che ci abitavano. A Natale le nostre donne, col concorso dei figli e dei mariti, li addobbavano secondo la disponibilità domestica, ora cchi’ toppula ‘i lippu, il muschio staccato da qualche vecchia parete scrostata, ora con ramoscelli di edera divelti da chissà quale muro in crudo, ed anche con arance, pungitopo e tanti, tanti batuffoli di cotone per ricordare ai bambini, col loro niveo biancore, il gelo in cui nacque Gesù. Ed erano le stesse virtuose spose biancavillesi che, pure, organizzavano insieme alle vicine e ai parenti più prossimi ‘a ‘ttunna, la cantata, dinanzi ad un presepe spesso illuminato da un mozzicone di candela o, in mancanza, una semplice immaginetta attaccata alla meglio sulla parete centrale di quel povero, rabberciato ricovero. Così, con l’esecuzione estemporanea di quelle antiche nenie, alcune davvero toccanti per la creativa spontaneità nel loro essere vernacolari, si rinnovava in quelle famiglie di gente per lo più analfabeta il segno di un’elevazione spirituale genuina, sincera e non comune.
Ancora adesso, mentre sto qui, pentito del mio far niente, a perseverare in un’attesa che comincia a mutarsi in stupida sofferenza, mi sento le orecchie piene di un suono che mi si annuncia primitivo, e per questo quanto mai poetico: quello della ciaramella della buonanima di Cicciu Vantaggiu (‘u vecchiu) che, in umiltà e per poche lire, faceva arrivare ovunque le sue malinconiche note, fin oltre i confini del mio quartiere. Allora, il canto dei bambini giunti a frotte insieme alle loro mamme mi raggiungeva in camera, sempre toccante e gradito, ed io mi lasciavo volentieri distrarre per alcuni minuti dalla loro esuberanza, a scapito dello studio. E mia madre, la figura più dolce che io possa mai ricordare, era lì, sempre pronta a sollecitarmi, con la semplicità della sua parola, affinché adempissi in tempo i miei doveri scolastici:
“ Appena finisci – mi diceva – vattinni rittu rittu a’ nuvera. E ricorditi ca ‘u Signuri veni sempri ppi’ primu…”.
Il timbro sostenuto della voce del mio amico mi scuote di colpo. Non mi sono accorto di trovarmelo già accanto. Lui, avendo portato a termine le sue commissioni, ora finalmente meno impulsivo, reclama scherzoso una fetta di attenzione per sé e passa subito come d’uso a pochi convenevoli, come si addice a chi ci tiene ad accaparrarsi l’indulgenza e l’affetto altrui. Mi confida con sfacciata ingenuità, senza rendersi conto del tempo che mi ha costretto a sprecare, di aver trovato strada facendo la soluzione più conveniente ai suoi problemi di occupazione grazie ad una provvidenziale quanto inaspettata telefonata ricevuta dal suo datore di lavoro!
Ancor preso dai pensieri in cui mi è piaciuto tuffarmi, non mi raccapezzo ancora dei motivi per cui mi sono lasciato vincolare per metà pomeriggio. Lui, intanto, mi bombarda le orecchie evocando una caterva di bagattelle familiari che lo riguardano personalmente e che vorrebbe raccontarmi per filo e per segno a mo’ di sfogo, o forse per giustificarsi, e m’invita a prendere insieme un caffè.
Mi viene spontaneo un sospiro, e lui non capisce. Mi chiede che cosa mi passi per la testa. Nulla! – gli rispondo – ma in cuor mio vorrei essere altrove, magari in chiesa. Sì, magari in compagnia di quelle anonime vecchine dimesse e riservate che ho adocchiato in via Verdi. Fortunate! Per loro è veramente Natale!
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Cultura
La notte dei presagi: così san Giovanni “entrava” nelle case dei biancavillesi
Gesti, preghiere e rituali fatti in famiglia per una delle tradizioni più affascinanti: la ricorrenza del 24 giugno
Nella notte di San Giovanni, a Biancavilla, dentro le case si compivano gesti antichi: una preghiera recitata sottovoce, della cera che cadeva in un recipiente con l’acqua e si trasformava in misteriose figure… Era una delle tradizioni più affascinanti legate alla festa celebrata il 24 giugno, che solo qualche anziano ricorda ancora.
La Chiesa attribuisce un’importanza particolare a San Giovanni Battista, Precursore di Cristo, che di lui disse: «Egli deve crescere e io diminuire». Nella tradizione cristiana, queste parole trovano un suggestivo richiamo anche nel corso del sole. La nascita del Battista viene celebrata infatti nei giorni dopo il solstizio d’estate, quando le giornate hanno raggiunto la loro massima durata e cominciano lentamente ad accorciarsi. Al contrario, il Natale cade subito dopo il solstizio d’inverno, quando la luce torna gradualmente a crescere. Come il sole diminuisce dopo la festa di San Giovanni e aumenta dopo quella di Cristo, così il Battista si ritira simbolicamente perché possa manifestarsi pienamente il Signore.
I cumpari di san Giuvanni
In tutta la Sicilia il Battista era invocato contro diverse malattie. Dopo il terremoto del 1693 molti paesi lo elessero a proprio patrono. A Biancavilla la devozione verso San Giovanni faceva parte di quella religiosità domestica, semplice e spontanea, che per secoli ha accompagnato la quotidianità delle famiglie. E che non si esprimeva soltanto nelle chiese ma anche nei cortili e tra le mura di casa, intrecciandosi con i timori, le speranze e le necessità concrete della vita. Il suo nome era legato soprattutto a un istituto sociale fondamentale: il comparatico.
I padrini e le madrine di battesimo dei figli diventavano infatti “cumpari di San Giuvanni”. Quel legame era considerato sacro e destinato a durare per tutta la vita. Tra compari si instaurava un rapporto di reciproca assistenza, solidarietà e fiducia che spesso risultava persino più forte dei legami di sangue. In una società contadina dove non esisteva assistenza sociale o altre forme di tutela pubblica, il comparatico rappresentava una vera rete di sostegno. La scelta di un padrino o di una madrina per il proprio figlio non era casuale: significava scegliere una persona sulla quale poter contare nei momenti difficili. Dietro questa tradizione emerge una fitta trama di relazioni che rafforzava la coesione della comunità e offriva sicurezza.
L’aura di san Giovanni
Quando per la famiglia si avvicinava una decisione importante — un matrimonio, l’acquisto di una casa, una partenza, un investimento – o quando incombeva una malattia grave, si ricorreva a un rituale tanto semplice quanto suggestivo. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno, si accendeva una candela e si recitava una preghiera. Quando la cera iniziava a sciogliersi, la si lasciava cadere in un recipiente pieno d’acqua. A contatto con il liquido si solidificava rapidamente creando forme imprevedibili. Quelle immagini venivano poi interpretate come possibili indicazioni sul futuro.
Più che una pratica divinatoria nel senso moderno del termine, era un modo per affrontare l’incertezza. Oggi siamo abituati a cercare risposte nei dati, nelle statistiche o nelle consulenze specialistiche. I nostri nonni, invece, affidavano le proprie inquietudini a simboli, preghiere e rituali.
L’antropologia insegna che ogni società sviluppa strumenti per confrontarsi con ciò che non può controllare. Nelle campagne siciliane di un tempo il futuro era spesso fragile e imprevedibile: bastava una cattiva annata agricola, una malattia o un viaggio per cambiare il destino di un’intera famiglia.
Emblematico è il ricordo tramandato dal signor Carmelo C., un biancavillese. Suo padre raccontava che la nonna interrogava San Giovanni ogni volta che in famiglia si presentava una scelta importante. In una di queste occasioni un giovane parente decise di partire per le Americhe in cerca di fortuna.
Dopo la partenza, la famiglia eseguì il rituale della cera. Le forme che apparvero furono interpretate come presagi inquietanti: una testa di donna, una spada, un teschio. Per settimane l’angoscia accompagnò l’attesa delle notizie provenienti dall’altra parte dell’oceano. Solo molto tempo dopo si seppe che il giovane emigrato era rimasto gravemente ferito in seguito a una lite per motivi passionali. Fortunatamente si era salvato e, insieme alle lettere, inviò fotografie che rassicurarono definitivamente i suoi familiari.
Che si creda o meno alla capacità profetica di quei segni, il racconto restituisce il clima emotivo di un’epoca in cui la distanza e il silenzio rendevano ogni partenza un salto nell’ignoto.
Un brutto sogno? Affidamento a san Giovanni
Quando un brutto sogno turbava il risveglio, ci si affidava all’intercessione del Battista affinché il male venisse trasformato in bene. Le parole di una preghiera popolare conservano ancora oggi tutta la loro forza evocativa:
«Cchi malu sonnu ca mi ‘nzunnai,
a san Giuvanni cci ‘u cuntai.
San Giuvanni cci ‘u cuntau a Cristu:
cchi bellu sonnu ca è chistu».
Era una forma di rassicurazione. Attraverso l’orazione, la paura perdeva parte del suo potere e l’angoscia lasciava spazio alla speranza.
L’acqua di san Giovanni
La vigilia di San Giovanni era inoltre associata a un’altra tradizione oggi quasi scomparsa, ma un tempo molto diffusa tra i biancavillesi: la preparazione dell’acqua di San Giovanni.
La sera del 23 giugno si riempiva una bacinella con acqua limpida e vi si lasciavano galleggiare petali di rose, margherite e altri fiori di campo appena raccolti. Spesso si aggiungevano anche alcune erbe considerate benefiche, come il rosmarino, la menta, la malva o l’iperico.
La bacinella veniva lasciata all’aperto per tutta la notte, per assorbire la rugiada e la frescura delle ore notturne. Al sorgere del sole, l’acqua era considerata benedetta dalla natura e dal Santo. Ci si lavava il viso, accompagnando il gesto con una preghiera. Secondo la credenza popolare, essa aveva il potere di allontanare le negatività, proteggere dalle malattie e favorire il benessere durante l’anno.
Dietro questa usanza si intravede l’incontro tra tradizione cristiana e antichi riti stagionali legati al solstizio d’estate. L’acqua, elemento centrale nella missione di Giovanni Battista che battezzò Gesù nel Giordano, diventava simbolo di purificazione e di rinnovamento. Ma al tempo stesso richiamava quei gesti ancestrali con cui le comunità contadine salutavano il culmine della primavera e l’ingresso nella stagione estiva, affidando alla natura il desiderio di salute, prosperità e protezione.
Anche in questo caso il significato più profondo del rito andava oltre la semplice credenza. Lavarsi con l’acqua di San Giovanni significava iniziare una nuova giornata – e simbolicamente una nuova stagione della vita – lasciandosi alle spalle preoccupazioni, malanni e cattivi pensieri. Un gesto che trasformava la fede in esperienza concreta e ricordava come il sacro fosse intimamente intrecciato ai ritmi della natura.
L’erba di san Giovanni
La notte di San Giovanni era legata anche alla natura e ai suoi doni. Tra le erbe raccolte in quei giorni occupava un posto speciale l’iperico, conosciuto come “Erva di San Giuvanni”. Considerato una pianta benefica, cresceva spontaneo nelle campagne. Con esso si preparavano decotti e rimedi popolari utilizzati contro diversi disturbi; le foglie trovavano impiego anche per favorire la cicatrizzazione delle ferite.
Il rosolio di san Giovanni
Il 24 giugno era anche il giorno di un’altra tradizione: la preparazione del rosolio nocino. Le massaie attendevano quella data con attenzione e chiedevano ai mariti di portare dalla campagna delle noci ancora acerbe. Queste poi venivano tagliate e sistemate nei buttigghiuna di vetro insieme a zucchero, alcool e vino. Poi iniziava l’attesa. I recipienti si deponevano in luoghi freschi, al riparo dalla luce per quaranta giorni. Il tempo compiva la sua opera, trasformando ingredienti semplici in un liquore dal sapore caratteristico. Il rosolio avrebbe trovato posto nelle occasioni più liete della vita familiare: durante le visite importanti, nei ricevimenti domestici, nelle feste e nelle ricorrenze.
San Giovanni, festa con radici contadine
La festa di San Giovanni, profondamente legata alla cultura contadina era un momento in cui natura, famiglia, lavoro e fede si incontravano. Raccolta delle erbe, preparazione del liquore, preghiere e rituali domestici erano tasselli di una stessa visione del mondo.
Oggi molte di queste tradizioni sopravvivono soltanto nei racconti degli anziani. La modernità ha cambiato il modo di vivere la religiosità, le relazioni sociali e persino il rapporto con il tempo. Eppure il bisogno che alimentava quei gesti non è scomparso. Anche l’uomo contemporaneo continua a interrogarsi sul futuro, a cercare rassicurazioni nei momenti difficili, a costruire legami di fiducia e a custodire piccoli riti personali che lo aiutino ad affrontare l’incertezza. Forse è per questo che la memoria della notte di San Giovanni continua a esercitare il suo fascino. Dietro una candela accesa, una preghiera sussurrata, un mazzetto di erbe raccolte, si nasconde qualcosa che appartiene a ogni epoca: il desiderio umano di dare significato al tempo, agli affetti e al mistero della vita.
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Cultura
Placido Nicolosi e la cartolina dal fronte di guerra ritrovata dopo oltre un secolo
La comunicazione, datata 24 febbraio 1918, indirizzata a padre Placido Caselli presso il Piccolo Seminario
La storia, a volte, sceglie strade imprevedibili per tornare a parlarci. Non emerge necessariamente dallo scaffale di un archivio o dalle pagine di un vecchio registro. Talvolta riaffiora da un oggetto dimenticato, sopravvissuto al tempo quasi per caso. È quanto accaduto con una cartolina postale, che abbiamo ritrovato dopo oltre cento anni in un mercatino antiquario. La comunicazione postale fu spedita nel 1918 da un giovane biancavillese. Da quel documento, Biancavilla Oggi inizia un viaggio nella memoria della Grande Guerra e dei religiosi del nostro paese chiamati alle armi.
La cartolina reca una data precisa: 24 febbraio 1918. Il mittente è il chierico biancavillese Placido Nicolosi. Il destinatario è il reverendo canonico Placido Caselli, rettore del Piccolo Seminario di Biancavilla. Poche righe: «Ho fatto buon viaggio sorpassando ogni pericolo di terra e di mare». Eppure sufficienti per aprire uno squarcio su una vicenda che, per oltre un secolo, era rimasta silenziosa. La cartolina fu scritta dall’Ospedaletto da Campo 122, in Zona di Guerra. Non viene specificato altro per una precauzione imposta dalla censura militare, che vietava ai soldati di fornire informazioni utili al nemico sulla posizione dei reparti.
Assegnazione all’Ospedaletto da campo
L’Ospedaletto da Campo n. 122 è stato un’unità mobile sanitaria del Regio Esercito durante la Prima Guerra Mondiale, alle dipendenze della 9ª Compagnia di Sanità di Roma. Era strutturato per una cinquantina di posti letto ed è stato operativo dal maggio 1915 fino a dopo la ritirata di Caporetto. La struttura seguiva gli spostamenti delle truppe sul fronte montano, offrendo cure essenziali e smistando i feriti. Dismesso dopo il 24 ottobre del 1917, probabilmente fu ricostituito agli inizi dell’anno successivo. Gli ospedaletti da campo, dislocati nelle retrovie del fronte, gestivano i feriti lievi e quelli gravi ma trasportabili, garantendo la degenza più breve possibile prima di inviare i soldati negli ospedali principali o territoriali. Erano allestiti in strutture preesistenti, baracche o, se necessario, in grandi tende da campo.
Come migliaia di altri seminaristi italiani mobilitati durante il conflitto, anche Placido Nicolosi era stato richiamato alle armi. Assegnato all’ospedaletto da campo, non sappiamo con precisione quale fosse il suo incarico in quel delicatissimo “inverno della riscossa”. I chierici non ancora ordinati sacerdoti, infatti, venivano frequentemente destinati ai servizi sanitari dell’esercito, dove svolgevano mansioni di assistenza, supporto logistico o amministrativo accanto al personale medico e religioso, o operando come infermieri, barellieri o furieri. In questi presidi sanitari i chierici svolgevano un doppio compito fondamentale: assistevano i medici nelle cure fisiche e offrivano supporto morale e religioso ai feriti, spesso collaborando direttamente con il Cappellano Militare titolare della struttura.
«Sorpassato ogni pericolo di terra e di mare»
Le prime parole del giovane chierico colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza: «Ieri sera, 23, sono arrivato all’ospedaletto, ho fatto buon viaggio sorpassando ogni pericolo di terra e di mare». Dietro quella frase si intravede il lungo viaggio di un seminarista siciliano verso il Nord Italia, nel pieno del conflitto. Nicolosi era partito dal suo mondo fatto di studio, preghiera e vita comunitaria per raggiungere una realtà completamente diversa, segnata dall’emergenza della guerra.
Placido Nicolosi non parla di combattimenti, di feriti o di paura. Parla del suo Seminario. Chiede notizie dei compagni rimasti a Biancavilla. Di un suo compagno di Belpasso costretto a letto. Si informa perfino sulle questioni organizzative dell’istituto e sulla scelta di un nuovo prefetto. Emerge nelle righe la profonda stima e l’attaccamento nei confronti del rettore, il reverendo don Placido Caselli, che sicuramente anni prima lo aveva accolto in seminario come i tanti altri ragazzi di Biancavilla e dei paesi vicini che qui studiavano, vivevano la loro vita preparandosi al sacerdozio.
La distanza tra il fronte e Biancavilla
Leggendo quelle righe si ha quasi l’impressione che la distanza tra il fronte e il suo paese non esista. Nel suo profilo si può cogliere un tratto comune a molti giovani della sua generazione. Di fronte all’incertezza della guerra, Nicolosi sembra cercare stabilità nei riferimenti più familiari: il seminario, gli amici, le figure educative che avevano accompagnato la sua crescita. Più che l’eroismo o l’avventura, dalle sue parole emerge il bisogno di conservare un senso di continuità con la vita precedente, quasi a difendere la propria identità dalle profonde trasformazioni imposte dal conflitto.
Come molti giovani della sua generazione, anche lui si trovava improvvisamente catapultato in un mondo nuovo e incerto, ma continuava a mantenere vivo il legame con la comunità nella quale era cresciuto. Non racconta la guerra delle grandi offensive o dei bollettini militari. Racconta la guerra vista dagli occhi di un giovane biancavillese che, appena arrivato in zona operativa, sente il bisogno di scrivere a casa e di avere notizie della propria famiglia spirituale.
Dal fronte alla chiesa madre
Terminato il conflitto, Placido Nicolosi tornò alla sua vocazione. Completò gli studi teologici e venne ordinato sacerdote il 10 giugno 1922 dal vescovo Emilio Ferrais. Nel 1929 fu nominato vicario cooperatore presso la Chiesa dell’Idria dove era rettore l’amato padre Caselli. Ottimo musicista, fu organista in Chiesa Madre e direttore del coro. A lui si debbono innumerevoli trascrizioni di canti e musiche per organo oggi conservati negli archivi della Chiesa Madre, dell’Idria e dell’Annunziata. Dal 1947 fu rettore della chiesa di Gesù e Maria. In tutti i suoi anni di sacerdozio fu legato al Piccolo Seminario dove si era formato e dove ricoprì, in seguito, l’incarico di insegnante. Morì per angina pectoris il 31 luglio del 1950, al termine di una faticosa giornata di lavoro in chiesa.
Quella cartolina ritrovata rappresenta oggi una delle rare testimonianze dirette del suo passaggio attraverso la Grande Guerra. Ma la nostra ricerca non si è fermata a lui. Seguendo le tracce lasciate da questo giovane chierico, abbiamo voluto cercare altre storie dimenticate. Come quella di un altro sacerdote biancavillese che, richiamato alle armi, prestò servizio nella Sanità Militare e chiese persino di essere nominato cappellano militare. Una richiesta che, sorprendentemente, non venne accolta. La sua vicenda sarà al centro della prossima puntata di questa ricerca dedicata ai preti-soldato di Biancavilla.
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